Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
NEL SEGNO DEL GIAGUARO
(TERZA PARTE)

Moquehua era una piccola città costruita dentro una fertile oasi in mezzo al deserto. Essa rappresentava un vero miracolo divino.
Importanti falde acquifere permettevano alle coltivazioni di prosperare rigogliose, producendo messi copiose che consentivano agli abitanti del luogo e a quelli di Tiahuanaco di vivere dignitosamente.
Il centro abitato brulicava di affaccendati commercianti che fungevano da intermediari per gli scambi fra le popolazioni della vicina costa e quelle dell’altipiano andino. Pesci essiccati, varie specie di molluschi, grosse conchiglie di madreperla e molti altri generi alimentari e utensili giungevano alle terre umide e, di seguito, alla città del grande lago, dalla quale, di rimando, arrivavano ceramiche decorate, tessuti e carne di camelidi.
Le vie di comunicazione erano rapide e sicure in quegli anni dominati dalla pacifica civiltà del Giaguaro Dorato. Le costruzioni, tuttavia, erano povere, formate da case di mattoni d’argilla ricoperte di frasche che stavano a indicare la naturale propensione per l'agricoltura e il commercio degli abitanti, poco inclini ai fronzoli e alle amenità.
La quasi esclusiva dedizione al lavoro e alla produzione aveva però fatto perdere in parte la dimensione spirituale a quel popolo industrioso e questo fatto preoccupava non poco Kurasi, specie in quel delicato momento.
Il gran sacerdote riteneva che solo un riavvicinamento al culto di Wira Kocha avrebbe ridato a quella gente la forza per formare un fronte comune contro le scorrerie degli infedeli e, a tale scopo, i sacerdoti inviati da Tiahuanaco avevano il compito di donare nuova linfa alla parola del grande dio.
Mentre il contingente armato si sarebbe adoperato ad approntare difese adeguate, a Valicha e agli altri religiosi era stato affidato l’incarico di edificare un tempio atto ad accogliere il popolo di Moquehua e a rieducarlo secondo i princìpi religiosi.
L’impresa non era di facile realizzazione, ma in breve tempo Valicha seppe ottenere grandi risultati. La sua indole allegra, i suoi modi gentili e il suo naturale fascino catturarono i dignitari della città che, volentieri, l’assecondarono in tutto.
I guerrieri addestrarono un piccolo contingente, comunque insufficiente ad affrontare un eventuale attacco nemico e gli ambasciatori trascorsero lunghe giornate a discutere strategie con i governanti della città.
Il lavoro più utile, comunque, fu portato brillantemente a termine da Valicha.
Ella riunì intorno a sé quasi tutti i giovani stregandoli col suo temperamento e affascinandoli con le parole di amore e di fratellanza della luminosa divinità celeste.
A breve distanza dal centro abitato, si ergeva una montagna piatta che la giovane sacerdotessa scelse per edificare il tempio. L'ingegnosa ragazza, tuttavia, intuì che quel colle impervio sarebbe potuto divenire un baluardo insuperabile per gli eventuali invasori e così vi fece costruire lungo il perimetro una solida muraglia che avrebbe permesso di tenere a bada i malintenzionati.
Soddisfatta, Valicha salì il primo terrazzo della piramide in costruzione e, allargando le braccia in ringraziamento al signore celeste, lasciò spaziare lo sguardo.
Laggiù, oltre il limite dei campi coltivati, si allungava una grande distesa abbandonata vicino alla quale un dolce rilievo rompeva la monotonia del paesaggio.
E allora decise. Quello sarebbe stato il luogo ideale per completare la propria missione. Laggiù fra quelle pietre e quelle terre aride avrebbe riprodotto le incisioni delle tavolette ancora nascoste nella sua stanza e dall’alto della collina avrebbe istruito i fedeli insegnando loro a districarsi fra gli astri e a riconoscere la giusta direzione per raggiungere la dimora del Giaguaro.
Non le fu difficile convincere i dignitari ad assegnarle la mano d’opera necessaria, dopo aver loro spiegato l’utilità del progetto e così, per lunghi mesi, la pianura e le colline di Moquehua furono trasformate in un immenso cantiere brulicante di gente indaffarata.
Il primo scopo degli ambasciatori di Tiahuanaco era stato raggiunto. Il popolo delle terre umide aveva ritrovato l’antica unità perduta e una nuova speranza.
Valicha lavorava come tutti, concedendosi solo poche ore di riposo la notte. Le recenti frivolezze dell’infanzia apparivano solo come un offuscato ricordo; la ragazza aveva compreso il ruolo che avrebbe recitato per tutta la vita: la guida spirituale del suo popolo, eletta dal dio. Quando, al termine dei lavori, le parve che il risultato dei suoi sforzi fosse soddisfacente, la sacerdotessa si portò al centro delle gigantesche linee e si lasciò cadere in ginocchio piangendo. Il suo corpo era invecchiato di due anni, ma lo spirito si era rafforzato e, nonostante le dure privazioni, il volto appariva radioso e bellissimo nella sua splendida maturità.
Circondata dagli amici più intimi, la figlia del gran sacerdote levò lo sguardo dinanzi a sé e rivolse un sorriso allo spirito della sua grande antenata.
“Grazie, Ninakuychi. Devo a te la forza che mi ha permesso di completare quest’opera. Ma il mio compito non è ancora terminato”.
Ancora in ginocchio, Valicha chiese una tavoletta d’argilla e, quasi guidata da una mano invisibile, vi tracciò una serie di disegni che, poi, porse al giovane architetto che la guardava meravigliato.
“Ora è necessario rendere onore a colei che ha permesso tutto questo”, mormorò la sacerdotessa rispondendo alla muta domanda del ragazzo.
“Va e fai riprodurre più in fretta che puoi queste figure sul dorso del colle”.
Qualche tempo dopo, chiunque dalla pampa sconfinata ricoperta di segni, alzando lo sguardo avrebbe potuto per sempre ammirare una carovana di lama che procedeva a mezza via lungo il declivio, seguendo la direzione dei mitici pellegrini di Chawpìn.
Il convoglio di Ima Sumaq procedette per alcuni giorni verso oriente, fino a incontrare l’infinita distesa d’acqua salata, dimora di Mamacocha.
Il grande mare colpì l’immaginazione della giovane sacerdotessa che lo vedeva per la prima volta. Ella aveva sempre pensato che il Titicaca non avesse eguali al mondo, perciò l’impatto con l’immenso oceano la sconvolse a tal punto da obbligare i compagni ad accamparsi sulle sue rive per qualche giorno.
La ragazza sentiva il bisogno di interrogarsi e di cercare un contatto con gli spiriti divini che dimoravano nelle profondità della laguna salata. Così, mentre gli altri viaggiatori trascorrevano il tempo riposandosi dalle fatiche, Ima vagava solitaria lungo il bagnasciuga, lasciandosi lambire i piedi nudi dalla spuma fredda.
“Se dal nostro sacro lago è emerso il grande Wira Kocha”, ragionava fra sé la giovane, “cosa mai può nascondere fra i suoi flutti questo universo enormemente più ampio?” Trascorse giorni e notti senz’altra compagnia che lo sciabordio della risacca e le grida delle migliaia di uccelli che si rincorrevano nel cielo, aprendo il cuore alle divinità sommerse che certo l’ascoltavano.
Mamacocha, la regina del mare, comprendeva senza dubbio le inquietudini che impedivano alla mente della ragazza di riposare. Pensava, parlava, ma non riceveva risposte fino alla notte in cui, osservando le stelle lontane che andavano a bagnarsi nelle acque buie, notò che dalla casa delle qolqa, le sette sorelle, si staccavano d’incanto due astri brillanti. Entrambi presero a scendere veloci, lasciando dietro di sé una sottile scia luminosa, ma si avvide che, pur procedendo dal medesimo luogo, essi prendevano direzioni molto diverse. Una delle gemme di luce raggiunse le vette della cordigliera, mentre l’altra, divergendo, si diresse verso di lei, la superò e si tuffò nell’oceano misterioso.
Ima Sumaq comprese il significato del messaggio divino. La prima stella rappresentava Valicha, il cui destino doveva compiersi fra le alte terre dell’occidente, mentre l’astro gemello era lei stessa. Il grande dio desiderava che l’altra figlia prediletta divulgasse la sua parola fra la gente delle pianure lambite dal mare.
Il segno era inequivocabile, ma la sacerdotessa aveva un incarico da portare a termine e non osava disattendere gli ordini del gran sacerdote.
Un altro evento, tuttavia, contribuì a risolvere per lei il problema.
L’indomani il convoglio degli ambasciatori si mise in marcia di buon’ora verso settentrione, procedendo in direzione di Cahuachi, ma ancora costeggiando la costa.
A mano a mano che proseguivano, gli uomini di Tiahuanaco incontravano parecchi gruppi di persone che, terrorizzati, cercavano in ogni modo di evitarli.
Finalmente e dopo molti inutili tentativi, alcuni armigeri del seguito riuscirono a fermare gli sbandati che, tremanti di paura, misero al corrente gli emissari del gran sacerdote sugli ultimi, sconvolgenti eventi.
Ima Sumaq e gli altri vennero a sapere che Cahuachi era caduta in mano ai feroci barbari, i quali l’avevano saccheggiata compiendo atrocità inimmaginabili. I difensori erano stati orrendamente mutilati e poi impalati ancora vivi e lasciati agonizzare per giorni davanti alle mura del tempio.
Molte donne, fra cui numerose vergini del Giaguaro, erano state sottoposte a sevizie e stuprate e ora che, alla fine, anche l’ultima sacca di eroica resistenza aveva ceduto, il governo della città era stato assunto dai terribili prìncipi wari.
Ascoltando quelle funeste notizie, i sacerdoti e il comandante della scorta compresero che la loro missione era finita e pertanto valutarono l’opportunità di rientrare a Tiahuanaco.
Le vie di fuga, però, sembravano ormai inesistenti perché i feroci guerrieri nemici erano dilagati verso sud, occupando vaste zone di territorio e tagliando agli ambasciatori ogni possibilità di ritirata.
Non restava altra scelta che proseguire verso nord, lungo le rive dell’oceano perché, senza dubbio, i wari non si sarebbero curati delle primitive tribù che vivevano lassù e che non rappresentavano alcun pericolo.
Ima Sumaq si inginocchiò sopra la sabbia bruciata dal sole e, volgendo la fronte verso la grande distesa azzurra, mormorò “Ubbidisco al tuo volere. Andrò dove mi condurrai”.
E la carovana abbandonò quei luoghi sconvolti dall’odio, avventurandosi verso l’ignoto.



