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VALICHA, LA RIBELLE Romanzo breve, adatto anche ai minori di età. PROLOGO

Prologo

300 a.C. Sulle Ande la terra tremò. Un violento terremoto sconvolse in pochi minuti la città santa di Chavín de Huantar, distruggendo e uccidendo. Solo poche centinaia di persone riuscirono a evitare la morte, abbandonando per sempre l’alta valle. Ninakuichi, giovane sacerdotessa, guidò l’impaurita torma di superstiti verso la salvezza: il braccio più lungo della costellazione Croce del Sud indicava la via da seguire. La ragazza sapeva, grazie ai racconti degli anziani, che molto lontano, a meridione, esisteva un immenso lago, racchiuso fra le montagne. “Sarà lassù che condurrò il mio popolo per fondare una nuova città santa, a immagine di Chavín”, giurò a se stessa. Durante il lungo cammino, i fuggiaschi giunsero alle porte di una grande città, accolti dalla popolazione ospitale e dal gran sacerdote del tempio che prese Ninakuichi sotto la sua protezione. La città era formata da enormi costruzioni piramidali tronche, a terrazze sovrapposte comunicanti tra loro tramite lunghe scalinate. Gli edifici erano percorsi da numerosi corridoi che immettevano in ampie sale intonacate, dedicate al culto del Puma Alato, dove sacerdoti astronomi rivolgevano suppliche al dio e leggevano i messaggi delle stelle. Altre stanze erano adibite ad aule di studio in cui i novizi apprendevano i rudimenti della sopraffina arte medica e dove abilissimi chirurghi mettevano la propria professionalità al servizio di ricchi e poveri. Attorno alla città, le abitazioni del popolo sorgevano in mezzo a un’estesa campagna che ingegnosi acquedotti rendevano fertile. Poco distante, dalla sommità di dolci colline, era possibile osservare un’opera di sconvolgente bellezza. Un mattino presto, quando il sole si trovava ancora basso sull’orizzonte, il gran sacerdote condusse Ninakuichi sopra uno di questi colli da cui la ragazza fu in grado di ammirare lo stupefacente paesaggio. Nel corso degli anni, migliaia di mani avevano scavato con pazienza la vasta pianura, asportandone gli strati superficiali di terriccio scuro e lasciando in tal modo scoperti innumerevoli solchi dal colore giallo ocra. Furono creati in tal modo splendidi disegni lunghi alcune centinaia di metri, raffiguranti animali di diverse specie e disegni geometrici talmente perfetti da dubitare che esseri umani avessero potuto produrre un’opera tanto mirabile. “Quella che stai osservando, mia giovane amica”, iniziò a parlare il sacerdote richiamando l’attenzione di Ninakuichi, “è la mappa del cielo, così come noi la interpretiamo e la vediamo in particolari periodi dell’anno. Sono le immagini delle divinità celesti, da noi create per sentirci in qualche modo integrati nel mistero del firmamento”. Trascorso qualche istante per permettere alla sacerdotessa di comprendere appieno il significato delle proprie parole, il religioso proseguì. “Un giorno, quando il nostro tempo sulla terra sarà concluso, noi tutti voleremo fra le braccia delle divinità, percorreremo il grande fiume e raggiungeremo le dimore degli dei. Il nostro timore più grande, tuttavia, è di non essere in grado di orientarci fra le stelle e di trovare la giusta via. In tal caso, saremmo condannati a vagare per sempre nell’infinito. Le costellazioni studiate e qui riprodotte, ci aiuteranno nel nostro viaggio oltre la vita terrena e permettono di prepararci senza timore ad affrontare il nostro destino”. Perplessa, Ninakuichi rimuginò dentro di sé per parecchi giorni. Ogni mattina per lungo tempo, la sacerdotessa saliva sulla vetta delle colline, scegliendo ora uno ora un altro dei rilievi per studiare le figure da angolazioni differenti. Osservando con attenzione, le parve di riconoscere il gruppo delle Pleiadi, poi quello più piccolo del Ragno e il Puma Alato, ai margini della Via Lattea, il grande fiume. Allora capì che l’opera di quel popolo amabile e ospitale sarebbe potuta essere di grande utilità anche per la sua gente. Si rifornì di numerose tavolette d’argilla, le lavorò con precisione copiando le immagini riprodotte sulla grande pianura e le numerò servendosi di segni convenzionali per essere certa di poterle accostare senza falsare il giusto ordine. Una notte, mentre si trovava a studiare i cieli su una delle terrazze del tempio principale, scorse il segno inequivocabile del dio che le ordinava di partire. Le Pleiadi brillavano più che mai e alla giovane sacerdotessa pareva che quelle stelle sbarazzine volessero comunicarle qualcosa; pertanto continuò a osservarle fino a che le bruciarono gli occhi. Proprio mentre distoglieva lo sguardo, comparve all’improvviso nel firmamento una fitta pioggia di stelle che, come una striscia luminosa, cadeva veloce verso il sud. In quel momento seppe con certezza che era giunto il momento di lasciare quelle terre per correre incontro al destino già scritto. Una settimana più tardi, Ninakuichi e il suo seguito si misero in cammino. La carovana tornò a dirigersi a sud per alcuni giorni, sempre costeggiando l’immenso oceano e poi, seguendo le sommarie indicazioni ricevute dalla gente della grande pianura, volse il cammino a oriente, tornando ad affrontare le insidie della cordigliera. Il viaggio durò parecchie tormentate settimane durante le quali i pellegrini superarono asperità notevoli, oltrepassarono deserti d’altura, valicarono montagne e guadarono torrenti, ma infine giunsero alla meta. In una tarda mattinata d’inverno, la carovana superò gli ultimi rilievi e, dall’alto dei quattromila metri, scorsero in lontananza, duecento metri più in basso, la formidabile distesa d’acqua che pareva non avere fine. Nonostante la fitta pioggia che ostacolava il cammino, i viaggiatori accelerarono il passo dimenticando fatiche e privazioni e, quando giunsero sulle rive del grande lago, la tempesta cessò, un vento amico squarciò le nubi diradandole e un fulgido sole comparve a scaldare i corpi infreddoliti dei coraggiosi viandanti. Uno splendido arcobaleno guizzò dalle acque e colorò il cielo col suo arco gioioso andando a terminare lontano, oltre l’orizzonte. Ninakuichi osservò il cielo ammirata, respirò a fondo e sorrise nel suo cuore, intuendo il messaggio del dio. Laggiù in fondo, dove l’arcobaleno terminava la sua parabola, avrebbero costruito il nuovo tempio. Erano finalmente giunti a casa.