Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
NEL SEGNO DEL GIAGUARO
(QUARTA PARTE)

L’ultima scorreria aveva fruttato ben poco, solo qualche lama poco in carne, alcune donne e poche decine di uomini che, quella notte stessa, sarebbero stati immolati sull’altare del feroce dio delle montagne.
Jontarak, lo spietato capo della tribù, non era soddisfatto. Da qualche tempo, è vero, aveva ottenuto buoni risultati tenendo a bada i suoi uomini e la sua stessa natura impulsiva per attuare un’intelligente strategia. In poco tempo era riuscito a convincere le altre comunità nomadi, storicamente rivali, a unirsi alla sua per dare vita, sotto il suo comando, a una politica di aggressione contro le altre popolazioni che vivevano nelle vicine vallate.
All’inizio la coalizione aveva ottenuto effetti soddisfacenti, sgominando quanti ponevano resistenza e sottomettendo gli altri. Ora che era riuscito a riunire un notevole numero di villaggi e a formare un esercito potente, si presentava un grosso problema.
Ormai il territorio al centro delle Ande era stato depredato e iniziava a serpeggiare fra il suo popolo un pericoloso malumore dovuto alla scarsità di cibo e all’innato desiderio dei guerrieri di riversarsi in battaglia e di saccheggiare.
Gli esploratori, che il capo aveva inviato in ogni direzione, erano tornati riferendo di una ricca civiltà che prosperava nelle lontane pianure a sud.
L’opportunità di una nuova e importante conquista appariva ghiotta, ma le sue spie l’avevano messo in guardia. La ricca città sembrava ben difesa da un buon esercito e da imponenti fortificazioni.
Jontarak aveva accantonato il primo impulso, ritenendo che un attacco spavaldo contro quel formidabile popolo avrebbe provocato una disfatta colossale, ma ora il problema della sopravvivenza si faceva di giorno in giorno più assillante e l’inquietudine si stava insinuando fra le fila degli uomini.
Il condottiero decise quindi di riunire i generali per studiare le possibilità di conquistare la città di Cahuachi.
Dopo lunghe discussioni e valutati tutti gli aspetti e le difficoltà di una nuova campagna militare tanto impegnativa, il consiglio dei capi approntò un piano meditato con attenzione.
Furono inviati nuovi esploratori camuffati da pastori nomadi a osservare il nemico e a individuarne gli eventuali punti deboli.
Uno dei prescelti fu Aucayoc, il giovane principe figlio del gran capo, che aveva dimostrato di possedere abilità, sia nel campo della diplomazia, sia come osservatore.
Nel frattempo i capi militari cercarono di dare ordine alla massa disordinata dei guerrieri, addestrandoli per gruppi omogenei.
Da una parte gli abili frombolieri che erano in grado di lanciare insidiosi dardi da distanze impressionanti. Da un’altra i pastori esperti nell’utilizzazione della ”liwi”, il micidiale strumento formato da tre robuste corde di cuoio intrecciato e appesantite alle estremità da pietre arrotondate. Era questo l’utensile impiegato abitualmente dalle popolazioni nomadi per immobilizzare gli animali e che, usato con maestria, risultava formidabile anche contro le schiere nemiche.
Un altro contingente era composto da guerrieri provvisti di grosse mazze che, con un sol colpo, riuscivano a spaccare i crani degli avversari.
Il fiore all’occhiello, tuttavia, era rappresentato dagli audaci incursori, giovani guerrieri agilissimi e veloci, armati di leggere e corte spade di ossidiana. Essi avevano il compito di penetrare nelle fila nemiche, coperti dalla nutrita artiglieria dei frombolieri, per portare rapidi attacchi in successione, colpendo e arretrando in continuazione e impedendo al nemico di organizzarsi. L’avversario, bersagliato dalle migliaia di pietre che gli cadevano sulla testa, si trovava improvvisamente di fronte alla carica mortale di questi impavidi guerrieri che, prima che il nemico potesse rendersene conto, colpivano violentemente e rapidi indietreggiavano, mentre riprendeva inesorabile la scarica di proiettili dal cielo.
Suddivisi in numerosi piccoli gruppi, gli esploratori avanzarono da direzioni diverse. A mano a mano che procedevano, essi incontravano i segni inconfondibili di una civiltà progredita.
I sentieri che conducevano alla capitale erano ben tenuti e pavimentati con grosse pietre squadrate. Ogni tanto, piccole costruzioni in mattoni di terra e paglia permettevano ai viandanti di sostare e di far riposare il bestiame nei recinti predisposti a proposito.
Mercanti riccamente vestiti percorrevano numerosi quelle strade, diretti o provenienti da Cahuachi e la gente più umile era costretta a cedere loro il passo ogni volta che li incrociavano.
Piccoli chioschi, posti a distanze convenienti gli uni dagli altri, offrivano ai viaggiatori giare di chicha e pannocchie di mais abbrustolite.
Lungo una di queste vie s’incamminò anche Aucayoc con il suo sparuto seguito di lama carichi di stoffe intessute semplicemente.
“Ehi, ragazzo, scosta di là le tue bestie e fammi passare”, urlò con voce tonante un mercante vestito sontuosamente.
l cappello a quattro punte e gli abiti ricamati indicavano che l’uomo proveniva dal sud, dalla città delle terre umide e il carico trasportato da superbi lama ben curati e adornati da drappeggi multicolori lo identificava come uno dei ricchi commercianti che facevano la spola fra il mare e l’entroterra.
L’addome pingue e le mascelle cascanti rivelavano che la persona conduceva una vita di agi, ma la sua andatura fiera e sicura contrastava con l’apparente mollezza del fisico.
Le gambe del ricco viaggiatore erano forti e gli permettevano di proseguire spedito senza stancarsi per giorni e giorni.
I servitori al suo seguito, vestiti semplicemente, ma in maniera impeccabile, badavano che le merci si mantenessero in equilibrio sul dorso delle decine di lama che camminavano in file ordinate.
Grosse zucche e varie qualità di frutta pendevano dalle sacche degli animali di testa, mentre gli altri trasportavano enormi conchiglie, molluschi, pesci essiccati e salati, utensili e molti altri prodotti destinati a essere scambiati nei grandi mercati di Cahuachi.
Aucayoc si voltò di scatto verso il suo interlocutore, afferrando il manico del coltello che teneva nascosto sotto le vesti. Il principe, tuttavia, ebbe la prontezza di spirito di trattenere il suo impeto, rammentando il compito che l’attendeva.
Con rispetto, il giovane rivolse un inchino e un sorriso accondiscendente all’uomo più anziano e ordinò ai suoi aiutanti di fare strada.
Q’eso il mercante apprezzò il gesto e la sua indole gioviale lo costrinse a fermarsi e ad abbracciare paternamente il pastore.
“Giovanotto”, rombò il commerciante, “tu sei nuovo di qui, è vero? Da dove vieni?”
“Dalle terre del nord, signore”, rispose il principe, “e questo è il mio primo viaggio. Voglio imparare la nobile arte del commercio e conoscere il mondo. La mia famiglia non possiede ricchezze e al villaggio la gente sopravvive a fatica. Mio padre mi ha inviato quaggiù per osservare i grandi uomini d’affari come te e per apprendere da loro i segreti per prosperare. Quando avrò osservato a sufficienza e imparato la tua arte, mio nobile mercante, potrò forse tornare al mio paese per aiutare il popolo a migliorare la propria vita”.
“Ah, ah, ah”, rise compiaciuto Q’eso, colpendo con una manata bonaria le spalle del ragazzo, “così mi piace. Ci vuole umiltà per imparare il mio mestiere. Vieni, fermiamoci fino a domattina nell’accampamento laggiù e ti insegnerò io le prime importanti nozioni per diventare un valido affarista. Mi sei simpatico e credo proprio che ti prenderò con me”.
Aucayoc non osava quasi credere a tanta fortuna. Era proprio quello che ci voleva. Fungere da apprendista di un uomo affermato e certo rispettato da tutti, gli avrebbe permesso di portare a termine il suo incarico senza dare nell’occhio e avrebbe potuto rivolgere ogni tipo di domanda a chiunque senza destare sospetti.
Il principe seguì, quindi, di buon grado la sua grassa guida, ordinando ai compagni di unire i propri animali a quelli del mercante.
“No, no, fermi!”, ordinò il commerciante. “Questa è la prima lezione. Non lasciare mai che bestie come le tue, così sporche e mal tenute, si uniscano a una carovana elegante. L’immagine innanzi tutto, per il Grande Giaguaro!”
Così, mentre Q’eso e Aucayoc presero posto accanto a un fuoco scoppiettante, accompagnati da una grossa giara di chicha gialla, pannocchie di mais abbrustolite e da prelibate strisce sottili di carne secca, gli aiutanti, seguendo gli ordini impartiti dal mercante, iniziarono a strigliare con cura la lana degli animali e a renderli presentabili accorciandone il pelo e infiocchettandone le orecchie e le zampe.
Durante la lunga conversazione, il giovane figlio di Jontarak apprese molte notizie interessanti sulla vita della nobile stirpe di Cahuachi e restò affascinato dai racconti del nuovo amico.
Aucayoc stentava quasi a credere alle parole di Q’eso che gli dipingeva i costumi e la magnificenza della città che stavano per raggiungere e iniziò a rispettare la cultura e la potenza del nemico.
Per alcuni giorni ancora, le due carovane proseguirono assieme verso la meta e per tutto il tragitto il principe assillò il mercante con domande incalzanti, sempre insaziabile di conoscenza.
Q’eso rispondeva volentieri, soddisfatto della volontà di imparare del discepolo al quale si stava affezionando come a un figlio.
Finalmente, i viandanti giunsero nei pressi della maestosa città che ormai il sole stava calando, nascondendosi dietro le colline.
I colori del tramonto donavano uno splendore incantevole al paesaggio e, mentre le sottili lame della luce ormai fioca si insinuavano fra i templi accarezzando i palazzi e le piazze, Aucayoc si accorse di trattenere il respiro, vinto dalla bellezza divina di Cahuachi.
Si accamparono fuori delle enormi mura che proteggevano il centro, ricavandosi uno spazio fra le centinaia di altre carovane che occupavano la pianura.
Quella notte il principe non poté dormire e rimase a osservare il cielo infinito e la splendida luna piena che contribuiva a far brillare la città di una luce mistica.
I giorni successivi furono occupati da una frenetica attività che non permise all’esploratore di Wari di controllare le fortificazioni e l’apparato militare del nemico, ma che gli fu forse ancora più utile, perché gli diede l’occasione di conoscere l’anima di Cahuachi.
Q’eso non lo lasciava un momento, coinvolgendolo in ogni suo affare e insegnandogli con pazienza l’arte del mercanteggiare.
Ogni mattina, all’alba, i commercianti oltrepassavano la porta che immetteva in città, senza nessun’altra formalità che quella di pronunciare a voce alta il proprio nome e la provenienza, rivolti alle guardie insonnolite.
Le numerose carovane raggiungevano quindi una delle tante piazze del centro dove si esponevano le mercanzie, gli uomini d’affari affidavano gli animali ai servitori e si recavano presso i vari mercati a discutere con i colleghi.
“Non lasciarti ingannare da questi commedianti, figliolo”, sussurrò Q’eso all’orecchio del discepolo, “sono capaci di piangere la madre morta dieci anni fa e di giurare miseria pur di suscitare la tua compassione e strapparti fino all’ultimo brandello della veste”.
“Se loro piangono”, proseguì il grasso maestro, “tu piangi di più, tanto vedrai che alla fine della giornata niente cambierà se sarai stato capace di mantenerti fermo nei tuoi propositi. Ti metteranno alla prova sottoponendoti a mille inganni e usando tutte le astuzie per capire se sei degno di entrare nel nostro mondo. Poi, a sera, ti accoglieranno con gioia nella confraternita dei mercanti e festeggeranno il tuo noviziato bevendo e scherzando durante tutta la notte”. Aucayoc seguì i suggerimenti dell’amico, divertendosi a fingere sdegno e malumore, a piangere e strapparsi i capelli, ad abbandonare improvvisamente le trattative e a riprenderle e così proseguì per alcuni giorni, imparando a conoscere l’anima del commercio.
La sera, prima di radunare il proprio seguito e lasciare la città fortificata, imitava i nuovi colleghi inventariando la merce servendosi di cordicelle variopinte che Q’eso gli aveva insegnato ad usare.
Ogni funicella, dipinta con colori differenti, rappresentava un tipo di mercanzia e su ognuna il giovane guerriero formava una serie di nodi che indicavano le quantità.
Si accorse che il lavoro di commerciante gli piaceva e si confaceva in particolar modo al suo carattere estroverso.
Si ritrovò dopo qualche tempo ad aver scambiato le sue cose con mille altre; vasi di ceramica dipinta, tavolette d’argilla con disegni in rilievo lavorati finemente che rappresentavano le più importanti divinità di Cahuachi, utensili di rame e preziosi coltelli riccamente incisi.
La sua povera mercanzia, però, non gli aveva permesso di acquistare le cose che più lo attraevano. Egli, infatti, avrebbe desiderato di possedere almeno uno degli oggetti metallici brillanti come il sole, ma non gli era stato concesso anche se quell’ultimo giorno aveva tentato l’impossibile, piangendo e strappandosi i capelli fin dalla mattina.
Più tardi, Q’eso gli aveva spiegato che per acquistare cose come quelle occorrevano molti anni di lavoro e di sacrifici, oltre a grandi quantità di ottimi tessuti e di rare mercanzie da offrire in cambio.
Notando, tuttavia, la grande delusione sul volto del principe, il mercante prese il giovane per le spalle e lo condusse in un luogo appartato.
“Hai dimostrato di essere un buon discepolo”, iniziò a parlare il maestro, “e di seguire i miei consigli. Se continuerai così, presto potrai ottenere ciò che vuoi. Per il momento, comunque, accontentati di quello che hai e accetta questo pegno della mia amicizia”.
Solennemente, il commerciante si staccò dal collo un piccolo monile d’oro e lo appese al petto del giovane. “Portalo con amore e non separartene mai. Questa è l’immagine del Giaguaro e ti proteggerà finché vivrai”.
Gli occhi di Aucayoc brillarono di commozione e, mentre riceveva il prezioso dono, egli abbracciò forte Q’eso, dimenticandosi per un momento che l’uomo più anziano apparteneva al popolo nemico.
Ogni sera, al tramonto, gli stranieri erano costretti ad abbandonare la città e a guadagnare il proprio accampamento oltre le mura.
Le porte di Cahuachi rimanevano così chiuse fino al mattino successivo ma, notò il giovane wari, questa era l’unica precauzione presa dai dignitari del tempio.
Ormai anche il suo amico Q’eso aveva concluso i propri affari ed entro breve tempo avrebbe ripreso la strada di casa. Ancora pochi giorni e, dopo la grande festa di Killachay, il giorno della luna, il commerciante sarebbe partito.
Aucayoc comprese quindi di non avere più molto tempo a disposizione se intendeva approfittare dell’influenza del mercante e della confusione dei mercati per portare a termine il proprio compito.
L’indomani, perciò, liberi dalle incombenze degli affari, il principe convinse l’amico a fargli da guida entro le mura della città, esplorando i luoghi meno battuti dagli stranieri, visitando i templi e passeggiando lungo le fortificazioni.
Il giovane si stupì una volta di più della grande organizzazione che regnava in Cahuachi e delle meravigliose opere d’arte che essa conteneva.
I due salirono le ampie terrazze delle piramidi, osservando dall’alto la disposizione delle strade e gli edifici dei guerrieri e ammirando le maestose e ingegnose canalizzazioni che, dalle pianure e dalle colline circostanti, convogliavano le acque nelle campagne e nelle cisterne all’interno della città.
Q’eso spiegò al principe che il governo delle acque era sotto il controllo delle Vergini del dio Giaguaro e che esse disponevano saggiamente del prezioso liquido; per tale ragione, occupavano uno dei posti più alti nella gerarchia della società.
Gli amici si avventurarono dentro l’ampia sala del tempio principale, l’unica accessibile ai profani, dove la grande effigie del Giaguaro Dorato troneggiava sopra i fedeli e pareva ammonirli.
Il principe rabbrividì, soggiogato dal mistico silenzio che regnava nel santuario e più ancora dall’espressione severa del dio che lo osservava dall’alto, quasi volesse trasmettergli un muto messaggio che non riusciva a comprendere.
Guardando con attenzione, Aucayoc si avvide che alcune lacrime scendevano dagli occhi della divinità, bagnandone le gote e inumidendo il piedistallo piramidale.
“Il pianto del dio rappresenta la pioggia”, spiegò Q’eso, “senza la quale la città non sopravvivrebbe. Il popolo di Cahuachi dipende dall’acqua che irriga le coltivazioni e disseta gli uomini. L’autentica preoccupazione di questa gente è di assicurarsi la perenne benevolenza del Giaguaro, l’unico grande signore del mondo e padrone del cielo”.
Il giovane wari annuì all’amico e, rivolgendo un ultimo sguardo all’immagine del dio, si diresse verso l’esterno del tempio. Aveva trovato la chiave per impossessarsi della città.
I due compagni proseguirono la visita.
Q’eso seguitava a parlare guidando il giovane attraverso le piazze e le vie, ma ormai Aucayoc non lo ascoltava più. La sua mente stava lavorando e in breve elaborò un piano efficace. Restava da verificare solo una cosa.
“Vieni, torniamo dagli altri mercanti e beviamo qualche boccale di chicha in compagnia”, propose il maturo commerciante.
Ma il principe perseguiva altri scopi.
“Più tardi all’accampamento avremo tutto il tempo di brindare”, rispose il guerriero, “e domani, durante la festa daremo fondo a tutta la riserva di chicha delle cantine, ma ora, ti prego, vorrei che mi accompagnassi a visitare la pianura con le sue coltivazioni e gli alberi da frutto. Ti confesso, amico mio, che le tue parole mi hanno affascinato e muoio dalla curiosità di vedere le grandi opere d’ingegneria che imprigionano le acque. Se imparassi l’arte di costruire canali e di trattenere la pioggia, potrei rendere un grande servigio al mio popolo”.
Convinto il compagno, i due s’incamminarono oltre la porta principale, dirigendosi verso la campagna.
Mentre vagavano attraverso i campi coltivati, Aucayoc annotava mentalmente l’ubicazione delle grandi cisterne artificiali, calcolando il numero di guardie che presidiavano i piccoli torrioni fortificati a protezione dei pozzi.
Tuttavia il giovane principe intuì che la fiorente civiltà e la grande organizzazione di Cahuachi rappresentavano per la città, al contempo, la sua forza e la sua debolezza.
Infatti, i governanti ritenevano che nessun nemico avrebbe avuto l’ardire di attaccare le imponenti mura fortificate pressoché inespugnabili; le guardie, d’altra parte, tenevano facilmente a bada qualsiasi gruppo di sprovveduti balordi che di tanto in tanto percorrevano le campagne rubacchiando qua e là.
Pertanto i dignitari si sentivano sicuri, protetti ed invincibili.
Ed era proprio questo fatto che aveva colpito l’attenzione di Aucayoc e nella sua mente già vedeva il potente impero sgretolarsi e cadere al suolo come un gigante dai piedi d’argilla.
Il guerriero aveva individuato molti segnali che gli indicavano che la città si era adagiata sulla propria fama di luogo di culto e di grande potenza e il suo popolo si stava rammollendo, cullandosi nella nomea di invincibilità che circondava Cahuachi.
Le stesse poche guardie, che occupavano i presidi presso le preziose cisterne d’acqua, apparivano distratte e attente più che altro a svuotare innumerevoli boccali di chicha.
”Anche l’esercito non deve essere gran cosa”, pensò il wari. “Poche caserme semivuote all’interno delle mura e sentinelle annoiate a guardia delle porte. L’unica preoccupazione sono i due grandi accampamenti che ho intravisto dalla piramide. Dei due, solo quello a nord, oltre le coltivazioni, pare efficiente mentre l’altro, a meridione, sembra quasi abbandonato. Devo trovare il modo di dare un’occhiata più da vicino”.
La sera, presso il bivacco dei commercianti, gli amici si unirono agli altri mercanti che bevevano attorno al fuoco raccontandosi aneddoti spiritosi.
I fumi dell’alcol rendevano loquaci i commensali che parlavano a briglia sciolta.
Aucayoc approfittò dell’occasione per strappare ai compagni indicazioni utili al suo piano. Si informò sulla storia recente di Cahuachi, sulle ultime battaglie contro predoni occasionali e sulle tecniche militari che avevano permesso all’esercito di sgominare gli avversari. Chiese agli amici di parlargli delle mitiche Vergini del Giaguaro e della festa dell’indomani, quando tutto il popolo si sarebbe riversato nelle piazze ad adorare le divinità, a ballare e bere durante tutto il giorno, fino a che, la sera, fosse spuntata Killa, la luna.
Allora tutti avrebbero intonato un inno in suo onore e grossi lama sarebbero stati sacrificati e poi arrostiti per il grande banchetto notturno. Solo poche persone non avrebbero partecipato alle libagioni: il gran sacerdote, che con pochi discepoli sarebbe salito sulla terrazza più alta del tempio a parlare con l’astro, e alcuni contingenti di armigeri, costretti a guardia delle mura e degli accampamenti militari.
Infine, il giovane apprese la notizia più interessante.
Entro poco più di due mesi, si sarebbe svolta la più grande festa dell’anno, quella in onore del Giaguaro Dorato, l’evento più atteso dal popolo di Cahuachi.
“E anche da Wari”, ridacchiò fra sé il principe.
La notte successiva, mentre fiumi di chicha scorrevano irrefrenabili nelle gole della gente, Aucayoc si allontanò furtivamente dalla festa. Ordinò a due suoi compagni di recarsi a spiare l’accampamento militare a sud della città e scivolò fuori delle mura, attraverso la porta principale, sempre aperta e poco sorvegliata durante le festività.
Non ebbe difficoltà a coprire la distanza che lo separava dai quartieri dell’esercito. La notte era illuminata dalla luna e la sorveglianza quasi inesistente. Il giovane si avvicinò cauto all’accampamento e si prese tutto il tempo sufficiente a farsi un’idea chiara della situazione.
Oltre un migliaio di guerrieri bene armati, forse duemila, occupavano la grande area, ma anche qui regnava la confusione e i militari festeggiavano con abbondanti bevute ridendo sguaiatamente.
Aucayoc osservò per alcune ore, annotando ogni indicazione utile e sorrise compiaciuto fra sé quando si avvide che in varie zone del campo molte giovani e frivole donne intrattenevano gli uomini della guarnigione, contribuendo non poco ad allentare la sorveglianza.
Quando gli parve di aver visto abbastanza, il principe ritornò in città e si riunì a Q’eso e agli altri mercanti che, ubriachi, non avevano notato la sua assenza.
“Ti aspetto a Moquehua”, disse il grasso mercante abbracciando Aucayoc.
La sua carovana di lama carichi di mercanzie aveva già iniziato a muoversi lungo la strada della costa.
Q’eso aveva spiegato all’amico che i suoi traffici l’avrebbero ora condotto verso casa e, di lì, alla santa città del grande lago.
Aucayoc aveva appreso molte notizie interessanti sulla mitica Tiahuanaco e, a mano a mano che l’amico gli parlava della sua magnificenza e dello splendore dei suoi palazzi, il principe aveva iniziato a sognare nuove conquiste.
Così, il wari aveva ipotizzato a Q’eso un viaggio alla città delle terre umide per allargare le sue conoscenze e i suoi commerci.
L’esperto mercante accolse con gioia la proposta e invitò il giovane a visitare la sua città e poi, chissà, a proseguire insieme verso Tiahuanaco.
Mentre la carovana dell’amico si perdeva fra la polvere, Aucayoc provò un moto di commozione, subito scacciato con decisione.
Radunati i suoi uomini, anche il principe abbandonò la pianura di Cahuachi, percorrendo a tappe forzate la strada verso casa.

