Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
NEL SEGNO DEL GIAGUARO
(SESTA PARTE)

“Ormai tutto il territorio fra la costa e le terre umide è saldamente in mano nostra e l’unico serio pericolo per le truppe wari è costituito dal potente esercito di Tiahuanaco”, comunicò ad Aucayoc il capo degli esploratori.
“Bene”, esordì il principe, “Tuttavia finora abbiamo raggiunto solo l’obiettivo più facile. Ora la città del grande lago conosce le nostre mosse e dovremo attenderci un potente contrattacco. Ordina al comandante delle truppe del porto di lasciare un piccolo distaccamento a presidiare la cittadella e di raggiungerci con tutte le forze disponibili”.
Aucayoc era inquieto perché messaggeri inviati da Sinchi gli avevano appena comunicato che l’esercito avversario stava compiendo manovre di disturbo e il principe temeva che un deciso attacco nemico potesse sbaragliare le truppe attestate a est, minacciando così la riuscita delle operazioni.
“Comandante”, comunicò l’aiutante di campo irrompendo nella tenda, “le guardie hanno catturato uno dei difensori che pretende di essere tuo amico e chiede udienza”. Perplesso, il generale si chiese di chi potesse trattarsi.
“Va bene, fallo entrare”.
Il grasso mercante venne spinto in malo modo al cospetto del principe e costretto a inginocchiarsi.
“Q’eso”, esclamò Aucayoc, “sei proprio tu! Vieni, alzati, amico mio”, rise felice abbracciando il commerciante.
“Potente guerriero”, iniziò a parlare Q’eso con voce tremante, “rendo onore alla tua gloria. Mai mi sarei aspettato che il giovane e inesperto amico di un tempo, così avido di conoscenza e umile apprendista, fosse in realtà il comandante del fiero esercito wari”.
“Via, lascia stare le adulazioni”, rispose sempre sorridendo il principe, “Per te sono sempre un discepolo che non ha dimenticato gli insegnamenti del maestro. Su, siedi vicino a me e festeggiamo insieme l’incontro. Mi devi raccontare molte cose”.
Aucayoc era felice di aver ritrovato un amico sincero e, al tempo stesso, soddisfatto dell’opportunità che gli si presentava.
Interrogando con tatto il moquehuano, avrebbe potuto raccogliere utili informazioni sul reale stato degli assediati. Ma l’astuto Q’eso era uno dei più esperti mercanti e conosceva l’arte della diplomazia e del raggiro meglio di chiunque altro, certo più dell’antico discepolo.
Dopo molti boccali di chicha, le lingue dei due amici si fecero sciolte e i discorsi si susseguirono ininterrotti durante il resto della giornata e per tutta la notte, in una sottile battaglia verbale condotta con arguzia da entrambi i contendenti.
“Il tuo esercito, nobile amico”, confidò Q’eso fingendosi ubriaco, “è potente e avrà facilmente ragione dei miei compatrioti”.
“Credo che basteranno pochi mesi di assedio per stancare i difensori. Essi hanno cibo e acqua sufficienti per almeno un anno, tuttavia penso che si stancheranno prima e verranno a
patti con te”, mentì il mercante sciorinando una gran quantità di notizie fasulle concordate con Valicha.
Aucayoc non credeva alle allarmanti rivelazioni dell’amico, ma nondimeno si sentiva a disagio.
Non poteva attendere tanto tempo. Egli sapeva che era necessario concludere l’assedio quanto prima per concentrare quindi le forze su Tiahuanaco.
“Non posso permettermi di lasciare una sacca di resistenza alle spalle”, pensò, “e nemmeno di distogliere parte dell’esercito dall’obiettivo finale. Fino a che non avrò preso la rocca non mi sarà possibile dedicarmi completamente alla conquista della città del grande lago. D’altronde”, proseguì nel suo muto ragionamento il generale, “dovrò agire in fretta, per non dare tempo all’esercito nemico di reagire cogliendomi impreparato”.
Due giorni più tardi, arrivarono le truppe dalla costa. I nuovi arrivati presero il posto degli assedianti che, senza indugiare oltre, seguirono Aucayoc sulla strada delle montagne.
Q’eso accompagnò il principe nel viaggio e per tutto il tragitto continuò ad assillare l’amico magnificando la civiltà di Tiahuanaco, parlandogli del Giaguaro Dorato, ispiratore di pace, ma, soprattutto, tessendo le lodi della splendida sacerdotessa, vera guida spirituale dei difensori della montagna piatta.
Per la prima volta, Karmenka decise di agire senza consultare il gran sacerdote. Egli sapeva che in tal modo avrebbe rischiato di far esplodere la collera di Kurasi, ma gli ultimi eventi lo avevano convinto che era finito il tempo degli indugi ed era necessario dare al nemico una dimostrazione di forza.
Le truppe wari avevano conquistato con facilità molti avamposti, bloccando i rifornimenti con Moquehua e ora il comandante della città del grande lago intendeva ripagare il nemico nello stesso modo.
Studiò con attenzione i movimenti degli avversari, individuandone i punti deboli.
Per mantenere le posizioni conquistate, le orde barbare erano state costrette a dividersi fra i vari fortini, alcuni dei quali dislocati a notevole distanza dal grosso dell’esercito. Karmenka, pertanto, approntò alcuni commando di veterani, gli uomini più esperti a sua disposizione e, approfittando delle tenebre, attaccò i presidi isolati, colpendo e massacrando i difensori.
Nel giro di poche ore, i guerrieri di Tiahuanaco conseguirono un successo completo senza subire perdite ed infliggendo al nemico una dura lezione.
Karmenka ritornò alla città del Giaguaro accolto trionfalmente dal popolo e conducendo con sé pure una cinquantina di prigionieri.
La soddisfazione del comandante fu completa quando, presentatosi al cospetto del gran sacerdote, Kurasi lo abbracciò lodandone l’iniziativa.
Una moltitudine di persone si raggruppò attorno al recinto esterno del palazzo dei guerrieri. Uomini, donne e bambini apparivano sereni, agghindati con i loro abiti migliori.
Era giorno di festa a Tiahuanaco, la festa della prima importante vittoria contro i barbari invasori. Mai prima di allora la città del lago era stata costretta a difendersi, mai era stata minacciata e la nuova, terribile situazione aveva portato lo sgomento nella gente del Giaguaro Dorato.
Ma Karmenka aveva dimostrato di essere un abile stratega, conducendo i suoi inesperti guerrieri al successo contro il nemico assetato di sangue. Il Giaguaro Dorato era finalmente tornato a rivolgere l’attenzione verso il suo popolo, guidando i passi del generale e arrestando le orde avversarie.
“Il dio ci ha inviato il segno tanto atteso”, mormorò Kurasi stringendo teneramente la moglie.
“Ma dove sono le mie bambine?”, chiese Kalla mentre una lacrima le rigava il viso sciupato dal tempo, “Che ne è stato di loro? Perché il Giaguaro non ha voluto restituircele, lasciandole invece in balia di quei barbari depravati? Non posso pensare che siano morte, non sarebbe giusto”.
“Non conosciamo il disegno divino, mia cara”, rispose il marito, “tuttavia ricorda, è scritto nel loro destino che sono state create per compiere imprese eccezionali, per la gloria del Giaguaro e la nostra. Quindi tranquillizzati, dobbiamo aver fede. Esse sono certamente vive e nessun selvaggio potrà far loro del male”.
“Ora vieni”, proseguì il gran sacerdote, “è giunta l’ora di dare inizio alla festa del ringraziamento. Il popolo ci attende”.
I prigionieri wari furono condotti al centro dell’ampia arena gremita di guardie. Nudi e costretti a inginocchiarsi, i barbari tremavano, sommersi dalle ingiurie e dalle pietre lanciate dal popolo inferocito.
L’acuto squillo delle conchiglie sacre annunciò il gran sacerdote e costrinse la gente a interrompere il clamore.
Seguito dai sacerdoti sacrificatori armati di lame affilate, Kurasi fece il suo ingresso nella piazza.
“Popolo del sacro Giaguaro”, declamò il dignitario levando le braccia al cielo, “il dio ci ha concesso un’importante vittoria e ora chiede il giusto tributo. Nessun barbaro, nessun invasore potrà mai conquistare la città santa. Per quanto potenti siano le schiere nemiche, esse non riusciranno a profanare il sacro suolo di Tiahuanaco. Il Giaguaro si è pronunciato con forza e chiunque tenterà di distruggere il suo tempio morirà nel più orribile dei modi”. Alte urla di consenso si levarono dal popolo alle parole di Kurasi, mentre i terrorizzati prigionieri tremavano con violenza e la muscolatura dei loro sfinteri si rilasciava involontariamente, insozzando i corpi nudi.
La metà dei prigionieri, più fortunati degli altri, venne condotta verso le fortificazioni esterne della città e lì impalata senza pietà a fungere da agghiacciante monito al nemico.
Legati a paletti infissi nel terreno, gli altri subirono una sorte ancora più crudele.
Con calma studiata, i sacrificatori iniziarono a incidere la pelle degli sventurati prigionieri fino a scorticarli completamente. Le abili mani dei sacerdoti separarono quindi i muscoli guizzanti, recidendo i tendini e scoprendo le ossa.
Le urla strazianti dei sacrificati non impietosirono gli aguzzini che procedettero con metodo, disarticolando gli arti e amputando mani e piedi.
Quando qualcuno dei prigionieri sveniva, attenti inservienti provvedevano a farlo rinvenire, gettando acqua gelida e sale sopra le membra dilaniate.
Solo quando gli sventurati furono ridotti a informi ammassi di carne sanguinolenta, i sacrificatori compirono l’ultimo atto, decapitando i torturati e concedendo loro la pace.
Mentre il popolo, appagata la sete di sangue, abbandonava l’orripilante teatro, ben ventun corpi di giovani e forti guerrieri rimasero a testimoniare l’atroce vendetta del Giaguaro e lì sarebbero giaciuti per secoli, solo ricoperti da un lieve strato di terra.
Aucayoc e i rinforzi raggiunsero le truppe di Sinchi, attestandosi lungo la linea formata da tre fortini ancora intatti.
“Fammi il punto della situazione”, ordinò il principe al luogotenente.
Intanto che il comandante in seconda parlava, Aucayoc valutava le alternative. Le spie avevano riportato notizie non certo confortanti, riferendo di una città magnificamente difesa e difficile da espugnare. Il nemico disponeva di un esercito formidabile e pronto a qualsiasi sacrificio.
Gli uomini di Sinchi, catturati durante l’incursione avversaria del giorno prima, ora pendevano dalle fortificazioni di Tiahuanaco, testimoniando l’indomita determinazione dei difensori.
“Per il momento ci limiteremo a mantenere la posizione, impedendo al nemico di riversarsi al contrattacco”, stabilì il comandante, “Non si dovrà ripetere l’errore di lasciare isolati gli avamposti”, proseguì Aucayoc,
“Ogni possibile incursione dovrà essere arginata. Sinchi, ora hai a disposizione un numero sufficiente di guerrieri. Stabilirai tre turni di guardia di otto ore ciascuno. Mentre un contingente si riposerà nelle retrovie, un altro vigilerà in prima linea e il terzo si terrà pronto a intervenire in caso di necessità. Voglio anche che gli esploratori lavorino senza tregua, riferendo su ogni attività del nemico”.
“Appena conquistata la montagna piatta”, concluse il principe, “riuniremo tutto l’esercito e sferreremo l’attacco decisivo a Tiahuanaco. Tienimi informato costantemente”.
Aucayoc e Q’eso tornarono senza indugio a Moquehua. Ora più che mai il comandante wari aveva urgenza di por fine all’assedio. Egli capiva che il tempo non giocava a suo favore; più tardava e più si sarebbe fortificata la fiducia fra le fila avversarie.
Le parole di Q’eso che continuava a incalzarlo raccontandogli della giovane sacerdotessa e della ferma volontà di resistere dei difensori della rocca, non contribuivano certo a rasserenarlo.
Nulla era cambiato nella pianura delle terre umide. L’esercito wari stringeva sempre d’assedio la rocca, ma, in assenza del comandante, i capi si erano limitati a controllare le mosse degli assediati, senza intraprendere alcuna azione offensiva.
Dall’alto della montagna piatta, gli osservatori di Valicha annotavano ogni movimento avversario e furono in grado di segnalare alla sacerdotessa il ritorno del principe.
Ricevuta l’informazione, la ragazza ritenne giunto il momento di dare seguito al piano congegnato con Q’eso, passando alla fase successiva.
“Oggi festeggeremo”, annunciò la figlia di Kurasi agli amici sbalorditi, “da troppo tempo la nostra gente vive nella disperazione. Dobbiamo risollevare il morale, ridare speranza”.
“Una festa in un momento come questo?”, obiettarono i compagni, “Chi avrebbe la voglia e la forza di parteciparvi? Ci prenderanno per pazzi”.
“E chi lo dice?”, rispose Valicha sorridendo dolcemente, “Non preoccupatevi, amici miei, vedrete che dopo i primi boccali di chicha, il desiderio di liberarsi per un momento dei timori e di dimenticare le pene prenderà il sopravvento”.
“Chiamate i musicisti”, proseguì la gemella, “ordinate alle donne di aprire le giare di chicha e annunciate al popolo l’imminente inizio della festa”.
Quando tutti se ne furono andati, Valicha convocò il fido comandante delle guardie e lo mise al corrente del suo piano.
“Capitano”, concluse la ragazza, “è quasi superfluo precisare che quanto ci siamo detti debba restare segreto. Il popolo deve pensare che si tratti effettivamente di una semplice festa senza secondi fini, comportandosi di conseguenza, altrimenti sarà difficile ingannare gli osservatori nemici”.
“Naturalmente i guerrieri non parteciperanno alle libagioni”, precisò la sacerdotessa, “e si terranno pronti in assetto di battaglia, nascosti al riparo delle mura”.
“Non so se il tuo piano potrà avere successo, principessa”, rispose il comandante, “tuttavia ritengo giusto tentare. Ormai non ci resta altra speranza”.
Valicha fece allestire un banchetto sontuoso, dando fondo alle riserve alimentari, ordinò ai musicisti di intonare motivi allegri e dispose che capienti recipienti colmi d’acqua fossero dislocati in punti strategici, prestando attenzione che tutti i preparativi avvenissero alla luce del sole, ben visibili dagli occhi degli osservatori nemici.
Nel frattempo, il comandante delle guardie istruì i suoi uomini, ordinando loro di ammassare furtivamente una grande quantità di pietre e tutte le armi disponibili nei pressi della cinta muraria esterna.
Dalla cima della collina che sorgeva al limitare dell’accampamento, Aucayoc osservava perplesso il caotico andirivieni degli assediati.
Quando le spie gli avevano riferito di sospette manovre nemiche, il principe aveva voluto osservare di persona e ora il suo sguardo vagava dubbioso da un lato all’altro della rocca.
“Si preparano forse a un’incursione gli incauti?”, si chiedeva il comandante wari, “Se così fosse si voterebbero al suicidio. Possibile?”
Ma quando dalla fortezza nemica iniziarono a salire le note di una musica allegra, Aucayoc si voltò verso gli ufficiali che lo accompagnavano, guadandoli interrogativamente.
Un atteggiamento tanto disinvolto da parte di persone destinate ormai a una morte certa non aveva senso.
“Stiamo a vedere cosa hanno in mente quei pazzi”, rise nervosamente il principe rivolgendosi ai compagni.
“Q’eso, cosa significa tutto questo?”
“Non preoccuparti, amico mio”, rispose il mercante, “Il mio popolo si concede solo un poco di svago perché sanno che dovranno rimanere ancora lunghi mesi racchiusi fra quelle mura e desiderano scacciare la noia”.
“Ma come possono illudersi di resistere per tanto tempo alle mie armate?”, proruppe Aucayoc alzando il tono della voce. “Ormai sono spacciati ed entro pochi giorni li spazzeremo via”, proseguì il principe con ira.
“Ti ho già detto, nobile generale”, ribadì calmo Q’eso, “Che la tua vittoria è certa. Nondimeno, la rocca è inespugnabile e il tuo esercito dovrà attendere che i difensori esauriscano le proprie abbondanti scorte prima di ridurli all’impotenza”.
“Lo vedremo”, mormorò il principe.
Sulla rocca la festa proseguiva in un crescendo continuo. La chicha scorreva abbondante, accendendo gli animi del popolo di Moquehua che si lasciava andare a balli sfrenati, intonando canzoni spensierate.
Il comandante wari non credeva ai propri occhi. Egli seguiva lo svolgersi degli avvenimenti senza poter staccare lo sguardo dalla scena di quell’assurda festa, intanto che la sua ira montava di minuto in minuto.
La misura fu colma quando si accorse che i festanti ormai non si limitavano più a danzare e cantare, ma iniziavano a scherzare pesantemente fra loro, innaffiandosi l’un l’altro e sprecando grandi quantità d’acqua.
“È assurdo”, sbottò Aucayoc, “per quanta ne abbiano non possono gettarla via così”.
“L’acqua è il loro ultimo pensiero”, spiegò Q’eso sorridendo compiaciuto tra sé, “La rocca è provvista di profondi pozzi pressoché inesauribili e neppure il cibo costituisce un problema impellente visto che, con previdenza, la sacerdotessa Valicha ha fatto accumulare all’interno della fortezza alimenti sufficienti per lungo tempo”.
“Ora basta”, urlò il principe esasperato e, rivolgendosi agli ufficiali, ordinò: “Radunate l’esercito. Attaccheremo subito, approfittando della loro stolta disattenzione”.
“Bene”, pensò Q’eso soddisfatto, “siamo giunti alla resa dei conti”.



