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Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

PROLOGO

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5000 a.C.

 

Il primo vento freddo dell’autunno fece rabbrividire il petto di Ortùp che, volgendo lo sguardo verso le alte cime della cordigliera dalle quali calava minacciosa un’oscura coltre di nubi, annusò l’aria carica d’elettricità.

Il cacciatore si strinse nella calda pelle dello smilodonte, riconoscente verso il dio dei fulmini che qualche giorno addietro gli aveva concesso l’occasione di uccidere il vecchio e astuto predatore, mentre, con una zampa spezzata, si trascinava faticosamente al riparo delle rocce.

Il giovane uomo raccolse il propulsore e le altre armi di ossidiana, si caricò sulle spalle la carne essiccata del guanaco e si avviò.

Era tempo di abbandonare le alte valli andine e discendere verso luoghi più ospitali per raggiungere il suo clan che lo attendeva oltre il passo, laggiù dove l’acqua del torrente scorreva tiepida, a tre giornate di cammino. Un sorriso di soddisfazione gli increspò le labbra, mentre, affrettando il passo, s’inerpicava agile lungo il pendio. Pochi altri uomini, alla loro prima caccia solitaria, potevano vantarsi di aver catturato una preda ambita quale la tigre, le cui enormi zanne, che spuntavano dalla bocca spalancata, gli danzavano sulla spalla nuda.

Dal circolo formato di poche capanne al limitare dell’altipiano, saliva lento un fumo bianco simile a una sinuosa spirale regolare; era il segnale per i cacciatori che dopo molti giorni rientravano dalle alte valli oltre le cime che formavano l’orizzonte.

La capanna più grande, come le altre a forma di cono e costituita da uno scheletro di canne ricoperto di paglia, sorgeva al centro del piccolo agglomerato di abitazioni e fungeva da luogo di raduno; era una sorta di tempio in cui gli abitanti s’incontravano per prendere decisioni sempre più importanti e necessarie a mano a mano che, con gli anni, il clima fresco e umido mutava inesorabile fino a divenire secco e arido, provocando la lenta, ma sicura estinzione della fauna che fino allora aveva contribuito al sostentamento della tribù. Il piccolo cavallo, il mastodonte, la tigre dai denti a sciabola, il bradipo gigante e molti altri animali, importanti per la sopravvivenza dell’uomo, si erano estinti da tempo o diminuivano sensibilmente di numero e, con il trascorrere delle stagioni, si allontanavano oltre le alte montagne per scomparire nell’oceano verde della foresta o per morire di stenti lungo il cammino.

Stagione dopo stagione, la fauna scemava e con essa la principale fonte di sussistenza per la gente del villaggio; a poco valevano ormai i continui, ma limitati spostamenti della tribù intesi a seguire le migrazioni degli animali. La cacciagione scarseggiava e appariva chiaro che entro breve tempo molte importanti specie si sarebbero estinte e con esse, di lì a poco, anche tutta la tribù.

Danèa uscì dalla fragile capanna che ospitava il suo focolare; aveva deciso e ora tutti avrebbero dovuto prestarle attenzione. Era stanca di subire i sogghigni di compatimento dei suoi giovani coetanei maschi che non vedevano un palmo al di là del proprio naso. A giorni i ragazzi sarebbero rientrati e, ne era certa, avrebbero portato con loro un ben misero bottino, comunque insufficiente a sfamare la gente della tribù per più di qualche settimana. Danèa non avrebbe sopportato passivamente un altro inverno di privazioni, di sacrifici e di morti, passato ad ascoltare i lamenti degli anziani e i disperati pianti dei bimbi, impotente di fronte al lento, ma progressivo e straziante smorzarsi di tante vite indifese. Avrebbe pensato lei a far ragionare i supponenti maschietti che, come Ortùp, anelavano solo a far bella mostra di sé ungendosi il corpo col grasso degli animali cacciati e vantandosi di prodezze sciocche quanto inutili. Era necessario cambiare radicalmente i costumi del popolo, far capire alla gente che occorreva apprendere a sfruttare appieno le enormi risorse della terra che ospitava la tribù.

Danèa, assieme alle più care compagne, aveva appreso nozioni stupefacenti durante le stagioni trascorse ad attendere il ritorno dei cacciatori e ora era giunto il momento di prendere il coraggio a due mani, di scuotere dal torpore le amiche del cuore e, con loro, di soppiantare l’antiquata concezione maschile del vivere alla giornata per mettere invece a frutto le conoscenze acquisite.

Le ragazze, durante le lunghe attese del periodo della caccia, avevano avuto modo di studiare i mutamenti della natura e, con la dolcezza e la pazienza tipiche della natura femminile, di coccolare dapprima goffamente ma, di seguito, con sempre maggior familiarità le esili piantine che, piano piano, innalzavano orgogliose i propri steli dando vita ai frutti deliziosi che contribuivano in maniera decisiva a variare la monotona dieta delle persone. Le ragazze si erano rese conto che, con un piccolo aiuto, la crescita di zucche e di altri prodotti sarebbe potuta aumentare molto, a patto che la tribù avesse accondisceso a stabilirsi perennemente presso una delle fertili valli nascoste fra le alte vette della cordigliera.

Il problema era convincere i maschi e le uniche armi efficaci a loro disposizione erano la dolcezza e l’amore.

Il suono delle grandi conchiglie spezzò la quiete del villaggio poco prima del tramonto.

Dalla sommità della collina ai margini del villaggio, i bimbi più grandi facevano a gara nel soffiare dentro ai grossi gusci di madreperla per annunciare l’arrivo dei primi cacciatori; era il segnale della festa durante la quale tutta la gente della tribù avrebbe partecipato al banchetto più ricco dell’anno, ma era pure il segnale che Danèa e le sue amiche attendevano da tempo per dare inizio al piano architettato. Dal suo esito sarebbe probabilmente dipesa la vita dell’intera popolazione.

Ortùp scese l’ultimo dolce declivio ed entrò nel villaggio, circondato dai bimbi che gli saltellavano intorno felici e vocianti. La pelle dello smilodonte gli ricopriva interamente le spalle e parte del petto; le armi poggiate sulla spalla sinistra danzavano orgogliose ad ogni passo, mentre gli occhi feroci della tigre donavano al giovane cacciatore un’immagine austera. Ortùp, l’uccisore di fiere, era giunto a destinazione e ora, liberatosi delle spoglie del piccolo guanaco catturato, attendeva il legittimo tributo di onore da parte delle donne della tribù.

Il sorriso di soddisfazione scomparve lentamente dal suo viso olivastro, lasciando il posto ad un’espressione di stupore mista a delusione nel vedersi parare dinanzi le sue giovani compagne, Danèa in testa, che lo fissavano come per rimproverarlo.

Danèa, la sua amata Danèa, la ragazza per la quale aveva corso gravi pericoli per donarle un trofeo che potesse esprimere il suo amore, lo guardava dritto negli occhi, senza un sorriso, senza dargli il benvenuto e gettargli le braccia al collo, bensì aggredendolo con lo sguardo, quasi a rimproverarlo di essere tornato da lei.

I lunghi, splendidi capelli corvini fluttuavano sulle spalle della giovane donna e mettevano in risalto la fronte aggraziata che terminava nelle folte sopracciglia ben curate. I luminosi occhi neri scrutavano guizzanti il volto stupito del compagno e le gote, accese dall’impazienza, contornavano le esili narici appena un po’ dilatate. Le labbra, dipinte di un tenue color carminio, lasciavano intravedere i bianchi denti; la figura flessuosa del corpo appariva in tutta la sua freschezza conturbante, appena racchiusa da un semplice abito di morbida pelle.

Lentamente, l’espressione severa scomparve dal viso della ragazza e un radioso sorriso illuminò il bel volto. Una risata argentina scaturì dalle labbra di Danèa, mentre, con un gesto spontaneo, le sue braccia cingevano il collo di Ortùp, obbligando il ragazzo a aderire con il suo corpo a quello della giovane in un tenero abbraccio che, da solo, valeva a compensare i disagi degli ultimi giorni trascorsi sulla sierra.

L’atmosfera nel villaggio di colpo cambiò; la musica dei flauti e delle conchiglie percorse l’aria e penetrò le fibre delle persone, allontanando finalmente le pene quotidiane.

Le ragazze accompagnarono i giovani cacciatori verso il centro del villaggio dove prelibate pietanze attendevano gli uomini affamati. Grosse ciotole, colme di strani semi ellittici e scuri che nuotavano in un brodo profumato e piccante, erano guarnite da altrettanto insoliti pezzi di polpa color arancio abbrustoliti alla brace. Con circospezione, Ortùp e i suoi compagni assaggiarono il cibo offerto dalle ragazze, ma ben presto la diffidenza scomparve e i cacciatori presero a divorare con avidità le squisite cibarie preparate per loro. Le zucche svuotate -seccate e dipinte di mille colori da abili mani- colme di un liquido inebriante a base di succo di canna fermentato, passavano di mano in mano e in breve tempo tutta la popolazione, in preda ad una strana eccitazione che percorreva le vene, si lanciò in balli sfrenati seguendo le note allegre della musica.

Danèa prese la mano di un euforico Ortùp, costringendo l’uomo a seguirla, senza dare nell’occhio, oltre il cerchio dell’accampamento, verso il ruscello ancora ricco d’acqua.

Sdraiato con gli occhi rivolti alla meravigliosa volta celeste ingentilita dalla Croce del Sud, Ortùp si sentiva felice, mentre la sua mano sfiorava il viso dell’amata. La bocca di lei accarezzò per un lungo, irresistibile istante l’orecchio del giovane e l’alito caldo e profumato della ragazza fece rabbrividire la pelle, insinuandosi nelle narici e destando nel ragazzo sensazioni mai provate. Calde e dolci lacrime iniziarono a scendere dagli occhi del cacciatore, il ritmo del cuore accelerò un poco mentre egli spostava quasi impercettibilmente il volto fino ad incontrare con la sua bocca le tenere labbra dell’amata. Anche Danèa ora piangeva;  Ortùp baciò le gote della ragazza, poi scese senza fretta ad assaporare la tiepida pelle del collo, lambì le spalle e, con un delicato movimento, scostò il vestito. I piccoli seni sodi e vellutati si offrirono allo sguardo innamorato e una forza misteriosa lo costrinse ad abbassare il capo e a circondare con le labbra i bruni e turgidi capezzoli. Danèa si lasciò sfuggire un sospiro e il suo corpo prese a vibrare; baciò i capelli del ragazzo, gli accarezzò il capo, inarcò le reni e la veste scivolò verso il basso scoprendole il ventre piatto. Ortùp ammirò per un istante l’oasi del pube, quindi con le labbra ne delimitò il perimetro, baciò con amore il bosco incantato, sorbì la dolcezza del fiore appena dischiuso e risalì a incontrare la bocca amata.

Danèa accarezzò il ragazzo; le sue mani ne percorsero il petto, i fianchi e le cosce fino a raggiungere e ad accogliere nel palmo lo stelo rigido. Uno spasmo improvviso percorse il corpo dei due giovani; si abbracciarono con passione, mentre la gioia dell’amore squarciava i loro corpi.

Poi, mentre la luna ammiccava sulle languide e umide perle del loro amore, Danèa si sollevò appoggiandosi sul gomito e iniziò ad accarezzare il volto amato, passando la mano tiepida sulle gote arrossate, sulle tempie, scostando dalla fronte i capelli bagnati e soffermandosi a massaggiare le palpebre socchiuse.

“Ortùp, amore mio, devo dirti una cosa importante”.

E, convinti i cacciatori, furono le donne a salvare da morte certa tutto un popolo.