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Il romanzo del Perù, a puntate 

Di Gabriele Poli

LA RESISTENZA

(ULTIMA PARTE)

1556

A trentacinque anni d’età, Paukar si trovava con la responsabilità di governare il regno di Wilkapampa, assieme al Sapa Inca ormai ventenne e di tenere a bada gli spagnoli.

Il suo amore per la giustizia e l’odio nei confronti dei soprusi e degli invasori era rimasto immutato, ma ora si rendeva conto che per garantire la sopravvivenza del suo popolo occorrevano non solo coraggio e impegno, ma anche diplomazia e astuzia.

Trascorreva giornate intere a parlare e a consigliarsi con il fido Topa Runa, ormai anziano e con la saggia moglie Koyllur che, durante gli ultimi anni, gli aveva dato tre figli. Subito dopo la morte di Manko, l’esercito e la popolazione tutta avevano perso entusiasmo per la lotta di liberazione, convinti che le divinità li avessero abbandonati.

Dovette, pertanto, operare un lento lavoro per infondere fiducia nel popolo e non ebbe la possibilità di approfittare della debolezza spagnola.

L’oblio era la medicina giusta per ricostruire: far dimenticare agli invasori che nell’intrico della foresta esisteva ancora un ultimo baluardo inca.

Sospese, così, ogni azione di guerriglia, evitò i contatti con Cusco e ogni altra parte del territorio sotto dominio spagnolo, giungendo persino a nascondere la vera identità del nuovo Sapa Inca.

 

Finalmente, dopo la morte di Gonzalo Pizarro, l’amministrazione del re di Spagna tornò a interessarsi di Wilkapampa.

Il governo provvisorio di Pedro de la Gasca prima e il viceré Marchese de Cañete poi, risolsero di riprendere i contatti con gli inca ribelli, inviando ambasciatori per sollecitare un incontro allo scopo di stipulare una pace duratura.

“Il momento è arrivato”, commentò Paukar quando gli giunse la notizia che presto un rappresentante del re di Spagna sarebbe entrato nel territorio sacro.

“Ora vedremo se quanto abbiamo pianificato in questi anni darà i frutti sperati”.

“Non ne dubito”, rispose Koyllur sicura. “Siamo riusciti a far credere che il Sapa Inca sia Sayri Tupac e il fratello di Titu Kusi conosce a menadito il suo compito”.

“Speriamo bene; è ancora un ragazzo e non vorrei che si confondesse”, rispose Paukar.

“Non preoccuparti, sinchi”, intervenne Topa Runa, “Sayri è giovane, ma è pur sempre figlio di Manko e nipote di Wayna Kapak; non si tradirà”.

 

L’incontro con gli ambasciatori spagnoli avvenne presso il ponte di Chukichaka, sul fiume Apurímac e si risolse con la decisione di inviare a Ciudad de los Reyes una delegazione inca per trattare con il viceré.

 

Alcuni mesi più tardi, Paukar, assieme ad altri due generali, arrivò nella città spagnola dove rimase per una settimana.

Il piano del sinchi funzionava a meraviglia.

I dignitari inca si incontrarono parecchie volte con il Marchese de Cañete e giunsero a quello che sembrava essere un proficuo accordo per ambo le parti: il finto Sapa Inca, Sayri Tupac, avrebbe ricevuto una ricca rendita annuale oltre a possedimenti molto redditizi nella Valle Sacra e nei pressi di Cusco; in cambio, entro sei mesi, a partire da quel 5 di luglio 1557, il sovrano inca si impegnava a lasciare Wilkapampa per andare a vivere nell’antica capitale imperiale.

 

Durante la riunione che si tenne a corte, dopo il suo ritorno nella Città Santa, Paukar espose le offerte e le richieste del viceré, quindi commentò: “Fino ad ora, tutto è andato secondo i nostri desideri. Adesso ci aspetta la verifica finale. Propongo al nostro Sapa Inca, Titu Kusi, di permettere a Sayri Tupac di andare a Ciudad de los Reyes e quindi a Cusco, come chiede Cañete. Se tutto andrà bene e gli spagnoli manterranno la parola data, avremo la prova della loro buona fede, altrimenti una volta di più dovremo ritenerci ingannati e a quel punto la guerra ricomincerà fino al destino finale”.

Tarchiato, leggermente obeso, ma perspicace e intelligente, Titu Kusi prese la parola.

“Se mio fratello Sayri accetta l’incarico, ritengo che sia giusto tentare la sorte. D’altronde è per arrivare a questo che abbiamo lavorato durante gli ultimi anni”.

Gli sguardi dei presenti si spostarono sulla figura del giovane Sayri che, con grande dignità, accettò la missione.

Tre mesi più tardi, quando tutti i preparativi furono ultimati, Sayri Tupac partì alla volta di Ciudad de los reyes, accompagnato da trecento guerrieri.

 

Ogni cosa andò per il meglio. Sayri Tupac fu accolto con tutti gli onori dal viceré, quindi prese la strada per Cusco dove giunse acclamato dalla popolazione.

Due anni più tardi, tuttavia, Sayri morì avvelenato e la guerra riprese.

Il giovane inca fu il secondo martire di Wilkapampa, dopo il padre Manko.

Paukar e Titu Kusi, una volta per tutte, capirono che non avrebbero mai potuto fidarsi degli invasori.

 

I dieci anni che seguirono furono i più gloriosi per il regno di Wilkapampa.

Nel primo periodo i guerriglieri di Paukar seminarono morte e sgomento, assaltando i possedimenti spagnoli, le encomiendas, al fine di tenere occupati gli avversari e distrarre la loro attenzione da un piano articolato che andava sviluppandosi in tutto l’antico Tawantinsuyu.

Da Quito fino al Titikaka, da Pachakámac al Cile e all’odierna Bolivia, predicatori della religione andina, inviati da Titu Kusi, percorsero il territorio annunciando il risveglio delle divinità, il ritorno di Inti, Pachamama e Illapa e, addirittura, la resurrezione del grande Pachakutek. Il mistico movimento d’insurrezione, denominato Tankiy Onqoy, fece proseliti in tutte le Ande, ridestando nel popolo l’antico orgoglio e il desiderio di libertà.

Nei villaggi, negli angoli sperduti della sierra, fino alle città occupate dagli spagnoli, gli indigeni si costituirono in società segrete, ripresero a praticare i riti degli antenati e a fabbricare armi che nascosero in prospettiva della grande rivolta.

Il disegno di Titu Kusi e Paukar era chiaro: tenere il nemico sotto pressione, distoglierne l’attenzione da quanto gli accadeva intorno e preparare il popolo all’insurrezione che avrebbe infiammato tutto il Perù, scacciando gli invasori.

Quasi per caso, tuttavia, gli spagnoli scoprirono a Jauja un grande magazzino ricolmo di armi e compresero che qualcosa di grave si stava preparando.

Le contromosse furono di intensificare i negoziati con Wilkapampa e di inviare i missionari cattolici nei villaggi andini per quell’opera di distruzione tristemente famosa con il nome di Estirpazione delle Idolatrie.

Il rappresentante più famoso di questi religiosi, Francisco de Avila, si vantò in seguito di avere distrutto migliaia di idoli, templi e adoratori inca, nonché centinaia di “strumenti del diavolo”. Tali strumenti altro non erano che i famosi quipu, i libri che raccoglievano la storia e le notizie di tutto un popolo e che, bruciati dai frati, andarono per sempre perduti.

 

Mentre in Perù arrivava il nuovo viceré Lope García de Castro, a Wilkapampa il quasi trentenne Titu Kusi, sempre consigliato da Paukar, dimostrava insospettate abilità di stratega, non solo militare, ma anche politico.

Fallito in parte il progetto della grande insurrezione, frustrato a causa di tradimenti da parte di componenti la stessa famiglia reale, che avevano messo in guardia gli spagnoli, il Sapa Inca attuò una strategia nuova.

Mantenne in efficienza tutti gli avamposti che controllavano le strade reali, continuò l’azione di guerriglia contro i mercanti e i possidenti spagnoli e, al tempo stesso, riprese le trattative con il nemico.

Pur essendo il pontefice massimo di Inti, oltre che sovrano, seppe tenere in scacco il nuovo viceré accettandone i doni e gli ambasciatori che quest’ultimo gli inviava e giunse al punto di abbracciare la religione cattolica; almeno ufficialmente, visto che in cuor suo continuava ad adorare le divinità andine.

Questo atto di conversione gli serviva a scongiurare eventuali attacchi spagnoli e, al contempo, a dimostrare l’amore per il Dio cristiano, fatto questo che gli permise di convincere il viceré di essere del tutto estraneo alle incursioni contro i possedimenti spagnoli che, al contrario, erano da Titu stesso organizzate.

Convinto della buona fede del Sapa Inca, De Castro inviò a Wilkapampa il fedele Diego Rodriguez de Figueroa a trattare la pace perpetua.

Offriva all’Inca tutte le proprietà che erano appartenute al fratello Sayri, alle quali aggiunse altro territorio e propose che il figlio del re, Kispe Titu, sposasse la figlia di Sayri Tupac, Beatriz, nata nel 1558.

Titu Kusi accettò l’accordo, a patto di poter rimanere a Wilkapampa, pur in compagnia di un funzionario spagnolo e di alcuni missionari.

Inca e spagnoli erano soddisfatti: i primi perché poco sarebbe cambiato nella Città Santa, guadagnando, invece, in tranquillità e ricchezza e con la possibilità di continuare a ordire la grande rivolta; i secondi perché convinti che il problema inca fosse ormai definitivamente risolto.

 

Circa un anno dopo il battesimo di Titu Kusi, giunse a Vitkos un frate agostiniano, Diego Ortiz, che in poco tempo si guadagnò la stima e l’amicizia del re.

Il missionario era apprezzato anche dalla popolazione di Wilkapampa perché possedeva nozioni importanti di medicina che mise al servizio della gente, curandone le malattie.

Quello stesso anno avvenne un altro fatto importante: De Castro lasciò il Perù, sostituito da Francisco de Toledo, un funzionario reale molto zelante e abile, ma anche più intransigente nei confronti degli inca rispetto al  predecessore.

Con l’arrivo di Toledo, gli eventi precipitarono.

Nonostante la decisione di re Filippo, succeduto al padre

Carlo ritiratosi in convento, con la quale ratificava il trattato di pace perpetua, il nuovo viceré assunse una posizione forte nei confronti di Wilkapampa, sommergendo il re di Spagna di missive nelle quali proclamava l’assoluta impossibilità di dialogo con Titu Kusi, peraltro Inca illegittimo, a suo modo di vedere e la necessità di un’azione militare drastica per risolvere una volta per tutte la questione inca.

Il piano di Toledo fu facilitato da un grave episodio che sconvolse la Città Santa.

“Toledo sta sconvolgendo la nostra storia”, sentenziò Paukar parlando al consiglio. “La sua decisione di distruggere i santuari e di radere al suolo i villaggi per rinchiudere il nostro popolo nelle loro gabbie che chiamano città, è il primo passo verso la fine definitiva dell’impero. Ormai non vedo altra soluzione che riprendere ufficialmente la guerra, prima che sia troppo tardi”.

“Non sono d’accordo, amico mio”, intervenne Titu Kusi. “Dobbiamo perseverare con la politica di questi ultimi anni che ci ha permesso di sopravvivere e continuare ad alimentare speranze per il futuro”.

“Sapa Inca”, ribatté Paukar con fermezza, portandosi al centro dell’assemblea e allargando braccia e gambe come a voler racchiudere l’intera Wilkapampa, “Toledo non è De Castro; con il precedente viceré non abbiamo mai avuto problemi; ci era quasi amico, ma questo uomo arrogante che non conosce alcunché di noi e della nostra cultura è pericoloso: non c’è nulla di peggio di un uomo potente, ma ignorante. Insisto per troncare le relazioni con gli spagnoli e riprendere le armi”.

“Bene, Paukar, hai espresso in modo chiaro la tua opinione e la rispetto, ma prima di decidere ho bisogno di meditare. Andrò qualche giorno a Vitkos dove assassinarono mio padre e lì cercherò la risposta ai nostri dubbi: lo spirito di Manko Inca saprà consigliarmi”.

 

Il mattino successivo, accompagnato dalle sue donne e dal segretario Martín Pando, un meticcio che da alcuni anni lo seguiva ovunque, il Sapa Inca s’incamminò alla volta di Vitkos e del santuario di Pukiura.

Trascorse il pomeriggio e la notte in raccoglimento, pregando il padre di consigliarlo sulla decisione migliore da prendere, piangendo e bruciando offerte in memoria di Manko.

Al mattino, pur esausto, prese a tirare di scherma con il segretario: desiderava sfiancarsi, esaurire le energie che ancora gli rimanevano dopo la notte insonne e poi lasciarsi trasportare lontano con la mente, inebriandosi di chicha. Sudò, il Sapa Inca, si ubriacò, si assopì fino a che il gelo della notte lo colse sdraiato e dormiente nella radura. Quando si svegliò, all’alba del giorno successivo, un lancinante dolore al fianco e una forte tosse gli strapparono un doloroso lamento.

Durante la giornata l’Inca peggiorò: vomito, fiotti di sangue dalla bocca, tosse convulsiva. Martín Pando preparò una mistura di zolfo e uova, rimedio contro le emorragie che aveva appreso da Diego Ortiz e la somministrò a Titu, ma i sintomi non scomparvero, anzi si accentuarono e di lì a poco, l’Inca che fino a qualche ora prima godeva di ottima salute entrò in coma e morì.

Le donne di Titu Kusi erano sconvolte, come pure il comandante del piccolo drappello di guardie che aveva accompagnato il sovrano a Vitkos.

Anche Martín Pando era sgomento e non solo per la morte del suo padrone. Ora le mogli del re lo stavano additando come l’assassino, colui che materialmente aveva dato la morte a Titu Kusi.

“È lui che lo ha ucciso”, urlò fuori di sé una donna.

“Sì, Martín gli ha dato il veleno e il frate ha preparato la pozione”, aggiunse un’altra.

Il povero segretario sbiancò in volto e indietreggiò lentamente verso il bosco, ma non fece in tempo a guadagnare la distanza necessaria per gettarsi nella foresta e far perdere le proprie tracce: due guardie lo afferrarono alle spalle e lo sbatterono al suolo. A nulla valsero le suppliche; Martín Pando fu trafitto con un unico fendente di spada e seguì il suo signore nell’altra vita.

Subito dopo, arringate dalle donne, le guardie si precipitarono nella vicina missione dove colsero impreparato il frate agostiniano.

Diego de Ortiz fu spinto sino al letto di morte di Titu Kusi e gli fu ordinato di porre rimedio al maleficio che, secondo i suoi accusatori, aveva perpetrato nei confronti dell’Inca. Pur terrorizzato, il sacerdote raccolse le forze e si dispose a dir messa.

Di fronte alla folla fremente, Ortiz celebrò il rito con passione, levando spesso gli occhi al cielo, quindi, al momento dell’omelia, così parlò ai presenti.

“Figli di Dio, l’amato Titu Kusi è morto per volere di Nostro Signore; oscuri sono a noi mortali i disegni del Padre, ma se il Sapa Inca è stato chiamato al suo fianco, significa che questa è la volontà di Dio e che da lassù, oltre il limite dell’infinito, Titu Kusi guiderà il suo popolo verso la pace e la prosperità. Non è in mio potere richiamare in vita l’Inca, tuttavia…”, ma non riuscì a concludere la frase. Due capitani lo strapparono dall’altare improvvisato e, incitati dalla folla, lo spogliarono delle vesti, gli legarono le mani dietro alla schiena e lo picchiarono a lungo.

Il mattino seguente, come ulteriore atto di crudeltà, forarono la mandibola del religioso e attraverso l’apertura praticata fecero passare una corda con la quale trascinarono Ortiz nel fango, fino a Wilkapampa, dove lo uccisero fra atroci tormenti.

Il povero frate rese l’anima a Dio; ora anche gli spagnoli avevano il proprio martire.

 

1572

Durante l’anno trascorso dopo la morte di Titu Kusi, Paukar aveva di fatto ripreso il comando della Città Santa.

Il nuovo Inca, Tupac Amaru, non appariva all’altezza del difficile compito di amministrare un regno; per tutta la vita il figlio più giovane di Manko si era dedicato al culto delle divinità, senza mai partecipare in modo attivo alla politica del suo popolo.

Paukar, quindi, non ebbe difficoltà a convincere il re della necessità di interrompere ogni dialogo con gli spagnoli, ricacciando a più riprese gli ambasciatori che recavano minacce da parte di Toledo.

Ormai, tuttavia, il danno più grave era fatto: l’assassinio del frate consegnò al viceré l’alibi per scatenare una guerra senza precedenti che avrebbe portato alla distruzione dell’ultimo baluardo inca.

 

“Non voglio sorprese; questa dovrà essere la campagna definitiva: non dovrà rimanere un solo inca libero in tutto il viceregno!”

Francisco de Toledo stava seduto sull’orlo di una vecchia poltrona; attorno a lui, tutti gli ufficiali superiori di Cusco lo ascoltavano con attenzione.

“Entro maggio dovremo aver ultimato i preparativi e l’esercito inizierà a muovere. A Cusco rimarrà una guarnigione sufficiente per difendere la città, non un uomo in più. Concentreremo tutte le forze su Wilkapampa e l’attaccheremo da ogni parte. Voglio che sin da subito siano inviati esploratori in avanscoperta: dovranno riferire ogni dettaglio, anche il più insignificante. Devono disegnare mappe del territorio, evidenziare le gole, i boschi, tutte le asperità del terreno; nulla deve essere lasciato al caso”.

“Hurtado”, proseguì il viceré rivolgendosi al tenente generale Martín Hurtado de Arbieto, “voi comanderete l’invasione e Juan Alvarez Maldonado sarà il vostro luogotenente. Il comando delle truppe indigene sarà affidato a Cayo Tupa e Chillke guiderà i cañari. Attaccheremo da tre lati,  ma il grosso della truppa entrerà a Wilkapampa dal ponte di Chukichaka , sull’Apurímac. Prevedo che i selvaggi cercheranno di distruggerlo, appena si accorgeranno del pericolo; quindi cercheremo di prevenirli inviando un’avanguardia a presidiare il ponte, ma se non fosse possibile salvarlo, aggregheremo all’esercito una squadra di genieri per ricostruirlo. Vi sono domande?”, concluse Toledo con cipiglio severo.

Nessuno, tuttavia, ebbe nulla da obiettare e le operazioni iniziarono.

 

Come ordinato da Toledo, a maggio le truppe spagnole con i loro alleati diedero inizio alla campagna.

Senza perdere tempo, Paukar inviò al ponte di Chukichaka i suoi migliori capitani ed egli stesso, con i guerriglieri, partì a presidiare la vicina gola.

Se il nemico fosse riuscito ad aprirsi la strada oltre il fiume, i guerrieri a presidio del ponte avrebbero dovuto ritirarsi facendosi inseguire fino alla lunga spaccatura fra le rocce dove dall’alto una pioggia di massi avrebbe massacrato gli invasori; ma il piano non ebbe il successo sperato, infatti, fiutando il pericolo, gli spagnoli -superato il ponte- rinunciarono a inseguire i fuggitivi, preferendo compiere un largo giro per evitare la trappola.

La campagna stentava a decollare; le fortificazioni, le trappole e gli agguati predisposti da Paukar rendevano molto difficile il cammino all’esercito spagnolo, tanto che dopo la metà di giugno il tenente generale Hurtado disperava di riuscire a concludere facilmente l’invasione. Le truppe di Toledo vivevano nell’angoscia; gli attacchi dei guerriglieri inca si susseguivano ogni giorno più numerosi e tanti spagnoli persero la vita, spesso senza neppure riuscire a vedere l’avversario.

Ancora una volta, tuttavia, fu il tradimento a sconfiggere le fiere truppe inca.

Un capitano indigeno rinnegato si vendette agli spagnoli e guidò il nemico attraverso l’intricata foresta, sino a cogliere di sorpresa l’esercito di Paukar.

Mentre i suoi guerrieri si immolavano in un’ultima e strenua difesa, il generale inca con Koyllur e pochi armati ripiegò su Wilkapampa, fece evacuare la città e l’incendiò; quindi, con Tupac Amaru, la sua sposa incinta e il figlioletto maggiore del Sapa Inca s’inoltrò nella foresta, sperando di far perdere le proprie tracce.

Iniziò così una grande caccia all’uomo.

 

Entrati nella Città Santa, gli spagnoli saccheggiarono il poco che il fuoco non aveva distrutto, poi si riorganizzarono per portare a termine la missione: la cattura dell’ultimo Inca.

Era il 24 giugno 1572.

Quando la sorte decide di voltare le spalle, nessuna forza, nessuna volontà umana può cambiare l’ordine delle cose.

Paukar condusse il Sapa Inca molto lontano, nel cuore della foresta e nei pressi di un villaggio ordinò la sosta.

La priorità era di salvare la vita a Tupac Amaru, così il coraggioso generale, artefice della resistenza inca, affidò il re e la sua famiglia a due suoi capitani affinché con una canoa discendessero il fiume e si rifugiassero dove il nemico mai avrebbe potuto trovarli.

Koyllur e Paukar, in cambio, sarebbero tornati sui propri passi per distrarre gli inseguitori. Il piano avrebbe funzionato a meraviglia e la speranza di una rinascita inca avrebbe continuato a vivere, se non fosse stato per due circostanze avverse: l’ennesimo tradimento e le doglie del parto.

Lasciato il Sapa Inca in buone mani, Paukar percorse a ritroso il cammino, imbattendosi ben presto negli spagnoli. Lanciando l’urlo di guerra, il sinchi guerrigliero e Koyllur si scagliarono contro i primi due avversari, trafiggendoli con le spade, poi si dileguarono nella foresta; nel frattempo, pensava Paukar, il Sapa Inca avrebbe avuto la possibilità di mettersi in salvo.

Con l’abilità di tanti anni di guerriglia, il generale e la sua sposa riuscirono a sottrarsi alla cattura, ma la stessa sorte non arrise a Tupac Amaru.

La canoa dondolava leggera sull’acqua; il Sapa Inca vi salì aiutato da uno dei capitani. Toccava ora alla regina, ma mentre questa si accingeva a guadagnare l’imbarcazione, lanciò un gemito e si accasciò sul suolo umido.

Gli ultimi avvenimenti, la fuga e le privazioni avevano contribuito a dilatare la cervice della giovane donna e il figlioletto che portava in grembo ora spingeva per uscire.

“Riportatemi a riva”, ordinò il re angosciato.

L’amore per la moglie era superiore al timore della cattura. “Partiremo più tardi, ora è nostro dovere soccorrere la regina”.

Nascosti dalla vegetazione, i fuggitivi si disposero ad attendere la nascita del principino.

Si trovavano molto all’interno nella foresta e vi erano poche probabilità di essere scoperti.

La partoriente giaceva sudata; al suo fianco, Tupac Amaru le sussurrava dolci frasi d’amore. Il primogenito dormiva tranquillo avvolto in una coperta.

Non sapevano, però, che un indigeno del villaggio vicino, confidando in una ricca ricompensa, aveva raggiunto uno dei drappelli spagnoli che si aggiravano nei boschi alla ricerca del Sapa Inca.

“Santiago!”

La fuga dell’ultimo Inca si concluse.

 

Quel mattino del 23 settembre 1572 tutta Cusco piangeva.

Tradotto nella capitale in catene, dopo la disfatta di Wilkapampa, Tupac Amaru fu imprigionato in attesa del processo.

Seguendo l’esempio del fratello Titu Kusi e dello zio Atahualpa, il Sapa Inca si convertì alla religione cattolica, accettando il Battesimo nella vana speranza di essere risparmiato.

Il comportamento dell’Inca durante i due mesi di prigionia fu irreprensibile, tanto che gli stessi sacerdoti cattolici lo presero a ben volere; ma né l’intercessione dei frati, né della popolazione tutta di Cusco -indigena e spagnola- mossa a compassione per quel giovane re la cui unica colpa fu di amare il popolo e di volere per questo un futuro di libertà, riuscirono a smuovere l’ostinata decisione del viceré.

Francisco de Toledo aveva deciso che l’inca doveva morire e così fu.

 

Dal palazzo di Kolkampata, dov’era rinchiuso, Tupac Amaru scese la ripida via che portava a Wakaypata, la grande piazza cittadina.

Ai lati della strada, alle finestre delle case, sui tetti, migliaia di persone singhiozzavano.

Sopra una mula bardata di nero stava l’Inca, le mani legate e una corda attorno al collo. Il viso sereno e lo sguardo aperto, Tupac Amaru, scortato da un folto manipolo di armigeri, avanzava piano, regalando i suoi occhi alla moltitudine piangente.

In mezzo alla piazza, dove un tempo si ergeva l’Ushnu, stava il patibolo; sopra attendeva il boia, un feroce guerriero cañari, da sempre nemico del popolo inca.

Il giovane re, liberato dalle corde, salì i quattro gradini di legno, poi si voltò a osservare il mare di folla.

Alzò un braccio e i gemiti si quietarono. Portò la mano aperta all’orecchio destro, quindi l’abbassò piano e il silenzio si fece irreale.

Lo raggiunse l’amata sposa con i due figli, il più grande che sgambettava appena e il piccolo attaccato al seno. Li abbracciò, quindi posò il capo sul ceppo e la mannaia si abbatté inesorabile.

 

Era già sera, ma la popolazione di Cusco affollava ancora le strade e le piazze: era l’ultimo omaggio al Sapa Inca.

Dalla ressa che gremiva la piazza, sgusciarono due figure insignificanti; camminavano curve, come se sentissero il peso degli anni.

Nessuno fece caso all’uomo e alla donna coperti da vecchi mantelli neri, nemmeno quando s’intrufolarono in un basso palazzo. Le due guardie alla porta lasciarono passare i derelitti; semplici servitori, pensavano.

Di lì a poco le due figure tornarono in strada, questa volta con un grosso fagotto sulle spalle della donna.

Lente, superarono la soglia e s’incamminarono su per la via che portava fuori dalla città.

Nel palazzo, la giovane moglie di Tupac Amaru stringeva al petto il bimbo di due mesi; i suoi occhi sorridevano: la stirpe dell’Inca sarebbe sopravvissuta. Ora le restava solo il piccolino; il figlio più grande aveva una missione da compiere.

All’angolo della strada, i due vecchi rialzarono le spalle e accelerarono il passo.

Oltrepassarono le ultime case cittadine e si dileguarono nella notte.

Non erano riusciti a salvare Tupac Amaru, ma ora Koyllur e Paukar avevano suo figlio, il nuovo Sapa Inca: la Resistenza continuava.

 

LA STORIA CONTINUA CON I DUE ROMANZI SUCCESSIVI:

IL TESORO DI TUPAC AMARU

E

VENCEREMOS!

(Per chi fosse interessato, i libri sono reperibili nel mio blog gabrielepoli.net)