Una festa andina
Tradizioni di un popolo millenario
Gabriele Poli

Sul far della sera, il dolce suono della quena –il flauto andino- percorre la stretta valle allungata ai piedi di montagne innevate.
Il quieto villaggio si scuote; donne dalle larghe gonne a più strati si affrettano, cariche di bimbi, verso la piazza principale. Gli uomini sono già in chiesa, puliti, pettinati; indossano gli abiti migliori, per l’occasione adornati da lustrini e nastri di mille colori.
La fiesta sta per iniziare. Il prete è arrivato da lontano. Quanto costeranno ai mayordomos, gli organizzatori della cerimonia, le spese per il suo viaggio! E quanto costeranno i cibi, le birre, la chicha e l’ingaggio dei musicanti! Non importa; oggi è la festa della Santa Patrona.
La chiesa è gremita, la folla ondeggia sulla scalinata del tempio, sulla piazza. Quando inizia la processione, i fedeli si inginocchiano, pregano la Vergine e inviano un bacio agli Apu.
La statua della Madonna percorre le strade di ciottoli; mille persone l’invocano. Ma ora la Santa è tornata al suo posto, dietro all’altare.
È il momento di ringraziare le divinità andine: gli Apu, la Pachamama, Illapa, Inti. Il primo sorso di aguardiente, le prime gocce di chicha e di birra sono per loro.
I canti religiosi sono dimenticati; il charango, la quena, il sicuri intonano allegre melodie. Si balla fino all’alba, per le strade, nelle case, dentro ai cortili; si mangia e si beve, di più, sempre di più, fino a cadere.
Tre persone si abbracciano e si giurano eterna amicizia; all’angolo, due ubriachi si azzuffano, un altro urina più in là.
Il curandero, lo sciamano del villaggio, termina il rito propiziatorio con offerte agli dei andini e al Dio cattolico. Ora può unirsi alla festa; dalla chuspa appesa al collo estrae morbide foglie di coca, le appallottola racchiudendo la llipta, mastica piano. Un sorso di cañazo, il forte liquore di canna.
A ballare, ora.
