Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
NEL SEGNO DEL GIAGUARO
(SETTIMA PARTE)

La gente si divertiva e scherzava felice.
Il lungo periodo di terrore seguito all’invasione barbarica era stato esorcizzato grazie all’iniziativa dell’amata sacerdotessa che aveva mentito al popolo, annunciando l’imminente arrivo dell’esercito dalla città del lago che avrebbe sbaragliato il nemico.
Valicha si odiava per aver ingannato i compagni di sventura ma, se tutto fosse andato secondo i piani, era certa che sarebbe stata perdonata; in caso contrario, nulla avrebbe più avuto importanza.
Dalla pianura sottostante, si levò il selvaggio urlo di battaglia wari che, liberati dalla frustrazione della prolungata inattività, avanzavano baldanzosi, certi di una rapida vittoria.
Aucayoc sorrise compiaciuto, costatando l’effetto che l’attacco stava producendo fra i difensori.
“Ora non cantate più, bastardi”, ghignò il principe stringendo i pugni, “Adesso vomiterete tutto quello che avete ingoiato. Tremate e pregate, perché è tutto ciò che vi resta da fare”.
Già le truppe d’assalto avevano guadagnato i primi contrafforti del colle e, avanzando temerariamente, pregustavano l’arrembaggio e il saccheggio.
Ancora qualche decina di metri, l’ultimo balzo oltre il muro di cinta e i guerrieri si sarebbero riversati all’interno della rocca, seminando la morte fra gli insolenti mercanti.
Un clamore più alto del precedente si alzò dallo scenario della battaglia e per qualche istante una nebbia densa e inattesa oscurò il luogo dello scontro.
Aucayoc ammutolì, senza comprendere quanto stava accadendo.
Poi, un crudele soffio di vento allontanò la foschia provocata da migliaia di proiettili di pietra, rivelando agli ufficiali wari la realtà.
Le urla di trionfo degli attaccanti si tramutarono di colpo in grida strazianti di dolore e ampi rivoli di sangue iniziarono a dipingere di un sinistro colore scarlatto le pendici brulle della montagna piatta.
A decine, i guerrieri wari cadevano colpiti dalla furia imprevedibile dei difensori; dalle teste squarciate dei barbari uscivano brandelli di materiale grigiastro, misti a schegge d’osso e sangue ancora fluido.
Una, due, tre volte gli indomiti uomini di Aucayoc tentarono con generosità di superare la formidabile barriera litica, ma ogni volta un numero sempre maggiore di guerrieri veniva abbattuto dalla scarica mortale che pioveva dall’alto.
Inorridito, il principe ordinò la ritirata, assaporando per la prima volta l’amaro della sconfitta.
Valicha respirò profondamente, scacciando la tensione accumulata durante la giornata.
Tutto si era svolto secondo i piani, ogni cosa aveva funzionato a meraviglia. Ora non restava che attendere e sperare. Quello che era in suo potere fare, l’aveva fatto.
La prossima mossa sarebbe spettata al nemico… e a Q’eso.
Chiuso nella sua tenda, Aucayoc trascorse la notte tracannando una quantità spropositata di chicha, tirando calci contro i tiranti e bestemmiando violentemente.
Solo verso mattina la sua ira parve sbollire, ma nessuno dei suoi capitani osava ancora avvicinarlo.
Facendosi animo, Q’eso entrò nell’abitazione intrisa degli effluvi dell’alcol, sorprendendo l’amico appoggiato contro l’intelaiatura della tenda.
Gli occhi cerchiati di nero e il petto nudo percorso da profondi graffi, rivelavano le pene interiori patite dal principe.
Con delicatezza il mercante si accostò al guerriero e gli sedette vicino.
“Amico mio”, disse, “non crucciarti. Durante la notte, la mia gente è uscita dalle mura per curare i feriti e comporre pietosamente i morti. La sacerdotessa del Giaguaro è affranta quanto te perché la nostra religione aborrisce la guerra ed ella soffre per le tante morti causate dall’odio. Un messaggero di Moquehua attende qui fuori. Egli ti offre la restituzione dei prigionieri e non chiede nulla in cambio. Ti prega solamente di accettare la richiesta di Valicha di incontrarsi con te ovunque tu voglia, anche qui, nel tuo accampamento”.
“A cosa miri, mercante?”, rispose con disprezzo Aucayoc, “Credi forse che non abbia capito la tua macchinazione? Pensi che io sia talmente stolto da continuare a farmi accecare dalle tue parole? Meriti la morte per avermi ingannato e io te la darò, davanti ai guerrieri e alla tua gente”.
“Agisci come ritieni più opportuno”, accondiscese tranquillo Q’eso, “Non nego di aver cercato di salvare la mia gente. Ma tu non avresti agito allo stesso modo?”
“Era necessario che tu conoscessi la forza di chi ti contrasta, altrimenti non avresti mai accettato di scendere a patti”, proseguì il commerciante, “Adesso invece sai che di fronte al tuo esercito c’è un popolo intero che vuole solo difendere le proprie terre e le proprie case ed è disposto a qualsiasi sacrificio per ottenere ciò. Anche a morire. Tuttavia, a cosa può servirti la mia morte e quella dei difensori della rocca? Forse ad accrescere la tua gloria, sacrificando oltre a noi anche centinaia dei tuoi guerrieri? Ascoltami, ti prego. Non ti sembra più vantaggioso concludere una pace onorevole, assicurandoti la gratitudine di un’intera città? L’odio genera solo distruzione, mentre la misericordia e la pace donano prosperità. Questa fertile pianura potrà garantire messi abbondanti per nutrire i tuoi guerrieri, ma chi coltiverà la terra e accudirà le greggi se massacri le uniche persone in grado di farlo? Uccidici, se lo vuoi, oppure risparmiaci e stringi col mio popolo un’alleanza costruttiva, utile a entrambi. Non decidere ora, però accetta la proposta della sacerdotessa e parla con lei. Non hai nulla da perdere”.
Nessuna persona aveva mai parlato in quel modo ad Aucayoc ed egli si sentì profondamente toccato dalle sincere parole dell’amico. Di colpo il malumore si dissolse, liberando il principe dall’insana morsa dell’odio.
Il guerriero tornò a essere il discepolo di un tempo che apprezzava i giusti insegnamenti del maestro.
Aucayoc abbracciò il saggio amico e, sorridendogli, gli disse: “Se devo presentarmi al cospetto di una bella dama, dammi almeno il tempo di farmi un bagno. Falle sapere che accetto con gioia di incontrarla. L’aspetto lassù, sul colle dei lama, noi due soli”.
Molto presto, il principe abbandonò il suo giaciglio e, parecchio tempo prima che il sole spuntasse, prese a compiere i consueti esercizi ginnici.
Poi si lavò, indossò le vesti e le armi e, nonostante fosse ancora troppo presto, si avviò deciso verso il luogo dell’appuntamento.
All’interno del tempio sulla montagna piatta, Valicha era non meno impaziente del comandante nemico.
Nervosa, rimproverò più volte le aiutanti, colpevoli, le pareva, di poca attenzione nei suoi confronti. Si fece lavare a lungo la folta chioma scura, si lavò e profumò anche tutto il corpo, immergendosi nella tinozza d’acqua colma di fiori fragranti.
Scelse una veste candida e semplice, lunga fino alle caviglie e provvista di uno spacco laterale che, a ogni passo, si apriva scoprendole le lunghe gambe tornite.
Si strinse attorno alla vita una sottile cintura di pelle il cui abbraccio poneva in risalto la figura flessuosa; ordinò alle ancelle di spazzolarle a lungo i capelli e non fu soddisfatta fino a che la fluida criniera acquistò il giusto volume e l’onda nera si adagiò morbida sulle spalle nude.
Indossò un paio di leggeri mocassini chiari, dello stesso colore della cintura e si apprestò al tocco finale.
Appuntò fra i capelli una sottile corona di fiori d’un giallo pallido che, assieme al colore della veste, producevano un piacevole contrasto con la sua pelle abbronzata.
Soddisfatta del risultato, Valicha volteggiò più volte su se stessa, respirò a lungo e si avviò.
I primi raggi del padre celeste iniziarono a rischiarare timidi le costruzioni della rocca.
La rada foschia si dissolse veloce, allontanata dall’aurora, mentre i contorni della pianura si facevano meno incerti, rivelando un paesaggio quasi immobile, una calma artificiale.
Dapprima indecisa, poi via via più sicura, la sacerdotessa discese il pendio scosceso, accompagnata solo dal frusciare della veste.
Non aveva paura, ma provava un sentimento di inquietudine perché da quell’incontro sarebbe dipesa la sorte di tutto un popolo.
Raggiunse il sentiero che conduceva al colle e prese a salire verso la vetta, sfiorando con i piedi il muso del lama che, due anni prima, lei stessa aveva ordinato di disegnare. “Questo è il mio colle”, pensò, “e il Giaguaro Dorato mi ama. Nulla di male potrà accadermi, perché sono sulla mia terra, protetta e aiutata dagli spiriti amici”.
Aucayoc scorse l’esile figura che avanzava agile e si stizzì con se stesso per il tumulto immotivato che scuoteva il suo petto.
Si tolse le armi e le appoggiò a una roccia, abbastanza lontana per non intimorire la ragazza. Quindi attese, ritto al centro della rupe, dando le spalle al sole.
Q’eso gli aveva riferito che la sacerdotessa era una ragazza giovane e bella, ma il principe si accorse subito che l’amico gli aveva taciuto molte cose.
La figura che si stava avvicinando senza sorridere apparteneva alla più bella creatura della terra. La sua bellezza andava al di là di ogni immaginazione, un astro splendente più del sole.
Durante tutta la sua esistenza Aucayoc aveva avvicinato molte donne, ma solo per ricavarne piacere perché, gli avevano insegnato, le femmine servivano solo per l’amore, la casa e i figli.
Di fronte a un qualsiasi avversario egli si sentiva invincibile. In un campo di battaglia la sua forza era sempre superiore a quella del nemico che egli abbatteva con facilità e senza compassione.
Anche quando il consiglio dei capi si riuniva, il principe era in grado di guidare le decisioni, grazie alla sua diplomazia e alle grandi capacità oratorie.
Quella, però, era la prima volta che si trovava a discutere con una donna, non solo splendida e attraente, ma pure decisa e abile quanto lui.
Osservando da vicino la sacerdotessa, il wari cercò le parole adatte per impressionare l’ambasciatrice di Moquehua ma, ogni volta che provava a iniziare il discorso, le frasi gli si spegnevano ancor prima di pronunciarle, facendolo innervosire.
Fu Valicha a interrompere l’imbarazzante situazione.
“Principe”, esordì la gemella, “sono stanca di guerra. Le pendici della rocca sono insanguinate. Molti guerrieri wari sono morti lassù. Tanti altri presto cadranno e noi con loro se non porremo fine a questo inutile conflitto. La mia gente chiede solo di vivere in pace nelle proprie case, di continuare a coltivare i campi, di pascolare le greggi. Ma il tuo esercito ha sete di sangue innocente e di distruzione. Che minaccia può costituire per te una città di pacifici mercanti e contadini? Il nostro comune amico Q’eso mi ha riferito che tu conosci la filosofia della nostra religione. A Cahuachi hai appreso che il Giaguaro Dorato ha insegnato al suo popolo la tolleranza. Il nostro credo ci impone di portare l’amore fra le persone e di evitare ogni sopraffazione. Abbiamo vissuto tutta l’esistenza senza mai ricorrere all’uso delle armi e ora solo la necessità di difendere i nostri figli ci ha costretto a opporci alle tue orde feroci”.
Le parole di Q’eso avevano già aperto una breccia nel duro cuore del guerriero e adesso il discorso della giovane sacerdotessa stava allargando la strada e mille dubbi si insinuavano nella mente del principe.
“Wari non desidera la distruzione del tuo popolo”, rispose incerto Aucayoc, “ma la mia gente vive sotto la costante minaccia dell’esercito di Tiahuanaco. Per ottenere la pace, è necessario eliminare chiunque attenti alla stabilità del regno. Non esiste alternativa”.
Mentre il guerriero parlava, Valicha ne osservava con attenzione il bel viso attraente, studiando ogni movimento dei muscoli e valutando il tono della voce.
La giovane capì che il principe non era più fermamente deciso a continuare la battaglia e stava considerando la possibilità di trattare.
“Nobile comandante”, incalzò la sacerdotessa, “Moquehua non potrà mai costituire un pericolo per il tuo popolo e io ti garantisco, come figlia di Kurasi, il gran sacerdote della città del grande lago, che nemmeno Tiahuanaco desidera questa guerra. Ti chiedo di mettere alla prova la mia buona fede e quella della mia gente. Vieni con me sulla rocca. Non avrai nulla da temere. Io mi fido di te e per dimostrartelo ordinerò ai difensori di gettare le armi oltre le mura. Seguimi, lo vuoi? Conduci con te la tua guardia armata, se ancora nutri dei dubbi. Le porte della fortezza si apriranno per non richiudersi mai più”.
Aucayoc fu colpito dalla dimostrazione di fiducia e, per un attimo, considerò l’opportunità di fingere di accettare la proposta e di penetrare nella rocca con i suoi uomini e massacrare i difensori.
Ma gli occhi della ragazza lo avevano stregato e le sue parole apparivano sensate. “Perché non provare?”, si chiese, “Forse è proprio questa la soluzione di tutto. Voglio credere alle sue parole”.
“Verrò con te, mia signora”, rispose il principe, “e ti seguirò da solo. Se tutto si svolgerà come prometti, la pace regnerà sulla terra e i nostri popoli prospereranno assieme”.
Come promesso, i difensori della rocca ammucchiarono le armi fuori delle mura.
Il comandante delle guardie era stato riluttante a eseguire gli ordini di Valicha, ma la sacerdotessa alla fine l’aveva convinto.
“Con armi o senza armi non abbiamo scampo. L’unica speranza sta nel convincere il comandante nemico delle nostre buone intenzioni e che anche per lui la pace potrà essere più utile della guerra”, gli aveva detto la figlia di Kurasi e così ora il popolo di Moquehua osservava inerme Valicha e Aucayoc avanzare da soli, oltrepassare l’entrata della cittadella ed entrare nel tempio.
“Ti ringrazio, principe, dell’opportunità che ci concedi. Non avrai da pentirtene”, confidò la sacerdotessa pregando l’ospite di mettersi a proprio agio, “Questa è la nostra fortezza e qui saremmo stati disposti a morire. Ora, però, una nuova vita attende il tuo popolo e il mio”.
Il comandante wari fece ritorno all’accampamento, intanto che i moquehuani abbandonavano la rocca e tornavano alle proprie case distrutte.
Lavorando alacremente, i cittadini avrebbero presto rimesso in sesto la città e sarebbero tornati alle proprie occupazioni, forti dell’alleanza con l’antico nemico.
Aucayoc concesse all’esercito un periodo di libertà, mantenendo in attività solo la guarnigione di Sinchi.
Veloci staffette inviate da Valicha percorsero più volte il tragitto fino alla città del grande lago, recando le buone notizie e proponendo a Kurasi un incontro col principe wari.
Mentre le comunicazioni fra Moquehua e Tiahuanaco riprendevano, consentendo ai rispettivi governanti di stabilire i termini e le modalità del prossimo incontro, Aucayoc approfittò di ogni opportunità per avvicinare la principessa.
I due giovani trascorrevano molte ore assieme ogni giorno, parlando delle condizioni di pace, di religione, scrutando il cielo durante le lunghe notti stellate, ma anche, sempre più spesso, scambiandosi tenerezze.
Pochi giorni prima della partenza prevista per il luogo dell’appuntamento con i dignitari di Tiahuanaco, la sacerdotessa si recò all’accampamento wari, ricevuta con deferenza dagli ufficiali.
Il comandante accolse felice la giovane, prendendola per le mani e invitandola a sedere accanto a lui nella tenda.
“Non sono venuta per riposare”, cinguettò sorridendo Valicha, “desidero farti conoscere un posto bellissimo dove, prima del tuo arrivo, spesso mi rifugiavo quando volevo restare sola. Vedrai, è un’oasi di tranquillità”.
Rifornitisi di vivande, i giovani si incamminarono oltrepassando casolari e coltivazioni, e ancora più avanti, fino a incontrare le prime radure deserte.
Valicha condusse il principe sull’orlo di un abisso da cui cadeva rumorosa una splendida cascata d’acqua che produceva un piacevole pulviscolo umido e rinfrescante.
La ragazza afferrò la mano di Aucayoc e lo costrinse a seguirla giù per un sentiero ripido, semi nascosto da un’alta parete di roccia che scendeva a strapiombo per molte decine di metri.
L’acqua, piovuta dall’alto, formava un laghetto quieto, circondato da una stretta spiaggia erbosa, abitata da frotte di uccelli canterini.
Senza indugio né falso pudore, Valicha si liberò della veste, tuffandosi nel lago tiepido.
Scomparve sott’acqua, riapparendo dopo qualche istante alcuni metri più in là.
I capelli incollati alle tempie e alle spalle, che affioravano appena dalle onde leggere, facevano apparire la fanciulla simile a una sirena sorridente che invitava il compagno a raggiungerla.
Aucayoc non attese oltre e con poche bracciate si avvicinò alla ragazza tentando di afferrarla, ma la figura sinuosa sgusciò via veloce, immergendosi e riaffiorando più lontano.
Il gioco si protrasse ancora per qualche minuto, fino a che Valicha si lasciò raggiungere, concedendosi al giovane innamorato.
“Amore mio”, disse la principessa sussurrando all’orecchio del ragazzo, “tu per me non sei più il guerriero nemico[1]e d’ora in poi ti chiamerò Aukinti, il difensore del dio sole”.
A Tiahuanaco, il popolo festeggiava lo scampato pericolo riversandosi nelle piazze e visitando il tempio del Giaguaro. La musica percorreva le vie e la gente ballava, libera dall’angoscia.
Karmenka, tuttavia, non aveva allentato la guardia e il suo esercito continuava a presidiare, vigile, le fortificazioni e a controllare le mosse del nemico.
Il capitano, pur soddisfatto anch’egli degli ultimi sviluppi, non si fidava e preferiva costringere se stesso e i guerrieri a qualche giorno ancora di sacrifici, piuttosto di rischiare l’irreparabile.
Anche Kurasi non festeggiava. La notizia che Valicha era viva e aveva ottenuto la pace con i wari, aveva regalato a lui e alla moglie un breve momento di euforia, ma presto Kalla si era lasciata sopraffare dallo sconforto pensando a Ima Sumaq, l'altra figlia scomparsa.
Karmenka raggiunse il gran sacerdote nella sala consigliare per discutere le strategie in vista dell’incontro col nemico. “Disporrò le truppe in modo da poter intervenire in caso di necessità”, disse il comandante, “Gli esploratori riferiscono che il principe wari, in compagnia di tua figlia, si trova già presso l’avamposto nemico, a metà strada fra qui e Moquehua. Tutto sembra procedere a meraviglia, ma ritengo saggio non fidarsi troppo”.
“Tieni pure l’esercito all’erta”, rispose Kurasi, “ma all’appuntamento andremo noi due da soli, senza armi né scorta. Voglio che i nemici comprendano le nostre buone intenzioni”.
“Sia come vuoi”, concluse Karmenka congedandosi.
Pur preso alla sprovvista dall’imprevedibile evolversi della situazione, Jontarak , raggiunto dalle notizie a Cahuachi dove si trovava acquartierato con le truppe di riserva, si mise in marcia e, a tappe forzate, si portò nella zona delle operazioni.
Ragguagliato il padre sugli ultimi avvenimenti e ricevutane l’approvazione, Aucayoc chiese a Valicha di raggiungerlo. “Lei è la sacerdotessa del Giaguaro, la vera artefice della pace. Grazie alla sua saggezza i nostri popoli prospereranno assieme in un unico, grande regno”, annunciò il principe, “Per suggellare questa alleanza, il mio sangue e il suo si uniranno per l’eternità, dando origine alla stirpe comune di Tiahuanaco-Wari. Padre, questa è mia moglie Valicha”. Jontarak studiò la ragazza fissandola con sguardo severo ma, dopo pochi istanti, il vecchio guerriero si raddolcì.
“Io non so parlare bene”, disse il re, “né tenere lunghi discorsi, ma… avvicinati, figlia mia”, rise Jontarak abbracciando la giovane e concedendo, di fatto, la sua benedizione.
Gli anni trascorsero.
Tiahuanaco prosperò, Wari si arricchì di palazzi e templi e la fusione delle due grandi civiltà produsse effetti mirabili. Per lungo tempo i popoli vissero in serenità, scacciando gli spettri delle carestie e della guerra.
Il regno dei Tiahuanaco-Wari si ingrandì in ogni direzione, libero da qualsiasi minaccia.
Valicha e Aukinti passarono i primi anni della loro felice vita coniugale nella città del grande lago, dedicandosi all’educazione dei figli che sopraggiunsero numerosi e, soprattutto, alla propria preparazione.
Molto presto, infatti, sarebbero divenuti i primi veri sovrani del nuovo impero.
L’incoronazione avvenne in una limpida mattina d’estate. Gli sposi percorsero il tragitto che conduceva al tempio del Giaguaro passando tra due ali di folla acclamante e si presentarono al cospetto di Kurasi e di Jontarak che, ormai vecchi, consegnarono loro le insegne del comando.
Poi, Valicha donò al marito una copia d’oro della medaglietta che portava al collo. L’immagine del dio, Sole e Giaguaro, prese posto per sempre sul petto del fiero Aukinti.
La carovana reale lasciò Tiahuanaco diretta a Cahuachi. La nobile famiglia desiderava visitare le più importanti città dell’impero, passando attraverso villaggi e campagne, per ricevere l’omaggio del popolo e verificare di persona le condizioni di vita della gente.
Il lungo viaggio si sarebbe concluso a Wari, l’altra capitale, ma prima Valicha e Aukinti desideravano conoscere la maggior parte possibile del regno.
Q’eso, in qualità di esperto conoscitore del territorio, ma soprattutto di amico, accompagnava i sovrani. Il mercante era ormai molto in là con gli anni, tuttavia egli si sentiva ancora in splendida forma e non aveva voluto rinunciare all’opportunità di ripercorrere le strade della giovinezza e di conoscere i pochi luoghi a lui ancora sconosciuti.
A Cahuachi, Aukinti e Q’eso fecero a gara per illustrare a Valicha le meraviglie della città anche se, molto spesso, i due si dimenticavano della compagna, lasciandosi andare ai ricordi del loro primo incontro, ridendo di gusto nel rievocare simpatici aneddoti del passato.
La comitiva lasciò molto presto Cahuachi, perché il tragitto da percorrere per giungere a Wari era ancora lungo e Aukinti e Valicha desideravano recarsi a visitare il tempio di Pachacámac, il dio protettore della terra, fratello del Giaguaro Dorato.
Il corteo si avviò verso l’oceano e di là percorse il lungo, ma agevole cammino verso nord che li avrebbe condotti al santuario dove un venerato oracolo di grande fama avrebbe guidato i loro passi nell’impegnativo compito di governanti che li attendeva.
Tre speroni rocciosi che si innalzavano sulla riva del grande mare annunciarono la fine del viaggio.
Il tempio sorgeva sopra una delle colline, in un luogo sferzato dal vento e arido, del tutto privo di vegetazione.
La desolazione del posto, tuttavia, non scoraggiò i due innamorati. Valicha, anzi, sentiva crescere dentro di sé una particolare frenesia, come se una volontà superiore la chiamasse costringendola ad accelerare il passo.
Valicha e Aukinti ordinarono alla carovana di accamparsi e, sempre accompagnati dal fido Q’eso, presero a salire il pendio.
Numerosi pellegrini giunti da ogni parte dell’impero impegnavano il sentiero di accesso al tempio ma, al sopraggiungere della coppia regale, liberarono il passaggio inchinandosi con deferenza.
La costruzione non era molto grande, né sontuosa come i templi di Tiahuanaco, anzi, si trattava di un edificio di piccoli adobe, tenuti insieme da argilla, molto povero e spoglio, costruito in fretta per offrire una dimora ai pochi sacerdoti e all’oracolo, vero polo di attrazione.
All’entrata del tempio, un giovane religioso accolse gli ospiti e li invitò ad accedere alla sala interna.
Dopo l’abbagliante luce del sole, la fredda penombra accecò per qualche istante gli occhi dei tre amici, ma non assopì il loro odorato che fu aggredito da un lezzo nauseabondo, proveniente da decine di carogne di animali in decomposizione, sacrificati nel corso del tempo e mai più rimossi.
Abituatisi all’oscurità della stanza, ben volentieri gli ospiti accettarono l’invito del sacerdote a procedere e a entrare in un nuovo ambiente, quasi del tutto immerso nella tenebra. Un’unica fiaccola illuminava la panca di pietra sulla quale i tre visitatori furono fatti accomodare.
“Benvenuti nella dimora del dio del mondo”, cantilenò una voce indistinta, “Sovrani del regno, rendete omaggio a Pachacámac”.
Valicha, Aukinti e Q’eso si alzarono all’unisono, obbedendo all’ordine della voce.
I tre chinarono la testa, alzando nel contempo le braccia in alto.
Poi la misteriosa voce riprese a parlare.
“Principi, dalla vostra unione nascerà il seme di una gloriosa dinastia che renderà l’impero onnipotente. Ma un germe malsano è in agguato e attende il momento propizio per allargare le sue radici. Così come è sorto, altrettanto rapidamente il regno si dissolverà. Ma voi non lo vedrete”, concluse l’oracolo.
Sconcertati, gli amici si avviarono verso l’uscita, guidati dal sacerdote di prima, ma di nuovo la voce parlò.
“Rimani ancora qualche istante, principessa. Da sola”, ordinò.
Valicha tentennò, poi però accettò l’invito e, mentre gli uomini si allontanavano, ella tornò verso il centro della stanza.
All’improvviso, altre luci si accesero, illuminando ora chiaramente la stanza.
Seduta su un piccolo trono di pietra, nell’angolo più remoto della sala, una figura incappucciata fece cenno alla sacerdotessa di avvicinarsi.
La voce dell’oracolo si levò ancora una volta dal fragile corpo avvolto nel saio, però il tono era diverso, non più altero e distaccato, ma caldo e amichevole.
“Avvicinati Valicha, voglio guardarti bene”, ordinò l’oracolo e, quando la principessa gli si accostò, le prese le mani e le strinse forte.
“Quanto tempo sorella!”, esclamò Ima Sumaq abbracciando con tenerezza la gemella, “Sapevo che stavi bene, così come i nostri genitori, ma desideravo tanto poter incontrare ancora una volta qualcuno della famiglia”.
Le sorelle trascorsero parecchio tempo assieme, raccontandosi le vicissitudini passate, piangendo e accarezzandosi, consce che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro.
Alla fine, Ima Sumaq congedò la gemella, benedicendo lei e il suo grembo e scomparve nel buio.
Quella sera, Valicha rifiutò di parlare con chiunque, raccogliendosi in preghiera e non raccontò mai ad alcuno dell’incontro con la sorella.
L’unica cosa che fece fu di inviare un messaggero a Tiahuanaco per riferire a Kalla e Kurasi le sue esatte parole. “Ima Sumaq vive, Ima Sumaq è santa”.
Il grande impero degli altipiani prosperò per molti anni ma, a lungo andare, parve chiaro che qualcosa non funzionava più a dovere.
I discendenti di Valicha e Aukinti regnarono incontrastati a Wari e Tiahuanaco, tuttavia la grande distanza che separava le capitali e la diversa espressione del potere da parte dei governanti aprirono un profondo solco che separò di fatto le due città.
Tiahuanaco mantenne inalterate le proprie caratteristiche di centro religioso aperto al popolo e basato sull’amore verso il dio Giaguaro, Pachacámac e Wirakocha.
Wari, invece, divenne una città laica, i cui dignitari furono tiranni che sfruttavano la popolazione intimorendola con minacce di atroci supplizi.
Anche l’architettura differenziava i due centri.
Tiahuanaco possedeva grandi piazze, strade aperte, templi sontuosi. Perfino le mura difensive costruite da Karmenka caddero in disuso, non più ritenute necessarie.
Lo stile architettonico di Wari, al contrario, non indulgeva in costruzioni votive, né in palazzi importanti, strade e piazze di ampio respiro.
La città era circondata da fortificazioni imponenti e il suo accesso era limitato ai dignitari e ai loro servitori, oltre che a pochi artigiani e mercanti.
Cancelli, strade recintate, posti di guardia in ogni crocevia, ronde armate che percorrevano il perimetro della città notte e giorno, davano un’idea chiara dell’atmosfera che si respirava a Wari.
Terrore, sospetto, sopraffazione; il popolo viveva oppresso da questo clima, mal sopportando, tuttavia, i soprusi dei governanti.
Quando, infine, una nuova legge vessatoria condannò la gente del volgo a lunghi periodi di lavoro obbligatorio non retribuito, il malumore che da tempo percorreva il territorio, si trasformò in protesta, quindi in rabbia, sfociando in un’insurrezione in grande scala.
In breve, il popolo oppresso si impadronì della capitale, sterminò i tiranni e provò a organizzare un nuovo e più giusto governo.
L’inesperienza, però, ebbe il sopravvento sulle intenzioni e i mille contrasti che sorsero fra le molteplici fazioni popolari, unite a un infelice periodo di siccità e di carestia, portarono alla prematura caduta di Wari e al suo definitivo abbandono.
Si era verso l’800 d.C. e ora sopravviveva solo l’antica Tiahuanaco.
La profezia dell’oracolo si era avverata.
La città del grande lago prosperò ancora per oltre due secoli ma alla fine, vinta dal clima nemico, anch’essa dovette essere abbandonata.
Il popolo si disperse, dividendosi in piccoli nuclei di cui non si seppe più nulla.
Solo Manqo, pronipote di Valicha e Aukinti, riuscì a riunire alcuni ayllu sotto la sua guida e a convincerli ad incamminarsi verso il nord.
Il dio Wirakocha, infatti, gli era apparso in sogno, incaricandolo di condurre il popolo di Tiahuanaco alla ricerca di un nuovo territorio per edificare una città santa ancora più grande e potente della precedente.
Seguito dai fratelli, dalla moglie Occlo e da alcune centinaia di profughi, Manqo si incamminò verso il nuovo destino.
[1] Awqayoc, nella lingua delle Ande, significa “guerriero ribelle, che ha nemici”.




