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GLI INCAS (prima parte):

gli inizi e la Leggenda dei fratelli Ayar

di María Rostworowski Tovar

Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.

Traduzione di Gabriele Poli

 

Gabriele Poli Machu Picchu

Gli Inizi


Nell’ambito Andino non esisteva il concetto della creazione del mondo. Le popolazioni andine  affermavano di essere fuoriuscite dai propri luoghi d'origine completi di abiti e armi. Per gli Incas, questo luogo di origine era una grotta; i chancas (acerrimi nemici dei primi) amavano raccontare invece di essere nati da due laghi, mentre altri consideravano come “pacarinas”(luogo di origine) il mare, i vulcani e le montagne innevate.

 

La leggenda dei fratelli Ayar


Uno dei principali miti sull’origine degli incas fu quello dei fratelli Ayar, nati da una grotta denominata Pacaritambo (locanda/magazzino della produzione, locanda dell’alba, o casa del nascondiglio). Tale posto si trovava dentro alla montagna Tambotoco e  aveva tre finestre.

Da una di queste finestre, Maras Toco, procedeva, “senza essere concepito da genitori” nato in modo spontaneo, il gruppo dei Maras Sutic.

Da un’altra finestra, Capac Toco, uscirono, in cambio, quattro fratelli i cui nomi erano: Ayar Uchu, Ayar Cachi, Ayar Mango, e Ayar Auca.

Essi erano accompagnati dalle loro quattro sorelle, Mama Ocllo, Mama Huaco, Mama Ipacura, o Cura, e Mama Raua. Ogni cronista, secondo i riferimenti dei propri informatori, racconta questi episodi con piccole varianti.

I leggendari Ayar con le loro sorelle iniziarono un lento cammino attraverso gli altopiani e le gole della cordigliera, con il proposito di trovare un luogo adatto per stabilirsi.

È interessante annotare che nella versione di Guaman Poma de Ayala, Mama Huaco è menzionata come madre di Manco Capac e si allude ad una relazione incestuosa fra di loro.

“Nell’analisi psicoanalitica del mito non si trovavano le due proibizioni fondamentali, quella dell’incesto e quella del parricidio, anzi si dimostra l'esistenza di una rete di relazioni fraterne nelle quali l’incesto appare come certo. In questo mito non esiste la coppia coniugale, ma soltanto il binomio madre/figlio o fratello/sorella. Dentro il sistema di relazioni, l'interdizione realizzata dal padre all’interno del triangolo è assente. Il sistema di parentela nel mito degli Ayar sembra coinvolgere, da questa prospettiva, una relazione duale fra madre e figlio” (Hernandez e altri, 1987).

Secondo la narrazione dei cronisti, i fratelli non tardarono a disfarsi di Ayar Cachi per timore dei suoi poteri magici, poiché con un solo tiro della sua fionda riusciva ad abbattere una montagna e a far sorgere gole. Con l'inganno lo convinsero a ritornare a Pacaritambo per prendere il “napa”, insegna dei signori e alcuni vasi d’oro che si erano dimenticati, chiamati “topacusi”. Una volta che Ayar Cachi entrò nella grotta lo rinchiusero con dei blocchi di pietra e rimase intrappolato per sempre. Dopo questo episodio, gli Ayar continuarono la loro rotta verso le montagne.

È importante sottolineare che i fratelli, anche se non disponevano di una dimora fissa, non avevano smesso di coltivare i campi. E fu cosi che una volta stabilitisi in una zona, vi rimanevano per alcuni anni e solo dopo il raccolto proseguivano il cammino.

Sarmento de Gamboa racconta che nel loro pellegrinaggio i fratelli giunsero in un luogo chiamato Guanacancha a quattro leghe dal Cusco.

Lì rimasero per un periodo di tempo, seminando e raccogliendo, ma, non soddisfatti, ripresero la marcia fino a Tamboquiro dove vissero per alcuni anni. Quindi arrivarono a Quirirmanta, ai piedi di una montagna. In questo luogo fu tenuto un consiglio fra i fratelli durante il quale decisero che Ayar Uchu dovesse rimanere in questo luogo trasformato in una huaca (tempio, idolo) chiamata Huanacauri.

Adottare la forma litica era, nell’ambito andino, una maniera di perpetuare la divinità o consacrare un personaggio; in tal modo la forma di pietra assunta da Uchu non gli impedì di comunicare coi fratelli.

Lo stesso cronista menziona che Mama Huaco era uno dei capi del gruppo e che nel villaggio di Matagua, questa donna “fortissima e abile” prese due bacchette d’oro e le lanciò verso il nord, una cadde a Colcabamba, dove tuttavia la terra era dura e non permise che la bacchetta si conficcasse nel suolo. La seconda la lanciò in un terreno chiamato Guayanaypata dove si conficcò con facilità. Altri informatori raccontarono a Sarmento de Gamboa che fu Manco Capac e non Mama Huaco a lanciare il bastone magico che doveva indicare il posto definitivo per l'insediamento.

Gli ayllus (familiari) cercarono di arrivare al luogo indicato, ma poiché trovarono resistenza fra i nativi furono costretti  a ritornare a Matagua. Mentre si trovavano in questa località, Manco Capac ordinò a Ayar Auca di andare a popolare la zona indicata dalla bacchetta. Ubbidendo all’ordine del fratello, Auca andò in quel luogo però quando calpestò il suolo egli si convertì in pietra. Secondo le tradizioni andine i guancas o pietre erano sassi che indicavano il possesso dello spazio. Ed è così che Auca, sotto l’aspetto litico, fu il primo ad occupare un posto scelto, così a lungo desiderato e ordinò a Ayar Mango da quel momento in poi, di prendere il nome di Manco Capac.

Secondo la versione di Sarmento de Gamboa, nella lingua allora parlata, il termine Cusco significava occupare uno spazio in modo magico. Per Garcilazo de la Vega, Cusco era l’ombelico del mondo in una lingua particolare degli incas.

Cieza de Leon, in termini simili sull’arrivo di Manco e della sua gente a Cusco, aggiunge che la regione era densamente popolata, ma che i suoi abitanti fecero posto ai nuovi arrivati.

I miti narrati fin qui, che si riferiscono a come fu occupata dagli incas l’antica Cusco, sono racconti totalmente diversi dalla versione data da Garcilazo. La leggenda degli Ayar, con le trasformazioni dei personaggi in sassi o “guanca” sacre, oltre al lungo pellegrinaggio del gruppo di Manco, sono tipici episodi andini, presenti anche nei miti delle altre etnie. La transumanza degli incas non fu quella di una banda primitiva di pastori e cacciatori, bensì di popoli essenzialmente agricoli, preoccupati soprattutto di trovare buone terre per le coltivazioni.

In questi racconti, una delle donne di Manco Capac ebbe un ruolo speciale; abbiamo visto la versione secondo la quale, malgrado il ruolo di donna, Mama Huaco fu il capo che lanciò la bacchetta fondatrice per la presa di posizione simbolica.

Secondo la versione dei cronisti, Mama Huaco scelse una fionda particolare e, facendola roteare in aria, ferì uno dei guallas, gli antichi abitanti di Acamama, quindi gli aprì il petto, estrasse i polmoni e vi soffiò dentro violentemente. La ferocia di Mama Huaco atterrì i guallas che abbandonarono il villaggio e cedettero il luogo agli incas.

In uno studio precedente abbiamo analizzato la figura femminile di Mama Huaco e ciò che potrebbe significare e rappresentare nell’ordine sociopolitico degli incas. Ella fu il prototipo della donna virile e guerriera, in opposizione a Mama Ocllo, amante/sorella di Manco Capac.

Cabello de Balboa racconta che Mama Huaco esercitava il mestiere di capitano e che conduceva gli eserciti. Questa caratteristica maschile si spiegava in aymara con la parola “huaco”, che in questa lingua rappresentava la donna virile che non si arrende né per il freddo, né per il troppo lavoro e che è libera.

Secondo la versione di Sarmiento de Gamboa, i quattro capi che comandarono gli ayllus all’arrivo in Cusco furono Manco Capac, Mama Huaco, Sinchi Roca e Mango Sapaca. È importante sottolineare che Mama Huaco è menzionata fra i quattro capi del gruppo.


Non interessa sapere se i fatti siano veritieri oppure mitici, ciò che importa è analizzare la struttura sociale che le leggende suggeriscono. In questa coya ( regina, donna molto speciale) troviamo la donna che prende parte attiva nella conquista del Cusco, lottando assieme ai  maschi e comandando un esercito.

Nelle leggende del Cusco, il suo esempio non è l’unico. Nella guerra contro i Chancas, la curaca Chañan Curi Coca era il capo degli ayllus di Choco Cachona. Nella stessa leggenda si venne a sapere attraverso gli orejones (nobili inca) dell’aiuto dato dai “pururauca”, pietre magiche le quali nel momento cruciale della lotta si trasformarono in soldati e ottennero la vittoria per gli  incas. Ciò che è interessante nel mito è l’esistenza di pururauca maschi e femmine, ossia che l’esercizio della guerra non era un lavoro riservato solo ai maschi.

Questi miti, che si riferiscono allo stanziamento degli incas, sono basilari perché rivelano la loro cosmovisione e le loro strutture sociopolitiche.

Manco Capac e i suoi ayllus abitarono nel Cusco. Sotto la loro dimora c’era il tempio di Indicancha, mentre i seguaci di Auca si affiancarono e si istallarono nella metà di sopra o hanan. Le divisioni a metà hanno, nel loro contesto, un senso di genere e comprende un'opposizione e una complementarietà fra le zone di Hanan e Hurin (sopra e sotto). Garcilazo de la Vega afferma questo criterio dicendo che i fratelli maggiori popolarono la parte alta mentre i seguaci della regina erano fratelli secondari e popolarono Hurin Cusco.

Attraverso le notizie di Garcilazo avremmo che i maschi di Hanan furono maschili/maschili, e quelli di Hurin maschili/femminili. Riferendosi alle donne, quelle di sotto si classificavano come femmine/femmine e quelle di sopra come femmine/maschili. Il prototipo di queste donne sarebbe la femmina/femmina Mama Ocllo e la femmina maschile Mama Huaco.