Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
LA RESISTENZA
(TERZA PARTE)

A Kalka, dove Manko accolse l’esercito sconfitto, giunse notizia che Diego de Almagro stava facendo ritorno e che pure il marchese, venuto a conoscenza dell’assedio, stava inviando truppe.
“Sono deluso. Riponevo in voi grande fiducia e mi avete ripagato con la sconfitta”, disse il Sapa Inca ai suoi generali.
“Principe”, intervenne Willak Umu, “non abbiamo saputo conquistare la capitale, è vero e ce ne rammarichiamo. Ci siamo dovuti ritirare, ma se avessimo avuto a disposizione veri guerrieri, invece che contadini abituati a usare la zappa, la vittoria sarebbe stata nostra. Abbiamo sbagliato, ma l’errore è di tutti. Avremmo dovuto attaccare quando ancora gli uomini di Juan Pizarro erano qui a festeggiare e poi, perdona la mia sincerità, se il nostro re ci fosse stato al fianco, forse i contadini non sarebbero fuggiti e avrebbero combattuto con maggiore vigore”.
Le parole del gran sacerdote colpivano duro, ferivano senza pietà, ma Manko era un uomo saggio, per nulla arrogante, così accettò la critica con dignità e ammise i propri errori.
“A ciò che è stato non c’è rimedio”, rispose l’Inca.
“Hai ragione, Willak, tutti abbiamo le nostre colpe e ora dovremo far fronte a questo disastro. Prima di sferrare altri attacchi riorganizzeremo l’esercito e faremo in modo che i contadini diventino guerrieri. Ci sposteremo a Ollantaytampu e di lì raggiungeremo i guerriglieri di Paukar a Choquequirao. Laggiù avremo il tempo e la tranquillità per preparare la nostra guerra”.
Se gli inca di Manko piangevano la sconfitta, gli spagnoli non gioivano.
Erano contenti di essere salvi, ma a quale prezzo!
Centinaia di morti fra gli alleati, decine fra gli stessi europei e in più la grave perdita di uno dei loro capitani migliori, Juan Pizarro, il fratello del marchese colpito a morte durante l’assalto alla fortezza.
Lungo la strada di Abancay, Paukar e i suoi guerriglieri ebbero modo di farsi onore.
Mentre a Cusco infuriava la battaglia, da Ciudad de los Reyes Francisco Pizarro inviò un contingente di truppe forte di settanta cavalieri spagnoli e alcune centinaia di indigeni alleati.
Da lunghi mesi addestrati alla lotta d’imboscata, gli uomini e le donne di Paukar e Topa Runa tesero numerosi agguati ai rinforzi mandati dal marchese; furono scontri che minarono gli spagnoli nel morale perché, per la prima volta da quando avevano invaso il Tawantinsuyu, combattevano una battaglia irreale.
Sentivano piovere su di loro nugoli di pietre scagliate da abili frombolieri, udivano urla raccapriccianti che parevano uscire dalle rocce o dai crepacci della montagna; chi si attardava o chi si spingeva troppo avanti rispetto agli altri, spesso veniva ritrovato con la gola tagliata, eppure nessuno di loro era ancora riuscito a vedere il nemico.
E per la prima volta gli spagnoli furono sconfitti, annientati dai guerriglieri di Paukar e della sua amata Koyllur.
Di lì a qualche mese, dopo che Manko si fu rifugiato a Choquequirao e nella nuova città di Wilkapampa, costruita appositamente per il Sapa Inca, Paukar e i suoi guerriglieri si misero in evidenza in un’altra importante occasione, durante l’assedio a Ciudad de los Reyes, la capitale di Francisco Pizarro.
Due imponenti eserciti inca scesero dalle Ande, dopo aver distrutto numerosi avamposti spagnoli e ucciso gli occupanti.
Gli inca circondarono Ciudad de los Reyes e misero a dura prova la tempra dei difensori che, disperati, erano in procinto di soccombere.
Fu grazie all’aiuto della concubina del marchese, Doña Inés, che gli spagnoli riuscirono a salvarsi.
La sorella di Atahualpa, che aveva da circa un anno partorito il secondogenito a Francisco Pizarro, chiese aiuto alla madre Mama Kuntur Wacho, la quale inviò in soccorso alla figlia e al genero migliaia di guerrieri del nord.
Sorpresi dal sopraggiungere dei rinforzi nemici, gli inca di Manko abbandonarono l’assedio e rientrarono a Wilkapampa dove Paukar fu nominato dal Sapa Inca comandante in capo delle forze armate.
Ora, il sinchi divenuto generale, avrebbe fatto del suo esercito un’unica unità guerrigliera.
“Niente più scontri in campo aperto dove la cavalleria e le armi degli spagnoli hanno la meglio. Da oggi in poi si combatterà a modo mio”, promise Paukar a se stesso.
A Ciudad de los Reyes, nel frattempo, giunsero i rinforzi al comando del Maresciallo Alonso de Alvarado che Francisco Pizarro spedì subito alla volta di Cusco in soccorso ai fratelli.
Ormai, tuttavia, Manko aveva tolto l’assedio e si era ritirato.
Anche Diego de Almagro, nell’aprile del 1537, tornò nella capitale inca dove, indispettito per il comportamento dei Pizarro e fiutando la possibilità di un’alleanza con il Sapa Inca per appropriarsi di Cusco e contendere al vecchio socio la sovranità sul territorio, fece arrestare Hernando e Gonzalo.
Il piano, tuttavia, non era destinato al successo.
Quando Almagro si recò da Manko nella Valle Sacra per proporgli l’alleanza, non vi trovò già più il Sapa Inca, scomparso nella selva di Wilkapampa, ma il suo comandante Paukar che, con sommo disprezzo, rifiutò l’offerta scacciandolo in malo modo.
I dissapori fra i due antichi soci si andavano aggravando giorno dopo giorno; l’occupazione di Cusco da parte di Almagro e la cattura dei fratelli di Pizarro non contribuivano certo a rasserenare il clima.
Il marchese, tuttavia, con la saggezza dei suoi sessant’anni, comprendeva che, per non compromettere la vita di Hernando e Gonzalo, avrebbe dovuto giungere a un compromesso con il vecchio compagno d’armi, in attesa di tempi migliori.
Approfittando dell’assenza di Almagro, partito per sbarrare la strada ad Alonso de Alvarado, Gonzalo riuscì a evadere e a raggiungere la costa, mentre Hernando, che il socio di Pizarro detestava da sempre, non ebbe la stessa fortuna.
Dopo molte discussioni, Diego e Francisco raggiunsero un accordo, grazie alle rassicurazioni del marchese che promise di riconoscere il diritto di Almagro alla sovranità su Cusco.
Hernando fu così liberato e consegnato al fratello.
Per l’ultima volta Diego de Almagro si fidò del vecchio socio e ciò gli fu fatale.
Allestito un forte contingente, Hernando Pizarro, con il patrocinio del marchese, si diresse alla volta di Cusco.
Il 26 aprile 1538, le sue truppe si scontrarono con quelle impreparate di Almagro, sbaragliandole e imprigionando il vecchio comandante.
Senza alcuna pietà e dopo un sommario processo, Hernando fece giustiziare Diego de Almagro, nonostante il parere contrario del fratello Francisco.
Il vecchio avventuriero, che lasciava il figlio Diego de Almagro Il Giovane, dopo Juan Pizarro e padre Luque, nel frattempo deceduto a Panamà, fu la terza vittima della maledizione di Atahualpa, ma non l’ultima.
Trascorsero i mesi e gli anni.
Manko, Paukar e gli inca ribelli terminarono di costruire la nuova città di Wilkapampa tenendo in costante allarme gli spagnoli con agguati frequenti e una logorante guerriglia.
Frattanto, gli odi e le vendette alimentavano il risentimento fra le opposte fazioni degli invasori: da una parte il marchese Pizarro e i suoi fratelli, dall’altra gli almagristi.
Diego de Almagro Il Giovane, subito dopo l’assassinio del padre, fu ospitato a Ciudad de los Reyes dal vecchio Francisco Pizarro. L’uccisione del socio da parte del fratello Hernando aveva creato un profondo senso di colpa nel marchese che, prendendosi cura del giovane Almagro,
sperava di rimediare all’ingiustizia.
Il comandante generale spedì quindi in Spagna Hernando, sia per allontanarlo dalle vendette dei seguaci di Almagro, sia per giustificare davanti a re Carlo l’uccisione del socio. Hernando Pizarro fu l’unico dei responsabili della morte di Atahualpa a non subire la maledizione del sovrano inca, ma nemmeno a lui la sorte arrise; non avrebbe mai più fatto ritorno in Perù e avrebbe vissuto tutto il resto della sua lunga esistenza come un carcerato di lusso nel palazzo dei Pizarro a Trujillo, in Estremadura.
In seguito, sposò la nipote Francisca, figlia del marchese, ma non ottenne più la libertà.
Nel suo lussuoso palazzo, il marchese Pizarro era pensieroso.
Qualche tempo prima, il suo protetto Diego de Almagro Il Giovane aveva preferito abbandonare la casa per recarsi a vivere con i vecchi amici del padre e ora circolavano voci di una sommossa da parte di quelli del Cile, come erano soprannominati gli almagristi.
Francisco era abituato a non dare credito alla chiacchiere di strada, ma quel sabato 25 di giugno 1541 si sentiva comunque nervoso.
Il mattino, infatti, aveva ricevuto la visita di padre Hernao che, senza nominare il peccatore, lo informò di aver raccolto in confessione notizie certe sulla supposta insurrezione.
“Marchese, questi non sono pettegolezzi da cortile”, gli aveva riferito il sacerdote, “è la confessione di uno dei congiurati: domani, probabilmente quando uscirete da messa, quelli del Cile cercheranno di prendervi prigioniero. No, non vi posso fare i nomi; ho già detto abbastanza e non intendo infrangere il segreto del confessionale”.
Detto questo, il padre se n’era andato guardingo da una porta secondaria, così come era arrivato.
“Tonterías, sono solo sciocchezze”, cercò di tranquillizzarsi Pizarro, “come potrebbero quattro straccioni attentare alla mia persona? Vaya! Dimentichiamoci di queste stupidaggini da donnine; anche se davvero quelli del Cile avessero pensato di recarmi danno, una cosa è l’intenzione, altro è agire. Non ne avranno mai il coraggio”.
Per prudenza, tuttavia, il marchese mandò a chiamare il fratellastro Martín de Alcantara affinché lo raggiungesse a palazzo.
La domenica mattina, come suo solito, il marchese si alzò presto dal letto.
Fuori il clima era quello di sempre: una fitta cappa di umidità e una leggera pioggia che inumidiva la polvere delle strade.
Mentre stiracchiava le membra, Alonso, il servitore negro, lo vestiva con gli abiti della festa.
A colazione si incontrò con Martín che l’osservò preoccupato.
“Francisco, non prendere la cosa alla leggera; ciò che si dice è vero, gli almagristi vogliono catturarti. Non sanno, però, che siamo stati avvertiti, così basterà un tuo ordine e manderemo le guardie a farli fuori. Va bene? Posso procedere?”, chiese il fratellastro impaziente.
Il marchese sospirò, poi volse lo sguardo alla finestra; aveva smesso di piovere, ma il grigiore che copriva la città per otto mesi l’anno non accennava a diradarsi.
“Sono stanco di sangue, Martín”, mormorò in modo appena percettibile Pizarro.
“Ormai sono vecchio e vorrei trascorrere i miei ultimi anni in serenità. Per questo sono venuto ad abitare a Ciudad de los Reyes e intendo restarci a governare in modo giusto. Non mi fanno paura quelle teste calde: vedrai che non avranno nemmeno il coraggio di avvicinarsi a me”.
“Non esserne troppo sicuro, fratello”, rispose Alcantara, “non sottovalutarli. Se non vuoi farli arrestare, perlomeno non andare in chiesa oggi e rimani a palazzo. Faremo venire qui il vescovo di Quito a celebrare la funzione in cappella e inviteremo tutti i tuoi amici più fidati. Fammi questo favore, Francisco”.
“E va bene, faremo come desideri”, sospirò nuovamente l’anziano comandante.
Dopo la messa, gli invitati presero posto nel salone al secondo piano, dove fu servito il pranzo. L’atmosfera era quella di sempre, allegra e spensierata.
Solo il marchese, a capotavola, non aveva voglia di scherzare: pensava con malinconia alla sua vita di avventuriero, ai successi e agli onori; solo vanità.
Ora gli restava la compagnia di quegli insulsi commensali che si abbuffavano di carni e vino e l’odio di altri.
“A morte il tiranno!”
Un urlo terribile salì dalla strada e un brivido di paura assalì i compagni del marchese.
“Sono quelli del Cile”, disse Martín dissimulando il nervosismo.
Pizarro annuì con calma, ma il fracasso dei cardini abbattuti segnalò che la porta d’ingresso del palazzo era stata divelta.
Francisco Hurtado, fedele servitore del marchese, si arrampicò su per le scale ed entrò nel salone tenendosi l’addome dal quale colava un rivolo di sangue.
“Vengono a uccidervi, mio signore”, esclamò prima di accasciarsi esanime al suolo.
“Chiudete la porta”, ordinò Martín.
“Tutti alle armi, amici, alle armi!”
Ma solo egli stesso e i due paggi rimasero al fianco di Pizarro; gli altri cercarono scampo nella fuga, chi gettandosi dalla finestra -e questi si salvarono-, chi precipitandosi giù dalle scale dove si scontrarono con quelli del Cile e persero la vita.
Il marchese, senza affrettarsi, si diresse in camera sua; osservò le spade d’acciaio di Toledo riposte in bell’ordine e scelse la più antica.
“È quella di Caxamarca”, mormorò con orgoglio.
“Con questa spada infilzerò i rinnegati”.
In quel momento, un gruppo di armati entrò nella stanza; davanti a tutti stava Martín de Bilbao, quindi Juan de Herrada e via via gli altri.
“Combatti, Francisco”, urlò Alcantara all’indirizzo del fratello, mentre faceva roteare la propria arma, ferendo un paio di almagristi.
Prima che il marchese sguainasse la spada, però, il fratellastro fu ferito e subito dopo finito dagli insorti.
Stessa sorte toccò ai due giovani paggi.
Francisco Pizarro ora era solo.
Il vecchio comandante gonfiò il petto e si gettò sui rinnegati: trapassò il primo che gli si fece incontro, ne ferì altri due, ma erano troppi e non c’era più via di scampo.
“Traditori!”, urlò il marchese e fu la sua ultima parola. Martín de Bilbao gli squarciò la gola e così terminò la gloriosa vita del conquistador.
Di lì a qualche giorno, padre Vicente de Valverde, fedele amico di Pizarro, pensò bene di sparire prima di fare pure lui una fine prematura.
S’imbarcò per Panamà, ma a Punà, l’isola dove dieci anni prima gli spagnoli del marchese avevano seminato il terrore, il domenicano fu catturato e divorato dagli indigeni cannibali.
Il destino gioca spesso scherzi crudeli.


