VALICHA, LA RIBELLE
Romanzo breve, adatto anche ai minori di età.
CAPITOLO SECONDO
13 anni dopo

13 anni dopo. 613 d.C.
Kurasi, il gran sacerdote del tempio, ascoltava attento i rapporti degli osservatori di ritorno da Moquegua, la città delle terre umide in direzione del mare.
Da qualche tempo si sentiva con sempre maggiore insistenza parlare di un lontano popolo di barbari dedito alle razzie e privo di cultura e religione.
Pareva che questi wari, come il popolo di Tiwanaku definiva i selvaggi, stessero scendendo dalle alte valli del nord verso la città sorella di Cahuachi, dove Ninakuichi, antenata di Kurasi e delle gemelle, aveva trovato rifugio durante la sua peregrinazione. Kurasi e i suoi consiglieri capivano che se Cahuachi fosse caduta, poi più nulla avrebbe impedito ai barbari di dirigersi verso le terre umide e, di lì, alla Città Santa di Tiwanaku.
La religione del Puma Alato aveva abbracciato nei secoli buona parte del mondo conosciuto; molti popoli ormai adoravano il dio buono, portatore di pioggia e fertilità.
La civiltà del grande lago si era estesa fino alle lontane terre della laguna salata, a occidente e poi a sud e a settentrione, fino a fondersi con la sorella Cahuachi e tutto questo era avvenuto pacificamente.
La sopraffazione e la violenza fine a se stessa non appartenevano alla filosofia di Tiwanaku, dove il popolo viveva in pace e serenità. L’unica preoccupazione della gente del lago era di onorare il Puma e di compiere gli annuali sacrifici di vergini che avrebbero recato al dio, nella sua dimora celeste, il messaggio del popolo con la supplica di donare la pioggia necessaria a rendere fertili le terre. Tutti sapevano che presto la grande divinità sarebbe giunta fra loro, sorgendo maestosa dalle acque del Titikaka per donare prosperità. Per tale ragione lo chiamavano anche Wira Kocha, spuma del lago.
Fino a quel momento Tiwanaku non aveva posseduto un esercito regolare e, nonostante le pressioni dei comandanti militari, la casta sacerdotale aveva permesso solo alle guardie del tempio di usare le armi e svolgere azioni di polizia che, tuttavia, consistevano più che altro nel dirimere le poche violente controversie fra le persone. Il governo della regione non aveva mai creato grossi problemi ai dignitari.
Il popolo era suddiviso in ayllu, le antiche grandi famiglie all’interno delle quali esistevano leggi ferree che nessuno dei componenti poteva impunemente violare e ogni clan possedeva un proprio consiglio e un proprio capo che riferiva poi al sommo sacerdote.
L’economia era basata sulla pastorizia e il commercio. La lana e la carne dei lama e degli alpaca consentivano alla comunità di prosperare, almeno finché le aspre terre avessero continuato a dare il loro frutto ai coltivatori.
Esistevano pure numerosi specialisti, preziosi artigiani, ceramisti e abili scultori e costruttori che davano vita a opere mirabili.
Il ceto più importante, tuttavia, era forse quello dei commercianti, sempre in viaggio, con le loro lunghe carovane di lama, verso le terre basse. Queste persone permettevano una fitta rete di scambi che significavano la vita per la gente dell’altipiano.
Ora, però, tutto questo era minacciato. Una forza poco conosciuta quanto potente si stava abbattendo sulla grande civiltà del lago e ignorarne il pericolo avrebbe potuto portare alla distruzione della Città Santa.
A malincuore, Kurasi dovette convenire che questa volta i suoi capitani avevano ragione ed era necessario addestrare al più presto un vero esercito per difendere la propria autonomia e la religione del Puma. Occorreva affidare alle mani di strateghi capaci il compito di difendere la civiltà dalla prepotenza distruttrice dei barbari e bisognava agire in fretta perché ormai il tempo giocava a sfavore.
“Karmenka, è giunto il tuo momento”, disse il sommo sacerdote rivolgendosi al capo delle guardie.
Il giovane guerriero gonfiò il petto vigoroso e, grato del grande onore concessogli, si chinò a baciare il lembo inferiore della veste di Kurasi.
“L’antico tempio”, proseguì il religioso, “sarà messo a tua disposizione. Qui addestrerai i tuoi ufficiali e potrai dirigere i guerrieri che farai alloggiare ed esercitare nella pianura sottostante. Ti concedo potere assoluto, solo ricordati sempre di agire con saggezza e di tenermi informato d’ogni tua decisione”.
“Ti ringrazio, mio signore, della stima che nutri per me”, rispose il generale, “e non ti deluderò. Ordinerò innanzi tutto che siano costruite formidabili barriere a protezione della Città Santa. Convocherò gli anziani affinché mi affidino i migliori giovani d’ogni ayllu. Così formerò il mio esercito che, te lo giuro, difenderà, se necessario, fino all’ultimo uomo la nostra terra”.
Il consiglio dei sacerdoti, trasferitosi in una costruzione più in basso, ordinò l’edificazione di un nuovo tempio, a una certa distanza dal quartier generale dei guerrieri e in posizione protetta. I lavori ebbero subito inizio e un notevole numero di operai si apprestò a erigere quella che in breve tempo sarebbe divenuta la nuova dimora del Puma Wira Kocha.
Valicha e Ima Sumaq erano cresciute protette dai familiari dell’ayllu che avevano compreso l’importanza del dono ricevuto con la nascita delle gemelle.
L’istruzione delle giovinette, coordinata dai migliori maestri, aveva abbracciato tutte le arti nobili, dalla religione alla medicina, dall’astronomia allo studio della storia e delle tradizioni. Le ragazze erano in possesso di un’intelligenza pronta e vivace, si erano dimostrate intuitive e intraprendenti, quasi avessero compreso, fin dalla più tenera età, il luminoso destino scritto per loro.
Valicha dimostrò subito di possedere un’innata propensione per le arti mediche e l’astronomia, oltre che una notevole capacità di comunicazione che le permetteva di accattivarsi con facilità le simpatie di chiunque.
Ima Sumaq, d’altro canto, appariva più schiva e chiusa in se stessa. Ella eccelleva nello studio della filosofia e della religione, isolandosi molte volte dal mondo esterno in una sorta di estasi mistica, tanto da assumere spesso atteggiamenti distaccati nei confronti di chi la circondava, ignorandone la presenza.
Valicha era una ragazza allegra, talvolta addirittura sfrenata nei comportamenti e spesso, fra gli edifici austeri della Città Santa, risuonavano irridenti le note argentine delle sue risate.
Le amiche la seguivano ovunque, conquistate dal temperamento gioioso della gemella, assecondandone gli scherzi che, senza riguardo alcuno, ella perpetrava ai danni di chiunque, sacerdoti e capi militari compresi.
Kurasi, suo padre, eletto sommo sacerdote qualche anno prima, alla morte del vecchio saggio, sopportava con condiscendenza il comportamento della figlia, intuendo che sarebbe stato deleterio frenarne l’entusiasmo che contagiava tutti coloro che la circondavano, pur richiamandola di tanto in tanto al suo dovere di sacerdotessa eletta, impegno che, peraltro, la ragazza accettava volentieri.
I giovani maschi erano affascinati dalla bella figlia del gran sacerdote e facevano a gara per avvicinarla e strapparle un sorriso. La giovane, però, pareva non curarsi dell’interessamento dei coetanei e qualche volta civettava con loro illudendoli, ma sempre, subito dopo, frustrandone l’intraprendenza.
Ima Sumaq, invece, non dedicava molto tempo agli svaghi e alle facezie, preferendo quasi sempre rimanere rinchiusa in meditazione o dialogare per lunghe ore con i maestri e i sacerdoti più colti.
Nonostante le notevoli differenze caratteriali, comunque, le sorelle si amavano l’un l’altra profondamente e quasi ogni sera nella rassicurante intimità del pagliericcio che dividevano, trascorrevano molto tempo, confrontandosi e consigliandosi.
Quella sera i sentieri che circondavano le semplici costruzioni dell’ayllu erano illuminati da numerose fiaccole accese per l’occasione.
Un’atmosfera sensuale ed elettrizzante aleggiava sospesa a mezz’aria e contagiava gli abitanti. La piazzetta principale del piccolo agglomerato di case era stata addobbata con centinaia di nastri dipinti con i colori dell’arcobaleno e parecchi musicisti si esercitavano soffiando negli strumenti di canna o nelle grosse conchiglie e percuotevano i tamburi per scaldarne la pelle e affinare i ritmi.
La grande festa stagionale della famiglia rappresentava un’irrinunciabile occasione per esorcizzare le difficoltà dell’esistenza e richiamare la benevola attenzione delle divinità. Era anche un importante motivo d’incontro durante il quale gli anziani e gli adulti bevevano abbondanti boccali di birra inebriante, liberandosi dai problemi della quotidianità e conversavano sereni per l’intera notte. L’evento era atteso con trepidazione pure dai giovani che per nulla al mondo si sarebbero lasciati sfuggire l’opportunità di lanciarsi in danze allegre e di allacciare nuove intime amicizie con le coetanee delle altre famiglie.
Nella penombra della propria capanna d’argilla e sotto il tetto di frasche, Kalla, come tutte le madri, si adoperava per agghindare le inquiete figlie.
Ima Sumaq e Valicha erano occupate a dipingersi l’un l’altra il viso con un leggero strato di polvere rossa, mentre la madre pettinava loro i capelli, inventandosi acconciature particolari per porre in risalto la bellezza delle ragazze.
Fuori, le donne più anziane allestivano ripiani su cui poggiavano capienti giare colme di birra, contenitori in terracotta dipinta carichi di mais abbrustolito, piccoli pezzi di carne essiccata e patate, e panciute anfore larghe riempite di una densa zuppa di legumi e zucche.
Parecchi uomini occupavano già i lati della piazza discorrendo fra loro mentre osservavano i musicisti.
“No mamma, per favore”, proruppe contrariata Valicha, “il nastro giallo non mi va. Voglio quello azzurro. Vero Ima che per te è lo stesso?”.
Sorridendo divertita, la sorella annuì, ma Kalla, esasperata, diede uno strattone ai capelli che stava acconciando.
“Ananày, mi fai male!”, pianse Valicha.
“E allora smetti di lamentarti”, rispose la madre, “ti rendi conto che ora sei una sacerdotessa e non più una bimba?”.
Abbassando le palpebre, la gemella guardò Ima Sumaq e le due sbottarono in una risata complice che contagiò anche Kalla, smorzando la tensione.
Quella sarebbe stata la prima volta che le sorelle avrebbero partecipato a una festa come donne adulte e ciò le rendeva nervose, oltre che impazienti. A tredici anni era tempo che le ragazze abbandonassero gli atteggiamenti infantili, pensava la madre, ed entrassero in società, dimostrando la propria maturità. Come figlie del gran sacerdote del tempio, esse sarebbero state osservate da tutti i componenti della comunità e Kalla teneva molto al giudizio degli anziani. La donna si sentiva tranquilla pensando a Ima, posata e seria, ma non altrettanto poteva dire di Valicha, dalla quale si attendeva con preoccupazione qualche comportamento sconveniente, conoscendone la vivacità.
Fuori, la musica aveva preso forza e lo scalpiccio dei ballerini chiamava a raccolta le persone. La lunga e spensierata notte aveva avuto inizio.
Agghindate a dovere, la madre e le gemelle raggiunsero i festanti. Come una veterana, Valicha si unì subito ai giovani che danzavano allegri, mentre Ima Sumaq, aggrappata alla tunica di Kalla, osservava timida l’intraprendente sorella.
Dopo qualche tempo, approfittando della disattenzione dei genitori, alcune coppiette iniziarono ad appartarsi negli angoli più bui per amoreggiare indisturbate. Parecchi ragazzi durante la notte provarono ad avvicinare Valicha e Ima Sumaq che nel frattempo, preso coraggio, aveva raggiunto la sorella al centro della pista da ballo. Le gemelle accettavano con piacere i corteggiamenti dei coetanei, tenendoli però a distanza, prima incoraggiandoli nei loro approcci, ma poi sempre frenandoli quando si facevano più audaci. Il loro atteggiamento, lungi dal demoralizzare i giovani maschi, faceva sì che il numero dei pretendenti, affascinati dalla difficoltà della conquista, aumentasse di continuo.
Molto più tardi, quando le note della musica andavano smorzandosi, Kurasi raggiunse la moglie, sempre attenta al comportamento delle figlie.
Il sacerdote si intrattenne con gli anziani della famiglia, bevendo con loro un boccale di birra dolce, ma le preoccupazioni non gli permettevano di partecipare alla festa.
Prima di accomiatarsi sussurrò qualche frase all’orecchio della moglie, quindi lanciò un saluto all’indirizzo dei presenti e scomparve nel buio.
Trascorso un breve periodo, Kalla richiamò le figlie che, a malincuore la raggiunsero. Senza dare nell’occhio, le tre donne si spostarono lungo il margine più lontano della piazza e si avviarono rapide verso casa.
Qualcosa di importante stava per accadere.
Nel cammino, Kalla elogiò le figlie, soddisfatta del comportamento di entrambe.
“Piccole mie”, iniziò a parlare la madre scegliendo con cura le parole, “sono orgogliosa di voi. Avete dimostrato questa notte di essere degne del compito importante che vi attende. Voi siete le ambasciatrici della parola del Puma e molto presto vi sarà affidato un incarico delicato che, tuttavia, sono certa sarete in grado di portare brillantemente a termine”.
Kalla proseguì il discorso guardando con amore negli occhi ora l’una ora l’altra fanciulla, cercando di parlare senza allarmarle e anzi lodandole per le loro doti, facendole in tal modo sentire sicure di se stesse e preparandole alle imminenti rivelazioni che avrebbero cambiato per sempre la loro vita.
“Anche vostro padre è fiero di voi e vi sta aspettando in casa per dimostrarvi tutto il suo affetto e la sua ammirazione”.
A mano a mano che procedevano la madre toccò temi più specifici, sempre attenta a mantenere il discorso su toni tranquilli e a non destare la preoccupazione delle gemelle. Di tanto in tanto, le sorelle si scambiavano un’occhiata interrogativa, chiedendosi in cuor loro il motivo di quello strano discorso. Kalla, tuttavia, accorgendosi degli sguardi, cambiò l’argomento della discussione, riportando la conversazione sulle impressioni suscitate dalla bella festa familiare.
Kurasi, nel frattempo, recuperò l’antico involucro nascosto da tempo immemorabile in una fenditura del terreno all’interno dell’abitazione. Il sacerdote aprì con delicatezza il fagotto, scostando a una a una le pelli che ricoprivano il prezioso contenuto.
Fin dalla notte dei tempi le tavolette d’argilla incise da Ninakuichi erano state affidate, di generazione in generazione, ai membri più degni della sua famiglia che avevano ricevuto l’incarico di conservarle in attesa di usarle nel momento propizio. Ora che il pericolo di una sciagura si faceva assillante, Kurasi intuiva che era giunto il tempo di ridare vita alle pregiate tavole. Esse, bene utilizzate, avrebbero forse potuto aiutare il culto di Wira Kocha a sopravvivere e ad arrestare le orde barbare.
Quel pomeriggio il sacro consiglio aveva deciso di inviare alcuni ambasciatori a Cahuachi e alla città delle terre umide per avvisarle del pericolo imminente.
Con ogni probabilità, Cahuachi era già in allarme da tempo, essendo più vicina al territorio wari, però era necessario far sentire alla città sorella che Tiwanaku le era vicina e avrebbe combattuto al suo fianco. Karmenka si incaricò di formare due carovane di lama cariche di vettovaglie e armi e due contingenti di truppe addestrate che sarebbero servite per la protezione delle città.
Anche alcuni fra i sacerdoti più eminenti si prepararono a partire per portare conforto ai popoli fedeli. Si unirono alle spedizioni pure valenti architetti e abili artigiani che sarebbero stati utili nella costruzione di nuove fortificazioni.
A quelle spedizioni avrebbero partecipato pure Ima Sumaq e Valicha.
Le due sacerdotesse, in rappresentanza del padre, avrebbero avuto il compito di affiancare gli altri religiosi nei rapporti con i governanti e, soprattutto, di portare alla gente delle lontane città una nuova ventata di spiritualità.
Il compito più delicato sarebbe toccato a Ima Sumaq, più preparata e matura della gemella, pensava il padre. Ella avrebbe intrapreso il viaggio verso Cahuachi, il luogo più esposto agli attacchi nemici, mentre Valicha si sarebbe recata a Moquegua dove avrebbe potuto crescere come donna e responsabilizzarsi nel suo ruolo di ministro del Puma.
Mentre le donne della sua famiglia guadagnavano il recinto dell’abitazione, Kurasi, indossati gli abiti cerimoniali e il copricapo sacerdotale a quattro punte, si accomodò sul largo seggio ricoperto di pelli, assumendo un atteggiamento confacente all’importanza del momento.
Quando le gemelle, accompagnate da Kalla, entrarono nella piccola casa, il padre le abbracciò con affetto e le pregò di prendere posto di fronte a lui. La madre distribuì le foglie della qoqa e tutta la famiglia prese a masticare in silenzio, introducendo di tanto in tanto nella bocca la polvere di llipta, il vegetale che permetteva alle sostanze racchiuse nella pianta magica di liberarsi.
Lentamente, la benevolenza di Wira Kocha si manifestò, addolcendo la saliva e Kurasi emise un sospiro di sollievo. Se dalla qoqa si fosse sprigionato un sapore amaro, infatti, ciò avrebbe significato che il dio non approvava le intenzioni del gran sacerdote e i piani avrebbero dovuto essere modificati.
“Com’è andata la festa?”, chiese il padre che, senza attendere risposta, proseguì. “Questa notte avete varcato la soglia della maturità e la comunità vi ha accolto nel suo seno a pieno titolo: sacerdotesse, figlie di sacerdoti, custodi della parola del dio. Sono felice. Le mie figlie hanno reso onore alla famiglia e, per tale motivo, vostra madre ed io desideriamo premiarvi come meritate. Molto presto avrete l’occasione di compiere un viaggio importante che vi permetterà di conoscere luoghi e popoli nuovi”.
Le gemelle, a quelle parole, si eccitarono, entusiaste dell’idea prospettata dai genitori.
Durante il resto della notte, Kalla e Kurasi raccontarono alle figlie l’antica leggenda della famiglia che già altre volte avevano ascoltato. Questa volta, però, la loro attenzione era totale, perché intuivano dall’atteggiamento del padre che la storia avrebbe avuto un seguito.
Fin che erano bambine, spesso la madre aveva loro parlato di una mitica antenata che aveva guidato un intero popolo attraverso montagne e deserti, fino a giungere sulle rive del grande lago dove aveva fondato la loro città santa. Le ragazzine, tuttavia, avevano sempre ascoltato quel racconto come una delle tante fiabe che gli anziani erano soliti narrare ai bimbi, ma ora, ormai donne, comprendevano che le parole del padre racchiudevano un segreto che oggi sarebbe stato svelato.
Al termine del lungo racconto, infatti, Kurasi fece un cenno alla moglie e insieme, con estrema delicatezza, aprirono l’involucro che racchiudeva le tavolette di Ninakuichi.
I genitori spiegarono alle gemelle il significato dei segni incisi, indicando loro le costellazioni e cercando di individuarne la corrispondenza nel cielo notturno.
“Questo significa”, intervenne Valicha, “che se noi impariamo a memoria l’ordine delle stelle, non avremo problemi a individuare la casa del Puma e, per tale ragione, non avremo più motivo di temere la morte”.
“Esatto”, ribatté il padre, “è proprio questo il grande segreto e la nostra speranza”.
“Ma”, chiese perplessa Ima Sumaq, “allora perché queste mappe non sono mai state finora messe a disposizione del nostro popolo?”
A questo punto fu Kalla a rispondere e, posando la mano sul braccio del marito, cercò di spiegare meglio che poteva. “Tiwanaku, la nostra città, non ha mai avuto bisogno delle tavole e mai ne avrà. La città santa, infatti, è stata costruita nel punto esatto che Wira Kocha ha indicato alla nostra fondatrice e questo luogo, potete vederlo osservando le mappe, sorge al centro del mondo, in linea diretta con la divina dimora celeste. Chiunque abbandoni questa vita, pertanto, non avrà necessità di ulteriori indicazioni per raggiungere il Puma. Sarà sufficiente proseguire in verticale, seguendo le luminose braccia protese del dio”.
La donna fece una pausa per raccogliere nuove foglie di qoqa, quindi proseguì.
“Cahuachi, la città sorella, sorge invece molto più a settentrione ed è per questo che i suoi abitanti hanno necessità di indicazioni precise”.
“Ora queste tavole”, intervenne Kurasi, “saranno molto utili per infondere speranza e coraggio agli altri popoli fedeli al Puma Alato. Stiamo vivendo un momento difficile: popoli barbari stanno invadendo le terre civili, saccheggiando e distruggendo ogni cosa; la gente è terrorizzata e qualcuno teme che il dio abbia abbandonato il suo popolo. Prima che la disperazione prenda il sopravvento, sarà nostro compito riportare la serenità fra la gente; a questo scopo le tavole potranno essere di grande utilità”. “Ora ascoltatemi bene”, proseguì il gran sacerdote, “perché comprenderete quale sarà il compito che vi attende”.
Il religioso consegnò a entrambe le figlie una copia delle preziose tavolette, raccomandando loro di conservarle con amore e di preservarle da qualsiasi pericolo. Prese, quindi, a illustrare il ruolo di ognuna. Ima Sumaq sarebbe partita entro tre giorni con il convoglio diretto a Cahuachi e, una volta raggiunta la città, sarebbe stato suo compito controllare le linee che, secoli addietro, avevano destato l’interesse di Ninakuichi.
Aiutandosi con le copie in suo possesso, ella avrebbe dovuto far rimettere in sesto i solchi eventualmente ricoperti dalla terra e, di seguito, istruire il popolo, obbligandolo a studiare i segni che avrebbero condotto alla salvezza eterna. Più avanti, Ima avrebbe individuato un luogo adatto a edificare un nuovo tempio destinato ad accogliere una casta sacerdotale altamente preparata e in grado di fungere da guida spirituale. Lo scopo era di rafforzare la fede delle persone nel vero dio, risvegliando negli abitanti la volontà di erigere un baluardo contro il nemico.
Da parte sua, Valicha sarebbe partita per Moquegua.
Il compito assegnatole dal padre non appariva così impegnativo come quello della sorella. La città delle terre umide, infatti, sorgeva molto lontano dai luoghi che i barbari stavano mettendo a ferro e fuoco o, perlomeno, questo era quello che si pensava. Anche Valicha avrebbe portato con sé copia delle tavole, cercando di riprodurle su un terreno adatto e pure lei avrebbe affiancato i sacerdoti inviati da Tiwanaku ma, soprattutto, era desiderio di Kalla e di Kurasi che la figlia imparasse a conoscere il mondo, confrontandosi con i problemi quotidiani del popolo, emergendo infine dalla sua eterna infantilità.
Giunse il gran giorno.
Ima Sumaq abbracciò i genitori e la sorella scossa dai singhiozzi. La tranquilla ragazza non era insensibile al dolore provocato dalla separazione, ma sapeva che il suo ruolo di sacerdotessa richiedeva compostezza, perché tutto il popolo stava assistendo alla partenza della carovana. Valicha, in cambio, non si preoccupava di nascondere le emozioni e, incurante delle proteste della gemella, se la strinse forte al petto, bagnandole i capelli con le lacrime. La separazione sarebbe stata lunga, forse definitiva.
Mentre la carovana scompariva oltre l’orizzonte, Valicha sentì che qualcosa stava spezzandosi dentro di lei.
La partenza della sorella, il primo grande dolore della sua breve esistenza, stava sciogliendo il legame che ancora la teneva ancorata alla spensieratezza dell’infanzia e adesso, nel breve volgere di poche ore, era nata in lei la consapevolezza del grande destino scritto dagli dei. Rasserenata, si asciugò le lacrime che le avevano rigato il viso e si avviò verso la capanna a preparare con cura le sue cose.
L’indomani partì.
