SECONDA PARTE: DA LIMA AL NORD
Gabriele Poli

Ricominciamo a sobbalzare per la strada in cattive condizioni verso Pomachaca e quindi Huari, il capoluogo provinciale, fondato dal viceré di Spagna Toledo nel 1572. Lungo la valle di Conchucos transitava il Capac Ñan, il cammino inca che collegava Quito, Cajamarca e Cusco.
Huari è un bel villaggio che conserva ancora l’architettura coloniale; i suoi abitanti sono chiamati “Mangia gatti”, forse anche perché la fontana della piazza principale è adornata da piccoli felini di bronzo.
Altre tre ore ed entriamo a Chacas, dove il padre salesiano Ugo de Censi, assieme ai volontari dell’Organizzazione Mato Grosso, ha operato un piccolo miracolo. I balconi delle case affacciate sulla piazza principale, la porta della chiesa, il suo coro e l’altare sono opere d’arte di legno intagliato dagli artigiani della Scuola Laboratorio Don Bosco, dalla quale escono mobili pregiati, esportati anche in Italia. L’ospedale è un vero gioiello provvisto delle migliori apparecchiature mediche di tutto il dipartimento di Ancash; qui operano anche medici e infermieri italiani. L’opera salesiana rappresenta una benedizione per i villaggi della zona e per la popolazione tutta, non più costretta ad emigrare per sopravvivere.
Il nostro viaggio prosegue, allietato dal volo di condor e anatre silvestri, intanto che mandrie di alpaca ci osservano al passaggio. Davanti a noi si staglia la maestosa figura dello Huascarán, la montagna assassina; la strada sale ancora una volta fra pareti di neve e s’inerpica sino a Punta Olimpica, a oltre 5.000 metri di altitudine. Siamo circondati dalle vette superbe della Cordigliera Blanca, mentre lasciamo il Callejón de Conchucos per rientrare nella Valle di Huaylas, fra neve e ginestre dal colore giallo intenso. Di qui passava la via secondaria del Gran Cammino Inca, percorsa da Francisco Pizarro durante il suo viaggio da Cajamarca a Cusco e qui vicino si verificò anche un terribile cataclisma, l’orribile terremoto che, nel 1970, distrusse la città di Yungay, seppellendo case e palazzi e uccidendo più di 20.000 persone.
Attraverso il Cañon del Pato, bello e pericoloso, ci dirigiamo verso la costa del Pacifico e il centro archeologico di Sechín.
La temperatura sale, mentre entriamo nel deserto costiero. Tutto il litorale peruviano è un’immensa distesa desertica, solo inframmezzata, di tanto in tanto, da piccole oasi formate dai pochi e brevi fiumi che scendono dal versante occidentale delle Ande.
Lungo la pianura arida, incontriamo le rovine di una delle più antiche civiltà, Sechín, di epoca forse antecedente quella di Chavín de Huántar. La zona archeologica si estende su di un’area di 50.000 metri quadrati, a soli dieci chilometri dall’oceano Pacifico. Il tempio di Cerro Sechín è particolare; presenta una lunga facciata costituita da pietre sulle quali sono riprodotte figure di guerrieri che sembrano procedere in processione con la testa di profilo e il corpo di fronte. Ciò che è rappresentato desta raccapriccio: i personaggi, dalla testa rapata e coronata da copricapo trapezoidali, sostengono un’arma o uno scettro; le loro bocche sono socchiuse, gli occhi minacciosi che escono dalle orbite, simili alle cabezas clavas di Chavín. Ai loro piedi, o di fianco, resti umani sezionati; braccia, teste, gambe, vertebre e viscere che fanno pensare a cruenti sacrifici umani o a duelli rituali.
Il problema più importante da risolvere per la popolazione era quello dell’approvvigionamento idrico, infatti, la divinità principale era lo spirito dell’acqua dai lineamenti felini, il dio che donava speranza e garantiva la sopravvivenza.
La nostra prossima meta è una bella città coloniale, fondata dagli spagnoli, il cui nome rende omaggio al comandante Francisco Pizarro, nativo dell’ispanica Trujillo, in Estremadura.
Giungiamo a Trujillo che è già sera, ma la città ci accoglie con l’allegria della sua gente, i locali che invitano alla festa e al ballo; ne approfittiamo e trascorriamo la notte fra danze e brindisi, integrandoci facilmente con la gente del luogo. Il centro è grazioso, pur se brulicante di taxi e motori assordanti; Trujillo sorge a pochi chilometri di distanza dal mare, in una località che ospitò due fra le più importanti culture preispaniche del Perù, la Moche e la Chimú.
Il regno di Chimor, o Chimú, conobbe il maggior splendore attorno all’800 d.C. ed estese la propria influenza fino al confine con l’odierno Ecuador, a nord, a Lima, verso sud e a Cajamarca e Huamachuco, sulle Ande.
Nel 1425, il principe Tupac Yupanqui, futuro imperatore inca, la conquistò quasi senza colpo ferire, semplicemente ostruendo l’ammirevole acquedotto –ancora oggi in parte funzionante- che dalle montagne della Sierra riforniva d’acqua la capitale Chan Chan.
Una breve corsa in automobile, verso il mare, è sufficiente per giungere alle rovine di quella che è probabilmente la più grande città d’argilla dell’antichità, Chan Chan, che comprende un centro amministrativo di sei chilometri quadrati; alla periferia e in un’area di 19 chilometri quadrati, abitavano gli artigiani e i commercianti.
Il recinto principale comprendeva dieci complessi e poteva ospitare sino a 200.000 abitanti. Ogni complesso corrispondeva alla residenza di un re ed era composto da sale, depositi, cisterne per l’acqua, terrazze, vie e tombe. Fintanto che erano in vita, i sovrani occupavano il proprio palazzo e, alla loro morte, i corpi erano sepolti sotto una piattaforma piramidale che fungeva da santuario, impreziosito da oggetti d’oro e d’argento finemente lavorati, ceramiche, tessuti, mantelli, armi. Con ogni probabilità, il regno di Chimor nacque dalla sintesi evolutiva delle antecedenti civiltà Tiahuanaco-Wari e Moche. I Chimú costruirono un complesso sistema di fortezze e strade, estraevano oro, argento e rame ed erano abili artigiani cesellatori, tanto che, dopo la conquista inca, molti di questi artisti furono trasferiti a Cusco per contribuire alla costruzione del Tempio del Sole e, in particolare, a creare le statue d’oro che abbellivano il recinto sacro, o Coricancha.
Il sistema sociale era rigorosamente gerarchico, con un potente gruppo dirigente, una casta sacerdotale esperta nell’osservazione dei corpi celesti e le classi artigiane e contadine. Nonostante le costruzioni di Chan Chan siano tutte d’argilla, il complesso archeologico esiste ancora, grazie al clima arido e alle scarsissime precipitazioni.
Ancora pochi chilometri e l’oceano Pacifico si apre ai nostri occhi, solcato da abili pescatori che, su barchette di giunco (caballitos de tortora), sfidano le onde. È l’occasione per goderci il panorama e la brezza dolce che asciuga il sudore, seduti sulla veranda di uno dei tanti piccoli ristoranti di Huanchaco. Una scorpacciata di ottimo pesce e di favolosi granchi, innaffiati da un eccellente Tacama Blanco, e siamo pronti a inoltrarci nella campagna trujillana, per il primo approccio con la misteriosa civiltà Mochica (100 a.C.-700 d.C.).
La strada attraversa campi di mais e frutteti che parlano di una terra fertile, ma è solo illusione perché sempre più spesso gli agricoltori svendono le proprie terre, a causa della grave crisi economica, a fabbricanti di mattoni e agli imprenditori edili che speculano sulla crescente necessità abitativa dei cittadini di Trujillo.
Mezza diroccata, si erge a lato della via la Huaca del Sol; dell’imponente edificio mochica rimane in piedi solo la terza parte. Alcuni anni dopo la fondazione della città spagnola, gli invasori deviarono il corso del fiume Moche per scavare il basamento della piramide e profanare le ricche tombe dei nobili moche. Il saccheggio fu di enorme portata e ancora decine d’anni più tardi la zona continuava a essere invasa da cercatori d’oro e tombaroli.
La Huaca del Sol si estendeva per oltre 55.000 metri quadrati ed era alta 30 metri. Assieme alla Huaca della Luna, costituiva l’epicentro della cultura mochica, della quale quasi nulla si seppe sino al 1987, quando la scoperta della ricca tomba del Señor de Sipán, a Lambayeque, dei murali del complesso archeologico di Huaca Prieta, con El Brujo e Cao Viejo, nella valle di Chicama e gli studi sulla Huaca della Luna fornirono importanti indicazioni per ricostruire la storia di una delle più misteriose e interessanti culture del mondo antico.
Superata la Huaca del Sol, che non è possibile visitare, entriamo nel vasto recinto ai piedi della Huaca della Luna, alle falde del Cerro Blanco, che occupa un’area lunga 290 e larga 210 metri. Le piramidi del Sol e della Luna sono disposte l’una di fronte all’altra e rappresentano, la prima il centro amministrativo e la seconda quello cerimoniale. La Huaca della Luna è composta di tre piattaforme successive, con ampi spiazzi cerimoniali, collegate da rampe e abbellite da muri affrescati e decorati con fregi. Nella prima piattaforma, al livello inferiore, interessanti bassorilievi a forma di rombo raffigurano la divinità principale, il Degollador, decapitatore, dai tratti felini e arricchito di serpenti rappresentanti l’acqua che irriga la campagna. La piramide, infatti, fu il tempio principale dei Moche, centro del potere religioso, luogo di culto propiziatorio della fertilità agricola.
Le ceramiche e i bassorilievi moche sono libri dai quali è possibile apprendere buona parte delle tradizioni e dei costumi di questo antico popolo. Nei vasi e nelle bottiglie panciute, i moche rappresentavano la quotidianità, i mestieri e la sessualità, mentre dai bassorilievi, ma pure dalle ceramiche, siamo in grado di comprendere come si svolgevano i riti più terribili, i sacrifici umani.
In uno dei recinti superiori della Huaca della Luna furono disseppelliti i corpi di 42 giovani sacrificati, forse un’esecuzione di massa, in relazione al Fenomeno del Niño. Esistevano, infatti, sacrifici propiziatori ai fini della fertilità agricola e di esorcismo delle calamità naturali, ma anche in onore di qualche principe o per la morte di un dignitario.
I Moche erano divisi in signorie, ognuna delle quali era retta da un principe e, sebbene gli abitanti di questa sorta di feudi fossero fratelli di sangue, periodicamente venivano organizzati scontri armati fra i campioni dei vari principati. I combattimenti avvenivano in un clima di festa, con il popolo assiepato attorno ai due contendenti, con suoni, grida e incitamenti. I campioni, esaltati dagli allucinogeni, si confrontavano l’un l’altro con ardore, combattendo fintanto che uno dei due non subiva una ferita sufficientemente grave da impedirgli di proseguire il singolar tenzone. A quel punto, i sacerdoti infliggevano al malcapitato una bastonata sulla narice per provocare una copiosa emorragia. Il sangue del vinto fecondava la terra e, in parte, era bevuto dal vincitore e dai religiosi. Spogliato del tutto, lo sconfitto era trascinato, legato per il collo, sino alla sommità del tempio dove immediatamente, o a distanza di giorni, veniva sgozzato. In una parete della piramide, recentemente sono stati scoperti alcuni bassorilievi raffiguranti ragni e ragnatele che rappresentano le corde con le quali i guerrieri vinti erano trascinati verso la meta finale.
Visitare Huaca Prieta non è impresa da poco; pur se a soli sessanta chilometri da Trujillo, la strada è priva di indicazioni e solo con l’aiuto di una guida locale riusciamo a giungere a destinazione. Attraversiamo infinite distese di canna da zucchero, ottima per la preparazione del famoso Rum Cartavio, mangiamo polvere e grondiamo sudore per il gran caldo che imperversa nella regione, ma alla fine, in vista del mare, ammiriamo le imponenti antiche costruzioni piramidali. Huaca Prieta, Huaca Cao Viejo e Huaca El Brujo (brujo significa stregone) sono tutti templi poco conosciuti. Quest’ultimo, fino a pochi anni orsono, era molto temuto dagli abitanti della zona perché qui gli sciamani di magia nera operavano i propri sortilegi. Ora, tuttavia, gli archeologi hanno allontanato gli stregoni e in questa piramide stanno tornando alla luce preziosi alto e bassorilievi che raccontano la storia di un popolo antico di 5.000 anni, antecedente i moche. Il Brujo fu un centro cerimoniale molto importante e, dopo l’occupazione mochica, divenne la capitale della valle di Chicama.
Vicine l’una all’altra, Cao Viejo e El Brujo furono due templi dedicati a Aiapaec e a Chicopaec, le due principali divinità. Simile al Decapitatore, Aiapaec rappresentava la riproduzione, mentre Chicopaec era il dio dedito alla tutela delle tradizioni e delle origini. Anche qui i sacrifici umani e i duelli erano parte integrante dei riti religiosi.
Visitare questi luoghi significa immergersi nella magia di un mondo sconosciuto e ammirare disegni che pochi occhi umani hanno visto sinora, anche se gli scavi sono tuttora in corso e gli archeologi, giustamente gelosi, non permettono al visitatore di girare a proprio piacimento fra le rovine.
Non si conosce il motivo della decadenza dei templi e di questa civiltà, ma gli studiosi hanno accertato che El Brujo fu abbandonato in tutta fretta, forse a causa di un violento Fenomeno del Niño.
Poche ore di bella strada asfaltata e giungiamo a Chiclayo, città moderna e poco interessante, se si eccettua il mercato degli “stregoni” dove bancarelle colme di ogni tipo di amuleti, pozioni, misture e preparazioni varie destano curiosità. A breve distanza, tuttavia, sorge la cittadina di Lambayeque, nei pressi della quale fu scoperta, nel 1987, la tomba più famosa d’America, paragonabile per ricchezza a quella di Tutankamon, in Egitto, il Señor de Sipán.
Grazie alla segnalazione della polizia che aveva recuperato alcuni oggetti d’oro trafugati, l’archeologo Walter Alva scoprì la tomba ancora intatta di un nobile mochica. I primi reperti incontrati dagli archeologi furono oltre 1.000 ceramiche, resti di alimenti, quattro corone di rame, ossi di lama e lo scheletro di un uomo, forse un guerriero a guardia del sepolcro.
Continuando a scavare, gli studiosi incontrarono l’oggetto più bello della tomba, una placca-orecchino circolare in oro e turchesi, oggetto fra i più raffinati della cultura moche. Si tratta di un disco di soli 92 millimetri, bordato di piccole sfere d’oro, al centro del quale vi è una piccola scultura tridimensionale che rappresenta un guerriero moche, vestito con una tunica tempestata di turchesi e adornato di corona, copri narice e una collana lavorata con fili d’oro, probabilmente lo stesso personaggio della tomba, morto a un’età compresa fra i 35 e i 40 anni. La mummia e gli oggetti ritrovati nel sepolcro sono oggi conservati nel nuovo e splendido museo “Tumbas Reales de Sipán”, a Lambayeque. Il tesoro è di valore inestimabile, ma ancora di più lo sono le informazioni che tale scoperta ha permesso di svelare su una delle più eccezionali e meno conosciute civiltà del nostro mondo.






