VALICHA, LA RIBELLE
Romanzo breve, adatto anche ai minori di età.
CAPITOLO QUINTO

Tiwanaku 615 d.C.
Kurasi si alzò dal pavimento con le gambe che gli tremavano.
Le lunghe ore trascorse in preghiera sdraiato bocconi nella sala del nuovo tempio non gli avevano portato grande conforto. Pareva che il Puma si fosse disinteressato della sorte del suo popolo ed egli non ne comprendeva il motivo.
Aveva fatto erigere in poco tempo una nuova e sontuosa dimora per il dio. Gli scultori avevano lavorato con perizia, creando immagini superbe a gloria della divinità. La porta principale del palazzo era adornata da una bellissima scultura che rappresentava il Puma Alato mentre riceveva omaggio da parte dei sacerdoti inginocchiati al suo cospetto.
Il popolo si recava tutti i giorni al tempio e trascorreva molto tempo in adorazione, ma non sembrava che ciò fosse sufficiente.
Cahuachi era caduta ormai da un paio d’anni e le feroci scorrerie dei barbari avevano mortificato la gente delle pianure settentrionali e ora i wari minacciavano persino la città del grande lago.
Tuttavia, il gran sacerdote esitava ancora a concedere a Karmenka il permesso di guidare l’esercito al contrattacco. Il suo credo gli impediva di assecondare una guerra che avrebbe generato solo dolore ed egli riteneva ancora, nonostante tutto, che la crisi si sarebbe potuta risolvere con la ragione e l’amore.
Ma le inquietanti notizie che giungevano dal nord non lasciavano presagire nulla di buono.
Così, Kurasi stava invecchiando rapidamente, oppresso dai dubbi e sconvolto dal distante atteggiamento del Puma, dal quale attendeva un segno che tardava ad arrivare.
Nel frattempo, Karmenka aveva lavorato bene, addestrando commercianti e artigiani, fino a trasformarli in efficienti guerrieri, temprati da continue esercitazioni.
Il generale aveva fatto costruire importanti fortini lungo le vie di comunicazione e aveva allacciato ottimi collegamenti con la città delle terre umide, predisponendo una rete di contatti ininterrotti che permettevano ai due centri di formare un’imponente linea difensiva difficile da infrangere.
L’esercito di Moquegua, dal canto suo, era cresciuto di numero e, pur non raggiungendo l’alto grado di preparazione di Tiwanaku, forniva un buon baluardo in grado di frenare le possibili incursioni nemiche.
“Questo è il momento giusto per sferrare un efficace attacco”, spiegava impaziente il guerriero al gran sacerdote.
“Le orde wari si sono arrestate e stanno godendo i frutti della conquista, troppo sicure della loro forza. Dobbiamo agire approfittando di questo momento di stasi. Li coglieremo impreparati e li distruggeremo”.
“Le truppe di Moquegua saliranno dalla costa”, proseguì con fervore Karmenka, “mentre noi caleremo dalle montagne e sorprenderemo l’esercito nemico con una manovra a tenaglia. Non avranno scampo”.
Il guerriero era irritato dall’atteggiamento riluttante di Kurasi, ma non osava disubbidire agli ordini del primo servitore del Puma. Più volte al giorno, Karmenka tornava dal gran sacerdote, ma nessun argomento riusciva a smuoverlo.
Così, dopo ogni discussione, il generale tornava sconfortato al proprio palazzo e lì sfogava la rabbia repressa rompendo tutto quello che gli si parava dinanzi e annegando la disperazione nella birra. L’unica iniziativa che gli era concessa, tuttavia, egli cercava di sfruttarla in pieno, rafforzando sempre più le difese e mantenendo efficiente l’esercito.
Intanto a Wari
“Raduna la guardia”, ordinò Awqayoc al suo luogotenente “e chiama a raccolta l’esercito nella piazza d’armi. Setaccia ogni angolo della città, svuota tutte le bettole e i postriboli. Ti autorizzo a usare la frusta, se necessario, ma voglio i guerrieri al completo entro tre giorni, armati e pronti alla marcia”.
La mente pronta del principe aveva già elaborato un piano d’azione efficace, la cui riuscita, però, sarebbe dipesa dalla rapidità d’esecuzione e dalla preparazione delle truppe.
Il comandante wari condusse l’esercito nella selvaggia pianura a due giorni di marcia dalla città e costrinse i suoi uomini a un duro addestramento.
Pianificò una dieta ferrea, eliminando innanzi tutto le bevande alcoliche e obbligando i guerrieri a nutrirsi di verdura fresca e carne essiccata di lama per prepararli alle privazioni future. L’esercito trascorse oltre un mese in quelle lande desolate, svegliandosi prima dell’alba e lavorando tutto il giorno e ancora fino a notte fonda.
Quando ritenne che i guerrieri fossero temprati e ormai pronti alla campagna militare, Awqayoc concesse loro due giorni di riposo. Poi, appena la nutrita carovana dei vettovagliamenti giunse da Wari, il principe arringò le truppe.
“Guerrieri, domattina lasceremo la nostra terra e ci dirigeremo verso Cahuachi. Lì i nostri fratelli che presidiano la città si uniranno a noi per compiere un’impresa nobile e gloriosa. Conquisteremo le città del sud che minacciano l’impero. Pioveremo loro addosso come un uragano irrefrenabile e sgomineremo ogni resistenza. Ridurremo all’impotenza le superbe schiere nemiche, rendendole schiave del popolo wari. Vedo in voi la sete di sangue e la voglia di saccheggio che mi aspettavo. E allora fatelo scorrere quel sangue! Fate che inondi i templi e le strade delle città che osano contrastarci. Liberate i vostri desideri repressi e radete al suolo le fortificazioni del nemico. Questo mi aspetto da voi. Questo voglio da voi!”
Un boato assordante sconvolse la radura e per lunghi minuti le orde di Awqayoc acclamarono il discorso del comandante. Il terribile esercito era pronto e nulla più avrebbe potuto arrestarlo.
A Cahuachi, il principe divise le truppe in tre contingenti.
Il primo reggimento, cui spettava il percorso più impegnativo, si mise subito in cammino, comandato da Sinchi, il primo luogotenente.
A distanza di alcuni giorni, anche gli altri due lo avrebbero seguito.
La prima parte del cammino, comune ai tre gruppi, prevedeva di raggiungere la costa e di seguirla per circa tre giorni. Esperti esploratori, profondi conoscitori della zona, avevano il compito di guidare i guerrieri lungo il tragitto, fino a un porto naturale dove Sinchi avrebbe fatto riposare gli uomini prima di intraprendere l’ardua ascensione verso l’interno.
Quindi, secondo il piano, il primo contingente avrebbe compiuto un largo giro lungo le reni della cordigliera, evitando, senza farsi scorgere, la pianura di Moquegua e irrompendo all’improvviso sulla strada che connetteva la città delle terre umide con Tiwanaku.
Qui Sinchi si sarebbe attestato, eliminando i presidi nemici e occupandone i fortini. In tal modo Awqayoc intendeva tagliare le vie di comunicazione e di soccorso fra i due centri nemici. Obbedendo entusiasta agli ordini, il reggimento del luogotenente raggiunse la costa e, di lì, dopo un lungo cammino, scomparve fra le Ande.
Il principe guidò il resto dell’esercito sulla rotta seguita da Sinchi e, raggiunto il porto naturale, costatò con soddisfazione che il suo piano non aveva subito intoppi.
Attese con i suoi uomini che i messaggeri del luogotenente tornassero dalle montagne e quando fu certo che Sinchi stava per portare a termine il proprio compito, ordinò alle sue schiere di muoversi.
Mentre il secondo contingente si dirigeva a sud, costeggiando l’oceano, per colpire la cittadina costiera, gemella di Moquegua, Awqayoc guidò il terzo reggimento direttamente verso le terre umide. Il comandante raggiunse la città nemica dopo aver superato un infuocato deserto che mise a dura prova la tempra dei pur valorosi guerrieri.
Colti di sorpresa, i difensori non furono in grado di far fronte alle terribili orde nemiche e solo l’intraprendenza di una giovane sacerdotessa salvò la popolazione dal sicuro massacro.
Quando giunsero le prime notizie di un’imminente invasione barbara, le truppe wari si trovavano ormai a poche ore dalla città. Il tempo stringeva e Valicha comprese che a nulla valeva abbandonarsi agli isterismi e al fatalismo. Occorreva agire subito.
La ragazza ringraziò in cuor suo il Puma Alato per averle donato la lungimirante idea di fortificare il santuario sulla montagna piatta e di completarlo con magazzini stipati di generi alimentari e di una riserva d’acqua che avrebbe permesso ai rifugiati di sopravvivere per diverso tempo.
La sacerdotessa prese l’iniziativa nelle sue mani.
Ordinò all’esercito di formare una nutrita linea difensiva per dare tempo alla gente del popolo di guadagnare il sicuro rifugio e quindi organizzò l’evacuazione della città, agendo come uno stratega di provate capacità.
Tuttavia le truppe nemiche, ormai giunte in vista della città, sembravano non aver fretta, concedendo in tal modo ai moqueguani il tempo di riparare dentro la cittadella fortificata.
Awqayoc ebbe un moto di stizza quando si accorse di quanto stava accadendo.
Il suo piano prevedeva di accerchiare la città, provvista di scarse difese e di intimarne la resa confidando nel terrore degli abitanti. Le vie di scampo erano precluse tanto a ovest come a oriente e, se il popolo delle terre umide non si fosse arreso subito, il principe avrebbe ordinato ai guerrieri di distruggere la città e massacrarne gli abitanti.
Ma il giovane comandante non aveva previsto, né le sue spie gliene avevano parlato, la presenza di quella fortezza inespugnabile.
Awqayoc, comunque, scrollò le spalle. “Non importa”, pensò, “è solo questione di tempo”.
Il principe wari predispose un cordone di guardie attorno alla rocca con l’incarico di controllare gli assediati e ordinò all’esercito di accamparsi nella pianura.
Egli stabilì il quartier generale nell’ampia radura ricoperta dalle linee di Ninakuichi e si soffermò a osservare incuriosito l’affascinante carovana di lama raffigurata sul pendio della collina di fronte.
Solo quando tutte le innumerevoli tende di pelle furono montate, Awqayoc permise ai guerrieri di invadere la città abbandonata e di saccheggiarla a piacimento.
Quella notte, il comandante concesse alla truppa il giusto premio dopo tanti sacrifici. Infine, la birra prese a scorrere a fiumi, mentre canzoni e urla sguaiate solcavano l’aria, echeggiando anche nelle orecchie degli impauriti difensori della montagna piatta.
Il mattino successivo Awqayoc in persona si recò sotto la fortezza a intimare la resa ai Moqueguani.
Il principe non ottenne nulla dal tentativo, ma qualcuno dall’alto delle mura l’aveva osservato con attenzione e ora stava interrogando la propria memoria.
Valicha uscì dal tempio e si diresse rapida verso le fortificazioni, non appena un messo venne ad annunciarle il sopraggiungere dell’ambasciata wari.
Accompagnata dagli amici più fidati, la gemella ascoltò le intimazioni pronunciate con arroganza dal capo dei barbari e, se la distanza glielo avesse concesso, avrebbe volentieri scagliato lei stessa un dardo sulla testa dell’odiato nemico.
Stava ancora sorridendo soddisfatta mentre osservava gli avversari che si ritiravano con la coda fra le gambe quando, facendosi largo a gomitate, il vecchio amico Qeso la raggiunse.
“Principessa”, le sussurrò all’orecchio il mercante, “devo parlarti subito. Io conosco quel guerriero”.
La sacerdotessa ascoltò con interesse il racconto del commerciante, chiedendosi in che modo avrebbe potuto sfruttare l’antica amicizia che lo legava al comandante nemico. Poi, abbracciando Qeso, gli disse: “Grazie mio buon amico. Forse proprio tu potrai salvare il nostro popolo. Ascolta il mio piano e dimmi la tua opinione”.
“Ormai tutto il territorio fra la costa e le terre umide è in mano nostra e l’unico serio pericolo per le truppe wari è costituito dal potente esercito di Tiwanaku”, comunicò ad Awqayoc il capo degli esploratori.
“Bene”, esordì il principe, “Tuttavia finora abbiamo raggiunto solo l’obiettivo più facile. Ora la città del grande lago conosce le nostre mosse e dovremo attenderci un potente contrattacco. Ordina al comandante delle truppe del porto di lasciare un piccolo distaccamento a presidiare la cittadella e di raggiungerci con tutte le forze disponibili”.
Awqayoc era inquieto perché messaggeri inviati da Sinchi gli avevano appena comunicato che l’esercito avversario stava compiendo manovre di disturbo e il principe temeva che un deciso attacco nemico potesse sbaragliare le truppe attestate a est, minacciando così la riuscita delle operazioni.
“Comandante”, comunicò l’aiutante di campo irrompendo nella tenda, “le guardie hanno catturato uno dei difensori che pretende di essere tuo amico e chiede udienza”.
Perplesso, il generale si chiese di chi potesse trattarsi.
“Va bene, fallo entrare”.
Il grasso mercante venne spinto in malo modo al cospetto del principe e costretto a inginocchiarsi.
“Qeso”, esclamò Awqayoc, “sei proprio tu! Vieni, alzati, amico mio”, rise felice il wari abbracciando il commerciante.
“Potente guerriero”, iniziò a parlare Qeso con voce tremante, “rendo onore alla tua gloria. Mai mi sarei aspettato che il giovane e inesperto amico di un tempo, così avido di conoscenza e umile apprendista, fosse in realtà il comandante del fiero esercito wari”.
“Via, lascia stare le adulazioni”, rispose sempre sorridendo il principe, “Per te sono sempre un discepolo che non ha dimenticato gli insegnamenti del maestro. Su, siediti vicino a me e festeggiamo insieme l’incontro. Mi devi raccontare molte cose”.
Awqayoc era felice di aver ritrovato un amico sincero e, al tempo stesso, soddisfatto dell’opportunità che gli si presentava. Interrogando con tatto il moqueguano, avrebbe potuto raccogliere utili informazioni sul reale stato degli assediati.
Ma l’astuto Qeso era uno dei più esperti mercanti e conosceva l’arte della diplomazia e del raggiro meglio di chiunque altro, certo più dell’antico discepolo.
Dopo molti boccali di birra, le lingue dei due amici si fecero sciolte e i discorsi si susseguirono ininterrotti durante il resto della giornata e per tutta la notte, in una sottile battaglia verbale condotta con arguzia da entrambi i contendenti.
“Il tuo esercito, nobile amico”, confidò Qeso fingendosi ubriaco, “è potente e avrà facilmente ragione dei miei compatrioti. Credo che basteranno pochi mesi di assedio per stancare i difensori. Essi hanno cibo e acqua sufficienti per almeno un anno, tuttavia penso che si stancheranno prima e verranno a patti con te”, mentì il mercante sciorinando una gran quantità di notizie fasulle concordate con Valicha.
Awqayoc non credeva alle allarmanti rivelazioni dell’amico, ma nondimeno si sentiva a disagio. Non poteva attendere tanto tempo. Egli sapeva che era necessario concludere l’assedio quanto prima per concentrare quindi le forze su Tiwanaku.
“Non posso permettermi di lasciare una sacca di resistenza alle spalle”, pensò, “e nemmeno di distogliere parte dell’esercito dall’obiettivo finale. Fino a che non avrò preso la rocca non mi sarà possibile dedicarmi alla conquista della città del grande lago. D’altronde”, proseguì nel suo muto ragionamento il generale, “dovrò agire in fretta, per non dare tempo all’esercito nemico di reagire cogliendomi impreparato”.
Due giorni più tardi, arrivarono le truppe dalla costa. I nuovi arrivati presero il posto degli assedianti che, senza indugiare oltre, seguirono Awqayoc sulla strada delle montagne.
Qeso accompagnò il principe nel viaggio e per tutto il tragitto continuò ad assillare l’amico magnificando la civiltà di Tiwanaku, parlandogli del Puma Alato, ispiratore di pace, ma, soprattutto, tessendo le lodi della splendida sacerdotessa, vera guida spirituale dei difensori della montagna piatta.
Tiwanaku
Per la prima volta, Karmenka decise di agire senza consultare il gran sacerdote.
Egli sapeva che in tal modo avrebbe rischiato di far esplodere la collera di Kurasi, ma gli ultimi eventi lo avevano convinto che era finito il tempo degli indugi ed era necessario dare al nemico una dimostrazione di forza.
Le truppe wari avevano conquistato con facilità molti avamposti, bloccando i rifornimenti con Moquegua e ora il comandante della città del grande lago intendeva ripagare il nemico nello stesso modo.
Studiò con attenzione i movimenti degli avversari, individuandone i punti deboli.
Per mantenere le posizioni conquistate, le orde barbare erano state costrette a dividersi fra i vari fortini, alcuni dei quali dislocati a notevole distanza dal grosso dell’esercito.
Karmenka, pertanto, approntò alcuni commando di veterani, gli uomini più esperti a sua disposizione e, approfittando delle tenebre, attaccò i presidi isolati, colpendo rapido e massacrando i difensori. Nel giro di poche ore, i guerrieri di Tiwanaku conseguirono un successo completo senza subire perdite e infliggendo al nemico una dura lezione.
Karmenka ritornò alla città del Puma accolto trionfalmente dal popolo e conducendo con sé pure una cinquantina di prigionieri. La soddisfazione del comandante fu completa quando, presentatosi al cospetto del gran sacerdote, Kurasi lo abbracciò lodandone l’iniziativa.
Una moltitudine di persone si raggruppò attorno al recinto esterno del palazzo dei guerrieri. Uomini, donne e bambini apparivano sereni, agghindati con i loro abiti migliori.
Era giorno di festa a Tiwanaku, la festa della prima importante vittoria contro i barbari invasori.
Mai prima di allora la città del lago era stata costretta a difendersi, mai era stata minacciata e la nuova, terribile situazione aveva portato lo sgomento nella gente del Puma Alato. Ma Karmenka aveva dimostrato di essere un abile stratega, conducendo i suoi inesperti guerrieri al successo contro il nemico assetato di sangue.
Il Puma Alato era finalmente tornato a rivolgere l’attenzione verso il suo popolo, guidando i passi del generale e arrestando le orde avversarie.
“Il dio ci ha inviato il segno tanto atteso”, mormorò Kurasi stringendo con tenerezza la moglie.
“Ma dove sono le mie bambine?”, chiese Kalla mentre una lacrima le rigava il viso sciupato dal tempo.
“Che ne è stato di loro? Perché il Puma non ha voluto restituircele, lasciandole invece in balia di quei barbari depravati? Non posso pensare che siano morte, non sarebbe giusto”.
“Non conosciamo il disegno divino, mia cara”, rispose il marito, “tuttavia ricorda, è scritto nel loro destino che sono state create per compiere imprese eccezionali, per la gloria del Puma e la nostra. Quindi tranquillizzati, dobbiamo aver fede. Esse sono certamente vive e nessun selvaggio potrà far loro del male”.
“Ora vieni”, proseguì il gran sacerdote, “è giunta l’ora di dare inizio alla festa del ringraziamento. Il popolo ci attende”.
I prigionieri wari furono condotti al centro dell’ampia arena gremita di guardie.
Nudi e costretti a inginocchiarsi, i barbari tremavano, sommersi dalle ingiurie e dalle pietre lanciate dal popolo inferocito.
L’acuto squillo delle conchiglie sacre annunciò il gran sacerdote e costrinse la gente a interrompere il clamore.
Seguito dai sacerdoti sacrificatori armati di lame affilate, Kurasi fece il suo ingresso nella piazza.
“Popolo del sacro Puma”, declamò il dignitario levando le braccia al cielo, “il dio ci ha concesso un’importante vittoria e ora chiede il giusto tributo. Nessun barbaro, nessun invasore potrà mai conquistare la città santa. Per quanto potenti siano le schiere nemiche, esse non riusciranno a profanare il sacro suolo di Tiwanaku. Il Puma si è pronunciato con forza e chiunque tenterà di distruggere il suo tempio morirà nel più orribile dei modi”.
Alte urla di consenso si levarono dal popolo alle parole di Kurasi, mentre i terrorizzati prigionieri tremavano con violenza e la muscolatura dei loro sfinteri si rilasciava, insozzando i corpi nudi. La metà dei wari, più fortunati degli altri, venne condotta verso le fortificazioni esterne della città e lì impalata senza pietà a fungere da agghiacciante monito al nemico.
Legati a paletti infissi nel terreno, gli altri subirono una sorte ancora più crudele.
Con calma studiata, i sacrificatori iniziarono a incidere la pelle degli sventurati prigionieri fino a scorticarli. Le abili mani dei sacerdoti separarono quindi i muscoli guizzanti, recidendo i tendini e scoprendo le ossa.
Le urla strazianti dei sacrificati non impietosirono gli aguzzini che procedettero con metodo, disarticolando gli arti e amputando mani e piedi. Quando qualcuno dei wari sveniva, attenti inservienti provvedevano a farlo rinvenire, gettando acqua gelida e sale sopra le membra dilaniate.
Solo quando i prigionieri furono ridotti a informi ammassi di carne sanguinolenta, i sacrificatori compirono l’ultimo atto, decapitando i torturati e concedendo loro la pace.
Mentre il popolo, appagata la sete di sangue, abbandonava l’orripilante teatro, ben ventuno corpi di giovani e forti guerrieri rimasero a testimoniare l’atroce vendetta del Puma e lì sarebbero giaciuti per secoli, solo ricoperti da un lieve strato di terra.
