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Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

NEL SEGNO DEL GIAGUARO

(QUINTA PARTE)

Cerro Baul

Il suono stridulo e acuto di cento conchiglie svegliò di soprassalto l’esercito di Cahuachi accampato nella pianura. Durante la notte erano giunti in città messaggeri trafelati, recando notizie terribili.

Un impressionante contingente di truppe barbare stava calando dal nord, saccheggiando e distruggendo ogni cosa al suo passaggio.

La settimana di festa in onore del Giaguaro Dorato era in pieno svolgimento e la notizia delle devastazioni colse il popolo di sorpresa nel bel mezzo dei festeggiamenti.

I guerrieri abbandonarono i giacigli in fretta, per quanto consentivano loro le gambe malferme e le teste pesanti a causa delle abbondanti bevute di alcol.

Il nemico non avrebbe potuto scegliere un momento migliore per sferrare l’attacco, approfittando dell’impreparazione e del caos generale.

Ordini frenetici sibilavano nell’aria mentre i comandanti, a fatica, cercavano di portare ordine fra le fila impaurite dei soldati.

Dalle colline lontane, intanto, si espandeva nelle campagne l’urlo di guerra wari, seguito dal suono selvaggio delle armi che percuotevano gli scudi.

 

Jontarak incitava i frombolieri e i mazzieri a terrorizzare il nemico con alti ululati, impedendo al contempo ai suoi uomini di gettarsi in avanti.

Il piano di battaglia era stato studiato con cura. Occorreva lasciare all’avversario il tempo di organizzare i reparti e di contrattaccare. L’attenzione del nemico doveva rimanere concentrata sull’imponente linea scura dei guerrieri wari che danzavano di fronte.

Nascosti dietro le dune di terra, ai lati attendevano i lanciatori di liwi che, al momento opportuno, avrebbero fatto scattare la trappola, uscendo allo scoperto e immobilizzando gran parte dell’esercito avversario con il loro tiro incrociato. Allo stesso tempo, le fionde avrebbero iniziato a colpire senza tregua le schiere degli attaccanti, subito seguite dalla carica dei veloci incursori.

Poi, i mazzieri avrebbero compiuto l’opera.

Intanto Aucayoc, scortato da un adeguato numero di audaci guerrieri, avrebbe aggredito i presidi a guardia dei pozzi. Secondo i calcoli del principe, il compito sarebbe stato abbastanza agevole, facilitato dalla sicura distrazione delle guardie, impegnate a osservare l’evolversi della battaglia nella pianura.

Con rapidità il giovane figlio di Jontarak guidò i suoi uomini contro il primo torrione, sorprendendo i pochi difensori e trucidandoli senza pietà. In poco tempo il commando s’impadronì di tutti i fortini, lasciando dietro di sé un’impressionante scia di sangue e impossessandosi, di fatto, della principale fonte di vita di Cahuachi.

I calcoli dei generali wari si rivelarono ben presto esatti e lo sventurato esercito della città del Giaguaro, decimato e umiliato, dovette ritirarsi entro le mura, mentre i feroci barbari devastavano le coltivazioni, imprigionando quanti riuscivano a catturare.

 

Durante tutta la notte i fuochi dei bivacchi tremolarono sinistramente attorno alle mura della città e le grida selvagge dei barbari ubriachi echeggiarono nell’aria aumentando lo sconforto nell’impaurito popolo di Cahuachi.

Quando un sole brillante spuntò da dietro le colline, i difensori ammutolirono osservando l’orrido spettacolo che si stava consumando nella pianura.

Nudi e mutilati, i prigionieri circondavano l’intera cinta muraria, impalati sulle aguzze aste wari conficcate nel terreno. Ancora vivi, gli sfortunati uomini agonizzavano con gli occhi rivolti alla loro città in cerca di un impossibile aiuto.

 

L’ambasceria degli invasori si avvicinò all’entrata principale di Cahuachi chiedendo la resa incondizionata.

I dignitari del Giaguaro rifiutarono sdegnati la proposta nemica, ma ormai il loro destino appariva segnato.

Aucayoc ordinò ai suoi uomini di interrompere il flusso di acqua verso il centro abitato: ancora poco tempo, qualche giorno al massimo, e la sete e il calore del sole avrebbero avuto la meglio, donando una facile vittoria agli uomini del nord.

E quando alla fine la città dovette arrendersi, solo la riconosciuta autorità del principe, che aveva vissuto giorni felici a Cahuachi imparando ad apprezzarne la cultura e i costumi, riuscì in parte a salvare la città dalla completa distruzione.

La prima ondata di guerrieri wari si riversò attraverso le piazze e lungo le vie, saccheggiando, uccidendo e violentando, ma Aucayoc, seguito dalle sue guardie scelte, pur con difficoltà riuscì a frenare l’impeto barbaro, approntando un’efficace linea difensiva attorno all’area dei templi principali.

 

I primi giorni furono terribili per il popolo del Giaguaro, ma poi le cose lentamente si normalizzarono. Jontarak e il consiglio dei capi compresero che la distruzione della città non avrebbe giovato a nessuno e seguirono le indicazioni del nobile Aucayoc del quale rispettavano l’ingegno e la lungimiranza.

Seguì un periodo burrascoso e complicato durante il quale il principe rivestì l’importante ruolo di mediatore e alla fine il suo lavoro ottenne il successo sperato.

Il popolo di Cahuachi avrebbe mantenuto la propria religione e i propri costumi, governato dagli antichi dignitari affiancati dai comandanti wari.

Ripresero i commerci, ora però rivolti verso il nord e la città dei barbari, la cui civiltà prese a fiorire sotto l’impulso degli esperti ingegneri cahuachi.

Anche le colture e i canali di irrigazione della pianura del Giaguaro furono ripristinati e le tecniche di coltivazione furono esportate pure a Wari.

 

Ma il compito di Aucayoc non era terminato.

“Padre”, prese la parola Aucayoc davanti al consiglio dei guerrieri radunato nella sala delle udienze di Wari, “abbiamo sottomesso le tribù del nord e i popoli della costa occidentale; nulla abbiamo da temere dalle terre dove sorge il sole e a sud, fino alla sorella città di Cahuachi, il nostro dominio non conosce ostacoli. Abbiamo costruito fortificazioni importanti a guardia dei valichi della cordigliera e abbiamo costituito un impero potente. Ma non è sufficiente”.

Con calma studiata, il principe sospese il discorso, lasciando che le proprie parole facessero breccia nelle teste dei presenti. Egli temeva che il suo popolo, sazio di conquiste e impigrito dall’ozio e dalla prosperità, commettesse lo stesso errore di Cahuachi.

“Cos’hai in mente, figlio?”, lo interrogò Jontarak. Schiarendosi la gola, il guerriero si alzò dal sedile di pietra e percorse lentamente il perimetro della sala, fissando negli occhi ognuno dei consiglieri.

“Gli esploratori ci riferiscono di movimenti di truppe nel lontano sud”, proseguì Aucayoc, “A meridione, la città del grande lago si sta preparando alla guerra. Non v’è alcun dubbio, ormai, che Tiahuanaco intenda riprendersi Cahuachi. Il suo esercito confida nella nostra mollezza per attaccarci all’improvviso e distruggerci. Se noi continueremo a cullarci nel ricordo della nostra potenza passata, per il nemico sarà facile sopraffarci e, dopo Cahuachi, sarà Wari stessa a cadere. La nostra civiltà perirà e il popolo tornerà a vagare fra le alti valli, di nuovo povero, ancora una volta costretto a combattere per guadagnarsi il cibo”.

“Cosa proponi?”, chiese Jontarak.

Spostandosi verso la lama di luce che penetrava dalla porta, il principe alzò i pugni, facendo guizzare i forti muscoli del petto.

“Io dico che non avremo pace fino a che esisterà un solo nemico a minacciare l’impero. Io dico”, continuò Aucayoc alzando il tono della voce, “che i guerrieri devono ritrovare il gusto della vittoria e riacquistare la sete di sangue. Io dico che le orde devono riversarsi nuovamente in battaglia, eliminando senza pietà chiunque minacci il nostro potere”. “Prima che sia troppo tardi”, aggiunse teatralmente il guerriero.

Un brusio inquieto percorse la sala, dapprima sommesso, poi sempre più alto, fino a divenire un boato. I consiglieri si levarono all’unisono acclamando, convinti ed entusiasti dell’arringa del principe.

“Così sia.” Intervenne Jontarak, tacitando l’assemblea, “Aucayoc studierà il piano migliore e guiderà l’esercito verso la gloria. Distruggeremo Tiahuanaco e ogni altro popolo che non si sottometterà”.

“Figlio”, proseguì, “non perdiamo altro tempo. Fai quello che è giusto”.

 

Kurasi si alzò dal pavimento con le gambe che gli tremavano. Le lunghe ore trascorse in preghiera sdraiato bocconi nella sala del nuovo tempio non gli avevano portato grande conforto.

Ultimamente pareva che il Giaguaro si fosse disinteressato della sorte del suo popolo ed egli non ne comprendeva il motivo. Aveva fatto erigere in poco tempo una nuova e sontuosa dimora per il dio. Gli scultori avevano lavorato creando immagini superbe a gloria della divinità. La porta principale del palazzo era adornata da una bellissima scultura che rappresentava il Giaguaro Dorato mentre riceveva omaggio da parte dei sacerdoti inginocchiati al suo cospetto. Il popolo si recava ogni giorno al tempio e trascorreva molto tempo in adorazione, ma non sembrava che tutto ciò fosse sufficiente.

Cahuachi era caduta ormai da un paio d’anni e le feroci scorrerie dei barbari avevano mortificato la gente delle pianure settentrionali e ora i wari minacciavano persino la città del grande lago.

Tuttavia, il gran sacerdote esitava ancora a concedere a Karmenka il permesso di guidare l’esercito al contrattacco. Il suo credo gli impediva di assecondare una guerra che avrebbe generato solo dolore ed egli riteneva ancora, nonostante tutto, che la crisi si sarebbe potuta risolvere con la ragione e l’amore. Ma le inquietanti notizie che giungevano dal nord non lasciavano presagire nulla di buono.

Così, Kurasi stava invecchiando rapidamente, oppresso dai dubbi e sconvolto dal distante atteggiamento del Giaguaro, dal quale attendeva un segno che tardava ad arrivare.

 

Nel frattempo, Karmenka aveva lavorato bene, addestrando commercianti e artigiani, fino a trasformarli in efficienti guerrieri, temprati da continue esercitazioni.

Il generale aveva fatto costruire importanti fortini lungo le vie di comunicazione e aveva allacciato ottimi collegamenti con la città delle terre umide, predisponendo una rete di contatti ininterrotti che permettevano ai due centri di formare un’imponente linea difensiva difficile da infrangere.

L’esercito di Moquehua, dal canto suo, era cresciuto di numero e, pur non raggiungendo l’alto grado di preparazione di Tiahuanaco, forniva un buon baluardo in grado di frenare le possibili incursioni nemiche.

“Questo è il momento giusto per sferrare un efficace attacco”, spiegava impaziente il guerriero al gran sacerdote, “Le orde wari si sono arrestate e stanno godendo i frutti della conquista, troppo sicure della loro forza. Dobbiamo agire approfittando di questo istante di stasi. Li coglieremo impreparati e li distruggeremo”.

“Le truppe di Moquehua saliranno dalla costa”, proseguì con fervore Karmenka, “mentre noi caleremo dalle montagne e sorprenderemo l’esercito nemico con una manovra a tenaglia. Non avranno scampo”.

Il guerriero era irritato dall’atteggiamento riluttante di Kurasi, ma non osava disubbidire agli ordini del primo servitore del Giaguaro.

Più volte al giorno, Karmenka tornava dal gran sacerdote, ma nessun argomento riusciva a smuoverlo. Così, dopo ogni discussione, il generale tornava sconfortato al proprio palazzo e lì sfogava la rabbia repressa rompendo tutto quello che gli si parava dinanzi e annegando la disperazione nella chicha.

L’unica iniziativa che gli era concessa, tuttavia, egli cercava di sfruttarla in pieno, rafforzando sempre più le difese e mantenendo efficiente l’esercito.

 

“Raduna la guardia”, ordinò Aucayoc al suo luogotenente “e chiama a raccolta l’esercito nella piazza d’armi. Setaccia ogni angolo della città, svuota tutte le bettole e i postriboli. Ti autorizzo a usare la frusta, se necessario, ma voglio i guerrieri al completo entro tre giorni, armati e pronti alla marcia”.

La mente pronta del principe aveva già elaborato un piano d’azione efficace, la cui riuscita, però, sarebbe dipesa dalla rapidità d’esecuzione e dalla preparazione delle truppe.

Il comandante wari condusse l’esercito nella selvaggia pianura a due giorni di marcia dalla città e costrinse i suoi uomini a un duro addestramento. Pianificò una dieta ferrea, eliminando innanzi tutto le bevande alcoliche e obbligando i guerrieri a nutrirsi di verdura fresca e carne essiccata di lama per prepararli alle privazioni future.

L’esercito trascorse oltre un mese in quelle lande desolate, svegliandosi prima dell’alba e lavorando tutto il giorno e ancora fino a notte fonda.

Quando ritenne che i guerrieri fossero temprati e ormai pronti alla campagna militare, Aucayoc concesse loro due giorni di riposo. Poi, quando la nutrita carovana dei vettovagliamenti giunse da Wari, il principe arringò le truppe.

“Guerrieri, domattina lasceremo la nostra terra e ci dirigeremo verso Cahuachi. Lì i nostri fratelli che presidiano la città si uniranno a noi per compiere un’impresa nobile e gloriosa. Conquisteremo le città del sud che minacciano l’impero. Pioveremo loro addosso come un uragano irrefrenabile e sgomineremo ogni resistenza. Ridurremo all’impotenza le superbe schiere nemiche, rendendole schiave del popolo wari. Vedo in voi la sete di sangue e la voglia di saccheggio che mi aspettavo. E allora fatelo scorrere quel sangue! Fate che inondi i templi e le strade delle città che osano contrastarci. Liberate i vostri desideri repressi e radete al suolo le fortificazioni del nemico. Questo mi aspetto da voi. Questo voglio da voi!”. Un boato assordante sconvolse la radura e per lunghi minuti le orde di Aucayoc acclamarono il discorso del comandante. Il terribile esercito era pronto e nulla più avrebbe potuto arrestarlo.

 

 

A Cahuachi il principe divise le truppe in tre contingenti.

Il primo reggimento, cui spettava il percorso più impegnativo, si mise subito in cammino, comandato da Sinchi, il primo luogotenente.

A distanza di alcuni giorni, anche gli altri due lo avrebbero seguito.

La prima parte del cammino, comune ai tre gruppi, prevedeva di raggiungere la costa e di seguirla per circa tre giorni.

Esperti esploratori, profondi conoscitori della zona, avevano il compito di guidare i guerrieri lungo il tragitto, fino a un porto naturale dove Sinchi avrebbe fatto riposare gli uomini prima di intraprendere l’ardua ascensione verso l’interno.

Quindi, secondo il piano, il primo contingente avrebbe compiuto un largo giro lungo le reni della cordigliera, evitando, senza farsi scorgere, la pianura di Moquehua e irrompendo all’improvviso sulla strada che connetteva la città delle terre umide con Tiahuanaco. Qui Sinchi si sarebbe attestato, eliminando i presidi nemici e occupandone i fortini. In tal modo Aucayoc intendeva tagliare le vie di comunicazione e di soccorso fra i due centri nemici.

Obbedendo entusiasta agli ordini, il reggimento del luogotenente raggiunse la costa e, di lì, dopo un lungo cammino, scomparve fra le Ande.

Il principe guidò il resto dell’esercito sulla rotta seguita da Sinchi e, raggiunto il porto naturale, constatò con soddisfazione che il suo piano non aveva subito intoppi. Attese con i suoi uomini che i messaggeri del luogotenente tornassero dalle montagne e quando fu certo che Sinchi stava per portare a termine il proprio compito, ordinò alle sue schiere di muoversi.

Mentre il secondo contingente si dirigeva a sud, costeggiando l’oceano, per colpire la cittadina costiera gemella di Moquehua, Aucayoc guidò il terzo reggimento verso le terre umide.

Il comandante raggiunse la città nemica dopo aver superato un infuocato deserto che mise a dura prova la tempra dei pur valorosi guerrieri.

 

Colti di sorpresa, i difensori non furono in grado di far fronte alle terribili orde nemiche e solo l’intraprendenza di una giovane sacerdotessa salvò la popolazione dal sicuro massacro.

Quando giunsero le prime notizie di un’imminente invasione barbarica, le truppe wari si trovavano ormai a poche ore dalla città.

Il tempo stringeva e Valicha comprese che a nulla valeva abbandonarsi agli isterismi e al fatalismo. Occorreva agire. La ragazza ringraziò in cuor suo il Giaguaro Dorato per averle donato l’idea di fortificare il santuario sulla montagna piatta e di completarlo con magazzini stipati di generi alimentari e di una riserva d’acqua che avrebbe permesso ai rifugiati di sopravvivere per diversi mesi.

La sacerdotessa prese l’iniziativa nelle sue mani. Ordinò all’esercito di formare una nutrita linea difensiva per dare tempo alla gente del popolo di guadagnare il sicuro rifugio e quindi organizzò l’evacuazione della città, agendo come uno stratega di provate capacità.

Tuttavia le truppe nemiche, ormai giunte in vista della città, sembravano non aver fretta, concedendo in tal modo ai moquehuani il tempo di riparare dentro la cittadella fortificata.

Aucayoc ebbe un moto di stizza quando si accorse di quanto stava accadendo. Il suo piano prevedeva di accerchiare la città, provvista di scarse difese e di intimarne la resa confidando nel terrore degli abitanti.

Le vie di scampo erano precluse tanto a ovest come a oriente e, se il popolo delle terre umide non si fosse arreso, il principe avrebbe ordinato ai guerrieri di distruggere la città e massacrarne gli abitanti.

Ma il giovane comandante non aveva previsto, né le sue spie gliene avevano parlato, la presenza di quella fortezza inespugnabile.

Aucayoc, comunque, scrollò le spalle. “Non importa”, pensò, “è solo questione di tempo”.

Il principe wari predispose un cordone di guardie attorno alla rocca con l’incarico di controllare gli assediati e ordinò all’esercito di accamparsi nella pianura.

Egli stabilì il quartier generale nell’ampia radura ricoperta dalle linee di Ninakuychi e si soffermò a osservare incuriosito l’affascinante carovana di lama raffigurata sul pendio della collina di fronte.

Solo quando tutte le innumerevoli tende di pelle furono montate, Aucayoc permise ai guerrieri di invadere la città abbandonata e di saccheggiarla a piacimento.

Quella notte, il comandante concesse alla truppa il giusto premio dopo tanti sacrifici. La chicha prese a scorrere a fiumi, mentre canzoni e urla sguaiate solcavano l’aria, echeggiando anche nelle orecchie degli impauriti difensori della montagna piatta.

 

Il mattino successivo Aucayoc in persona si recò sotto la fortezza a intimare la resa ai moquehuani.

Il principe non ottenne nulla dal suo tentativo, ma qualcuno dall’alto delle mura l’aveva osservato con attenzione e ora stava interrogando la propria memoria.

 

Valicha uscì dal tempio e si diresse rapida verso le fortificazioni, non appena un messo venne ad annunciarle il sopraggiungere dell’ambasciata wari.

Accompagnata dagli amici più fidati, la gemella ascoltò le intimazioni pronunciate con arroganza dal capo dei barbari e, se la distanza glielo avesse concesso, avrebbe volentieri scagliato lei stessa un dardo sulla testa dell’odiato nemico. Stava ancora sorridendo soddisfatta mentre osservava gli avversari che si ritiravano con la coda fra le gambe quando, facendosi largo a gomitate, il vecchio amico Q’eso la raggiunse.

“Principessa”, le sussurrò all’orecchio il mercante, “devo parlarti subito. Io conosco quel guerriero”.

La sacerdotessa ascoltò con interesse il racconto del commerciante, chiedendosi in che modo avrebbe potuto sfruttare l’antica amicizia che lo legava al comandante nemico.

Poi, abbracciando Q’eso, gli disse: “Grazie mio buon amico. Forse proprio tu potrai salvare il nostro popolo. Ascolta il mio piano e dimmi la tua opinione”.