VALICHA, LA RIBELLE
Romanzo breve, adatto anche ai minori di età.
CAPITOLO SESTO

Moquegua
Awqayoc e i rinforzi raggiunsero le truppe di Sinchi, attestandosi lungo la linea formata da tre fortini ancora intatti.
“Fammi il punto della situazione”, ordinò il principe al luogotenente.
Mentre il comandante in seconda parlava, Awqayoc valutava le alternative.
Le spie avevano riportato notizie non certo confortanti, riferendo di una città molto ben difesa e difficile da espugnare. Il nemico disponeva di un esercito formidabile e pronto a qualsiasi sacrificio. Gli uomini di Sinchi, catturati durante l’incursione avversaria del giorno prima, ora pendevano dalle fortificazioni di Tiwanaku, testimoniando l’indomita determinazione dei difensori.
“Per il momento ci limiteremo a mantenere la posizione, impedendo al nemico di riversarsi al contrattacco”, stabilì il comandante.
“Non si dovrà ripetere l’errore di lasciare isolati gli avamposti”, proseguì Awqayoc.
“Ogni possibile incursione dovrà essere arginata. Sinchi, ora hai a disposizione un numero sufficiente di guerrieri. Stabilirai tre turni di guardia di otto ore ciascuno. Mentre un contingente si riposerà nelle retrovie, un altro vigilerà in prima linea e il terzo si terrà pronto a intervenire in caso di necessità. Voglio anche che gli esploratori lavorino senza tregua, riferendo su ogni attività del nemico”.
“Appena conquistata la montagna piatta”, concluse il principe, “riuniremo tutto l’esercito e sferreremo l’attacco decisivo a Tiwanaku. Tienimi informato”.
Awqayoc e Qeso tornarono senza indugio a Moquegua.
Ora più che mai il comandante wari aveva urgenza di por fine all’assedio.
Egli capiva che il tempo non giocava a suo favore; più tardava e più si sarebbe fortificata la fiducia fra le fila avversarie.
Le parole di Qeso che continuava a incalzarlo raccontandogli della giovane sacerdotessa e della ferma volontà di resistere dei difensori della rocca, non contribuivano certo a rasserenarlo.
Nulla era cambiato nella pianura delle terre umide.
L’esercito wari stringeva sempre d’assedio la rocca, ma, in assenza del comandante, i capi si erano limitati a controllare le mosse degli assediati, senza intraprendere alcuna azione offensiva.
Dall’alto della montagna piatta, gli osservatori di Valicha annotavano con minuzia ogni movimento avversario e furono subito in grado di segnalare alla sacerdotessa il ritorno del principe.
Ricevuta l’informazione, la ragazza ritenne giunto il momento di dare seguito al piano congegnato con Qeso, passando alla fase successiva.
“Oggi festeggeremo”, annunciò la figlia di Kurasi agli amici sbalorditi, “da troppo tempo la nostra gente vive nella disperazione. Dobbiamo risollevare il morale, ridare speranza”.
“Una festa in un momento come questo?”, obiettarono i compagni.
“Chi avrebbe la voglia e la forza di parteciparvi? Ci prenderanno per pazzi”.
“E chi lo dice?”, rispose Valicha sorridendo con dolcezza.
“Non preoccupatevi, amici miei, vedrete che dopo i primi boccali di birra, il desiderio di liberarsi per un momento dei timori e di dimenticare le pene prenderà il sopravvento”.
“Chiamate i musicisti”, proseguì la gemella, “ordinate alle donne di aprire le giare di birra e annunciate al popolo l’imminente inizio della festa”.
Quando tutti se ne furono andati, Valicha convocò il fido comandante delle guardie e lo mise al corrente del suo piano.
“Capitano”, concluse la ragazza, “è quasi superfluo precisare che quanto ci siamo detti debba restare segreto. Il popolo deve pensare che si tratti davvero di una semplice festa senza secondi fini, comportandosi di conseguenza, altrimenti sarà difficile ingannare gli osservatori nemici”.
“Naturalmente i guerrieri non parteciperanno alle libagioni”, precisò la sacerdotessa, “e si terranno pronti in assetto di battaglia, nascosti al riparo delle mura”.
“Non so se il tuo piano potrà avere successo, principessa”, rispose il comandante, “tuttavia ritengo giusto tentare. Ormai non ci resta altra speranza”.
Valicha fece allestire un banchetto sontuoso, dando fondo alle riserve alimentari, ordinò ai musicisti di intonare motivi allegri e dispose che capienti recipienti colmi d’acqua fossero dislocati in punti strategici, prestando attenzione che tutti i preparativi avvenissero alla luce del sole, ben visibili dagli occhi degli osservatori nemici.
Nel frattempo, il comandante delle guardie istruì i suoi uomini, ordinando loro di ammassare una grande quantità di pietre e tutte le armi disponibili nei pressi della cinta muraria esterna.
Dalla cima della collina che sorgeva al limitare dell’accampamento, Awqayoc osservava perplesso il caotico andirivieni degli assediati.
Quando le spie gli avevano riferito di sospette manovre nemiche, il principe aveva voluto osservare di persona e ora il suo sguardo vagava dubbioso da un lato all’altro della rocca.
“Si preparano forse a un’incursione gli incauti?”, si chiedeva il comandante wari.
“Se così fosse si voterebbero al suicidio. Possibile?”
Ma quando dalla fortezza nemica iniziarono a salire le note di una musica allegra, Awqayoc si voltò verso gli ufficiali che lo accompagnavano, guardandoli dubbioso.
Un atteggiamento tanto disinvolto da parte di persone destinate ormai a una morte certa non aveva senso.
“Stiamo a vedere cosa hanno in mente quei pazzi”, rise nervoso il principe rivolgendosi ai compagni.
“Qeso, cosa significa tutto questo?”
“Non preoccuparti, amico mio”, rispose il mercante.
“Il mio popolo si concede solo un poco di svago perché sanno che dovranno rimanere ancora lunghi mesi racchiusi fra quelle mura e desiderano scacciare la noia”.
“Ma come possono illudersi di resistere per tanto tempo alle mie armate?”, proruppe Awqayoc alzando il tono della voce.
“Ormai sono spacciati ed entro pochi giorni li spazzeremo via”, proseguì il principe con ira.
“Ti ho già detto, nobile generale”, ribadì calmo Qeso, “che la tua vittoria è certa. Nondimeno, la rocca è inespugnabile e il tuo esercito dovrà attendere che i difensori esauriscano le proprie abbondanti scorte prima di ridurli all’impotenza”.
“Lo vedremo”, mormorò il principe.
Sulla rocca la festa proseguiva in un crescendo continuo.
La birra scorreva abbondante, accendendo gli animi del popolo di Moquegua che si lasciava andare a balli sfrenati, intonando canzoni spensierate.
Il comandante wari non credeva ai propri occhi.
Egli seguiva lo svolgersi degli avvenimenti senza poter staccare lo sguardo dalla scena di quell’assurda festa, intanto che la sua ira montava di minuto in minuto.
La misura fu colma quando si accorse che i festanti ormai non si limitavano più a danzare e cantare, ma iniziavano a scherzare pesantemente fra loro, innaffiandosi l’un l’altro e sprecando grandi quantità d’acqua.
“E’ assurdo”, sbottò Awqayoc, per quanta ne abbiano non possono gettarla via così”.
“L’acqua è il loro ultimo pensiero”, spiegò Qeso sorridendo compiaciuto tra sé.
“La rocca è provvista di profondi pozzi pressoché inesauribili e neppure il cibo costituisce un problema impellente visto che, con previdenza, la sacerdotessa Valicha ha fatto accumulare all’interno della fortezza alimenti sufficienti per lungo tempo”.
“Ora basta”, urlò il principe esasperato e, rivolgendosi agli ufficiali, ordinò: “Radunate l’esercito. Attaccheremo subito, approfittando della loro stolta disattenzione”.
“Bene”, pensò Qeso soddisfatto, “siamo giunti alla resa dei conti”.
La gente si divertiva e scherzava felice. Il lungo periodo di terrore seguito all’invasione barbara era stato esorcizzato grazie all’iniziativa dell’amata sacerdotessa che aveva mentito al popolo, annunciando l’imminente arrivo dell’esercito dalla città del lago che avrebbe sbaragliato il nemico.
Valicha si odiava per aver ingannato i compagni di sventura ma, se tutto fosse andato secondo i piani, era certa che sarebbe stata perdonata; in caso contrario, nulla avrebbe più avuto importanza.
Dalla pianura sottostante, si levò il selvaggio urlo di battaglia dei wari che, liberati dalla frustrazione della prolungata inattività, avanzavano baldanzosi, certi di una rapida vittoria.
Awqayoc sorrise compiaciuto, costatando l’effetto che l’attacco stava producendo fra i difensori.
“Ora non cantate più, bastardi”, ghignò il principe stringendo i pugni.
“Adesso vomiterete tutto quello che avete ingoiato. Tremate e pregate, perché è tutto ciò che vi resta da fare”.
Già le truppe d’assalto avevano guadagnato i primi contrafforti del colle e, avanzando con temerarietà, pregustavano l’arrembaggio e il saccheggio.
Ancora qualche decina di metri, l’ultimo balzo oltre il muro di cinta e i guerrieri si sarebbero riversati all’interno della rocca, seminando la morte fra gli insolenti mercanti.
Un clamore più alto del precedente si alzò dallo scenario della battaglia e per qualche istante una nebbia densa e inattesa oscurò il luogo dello scontro.
Awqayoc ammutolì, senza comprendere quanto stava accadendo. Poi, un crudele soffio di vento allontanò la foschia provocata da migliaia di proiettili di pietra, rivelando agli ufficiali wari la realtà.
Le urla di trionfo degli attaccanti si tramutarono di colpo in grida strazianti di dolore e ampi rivoli di sangue iniziarono a dipingere di un sinistro colore scarlatto le pendici brulle della montagna piatta.
A decine, i guerrieri wari cadevano colpiti dalla furia imprevedibile dei difensori; dalle teste squarciate dei barbari uscivano brandelli di materiale grigiastro, misti a schegge d’osso e sangue ancora fluido.
Una, due, tre volte gli indomiti uomini di Awqayoc tentarono con generosità di superare la formidabile barriera di pietra, ma ogni volta un numero sempre maggiore di guerrieri veniva abbattuto dalla scarica mortale che pioveva dall’alto.
Inorridito, il principe ordinò la ritirata, assaporando per la prima volta l’amaro della sconfitta.
Valicha respirò profondamente, scacciando la tensione accumulata durante la giornata.
Tutto si era svolto secondo i piani, ogni cosa aveva funzionato a meraviglia. Ora non restava che attendere e sperare. Quello che era in suo potere fare, l’aveva fatto.
La prossima mossa sarebbe spettata al nemico… e a Qeso.
Chiuso nella tenda, Awqayoc trascorse la notte tracannando una quantità spropositata di birra, tirando calci contro i tiranti e bestemmiando con violenza.
Solo verso mattina la sua ira parve sbollire, ma nessuno dei capitani osava ancora avvicinarlo.
Facendosi animo, Qeso entrò nell’abitazione intrisa degli effluvi dell’alcol, sorprendendo l’amico appoggiato contro l’intelaiatura della tenda.
Gli occhi cerchiati di nero e il petto nudo percorso da profondi graffi, rivelavano le pene interiori patite dal principe.
Con delicatezza il mercante si accostò al guerriero e gli sedette vicino.
“Amico mio”, disse, “non crucciarti. Durante la notte, la mia gente è uscita dalle mura per curare i feriti e comporre pietosamente i morti. La sacerdotessa del Puma è affranta quanto te perché la nostra religione aborrisce la guerra ed ella soffre per le tante morti causate dall’odio. Un messaggero di Moquegua attende qui fuori. Egli ti offre la restituzione dei prigionieri e non chiede nulla in cambio. Ti prega solamente di accettare la richiesta di Valicha di incontrarsi con te ovunque tu voglia, anche qui, nel tuo accampamento”.
“A cosa miri, mercante?”, rispose con disprezzo Awqayoc.
“Credi forse che non abbia capito la tua macchinazione? Pensi che io sia talmente stolto da continuare a farmi accecare dalle tue parole? Meriti la morte per avermi ingannato e io te la darò, davanti ai guerrieri e alla tua gente”.
“Agisci come ritieni più opportuno”, accondiscese tranquillo Qeso.
“Non nego di aver cercato di salvare la mia gente. Ma tu non avresti agito allo stesso modo?”
“Era necessario che tu conoscessi la forza di chi ti contrasta, altrimenti non avresti mai accettato di scendere a patti”, proseguì il commerciante.
“Adesso invece sai che di fronte al tuo esercito c’è un popolo intero che vuole solo difendere le proprie terre e le proprie case ed è disposto a qualsiasi sacrificio per ottenere ciò. Anche a morire. Tuttavia, a cosa può servirti la mia morte e quella dei difensori della rocca? Forse ad accrescere la tua gloria, sacrificando oltre a noi anche centinaia dei tuoi guerrieri? Ascoltami, ti prego. Non ti sembra più vantaggioso concludere una pace onorevole, assicurandoti la gratitudine di un’intera città? L’odio genera solo distruzione, mentre la misericordia e la pace donano prosperità. Questa fertile pianura potrà garantire messi abbondanti per nutrire i tuoi guerrieri, ma chi coltiverà la terra e accudirà le greggi se massacri le uniche persone in grado di farlo? Uccidici, se lo vuoi, oppure risparmiaci e stringi col mio popolo un’alleanza costruttiva, utile a entrambi. Non decidere ora, però accetta la proposta della sacerdotessa e parla con lei. Non hai nulla da perdere”.
Nessuna persona aveva mai parlato in quel modo ad Awqayoc ed egli si sentì toccato dalle sincere parole dell’amico.
Di colpo il malumore si dissolse, liberando il principe dall’insana morsa dell’odio.
Il guerriero tornò a essere il discepolo di un tempo che apprezzava i giusti insegnamenti del maestro.
Awqayoc abbracciò il saggio amico e, sorridendogli, gli disse: “Se devo presentarmi al cospetto di una bella dama, dammi almeno il tempo di farmi un bagno. Falle sapere che accetto con gioia di incontrarla. L’aspetto lassù, sul colle dei lama, noi due soli”.
