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Così andò al patibolo l’ultimo re Inca Túpac Amaru

È il 6 maggio 1536.

L’Ombelico del mondo è in fiamme. Migliaia di guerrieri inca circondano la città, penetrano nei quartieri periferici, salgono sopra ai palazzi e appiccano il fuoco ai tetti di paglia.

Gli spagnoli hanno perso la loro baldanza, non sanno che fare; pregano, stretti l’uno all’altro dentro agli edifici che circondano Huacaypata, la piazza principale di Cusco.

Oggi

Dall’alto del tempio fortezza di Sacsayhuaman, in una giornata di sole, osserviamo il panorama della capitale inca sotto di noi. La bella Plaza de Armas, colorata di fiori, si apre al centro del quadro; è grande e impreziosita dalle due chiese più importanti, La Catedral e La Compañia, ma prima dell’arrivo di Pizarro misurava addirittura il doppio ed era molto diversa, come l’intera Cusco. Dove ora sorgono chiese ed edifici coloniali, un tempo vi erano sontuosi palazzi inca, costruiti con solide pietre. Tutto è stato distrutto dagli europei.

1534-1536

Al suo ingresso a Cusco, nel 1534, Pizarro fu accolto con simpatia dal principe Manco, che riconosceva nel comandante spagnolo il vendicatore del fratello Huáscar, ucciso da Atahualpa.

Il capitano generale caldeggiò la sua nomina a imperatore. Ma l’intesa non durò a lungo.

Partito per la costa, dove avrebbe fondato Lima, Pizarro lasciò il sovrano fantoccio in balia dei suoi fratelli Hernando, Gonzalo e Juan.

Per mesi e senza motivo, Manco fu sottoposto a ogni sorta di vessazione; schiaffeggiato e minacciato di morte, dovette pure patire l’onta di vedere violentare le sue donne. Incatenato riuscì a fuggire col cuore gonfio di odio.

Raggiunta la Valle Sacra, il re inca radunò un grosso esercito e si lanciò all’assalto di Cusco; ma i suoi uomini non erano più quei formidabili guerrieri che per secoli avevano dominato la scena del Tahuantinsuyu, l’impero inca. La guerra fratricida aveva falcidiato le truppe e ora le schiere di Manco erano composte da contadini e artigiani. Nonostante questo, nel 1536 gli inca si apprestavano a riconquistare la capitale.

Il fumo saliva a pinnacoli dai palazzi in fiamme e le urla degli assalitori facevano accapponare la pelle agli spagnoli che, ormai, disperavano.

Hernando Pizarro radunò i cavalieri per un’ultima folle carica, la buona sorte arrise agli iberici. Pur subendo perdite considerevoli, gli spagnoli riuscirono a far arretrare il nemico, spingendosi fino a Sacsayhuaman che occuparono dopo una cruenta battaglia.

Incalzato dagli spagnoli ringalluzziti, Manco si asserragliò nella fortezza di Ollantaytambo, al limitare della Valle Sacra, per poi intraprendere il cammino dell’esilio nella foresta.

Per quasi quarant’anni, Manco prima, e i suoi figli Sayri Túpac, Titu Cusi e Túpac Amaru poi, condussero una logorante guerra di resistenza contro l’invasore, da una mitica città chiamata Vilcabamba La Grande, compiendo frequenti azioni di guerriglia e giunsero pure ad assediare Lima.

Ma torniamo a oggi.

È molto presto e la città è ancora tranquilla. Dalle finestre sventola la wiphala, la bandiera multicolore degli inca: Cusco vuole tornare a essere la capitale del Tahuantinsuyu.

Affascinati dagli eroici avvenimenti del 1536, decidiamo di arrivare fino all’ultimo bastione della Resistenza Inca, Vilcabamba. Ci guida Kike, autentico qosqoruna (uomo di Cusco). In fuoristrada lasciamo la città il mattino presto, direzione Abancay. La strada sale e scende fino a un bivio dove imbocchiamo un lungo tratto sterrato che ci conduce al villaggio di Cachora.

Dopo una notte insonne a causa dell’eccitazione, c’incamminiamo, accompagnati da muli carichi di provviste. Camminiamo per ore. Il buio ci avvolge e non vediamo più nulla, ma Kike assicura che domattina avremo una sorpresa.

Al sorgere del sole, dopo una breve salita, restiamo ammirati di fronte allo spettacolo che si apre lì davanti: Choquequirao, la Culla d’Oro degli Inca.

Ci troviamo a circa 3.000 metri di altitudine, al limitare di una spianata occupata da palazzi a due piani, piazze, porticati, fontane ancora cariche d’acqua, acquedotti.

Assieme a Vilcabamba La Grande, Choquequirao fu la località dove Manco Inca e i suoi organizzarono la Resistenza; questa città, fondata probabilmente da Túpac Yupanqui, figlio del grande imperatore Pachacutec, fu un centro cerimoniale di notevole importanza per l’impero.

In linea d’aria, ci troviamo a pochi chilometri da Machu Picchu. L’emozione è grande perché Vilcabamba ci attende; sappiamo che Choquequirao le è superiore in bellezza, ma il fascino di visitare la capitale di Manco è irresistibile.

Finalmente ci accampiamo nei pressi di un torrente, ma la notte trascorre inquieta a causa di zanzare e moscerini che non ci danno tregua.

Il mattino presto la marcia prosegue, ma il sentiero è difficile e in forte salita. Ieri sera eravamo accampati a meno di 2.000 metri, ma ora saliamo senza sosta, sbuffando e pregando che questa interminabile arrampicata abbia termine.

Ci lasciamo scivolare a terra esausti; siamo in vetta, a oltre 4.000 metri.

La Via Lattea appare nitida nel cielo oscuro; è Mayu, il fiume, interrotto da una zona nera sopra alla quale risplende Chakana, il ponte che unisce i due rami, la Croce del Sud.

Il sentiero ora scende fino al villaggio di Yanama, 700 metri più in basso; di fronte a noi la cordigliera di Vilcabamba e le sue vette cariche di neve. La gente del villaggio è cordiale e curiosa; non capita certo spesso di vedere dei gringos girare da quelle parti.

Da Yanama il percorso scende sino al fiume e quindi torna a salire fino a oltre 3.600 metri. Al nuovo sorgere del sole, riprendiamo la marcia lungo un ampio cammino inca che sale fino al passo di Choquetarpo (4.600 metri) e, di qui, scende quasi a precipizio sino a Hancacalle, piccolo villaggio.

Manco Inca non percorse questo tragitto durante la ritirata da Ollantaytambo, ma di qui transitò numerose volte negli anni della Resistenza. Questa infatti era la via principale che collegava le due città più importanti, Vilcabamba e Choquequirao.

A Huancacalle visitiamo le rovine di uno dei palazzi di Manco; qui il re inca rischiò la cattura da parte di una spedizione spagnola, ma riuscì a fuggire in maniera rocambolesca.

Sostiamo qualche minuto a osservare los andénes, i terrazzamenti agricoli alti anche quattro metri che gli inca costruirono per garantire il cibo alla popolazione. La gente del luogo li utilizza ancora usando i medesimi canali d’irrigazione.

Riprendiamo il cammino fino al villaggio di Santa Victoria de Vilcabamba, fondato dagli spagnoli dopo la cattura dell’ultimo re inca Túpac Amaru (Splendido Serpente è il significato del nome).

1544-1571

Dopo che Manco Inca si rifugiò da queste parti, fra gli spagnoli scoppiò una disputa che sfociò in guerra civile fra i partigiani di Francisco Pizarro e quelli di Diego de Almagro; quest’ultimo, pur essendo socio in affari del comandante generale, non aveva ottenuto che una minima parte dei privilegi promessi –il governo dell’Alto Perù-, così, nonostante non fosse a conoscenza dell’esistenza della più ricca miniera d’argento del mondo (Potosí, nell’odierna Bolivia), si ribellò.

Questa guerra cruenta ebbe come conseguenza la morte di Almagro prima e quella dello stesso Pizarro poi, assassinato nel suo palazzo di Lima dal figlio dell’ex socio e dai suoi seguaci.

Nel frattempo, Manco, approfittando della sanguinosa disputa, consolidò le difese di Vilcabamba e iniziò una campagna di guerriglia che mise a dura prova gli spagnoli.

Al termine della guerra civile, alcuni seguaci di Almagro, temendo per la propria sorte, si rifugiarono presso Manco che li accolse con benevolenza. Ancora una volta, tuttavia, gli europei si comportarono in modo ignobile. Sperando di ingraziarsi i favori del nuovo viceré del Perù, Francisco de Toledo, da poco giunto dalla Spagna, i rinnegati spagnoli, ospiti a Vilcabamba, uccisero a tradimento il sovrano e cercarono la fuga, ma vennero ben presto catturati dagli inca e giustiziati. Era l’anno 1544 e la disperazione per la morte dell’imperatore frenò la guerra di resistenza.

A Manco successe il figlio Sayri Túpac che, dopo anni di trattative, si accordò con gli spagnoli, raggiunse Lima nel 1558, ottenne terre e onori e si trasferì quindi a Oropesa, nei pressi di Cusco, dove morì di morte improvvisa nel 1561.

Vilcabamba non cessò di esistere.

Alla partenza di Sayri Túpac, nel 1557, il comando fu assunto da Titu Cusi, altro figlio di Manco e abile stratega che tenne in ansia gli spagnoli sino al 1571, anno della morte.

Oggi

Proseguiamo il cammino superando il passo di Collpakasa, a 3.895 metri di altitudine, quindi attraversiamo il villaggio di Pampaconas e scendiamo a San Fernando. Ritroviamo il clima tropicale della selva amazzonica; siamo a circa duemila metri sul livello del mare e camminiamo cauti lungo un sentiero pericolosamente scavato sul fianco della montagna e a picco sopra a torrenti impetuosi; si scende e si sale molto lentamente, fra rigogliose coltivazioni di caffè, gole e vallate dove si rincorrono numerose scimmie e svolazzano i Galletti di Roccia.

Dopo un’altra notte calda, la via scende sino a Espiritupampa (1.480 m), un piccolo agglomerato di povere capanne abitate da contadini e con una chiesetta mezzo diroccata.

Cresce l’emozione perché sappiamo di essere ormai giunti a destinazione.

Espiritupampa, Pianura degli Spiriti.

Il nome non è rassicurante. Fra il fogliame che si scorge laggiù, a poche centinaia di metri, si nasconde la capitale della Resistenza Inca, Vilcabamba La Grande dove, raccontano i contadini, ancora montano la guardia le anime dei guerrieri massacrati dagli spagnoli durante l’ultimo attacco, il 24 giugno del 1572.

Quando gli spagnoli entrarono in città, come al solito saccheggiarono e uccisero, ma non trovarono l’Inca Túpac Amaru che era riuscito a dileguarsi nella foresta.

Il centro urbano, ancora quasi del tutto coperto da vegetazione, comprende perlomeno quattrocento costruzioni in pietra con tetti di tegole, piazze e vie, templi e cortili, ma è possibile visitare solo una piccola parte della città perché alberi e arbusti impediscono il passaggio.

Pochi giorni dopo il saccheggio di Vilcabamba, tradito dalle popolazioni della selva, Túpac Amaru è catturato assieme alla sua sposa incinta e tradotto a Cusco.

23 settembre 1572: Cusco, capitale del Tahuantinsuyu, occupata dagli spagnoli.

Le mani legate e una corda al collo, l’ultimo re Inca, Túpac Amaru, avanza lungo le strade della città, cavalcando una mula triste quanto lui.

Il giorno prima, il viceré Francisco de Toledo, dopo un processo farsa, l’ha condannato al patibolo.

Tutti, indigeni, spagnoli, preti cattolici si sono opposti alla sentenza. La piazza è gremita di gente straziata dalla disperazione.

Túpac Amaru è morto: ingiustizia è fatta…ancora una volta.

Oggi

Raggiungiamo Quillabamba dove saliamo sul treno; percorriamo la vallata dell’Urubamba, alzando lo sguardo su Machu Picchu, mai conquistata dagli spagnoli e torniamo a Cusco. Concludiamo il nostro viaggio in Plaza de Armas, l’antica Huacaypata, dove fu assassinato Túpac Amaru.

Vilcabamba