VALICHA, LA RIBELLE
Romanzo breve, adatto anche ai minori di età.
CAPITOLO QUARTO

Città di Wari. 613 d.C.
L’ultima scorreria aveva fruttato ben poco, solo qualche lama poco in carne, alcune donne e poche decine di uomini che, quella notte stessa, sarebbero stati immolati sull’altare del feroce dio delle montagne.
Jontarak, lo spietato capo della tribù, non era per nulla soddisfatto. Da qualche tempo, è vero, aveva ottenuto buoni risultati tenendo a bada i suoi uomini e la sua stessa natura impulsiva per attuare un’intelligente strategia.
In poco tempo era riuscito a convincere le altre comunità nomadi, da sempre rivali, a unirsi alla sua per dare vita, sotto il suo comando, a una politica di aggressione contro le altre popolazioni che vivevano nelle vicine vallate.
All’inizio la coalizione aveva ottenuto effetti soddisfacenti, sgominando quanti ponevano resistenza e sottomettendo gli altri. Ora che era riuscito a riunire un notevole numero di villaggi e a formare un esercito potente, si presentava un grosso problema. Ormai il territorio al centro delle Ande era stato depredato e iniziava a serpeggiare fra il popolo un pericoloso malumore dovuto alla scarsità di cibo e all’innato desiderio dei guerrieri di riversarsi in battaglia e di saccheggiare.
Gli esploratori, che il capo aveva inviato in ogni direzione, erano tornati riferendo di una ricca civiltà che prosperava nelle lontane pianure a sud.
L’opportunità di una nuova e importante conquista appariva ghiotta, ma le sue spie l’avevano messo in guardia. La ricca città sembrava ben difesa da un buon esercito e da imponenti fortificazioni.
Jontarak aveva subito accantonato il primo impulso, ritenendo che un attacco spavaldo contro quel formidabile popolo avrebbe provocato una disfatta colossale, ma ora il problema della sopravvivenza si faceva di giorno in giorno più assillante e l’inquietudine si stava insinuando fra le fila degli uomini.
Il condottiero decise quindi di riunire i generali per studiare le possibilità di conquistare la città di Cahuachi.
Dopo lunghe discussioni e valutati tutti gli aspetti e le difficoltà di una nuova campagna militare tanto impegnativa, il consiglio dei capi approntò un piano scrupolosamente meditato.
Furono inviati nuovi esploratori camuffati da pastori nomadi a osservare il nemico e a individuarne gli eventuali punti deboli.
Uno dei prescelti fu Awqayoc, il giovane principe figlio del gran capo, che aveva dimostrato di possedere buone abilità, sia nel campo della diplomazia, sia come osservatore.
Nel frattempo, i capi militari cercarono di dare ordine alla massa disordinata dei guerrieri, addestrandoli per gruppi omogenei.
Da una parte gli abili frombolieri che erano in grado di lanciare insidiosi dardi da distanze impressionanti. Da un’altra i pastori esperti nell’utilizzazione della ”liwi”, il micidiale strumento formato da tre robuste corde di cuoio intrecciato e appesantite alle estremità da pietre arrotondate. Era questo l’utensile impiegato dalle popolazioni nomadi per immobilizzare gli animali e che, usato con maestria, risultava formidabile anche contro le schiere nemiche.
Un altro contingente era composto da guerrieri provvisti di grosse mazze che, con un sol colpo, riuscivano a spaccare i crani degli avversari.
Il fiore all’occhiello, tuttavia, era rappresentato dagli audaci incursori, giovani guerrieri agilissimi e veloci, armati di leggere e corte spade di ossidiana. Essi avevano il compito di penetrare nelle fila nemiche, coperti dalla nutrita artiglieria dei frombolieri, per portare rapidi attacchi in successione, colpendo e arretrando in continuazione e impedendo, in tal modo, al nemico di organizzarsi.
L’avversario, bersagliato dalle migliaia di pietre che gli cadevano sulla testa, si trovava improvvisamente di fronte alla carica mortale di questi impavidi guerrieri che, prima che il nemico potesse rendersene conto, colpivano con violenza e rapidi indietreggiavano, mentre riprendeva inesorabile la scarica di proiettili dal cielo.
Suddivisi in numerosi piccoli gruppi, gli esploratori avanzarono lenti da direzioni diverse.
A mano a mano che procedevano, essi incontravano i segni inconfondibili di una civiltà progredita.
I sentieri che conducevano alla capitale erano ben tenuti e pavimentati con grosse pietre squadrate.
Ogni tanto, piccole costruzioni in mattoni di terra e paglia permettevano ai viandanti di sostare e di far riposare il bestiame nei recinti predisposti al proposito.
Mercanti dai ricchi vestiti percorrevano numerosi quelle strade, diretti o provenienti da Cahuachi e la gente più umile era costretta a cedere loro il passo ogni volta che li incrociavano. Piccoli chioschi, posti a distanze convenienti gli uni dagli altri, offrivano ai viaggiatori giare di birra e pannocchie di mais abbrustolite.
Lungo una di queste vie s’incamminò anche Awqayoc con il suo sparuto seguito di lama carichi di semplici stoffe intessute.
“Ehi, ragazzo, scosta di là le tue bestie e fammi passare”, urlò con voce tonante un mercante vestito sontuosamente. Il cappello a quattro punte e i fini abiti ricamati indicavano che l’uomo proveniva dal sud, dalla città delle terre umide e il carico trasportato da superbi lama ben curati e adornati da drappeggi multicolori lo identificava come uno dei ricchi commercianti che facevano la spola fra il mare e l’entroterra.
L’addome pingue e le mascelle cascanti rivelavano che la persona conduceva una vita di agi, ma la sua andatura fiera e sicura contrastava con l’apparente mollezza del fisico.
Le gambe del ricco viaggiatore erano forti e gli permettevano di proseguire spedito senza stancarsi per giorni e giorni.
I servitori al suo seguito, vestiti in maniera impeccabile, badavano che le merci si mantenessero in equilibrio sul dorso delle decine di lama che camminavano in file ordinate.
Grosse zucche e varie qualità di frutta pendevano dalle sacche degli animali di testa, mentre gli altri trasportavano enormi conchiglie, molluschi, pesci essiccati e salati, utensili e molti altri prodotti destinati a essere scambiati nei grandi mercati di Cahuachi.
Awqayoc si voltò di scatto verso il suo interlocutore, afferrando al tempo stesso il manico del coltello che teneva nascosto sotto le vesti. Il principe, tuttavia, ebbe la prontezza di spirito di trattenere l’impeto, rammentando il compito che l’attendeva. Con rispetto, il giovane rivolse un inchino e un sorriso accondiscendente all’uomo più anziano e ordinò ai suoi aiutanti di fare strada.
Qeso, il mercante, apprezzò il gesto e la sua indole gioviale lo costrinse a fermarsi e ad abbracciare paternamente il pastore. “Giovanotto”, rombò il commerciante, “tu sei nuovo di qui, è vero? Da dove vieni?”
“Dalle terre del nord, signore”, rispose il principe, “e questo è il mio primo viaggio. Voglio imparare la nobile arte del commercio e conoscere il mondo. La mia famiglia non possiede ricchezze e al villaggio la gente sopravvive a fatica. Mio padre mi ha inviato quaggiù per osservare i grandi uomini d’affari come te e per apprendere da loro i segreti per prosperare. Quando avrò osservato a sufficienza e imparato la tua arte, mio nobile mercante, potrò forse tornare al mio paese per aiutare il popolo a migliorare la propria vita”.
“Ah, ah, ah”, rise compiaciuto Qeso, colpendo con una manata bonaria le spalle del ragazzo, “così mi piace. Ci vuole umiltà per imparare il mio mestiere. Vieni, fermiamoci fino a domattina nell’accampamento laggiù e ti insegnerò io le prime importanti nozioni per diventare un valido affarista. Mi sei simpatico e credo proprio che ti prenderò con me”.
Awqayoc non osava quasi credere a tanta fortuna.
Era proprio quello che ci voleva. Fungere da apprendista di un uomo affermato e certo rispettato da tutti, gli avrebbe permesso di portare a termine il suo incarico senza dare nell’occhio e avrebbe potuto rivolgere ogni tipo di domanda a chiunque senza destare sospetti.
Il principe seguì, quindi, di buon grado la sua grassa guida, ordinando ai compagni di unire i propri animali a quelli del mercante.
“No, no, fermi!”, ordinò il commerciante.
“Questa è la prima lezione. Non lasciare mai che bestie come le tue, così sporche e mal tenute, si uniscano a una carovana elegante. L’immagine innanzi tutto, per il Grande Puma!”
Così, mentre Qeso e Awqayoc prendevano posto accanto a un fuoco scoppiettante, accompagnati da una grossa giara di birra, pannocchie di mais abbrustolite e da prelibate strisce sottili di carne secca, gli aiutanti, seguendo gli ordini impartiti dal mercante, iniziarono a strigliare con cura la lana degli animali e a renderli presentabili accorciandone il pelo e infiocchettandone le orecchie e le zampe.
Durante la lunga conversazione, il giovane figlio di Jontarak apprese molte notizie interessanti sulla vita della nobile stirpe di Cahuachi e restò affascinato dai racconti del nuovo amico. Awqayoc stentava a credere alle parole di Qeso che gli dipingeva i costumi e la magnificenza della città che stavano per raggiungere e iniziò a rispettare la cultura e la potenza del nemico.
Per alcuni giorni ancora, le due carovane proseguirono assieme verso la meta e per tutto il tragitto il principe assillò il mercante con domande incalzanti, sempre insaziabile di conoscenza.
Qeso rispondeva volentieri, soddisfatto della volontà di imparare del discepolo al quale si stava affezionando come a un figlio.
Finalmente, i viandanti giunsero nei pressi della maestosa città quando ormai il sole stava calando, nascondendosi dietro le colline.
I colori del tramonto donavano uno splendore incantevole al paesaggio e, mentre le sottili lame della luce ormai fioca si insinuavano fra i templi accarezzando i palazzi e le piazze, Awqayoc si accorse di trattenere il respiro, vinto dalla bellezza divina di Cahuachi.
Si accamparono fuori dalle enormi mura che proteggevano il centro, ricavandosi uno spazio fra le centinaia di altre carovane che occupavano la pianura.
Quella notte il principe non riuscì a dormire e rimase a osservare il cielo infinito e la splendida luna piena che contribuiva a far brillare la città di una luce mistica.
I giorni successivi furono occupati da una frenetica attività che non permise all’esploratore wari di controllare le fortificazioni e l’apparato militare del nemico, ma che gli fu forse ancora più utile, perché gli diede l’occasione di conoscere l’anima di Cahuachi.
Qeso non lo lasciava un momento, coinvolgendolo in ogni suo affare e insegnandogli con pazienza l’arte del mercanteggiare. Ogni mattina, all’alba, i commercianti oltrepassavano la porta che immetteva in città, senza nessun’altra formalità che quella di pronunciare a voce alta il proprio nome e la provenienza, rivolti alle guardie insonnolite.
Le numerose carovane raggiungevano quindi una delle tante piazze del centro dove si esponevano le mercanzie e gli uomini d’affari affidavano gli animali ai servitori e si recavano presso i vari mercati a discutere con i colleghi.
“Non lasciarti ingannare da questi commedianti, figliolo”, sussurrò Qeso all’orecchio del discepolo, “sono capaci di piangere la madre morta dieci anni fa e di giurare miseria pur di suscitare la tua compassione e strapparti fino all’ultimo brandello della veste”.
“Se loro piangono”, proseguì il grasso maestro, “tu piangi di più, tanto vedrai che alla fine della giornata niente cambierà se sarai stato capace di mantenerti fermo nei tuoi propositi. Ti metteranno alla prova sottoponendoti a mille inganni e usando tutte le astuzie per capire se sei degno di entrare nel nostro mondo. Poi, a sera, ti accoglieranno con gioia nella confraternita dei mercanti e festeggeranno il tuo noviziato bevendo e scherzando durante tutta la notte”.
Awqayoc seguì con scrupolo i suggerimenti dell’amico, divertendosi a fingere sdegno e malumore, a piangere e strapparsi i capelli, ad abbandonare improvvisamente le trattative e a riprenderle in modo altrettanto repentino e così proseguì per alcuni giorni, imparando a conoscere l’anima del commercio.
La sera, prima di radunare il proprio seguito e lasciare la città fortificata, imitava i nuovi colleghi inventariando la merce servendosi di cordicelle variopinte che Qeso gli aveva insegnato a usare.
Ogni funicella, dipinta con colori differenti, rappresentava un tipo di mercanzia e su ognuna il giovane guerriero formava una serie di nodi che indicavano le quantità.
Si accorse che il lavoro di commerciante gli piaceva e si confaceva in particolar modo al suo carattere estroverso.
Si ritrovò dopo qualche tempo ad aver scambiato le sue cose con mille altre: vasi di ceramica dipinta, tavolette d’argilla con disegni in rilievo lavorati finemente che rappresentavano le più importanti divinità di Cahuachi, utensili di rame e preziosi coltelli incisi.
La sua povera mercanzia, però, non gli aveva permesso di acquistare le cose che più lo attraevano. Egli, infatti, avrebbe desiderato di possedere almeno uno degli oggetti metallici brillanti come il sole, ma non gli era stato concesso anche se quell’ultimo giorno aveva tentato l’impossibile, piangendo e strappandosi i capelli fin dalla mattina.
Più tardi, Qeso gli aveva spiegato che per acquistare cose come quelle occorrevano molti anni di lavoro e di sacrifici, oltre a grandi quantità di ottimi tessuti e di rare mercanzie da offrire in cambio. Notando, tuttavia, la grande delusione sul volto del principe, il mercante prese il giovane per le spalle e lo condusse in un luogo appartato.
“Hai dimostrato di essere un buon discepolo”, iniziò a parlare con affetto il maestro, “e di seguire i miei consigli. Se continuerai così, presto potrai ottenere ciò che vuoi. Per il momento, comunque, accontentati di quello che hai e accetta questo pegno della mia amicizia”.
Con solennità, il commerciante si staccò dal collo un piccolo monile d’oro e lo appese al petto del giovane.
“Portalo con amore e non separartene mai. Questa è l’immagine del Puma e ti proteggerà finché vivrai”.
Gli occhi di Awqayoc brillarono di commozione e, mentre riceveva il prezioso dono, egli abbracciò forte Qeso, dimenticandosi per un momento che l’uomo più anziano apparteneva al popolo nemico.
Ogni sera, al tramonto, gli stranieri erano costretti ad abbandonare la città e a guadagnare il proprio accampamento oltre le mura. Le porte di Cahuachi rimanevano così chiuse fino al mattino successivo ma, notò il giovane wari, questa era l’unica precauzione presa dai dignitari del tempio.
Ormai anche il suo amico Qeso aveva concluso i propri affari ed entro breve tempo avrebbe ripreso la strada di casa.
Ancora pochi giorni e, dopo la grande festa di Killachay, il giorno della luna, il commerciante sarebbe partito.
Awqayoc comprese quindi di non avere più molto tempo a disposizione se intendeva approfittare dell’influenza del mercante e della confusione dei mercati per portare a termine il proprio compito.
L’indomani, perciò, liberi dalle incombenze degli affari, il principe convinse l’amico a fargli da guida entro le mura della città, esplorando i luoghi meno battuti dagli stranieri, visitando i templi e passeggiando lungo le fortificazioni.
Il giovane si stupì una volta di più della grande organizzazione che regnava in Cahuachi e delle meravigliose opere d’arte che essa conteneva.
I due salirono le ampie terrazze delle piramidi, osservando dall’alto la disposizione delle strade e gli edifici dei guerrieri e ammirando le maestose e ingegnose canalizzazioni che, dalle pianure e dalle colline circostanti, convogliavano le acque nelle campagne e nelle cisterne all’interno della città.
Qeso spiegò al principe che il governo delle acque era sotto il controllo delle Vergini del dio Puma e che esse disponevano con saggezza del prezioso liquido; per tale ragione, occupavano uno dei posti più alti nella gerarchia della società.
Gli amici si avventurarono dentro l’ampia sala del tempio principale, l’unica accessibile ai profani, dove la grande effigie del Puma Alato troneggiava sopra i fedeli e pareva ammonirli.
Il principe rabbrividì, soggiogato dal mistico silenzio che regnava nel santuario e più ancora dall’espressione severa del dio che lo osservava dall’alto, quasi volesse trasmettergli un muto messaggio che non riusciva a comprendere.
Guardando con attenzione, Awqayoc si avvide che alcune lacrime scendevano dagli occhi della divinità, bagnandone le gote e inumidendo il piedistallo piramidale.
“Il pianto del dio rappresenta la pioggia”, spiegò Qeso, “senza la quale la città non sopravvivrebbe. Il popolo di Cahuachi dipende dall’acqua che irriga le coltivazioni e disseta gli uomini. L’autentica preoccupazione di questa gente è di assicurarsi la perenne benevolenza del Puma, l’unico grande signore del mondo e padrone del cielo”.
Il giovane wari annuì all’amico e, rivolgendo un ultimo sguardo all’immagine del dio, si diresse verso l’esterno del tempio.
Aveva trovato la chiave per impossessarsi della città.
I due compagni proseguirono la visita.
Qeso seguitava a parlare guidando il giovane attraverso le piazze e le vie, ma ormai Awqayoc non lo ascoltava più. La sua mente stava lavorando e in breve elaborò un piano efficace. Restava da verificare solo una cosa.
“Vieni, torniamo dagli altri mercanti e beviamo qualche boccale di birra in compagnia”, propose il maturo commerciante.
Ma il principe perseguiva altri scopi.
“Più tardi all’accampamento avremo tutto il tempo di brindare”, rispose il guerriero, “e domani, durante la festa daremo fondo a tutta la riserva di birra delle cantine, ma ora, ti prego, vorrei che mi accompagnassi a visitare la pianura con le sue coltivazioni e gli alberi da frutto. Ti confesso, amico mio, che le tue parole mi hanno affascinato e muoio dalla curiosità di vedere le grandi opere d’ingegneria che imprigionano le acque. Se imparassi l’arte di costruire canali e di trattenere la pioggia, potrei rendere un grande servigio al mio popolo”.
Convinto il compagno, i due s’incamminarono oltre la porta principale, dirigendosi verso la campagna.
Mentre vagavano attraverso i campi coltivati, Awqayoc annotava nella mente l’ubicazione delle grandi cisterne artificiali, calcolando il numero di guardie che presidiavano i piccoli torrioni fortificati a protezione dei pozzi.
Tuttavia il giovane principe intuì che la fiorente civiltà e la grande organizzazione di Cahuachi rappresentavano per la città, al contempo, la sua forza e la sua debolezza. Infatti, i governanti ritenevano che nessun nemico avrebbe avuto l’ardire di attaccare le imponenti mura fortificate pressoché inespugnabili; le guardie, d’altra parte, tenevano facilmente a bada qualsiasi gruppo di sprovveduti balordi che di tanto in tanto percorrevano le campagne rubacchiando qua e là.
Pertanto i dignitari si sentivano sicuri, protetti e invincibili. Ed era proprio questo fatto che aveva colpito l’attenzione di Awqayoc: nella sua mente già vedeva il potente impero sgretolarsi e cadere al suolo come un gigante dai piedi d’argilla.
Il guerriero aveva individuato molti segnali che gli indicavano che la città si era adagiata sulla propria fama di luogo di culto e di grande potenza e il suo popolo si stava rammollendo, cullandosi nella nomea di invincibilità che circondava Cahuachi. Le stesse poche guardie, che occupavano i presidi presso le preziose cisterne d’acqua, apparivano distratte e attente più che altro a svuotare innumerevoli boccali di birra.
”Anche l’esercito non deve essere gran cosa”, pensò il barbaro. “Poche caserme semivuote all’interno delle mura e sentinelle annoiate a guardia delle porte. L’unica preoccupazione sono i due grandi accampamenti che ho intravisto dalla piramide. Dei due, solo quello a nord, oltre le coltivazioni, pare efficiente mentre l’altro, a meridione, sembra quasi abbandonato. Devo trovare il modo di dare un’occhiata più da vicino”.
La sera, presso il bivacco dei commercianti, gli amici si unirono agli altri mercanti che bevevano attorno al fuoco raccontandosi aneddoti spiritosi.
I fumi dell’alcol rendevano loquaci i commensali che parlavano a briglia sciolta.
Awqayoc approfittò dell’occasione per strappare ai compagni indicazioni utili al suo piano. Si informò sulla storia recente di Cahuachi, sulle ultime battaglie contro predoni occasionali e sulle tecniche militari che avevano permesso all’esercito di sgominare gli avversari.
Chiese agli amici di parlargli delle mitiche Vergini del Puma e della festa dell’indomani, quando tutto il popolo si sarebbe riversato nelle piazze ad adorare le divinità, a ballare e bere durante tutto il giorno, fino a che, la sera, fosse spuntata Killa, la luna. Allora tutti avrebbero intonato un inno in suo onore e grossi lama sarebbero stati sacrificati e poi arrostiti per il grande banchetto notturno. Solo poche persone non avrebbero partecipato alle libagioni: il gran sacerdote, che con i discepoli sarebbe salito sulla terrazza più alta del tempio a parlare con l’astro, e alcuni contingenti di armigeri, costretti a guardia delle mura e degli accampamenti militari.
Infine, il giovane apprese la notizia più interessante. Entro poco più di due mesi, si sarebbe svolta la più grande festa dell’anno, quella in onore del Puma Alato, l’evento più atteso dal popolo di Cahuachi.
“E anche da Wari”, ridacchiò fra sé il principe.
La notte successiva, mentre fiumi di birra scorrevano irrefrenabili nelle gole della gente, Awqayoc si allontanò furtivo dalla festa. Ordinò a due suoi compagni di recarsi a spiare l’accampamento militare a sud della città e scivolò agile fuori dalle mura, attraverso la porta principale, sempre aperta e poco sorvegliata durante le festività.
Non ebbe difficoltà a coprire la distanza che lo separava dai quartieri dell’esercito.
La notte era illuminata dalla luna e la sorveglianza quasi inesistente. Il giovane si avvicinò cauto all’accampamento e si prese tutto il tempo sufficiente a farsi un’idea chiara della situazione.
Oltre un migliaio di guerrieri bene armati, forse duemila, occupavano la grande area, ma anche qui regnava la confusione e i militari festeggiavano con abbondanti bevute ridendo sguaiati.
Awqayoc osservò per alcune ore, annotando ogni indicazione utile e sorrise compiaciuto fra sé quando si avvide che in varie zone del campo molte giovani e frivole donne intrattenevano gli uomini della guarnigione, contribuendo non poco ad allentare la sorveglianza.
Quando gli parve di aver visto abbastanza, il principe ritornò in città e si riunì a Qeso e agli altri mercanti che, ubriachi, non avevano notato la sua assenza.
“Ti aspetto a Moquegua”, disse il grasso mercante abbracciando Awqayoc.
La sua carovana di lama carichi di mercanzie aveva già iniziato a muoversi lungo la strada della costa.
Qeso aveva spiegato all’amico che i suoi traffici l’avrebbero ora condotto verso casa e, di lì, alla santa città del grande lago. Awqayoc aveva appreso molte notizie interessanti sulla mitica Tiwanaku e, a mano a mano che l’amico gli parlava della sua magnificenza e dello splendore dei suoi palazzi, il principe aveva iniziato a sognare nuove conquiste.
Così, il barbaro aveva ipotizzato a Qeso un viaggio alla città delle terre umide per allargare le sue conoscenze e i suoi commerci. L’esperto mercante accolse con gioia la proposta e invitò il giovane a visitare la sua città e poi, chissà, a proseguire insieme verso Tiwanaku.
Mentre la carovana dell’amico si perdeva fra la polvere, Awqayoc provò un moto di commozione, subito scacciato con decisione. Radunati i suoi uomini, anche il principe abbandonò la pianura di Cahuachi, percorrendo a tappe forzate la strada verso casa.
Due mesi più tardi
Il suono stridulo e acuto di cento conchiglie svegliò di soprassalto l’esercito di Cahuachi accampato nella pianura.
Durante la notte erano giunti in città messaggeri trafelati, recando notizie terribili. Un impressionante contingente di truppe barbare stava calando dal nord, saccheggiando e distruggendo ogni cosa al suo passaggio.
La settimana di festa in onore del Puma Alato era in pieno svolgimento e la notizia delle devastazioni colse il popolo di sorpresa nel bel mezzo dei festeggiamenti.
I guerrieri abbandonarono i giacigli in fretta, per quanto consentivano loro le gambe malferme e le teste pesanti a causa delle abbondanti bevute di alcol.
Il nemico non avrebbe potuto scegliere un momento migliore per sferrare l’attacco, approfittando dell’impreparazione e del caos generale.
Ordini frenetici sibilavano nell’aria mentre i comandanti, a fatica, cercavano di portare ordine fra le fila impaurite dei soldati.
Dalle colline lontane, intanto, si espandeva nelle campagne l’urlo di guerra dei barbari, seguito dal suono selvaggio delle armi che percuotevano gli scudi.
Jontarak incitava i frombolieri e i mazzieri a terrorizzare il nemico con alti ululati, impedendo al contempo ai suoi uomini di gettarsi in avanti.
Il piano di battaglia era stato studiato con cura. Occorreva lasciare all’avversario il tempo di organizzare i reparti e di contrattaccare.
L’attenzione del nemico doveva rimanere concentrata sull’imponente linea scura dei wari che danzavano di fronte. Nascosti dietro le dune di terra, ai lati attendevano i lanciatori di liwi che, al momento opportuno, avrebbero fatto scattare la trappola, uscendo allo scoperto e immobilizzando gran parte dell’esercito avversario con il loro tiro incrociato.
Allo stesso tempo, le fionde avrebbero iniziato a colpire senza tregua le schiere degli attaccanti, subito seguite dalla carica dei veloci incursori. Poi, i mazzieri avrebbero compiuto l’opera. Intanto Awqayoc, scortato da un adeguato numero di audaci guerrieri, avrebbe aggredito i presidi a guardia dei pozzi.
Secondo i calcoli del principe, il compito sarebbe stato abbastanza agevole, facilitato dalla sicura distrazione delle guardie, impegnate a osservare l’evolversi della battaglia nella pianura.
Con rapidità il giovane figlio di Jontarak guidò i suoi uomini contro il primo torrione, sorprendendo i pochi difensori e trucidandoli senza pietà. In poco tempo il commando s’impadronì di tutti i fortini, lasciando dietro di sé un’impressionante scia di sangue e impossessandosi, di fatto, della principale fonte di vita di Cahuachi.
I calcoli dei generali wari si rivelarono ben presto esatti e lo sventurato esercito della città del Puma, decimato e umiliato, dovette ritirarsi entro le mura, mentre i feroci barbari devastavano le coltivazioni, imprigionando quanti riuscivano a catturare.
Durante tutta la notte i fuochi dei bivacchi tremolarono sinistramente attorno alle mura della città e le grida selvagge dei barbari ubriachi echeggiarono nell’aria aumentando lo sconforto nell’impaurito popolo di Cahuachi.
Quando un sole brillante spuntò da dietro le colline, i difensori ammutolirono osservando l’orrido spettacolo che si stava consumando nella pianura.
Nudi e mutilati, i prigionieri circondavano l’intera cinta muraria, impalati sulle aguzze aste dei wari conficcate nel terreno. Ancora vivi, gli sfortunati uomini agonizzavano con gli occhi rivolti alla loro città in cerca di un impossibile aiuto.
L’ambasceria degli invasori si avvicinò all’entrata principale di Cahuachi chiedendo la resa incondizionata.
I dignitari del Puma rifiutarono sdegnati la proposta nemica, ma ormai il loro destino appariva segnato.
Awqayoc ordinò ai suoi uomini di interrompere il flusso di acqua verso il centro abitato: ancora poco tempo, qualche giorno al massimo, e la sete e il calore del sole avrebbero avuto la meglio, donando una facile vittoria agli uomini del nord.
E quando alla fine la città dovette arrendersi, solo la riconosciuta autorità del principe, che aveva vissuto giorni felici a Cahuachi imparando ad apprezzarne la cultura e i costumi, riuscì in parte a salvare la città dalla completa distruzione.
La prima ondata di guerrieri wari si riversò attraverso le piazze e lungo le vie, saccheggiando, uccidendo e violentando, ma Awqayoc, seguito dalle sue guardie scelte, pur con difficoltà riuscì a frenare l’impeto barbaro, approntando un’efficace linea difensiva attorno all’area dei templi principali.
I primi giorni furono terribili per il popolo del Puma, ma poi le cose si normalizzarono.
Jontarak e il consiglio dei capi compresero che la distruzione della città non avrebbe giovato a nessuno e seguirono le indicazioni del nobile Awqayoc del quale rispettavano l’ingegno e la lungimiranza.
Seguì un periodo burrascoso e complicato durante il quale il principe rivestì l’importante ruolo di mediatore e alla fine il suo lavoro ottenne il successo sperato.
Il popolo di Cahuachi avrebbe mantenuto la propria religione e i propri costumi, governato dagli antichi dignitari affiancati dai comandanti wari.
Ripresero i commerci, ora però rivolti verso il nord e la città dei barbari, la cui civiltà prese a fiorire sotto l’impulso degli esperti ingegneri cahuachi.
Anche le colture e i canali di irrigazione della pianura del Puma furono ripristinati e le tecniche di coltivazione furono esportate pure a Wari.
Ma il compito di Awqayoc non era terminato.
“Padre”, prese la parola Awqayoc davanti al consiglio dei guerrieri radunato nella sala delle udienze di Wari, “abbiamo sottomesso le tribù del nord e i popoli della costa occidentale; nulla abbiamo da temere dalle terre dove sorge il sole e a sud, fino alla città di Cahuachi, il nostro dominio non conosce ostacoli. Abbiamo costruito fortificazioni importanti a guardia dei valichi della cordigliera e abbiamo costituito un impero potente. Ma non è sufficiente”.
Con calma studiata, il principe sospese il discorso, lasciando che le proprie parole facessero breccia nelle teste dei presenti.
Egli temeva che il suo popolo, sazio di conquiste e impigrito dall’ozio e dalla prosperità, commettesse lo stesso errore di Cahuachi.
“Cos’hai in mente, figlio?”, lo interrogò Jontarak.
Schiarendosi la gola, il guerriero si alzò dal sedile di pietra e percorse il perimetro della sala, fissando negli occhi ognuno dei consiglieri.
“Gli esploratori ci riferiscono movimenti di truppe nel lontano sud”, proseguì Awqayoc, “A meridione, la città del grande lago si sta preparando alla guerra. Non v’è alcun dubbio, ormai, che Tiwanaku intenda riprendersi Cahuachi. Il suo esercito confida nella nostra mollezza per attaccarci all’improvviso e distruggerci. Se noi continueremo a cullarci nel ricordo della nostra potenza passata, per il nemico sarà facile sopraffarci e, dopo Cahuachi, sarà Wari stessa a cadere. La nostra civiltà perirà miseramente e il popolo tornerà a vagare fra le alte valli, di nuovo povero, ancora una volta costretto a combattere per guadagnarsi il cibo”.
“Cosa proponi?”, chiese Jontarak.
Spostandosi verso la lama di luce che penetrava dalla porta, il principe alzò i pugni, facendo guizzare i forti muscoli del petto.
“Io dico che non avremo pace fino a che esisterà un solo nemico a minacciare l’impero. Io dico”, continuò Awqayoc alzando il tono della voce, “che i guerrieri devono ritrovare il gusto della vittoria e riacquistare la sete di sangue. Io dico che le orde devono riversarsi nuovamente in battaglia, eliminando senza pietà chiunque minacci il nostro potere”.
“Prima che sia troppo tardi”, aggiunse teatralmente il guerriero.
Un brusio inquieto percorse la sala, dapprima sommesso, poi sempre più alto, fino a divenire un boato.
I consiglieri si levarono all’unisono acclamando, convinti ed entusiasti dell’arringa del principe.
“Così sia.” Intervenne Jontarak, tacitando l’assemblea, “Awqayoc studierà il piano migliore e guiderà l’esercito verso la gloria. Distruggeremo Tiwanaku e ogni altro popolo che non si sottometterà”.
“Figlio”, proseguì, “non perdiamo altro tempo. Fai quello che è giusto”.
