GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY
GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY

Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

NEL SEGNO DEL GIAGUARO

(PRIMA PARTE)

flashsgl

600 d.C.

Kurasi era preoccupato. La sua bella moglie Kalla aveva da poco dato alla luce due splendide bambine ed egli se ne sentiva orgoglioso, ma al tempo stesso il suo cuore era straziato perché la tradizione dell’ayllu, la grande famiglia, imponeva ai genitori di gemelli di sottoporsi a dure prove. Agli occhi del popolo, infatti, questo evento aveva un significato particolare.

“Forse mia moglie s’è concessa ad altri uomini?”, pensava angustiato il novello padre.

Ma Kalla s’era sempre dimostrata fedele e innamorata, oltre che rispettosa delle leggi di famiglia.

“Non è certo questo il motivo della nascita di due figlie contemporaneamente”, rispondeva a se stesso il giovane sacerdote mentre misurava a grandi passi nervosi la lunga sala interna del tempio.

“Si tratta sicuramente di un segno divino. Il Puma Alato ci ha inviato le due bimbe per un suo disegno che ancora ci è oscuro”.

Sì, Kurasi sapeva che la moglie tanto amata non avrebbe mai tradito la sua fiducia, pertanto si rallegrava del dono ricevuto dal dio. Però avrebbe dovuto dimostrare davanti a tutti l’innocenza di Kalla e le prove da superare sarebbero state difficili, soprattutto per le neonate.

“Il Giaguaro Dorato, tuttavia, ci aiuterà a superare le difficoltà e dissiperà i dubbi e i timori dell’ayllu”.

Il religioso era ancora immerso nei propri pensieri quando fece il suo ingresso nella sala il Gran Sacerdote che l’aveva convocato con urgenza.

“Kurasi, seguimi”, ordinò l’austera figura imboccando la scala che saliva alla piattaforma superiore della piramide. La notte era illuminata da milioni di stelle, come accadeva di rado in quel periodo dell’anno. Tutte le costellazioni sorridevano con dolcezza coprendo interamente la volta celeste. Il Giaguaro Dorato guidava con la sua luce tutti gli altri astri e illuminava il grande fiume bianco. Le sette sorelle parevano scherzare ammiccando in direzione del grande padre e Katachillay, la Croce del Sud, brillava maestosa e serena.

“Le divinità non sono in collera”, si tranquillizzò il giovane astronomo avvicinandosi all’anziano sacerdote.

I due rimasero in silenzio a contemplare lo spettacolo del firmamento per un lungo periodo, sufficiente a far riaffiorare in Kurasi tutti i dubbi che l’avevano tormentato nelle ultime ore.

“Ragazzo mio”, ruppe il silenzio la voce del saggio, “le stelle parlano di speranza, le Qolqa ridono felici e tutti i segni divini appaiono propizi. Questa è una notte di gioia perché un grande evento ha rinvigorito la nostra comunità. La nascita delle tue figlie è stata voluta dagli dei ed esse saranno le loro ambasciatrici nel mondo”.

Sollevato, Kurasi non seppe trattenere le lacrime e, cadendo in ginocchio, baciò con gratitudine la veste del sacerdote. “Padre mio, le tue parole mi donano grande conforto perché allontanano le ombre dal mio cuore”.

Il gran sacerdote costrinse il giovane ad alzarsi e, abbracciandolo, lo tenne stretto a sé.

“Sappi tuttavia figliolo che tu e la tua famiglia dovrete comunque superare alcune dure prove per dare al popolo la dimostrazione della volontà divina. Sopportate con serenità e fiducia tutto quello cui dovrete sottomettervi perché nulla di male vi potrà accadere”.

 

Rinfrancato, Kurasi volò verso casa, abbracciò con tenerezza la moglie e accarezzò le figliolette che poppavano avide dai seni materni.

Finalmente si concesse di festeggiare l’avvenimento. Aprì euforico un’anfora di chicha e si lasciò cadere il liquido inebriante nella gola, bagnandosi il mento e le vesti. Mentre Kalla rideva del suo comportamento, il giovane padre si avvicinò e costrinse anche la moglie a sorbire la bevanda versandogliela maldestramente più sul collo e sulle piccole teste delle bimbe che nella bocca.

Quando le gemelle si addormentarono sazie, Kalla e Kurasi, sdraiati sulla stuoia, iniziarono a scambiarsi tenerezze e a sussurrarsi parole d’amore. La loro grande gioia esplose prepotente e, durante tutto il resto della notte, continuarono a parlare immaginando splendidi destini per le gemelle cui avrebbero imposto nomi adatti. Valicha, bella ragazza e Ima Sumaq, che bellezza!

 

Il mattino successivo, appena dopo l’alba, la giovane coppia dovette affrontare il giudizio dell’ayllu.

Nella società dell’altipiano, il parto gemellare era visto con diffidenza. La nascita di due figli appariva sospetta perché ritenuta il possibile frutto di due accoppiamenti della puerpera con uomini diversi. Le grandi famiglie non tolleravano da parte dei propri membri trasgressioni sessuali che avrebbero potuto mettere in pericolo l’equilibrio della comunità. I genitori e i figli appena nati, quindi, dovevano sottostare a una serie di prove crudeli che spesso portavano a gravi conseguenze.

Quel mattino, tuttavia, Kalla e Kurasi si presentarono sereni di fronte al parentado riunito, sicuri della propria innocenza e fortificati dalle parole del Gran Sacerdote, anch’egli, peraltro, presente alla riunione. Gli sposi, ognuno con una bimba in braccio, si inginocchiarono al cospetto degli anziani e attesero che il capo famiglia si pronunciasse.

Il vecchio, vestito con una lunga tunica scura di lana d’alpaca, era un uomo d’età indefinibile, certo molto anziano come testimoniavano i profondi solchi che gli segnavano il viso e i lunghi capelli bianchi che gli ricoprivano le spalle, ma ancora vigoroso e solenne, conscio del proprio ruolo.

Nel più assoluto silenzio le rughe attorno alla bocca del saggio nonno presero vita e le grosse labbra pendule si schiusero lasciando scoperta una dentatura ancora perfetta. “Figli miei”, iniziò a parlare scandendo le sillabe affinché tutti i presenti potessero ben comprendere, “oggi è il gran giorno. Ci rimetteremo al giudizio divino che segnerà il destino delle gemelle”.

Il sole ancora giovane brillava sorridente sopra le colline, accecando quasi col suo riverbero le persone, costrette ad abbassare gli occhi come in un atto di sottomissione al grande dio del cielo.

Ordinatamente, i numerosi familiari circondarono la giovane coppia e le bambine, incamminandosi verso il grande lago che avrebbero raggiunto prima del tramonto.

 

Il lago del Puma accolse benevolo la lunga fila di pellegrini che, senza indugiare, presero a costruire alcune rudimentali capanne per proteggersi dal freddo della lunga notte incipiente. Il sole pareva perdersi lontano, inabissandosi nel profondo delle acque incredibilmente azzurre. Oltre le rupi, ormai quasi nascoste dalle prime ombre della sera, due piccole isole sembravano galleggiare sopra l’antico mare. Dolci insenature donavano movimento allo spettacolare paesaggio e rubavano spazio alla terra. Scogli di dimensioni diverse s’innalzavano qua e là come zanne sporgenti pronte ad afferrare.

Quasi distaccato, un picco roccioso sporgeva fieramente: Titicaca, la rupe del Puma.

 

I fuochi dell’accampamento rischiararono la notte e, mentre i familiari intonavano un triste canto, Kurasi, la moglie e le figlie entrarono nella capanna che per alcuni giorni non avrebbero più abbandonato, alimentandosi con scarse razioni di charki, la carne seccata del lama, qualche patata disidratata e cotta, e purificandosi con l’abbondante acqua del lago.

Durante i successivi due giorni, i maschi dell’ayllu si allontanarono dal luogo del bivacco per partecipare alla caccia al cervo. L’uccisione dell’animale avrebbe esorcizzato i timori della gente che identificava l’elegante ruminante, solitamente generatore di una prole multipla, con la trasgressione sessuale.

 

Finalmente il rito della purificazione ebbe termine e gli sposi, che avevano trascorso quattro lunghi giorni nella penombra della capanna senza poter parlare né toccarsi, uscirono all’aperto proteggendo se stessi e le bimbe dall’accecante luce del mattino.

Nel frattempo, i cacciatori erano rientrati con successo dalla battuta di caccia e le donne avevano provveduto a scuoiare l’animale prestando attenzione a non rovinare la pelle e le corna. La carne fu divisa in porzioni, parte delle quali furono poste a seccare al sole, mentre altre vennero preparate per la cottura.

Kurasi, ricoperto con la pelle e le corna del cervo, venne costretto a dirigersi camminando a quattro zampe verso la sponda del lago, sotto alla rupe sacra del Puma. Intanto Kalla, sorreggendo le figlie, salì il picco roccioso aiutata dalle donne del clan.

Le gemelle, denudate, furono affidate alle braccia dei due membri più anziani della famiglia che le innalzarono verso il sole. Immediatamente dopo, le piccole furono lasciate cadere nell’acqua dall’alto dello scoglio. Davanti agli occhi di tutti, le bimbe presero a galleggiare lasciandosi sfuggire solo un lungo sospiro mentre nuotavano nel lago gelato. La disperazione trafisse il corpo di Kalla che, tuttavia, non osava lanciarsi al salvataggio delle sue creature come avrebbe desiderato. Le sembrava che la vita stesse abbandonandola mentre osservava con sgomento l’orribile scena che andava svolgendosi sotto di lei.

Fortunatamente, però, dopo un interminabile momento, il Gran Sacerdote fece un cenno d’assenso all’anziano capo famiglia che diede l’ordine di recuperare i due esserini che si dibattevano fra le onde.

“Il Giaguaro ha dato il responso”, annunciò soddisfatto il vecchio nonno, “Egli ci ordina di accogliere le bimbe nel nostro ayllu e di onorarle come sue figlie. Il loro destino sarà luminoso e donerà prestigio alla famiglia”.

Il Giaguaro non mentiva.