Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
LA MISSIONE

Arecàpac raggiunse la carovana dopo alcune ore di corsa disperata, ma, alla fine e dopo tante tribolazioni, il giovane fu premiato.
Ninakuychi si lanciò tra le braccia dell’amato, incurante della presenza di tante persone e si strinse a lui, rinnovando la promessa d’amore e certa che ora nulla e nessuno avrebbe più potuto separarli.
Il viaggio si presentava impegnativo; il lungo braccio della Croce del Sud indicava la via da seguire, come aveva promesso Atawmari, ma vette invalicabili sbarravano il cammino ai pellegrini e viaggiare di notte come aveva suggerito il Gran Sacerdote risultava impossibile a causa del freddo e degli enormi ostacoli.
Dopo vari tentativi, Ninakuychi e Arecàpac decisero di condurre la carovana oltre le vette a ovest, attraversando il passo che conduceva alla fertile valle che il giovane medico ben conosceva.
L’esercito di suo padre era impegnato nella conquista di Chawpìn, pertanto il pericolo di incontrare le orde nemiche sarebbe stato minimo. Arecàpac, d’altro canto, durante il suo soggiorno da esiliato aveva percorso la vallata più volte e l’aveva conosciuta a fondo. Sapeva quindi che esisteva un cammino che, sempre dirigendosi verso ovest, conduceva oltre l’alta cordigliera, là dove si diceva vivesse il primitivo popolo della grande laguna salata. Poi, quando il cammino fosse divenuto più agevole, avrebbero deviato a sud.
Così, dopo otto giorni di inutili tentativi, si diressero ad occidente, aggirando il Huascaran, la terribile montagna che pareva osservarli con cipiglio minaccioso.
A fatica, arrancarono inerpicandosi lungo le reni della catena di monti, oltrepassarono profonde depressioni e scalarono alture impegnative, sostando solo il tempo necessario a riprendere le forze per permettere ai più deboli di mantenere il passo degli altri.
Quando finalmente raggiunsero la vetta dell’ultimo baluardo e prima d’intraprendere la discesa verso la valle, sentirono la terra tremare violentemente e a lungo e un freddo terrore percorse le fila dei poveri fuggitivi.
Arecàpac strinse l’amata fra le braccia e, insieme, i due giovani si volsero un’ultima volta ad osservare la Valle Sacra.
Là in basso tutto ondeggiava, mentre un tremendo boato tacitava ogni altro suono. Dalla grande montagna assassina i pellegrini videro staccarsi un’impressionante slavina di neve che, dapprima lentamente e poi con sempre maggior velocità, iniziò a scivolare verso il basso, sommergendo col suo impeto mortale ogni cosa e ogni vita. Capirono che Chawpìn era perduta per sempre. Il Dio Giaguaro aveva atteso che i suoi devoti si ponessero in salvo e ora puniva i dissacratori che avevano violato il suo tempio.
In alcuni giorni, i pellegrini giunsero sulle rive del grande oceano dove poterono finalmente riposare. Ninakuychi, però, sapeva di dover condurre il suo popolo molto più a sud, fino ad incontrare il grande lago di montagna che Atawmari le aveva ordinato di raggiungere.
La sacerdotessa ricordava che il vecchio saggio le aveva parlato di popolazioni fedeli al Giaguaro Dorato che dimoravano in grandi città e che, durante il viaggio, avrebbe certamente incontrato, permettendo alla sua gente di riprendersi dalle fatiche e di trovare il giusto cammino.
Quando Arecàpac le propose di stabilirsi in una delle piccole e aride valli in riva al mare, ella rifiutò con decisione.
“La nostra, amico mio, non è una fuga, ma una missione. Seguiremo la direzione indicataci dalle stelle, proseguiremo fino a che non saremo giunti al luogo che il dio ci ha riservato e là fonderemo la nuova Città Santa”.
“Ma la nostra gente è stremata e impaurita, desidera solo vivere in pace. Qui la terra non è fertile, però, lavorando duramente, riusciremo a sfruttare la poca acqua dei piccoli torrenti”, ribadì perplesso Arecàpac, “e a rendere coltivabile il territorio. Il grande mare è generoso e potremo nel frattempo sopravvivere nutrendoci di pesci e molluschi. Perché dunque rischiare?”
Ma Ninakuychi si mantenne ferma nelle proprie convinzioni, spiegando al giovane che il Giaguaro Dorato desiderava che il suo popolo edificasse il nuovo tempio sul tetto del mondo, vicino alla sua dimora, là dove si fondevano le magiche forze della terra e del cielo.
“Solo quando il dio ci manderà un segno della sua approvazione ci fermeremo per sempre”, proseguì la sacerdotessa, “e allora il popolo del giaguaro tornerà a prosperare e a dominare il mondo”.
Così ripresero il cammino costeggiando il mare e dirigendosi questa volta decisamente verso sud.
Il viaggio durò parecchi giorni, attraversando terre aride sferzate dal vento, mangiando polvere e incontrando solo piccoli e rari villaggi formati da misere capanne.
Dopo un mese di cammino, i pellegrini iniziarono a scorgere segni evidenti della civiltà progredita che la vergine del giaguaro aveva loro promesso e in breve tempo essi giunsero alle porte di una grande città, accolti da una popolazione ospitale e dal gran sacerdote del tempio che prese Ninakuychi e Arecàpac sotto la propria protezione.
In quel luogo accogliente e tranquillo, il popolo di Chawpìn si fermò per tre lunghi anni, durante i quali si integrò con la popolazione con la quale condivideva la religione e molti dei costumi.
La città era formata da enormi costruzioni piramidali tronche, a terrazze sovrapposte comunicanti tra loro tramite lunghe scalinate. Gli edifici erano percorsi da numerosi corridoi che immettevano in ampie sale intonacate, dedicate al culto del Giaguaro Dorato, dove sacerdoti astronomi rivolgevano suppliche al dio e leggevano i messaggi delle stelle.
Altre stanze erano adibite ad aule di studio in cui i novizi apprendevano i rudimenti della sopraffina arte medica e dove abilissimi chirurghi mettevano la propria professionalità al servizio di ricchi e poveri. Attorno alla città, le povere abitazioni del popolo sorgevano in mezzo ad un’estesa campagna che ingegnosi acquedotti rendevano fertile.
Poco distante, dalla sommità di dolci colline, era possibile osservare un’opera di sconvolgente bellezza.
Un mattino presto, quando il sole si trovava ancora basso sull’orizzonte, il gran sacerdote condusse Ninakuychi su uno di questi colli da cui la ragazza fu in grado ammirare lo stupefacente paesaggio. Nel corso degli anni, migliaia di mani avevano scavato la vasta pianura, asportandone gli strati superficiali di terriccio scuro, lasciando in tal modo scoperti innumerevoli solchi dal colore giallo ocra.
Furono creati in tal modo splendidi disegni lunghi anche alcune centinaia di metri, raffiguranti animali di diverse specie e disegni geometrici talmente perfetti da dubitare che esseri umani avessero potuto produrre un’opera tanto mirabile.
“Quella che stai osservando, mia giovane amica”, iniziò a parlare il sacerdote richiamando l’attenzione di Ninakuychi, “è la mappa del cielo, così come noi la interpretiamo e la vediamo in particolari periodi dell’anno. Sono le immagini delle divinità celesti, da noi create per sentirci in qualche modo integrati nel mistero del firmamento”.
Trascorso qualche istante per permettere alla sacerdotessa di comprendere appieno il significato delle proprie parole, il religioso proseguì.
“Un giorno, quando il nostro tempo sulla terra sarà concluso, noi tutti voleremo fra le braccia delle divinità, percorreremo il grande fiume e raggiungeremo le dimore degli dei. Il nostro timore più grande, tuttavia, è di non essere in grado, vista la nostra misera natura umana, di orientarci fra le stelle e di trovare la giusta via. In tal caso, saremmo condannati a vagare per sempre nell’infinito, penando per l’eternità. Le costellazioni studiate e qui riprodotte, ci aiuteranno nel nostro viaggio oltre la vita terrena e permettono di prepararci senza timore ad affrontare il nostro destino”.
Perplessa, Ninakuychi rimuginò dentro di sé per parecchi giorni. Ogni mattina per lungo tempo, la Vergine del Giaguaro saliva sulla vetta delle colline, scegliendo ora uno ora un altro dei rilievi per studiare le figure da angolazioni differenti. Osservando attentamente, le parve di riconoscere il gruppo delle Qotu, le sette vergini del Giaguaro, sue sorelle e poi il piccolo gruppo del ragno, e Choquechinchay, il Giaguaro Dorato, ai margini del grande fiume e, piano piano, capì che l’opera di quel popolo amabile e ospitale sarebbe potuta essere di grande utilità anche per la sua gente. Iniziò quindi a lavorare alacremente. Si rifornì di numerose tavolette d’argilla, le lavorò con precisione copiando le immagini riprodotte sulla grande pianura e le numerò servendosi di segni convenzionali per essere certa di poterle accostare correttamente senza falsare il giusto ordine.
Intanto Arecàpac non aveva perso tempo. Con grande umiltà, il giovane si accostò ai maestri della chirurgia che lo accolsero con simpatia, insegnandogli tecniche straordinarie che gli permisero di apprendere manualità utilissime. Studiò rimedi nuovi ed efficaci contro infermità di varia natura, discusse a lungo di medicina con i dotti compagni, imparò a preparare decotti e tisane, pomate ed unguenti. Ciò che più attrasse l’attenzione del giovane medico, però, fu la stupefacente arte dell’incisione del cranio.
Assistette a lunghe e complicate operazioni, apprese la tecnica del taglio ed esaminò le volute cerebrali. Spesso i pazienti morivano durante l’intervento, ma molte volte persone che altrimenti sarebbero certamente decedute guarivano dai loro mali dopo l’asportazione di schegge penetrate nel cervello a causa di traumi, o di grumi di sangue che provocavano dolorosi mal di testa e paralisi. Arecàpac, con lo trascorrere dei mesi, divenne un abile chirurgo e il giorno in cui uno dei suoi amici in seguito ad un incidente si lesionò la volta cranica, decise di operarlo senza indugio nella speranza di salvargli la vita.
Il medico fece condurre l’amico privo di conoscenza nella sala delle operazioni e, coadiuvato da due aiutanti, si preparò all’intervento.
Ordinò ad un assistente di rasare la testa dell’infermo e nel frattempo lavò gli attrezzi, purificandoli quindi nel fuoco. Fece somministrare all’amico il succo del cactus allucinogeno e, con attenzione, l’obbligò a bere un’abbondante dose di chicha molto alcolica come narcotico. Strinse la testa in una morsa di legno e iniziò l’operazione.
Arecàpac con una lama tagliente praticò una prima incisione nel cuoio capelluto, scostandone i bordi. Poi afferrò una punta di rame che riposava sul fuoco e, mentre uno degli aiutanti puliva i lembi, egli cauterizzò i vasi, impedendo al sangue di uscire.
Ripulì quindi la zona esterna del cranio e si accinse a compiere la parte più impegnativa dell’intervento. Servendosi di uno scalpello, il medico praticò sulla parete ossea una serie di fori ravvicinati e quindi con una sega raspò la parte, interrompendosi di tanto in tanto per fermare il sangue che usciva. Finalmente, quando fu in grado di esaminare il cervello dell’amico, laddove il forte trauma aveva prodotto la rottura del cranio, individuò alcune schegge di osso e del sangue coagulato che premevano sulle volute.
Sudando copiosamente, Arecàpac estrasse i corpi estranei con un paio di pinzette e un succhiello, facendo grande attenzione a non ledere l’organo. Alla fine, applicò una piccola lamina di rame per compensare la porzione di osso tolta, ripristinò i lembi di cute e ricoprì la ferita con uno spesso strato di cotone.
Terminata l’operazione, lasciò il paziente alle cure degli assistenti e, stremato, raggiunse la propria stanza dove rivolse una accorata preghiera alle divinità, pregandole di salvare l’amico.
Durante il lungo periodo di permanenza presso la gente della grande pianura, il popolo di Chawpìn apprese a vivere in pace e prosperità, scordandosi il triste passato e anche lo scopo della propria missione. Molti di loro formarono famiglie unendosi alle persone del luogo e intrapresero nuove attività.
Solo Ninakuychi non aveva dimenticato. Più volte la ragazza aveva sentito parlare del grande mare di montagna da viaggiatori occasionali e ora conosceva la via da percorrere per raggiungerlo, ma ogniqualvolta ricordava ad Arecàpac o agli altri suoi seguaci la necessità di proseguire il cammino, incontrava resistenza ed ella stessa non sentiva più in sé la forza per imporsi.
Una notte, tuttavia, mentre si trovava a studiare i cieli su una delle terrazze del tempio principale, scorse il segno inequivocabile del dio che le ordinava di partire.
Le sette sorelle, quella notte, brillavano più che mai e alla giovane sacerdotessa pareva che quelle stelle sbarazzine volessero comunicarle qualcosa; pertanto continuò ad osservarle fino a che le bruciarono gli occhi.
Proprio mentre distoglieva lo sguardo, però, comparve all’improvviso nel firmamento una fitta pioggia di stelle che, come una striscia luminosa, cadevano veloci verso il sud. In quel momento seppe con certezza che era giunto il momento di lasciare quelle terre per correre incontro al destino già scritto.
Una settimana più tardi, Ninakuychi, Arecàpac e il loro seguito si misero in cammino.
Molti di loro preferirono rimanere nella città che tanto bene li aveva accolti, ma altre nuove persone si unirono alla carovana in partenza verso la terra promessa. Si trattava delle mogli, dei mariti e dei figli componenti delle famiglie miste che si erano create nel corso degli ultimi tre anni e di persone stregate dalle fede e dalla forza di volontà di quella sacerdotessa capace, nonostante la giovane età, di far da guida ad un intero popolo.
La carovana tornò a dirigersi a sud per alcuni giorni, sempre costeggiando l’immenso oceano, regno di Mamacocha e poi, seguendo le sommarie indicazioni ricevute dalla gente della grande pianura, volse il proprio cammino a oriente, tornando ad affrontare le insidie della cordigliera.
Il viaggio durò parecchie tormentate settimane durante le quali i pellegrini superarono asperità notevoli, oltrepassarono deserti d’altura, valicarono montagne e guadarono torrenti, ma infine giunsero alla meta.
In una tarda mattinata d’inverno, la carovana superò gli ultimi rilievi e, dall’alto dei quattromila metri, scorsero in lontananza, duecento metri più in basso, la formidabile distesa d’acqua che pareva non avere fine.
Nonostante la fitta pioggia che ostacolava il cammino, i viaggiatori accelerarono il passo dimenticando fatiche e privazioni e, quando giunsero sulle rive del grande lago, miracolosamente la tempesta cessò, un vento amico squarciò le nubi diradandole e un fulgido sole comparve a scaldare i corpi infreddoliti dei coraggiosi viandanti. Allo stesso tempo, uno splendido arcobaleno guizzò dalle acque e colorò il cielo col suo arco gioioso andando a terminare lontano, oltre l’orizzonte.
Ninakuychi osservò il cielo ammirata, respirò profondamente e sorrise nel suo cuore, intuendo il messaggio del dio. Laggiù in fondo dove l’arcobaleno terminava la sua parabola avrebbero costruito il nuovo tempio.
Erano finalmente giunti a casa.
