Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
LA RESISTENZA
(SECONDA PARTE)

Il semplice piano di Willak Umu ebbe parziale successo, infatti, attratti dalla possibilità di ulteriori ricchezze a portata di mano, i fratelli del marchese e altri spagnoli lasciarono Cusco pochi giorni più tardi, seguendo le voci di favolosi tesori.
Proprio quando, però, pareva giunto il momento per Manko di assumere l’iniziativa e conquistare la capitale, giunse a Cusco Hernando Pizarro, da poco tornato dalla sua missione in Spagna.
A Ciudad de los Reyes il baldanzoso giovanotto aveva incontrato il fratello Francisco, fresco padre di un maschietto, Gonzalo, avuto dalla bella sorella di Atahualpa, doña Inés.
Il marchese, al quale erano giunte le voci dello scorretto comportamento di Juan e Gonzalo, raccomandò a Hernando di recarsi a Cusco e di dirimere le dispute col Sapa Inca, cosa che il fratello si apprestò a fare con diligenza.
Giunto nella capitale inca, Hernando liberò subito Manko dalla prigionia, scusandosi per il comportamento irresponsabile dei fratelli e badò di trattare l’Inca come un vero sovrano. Pensava, in tal modo, di accattivarsi l’amicizia di Manko e le sue azioni parvero avere successo.
Trascorsero i primi mesi del 1536; la situazione in città era tranquilla; Juan e Gonzalo, redarguiti dal fratello maggiore, evitavano ogni contatto con l’Inca, mentre Hernando trascorreva molte ore in compagnia di Manko.
Durante una piacevole escursione nella Valle Sacra, finché il Sapa Inca e il nuovo amico Pizarro riposavano sulla riva del Wilkamayo, i servi preparavano il pranzo.
“È un po’ che te lo volevo dire, Hernando”, disse il principe simulando amabilità, “da quando sei arrivato, tutto è cambiato; mi hai restituito la dignità e per questo ti sono grato”.
Poi, con un cenno del capo, ordinò ai servitori di portare le pietanze che, con grande stupore del Pizarro, furono servite su grandi vassoi d’oro e d’argento.
“Di dove viene questo tesoro?”, chiese Hernando incapace di trattenersi.
“Questo è niente, amico mio. Mangia ora e quando avremo finito ti donerò tutto il servizio”, rispose il re, “ma tu meriti di più per l’affetto e l’amicizia che mi dimostri. Questa sera a Kalka si terrà una grande festa in memoria di mio padre, il grande Wayna Kapak. Si tratta di una cerimonia alla quale partecipa solo il mio popolo; nessuno straniero può esservi ammesso. Se mi darai il permesso di partecipare alla festa, i miei sacerdoti preleveranno da un nascondiglio, che solo loro conoscono, la statua del mio genitore: è a grandezza naturale e tutta d’oro massiccio”.
A quelle parole, Hernando sgranò gli occhi, ma non osò interrompere Manko che continuò.
“Per il bene che mi hai fatto, amico mio, al termine della cerimonia mi farò consegnare la statua e domani tornerò a Cusco per fartene dono”.
Accecato dalla brama di ricchezza, Hernando concesse al principe il permesso e quella fu l’ultima volta che lo vide.
Quella sera stessa, mentre Hernando Pizarro percorreva la strada alla volta di Cusco, il Sapa Inca tenne il suo discorso più infiammato. Nella piazza di Kalka, dove aveva fatto la conoscenza di Paukar, Manko così parlò ai suoi capitani e alla popolazione.
“È giunto il nostro momento! Per qualche tempo ci eravamo illusi che gli stranieri ci avrebbero rispettato, restituendoci l’impero che l’usurpatore Atahualpa ci aveva tolto; ma questi uomini sono peggiori delle bestie, peggiori dei soldati di Quito. Così io vi dico che d’ora innanzi combatterò fino a che tutti i cristiani siano stati uccisi o scacciati dalla nostra terra. Chi fra voi vorrà seguirmi in quest’impresa, deve sapere che dedicherà la propria vita alla gloria del Tawantinsuyu. E ora, via dalla mia vista chi trema o tentenna! Gli altri si avvicinino: beviamo assieme la chicha che riscalda i cuori e infiamma lo spirito; morte agli invasori!”
Poche volte discorsi simili ebbero tanto successo: un popolo stremato da anni di guerra civile prima e di soprusi e sottomissione poi, difficilmente riesce a trovare la forza per risollevarsi e combattere. Questi intrepidi inca sapevano di dover fronteggiare un nemico potente e meglio armato, eppure non esitarono.
La guerra di resistenza era iniziata.
Come spesso accade nei casi della vita, le nobili intenzioni vengono frustrate da meschini interessi personali, da gelosie e invidie; così, pur godendo del favore di gran parte della popolazione e dei capitani più intrepidi, Manko fu abbandonato da due suoi fratelli, Waypar e Inguill che, con alcune migliaia di guerrieri ai propri ordini, preferirono vendersi agli spagnoli, rimanendo a Cusco.
Nel lontano Cile, frattanto, Paullu, fratello fra i più amati dal Sapa Inca, aveva rinunciato a uccidere Almagro, lusingato dalle dimostrazioni di amicizia di quest’ultimo e, soprattutto, dalla prospettiva allettante di usurpare il trono a Manko.
Cosa sarebbe stato degli invasori spagnoli se gli inca fossero rimasti uniti o se il grande condottiero Wayna Kapak non fosse morto prematuramente? La storia, tuttavia, non concede possibilità di verifica.
Alla fine di aprile del 1536, la situazione era ingarbugliata. Cusco era occupata da circa duecento spagnoli, al comando dei tre fratelli del marchese Pizarro; con loro quarantamila inca guidati da Waypar e Inguill e circa un migliaio di guerrieri cañari, da sempre acerrimi nemici del Tawantinsuyu, provenienti dall’odierno Ecuador.
A Ciudad del los Reyes risiedeva Francisco Pizarro con centinaia di compatrioti, in attesa di rinforzi dalle colonie del Centroamerica e dalla Spagna.
A sud, in Cile, stavano Diego de Almagro e i suoi che, assieme al traditore Paullu e ai guerrieri inca al comando di quest’ultimo, si erano ormai resi conto dell’inutilità della spedizione: non avevano trovato tesori, ma solo agguati sanguinosi perpetrati dalle selvagge e indomite tribù araucane. Il socio di Pizarro, quindi, stava valutando con favore l’opportunità di far rientro a Cusco.
In campo avverso, il principe Manko stava radunando un forte esercito nella Valle Sacra per attaccare la capitale, mentre Paukar e i suoi guerriglieri presidiavano le vie di comunicazione con la costa.
In una piccola capanna nei pressi di Kalka, nascosta alla vista dalla fitta vegetazione, il Sapa Inca e il gran sacerdote discutevano il piano d’azione.
“Ora o mai più”, commentò Willak Umu, “questo è il momento buono per attaccare Cusco. Pizarro e Almagro sono lontani, difficilmente avremo altre occasioni tanto favorevoli”.
“Sì, fratello, ma non facciamoci vincere dalla fretta”, rispose Manko riflessivo, “dobbiamo radunare quanti più guerrieri possibile e sai che non sarà facile. Il nostro esercito è composto in gran parte da contadini e pastori, gente che a malapena sa tenere un’arma in mano. Manda i capitani a rastrellare ogni uomo valido in tutti i villaggi, poi attaccheremo”.
“Certo, principe, i nostri uomini non sono addestrati come le truppe del tuo grande genitore, ma sopperiremo col numero e col cuore”, rispose il sacerdote, “tuttavia ti prego, non attendiamo troppo tempo. Hai detto tu stesso che l’esercito è composto in gran parte da contadini: cosa accadrà se non avremo ancora occupato Cusco quando si avvicinerà il momento della semina? E cosa accadrà se Almagro da sud e Pizarro da ovest convoglieranno con truppe fresche sulla capitale?”
“Non ti preoccupare, Willak, non ci vorrà molto tempo per radunare qualche migliaio di guerrieri in più, siano pure contadini. Nel frattempo, tu puoi già iniziare a muoverti con il grosso dell’esercito e stringere d’assedio la città; attendiamo ancora qualche giorno, tuttavia, perché è impensabile che Hernando non mandi qualcuno a catturarmi. Se lo conosco bene, starà schiumando di rabbia per essere stato preso in giro”, rise il Sapa Inca.
“Quando arriveranno qui gli spagnoli”, continuò Manko, “quello sarà il momento giusto per l’attacco. Tu dovrai già essere in posizione attorno alla città, ma senza rivelare la tua presenza. Da parte mia, mi ritirerò sulle colline appena arriveranno gli uomini di Hernando e li lascerò tranquilli a saccheggiare. Farò loro trovare oro e argento e pure molta chicha e cibo, così festeggeranno, si ubriacheranno e non si accorgeranno che anch’io, col resto dell’esercito, avrò abbandonato la valle per raggiungerti. Quello sarà il momento migliore per l’attacco a Cusco: la città sarà più vulnerabile senza gli uomini di Hernando a difenderla”, concluse il principe.
Manko aveva visto giusto.
Hernando misurava nervosamente a grandi passi la vasta sala del palazzo; imprecava ad alta voce, mentre i fratelli lo osservavano con un sorriso ironico: gli avevano pur detto che fidarsi di Manko era una sciocchezza.
Avrebbe dovuto tenerlo incatenato, come avevano fatto loro.
Né Juan, né Gonzalo, tuttavia, si azzardarono a dirgli quel che pensavano, sapendo che il fratello, quando era accecato dall’ira, era capace di qualunque cosa, anche di scagliarsi contro di loro e di prenderli a calci davanti a tutti. Così, attesero in silenzio, non senza scambiarsi fra di loro qualche occhiata e un sogghigno.
Sbollito il primo impeto di furia, Hernando riprese il controllo di sé.
“E va bene, quel bastardo di selvaggio me l’ha fatta, carajo, ma ora la pagherà, mierda! Eccome se la pagherà”, disse il Pizarro più parlando a se stesso che ai fratelli.
“Juan”, continuò, “parti subito e vai a catturare quel perro; il cane Manko farà una brutta fine, ve lo garantisco, fratelli. Prendi con te settanta cavalieri e travolgi chiunque vi ostacoli. Voglio qui quel hijo de puta, lo voglio vivo e subito! Vai, parti, che aspetti?”, urlò spazientito.
Senza proferire parola, Juan uscì nella piazza, accompagnato da Gonzalo che ora non riusciva più a trattenersi e, lontano dalle orecchie di Hernando, commentò: “Ah, ah, ah, l’avrà capita ora il fratellino. Sono contento che il selvaggio l’abbia preso per il culo, così impara a trattarci a quel modo, solo perché tenevamo il bastardo incatenato. Mi raccomando, Juan, dopo che l’avrai catturato non picchiarlo troppo: lascia che arrivi qui in forze perché mi voglio divertire anch’io”.
“Farò il possibile per accontentarti”, rise Juan.
Giunto in vista di Kalka, Juan Pizarro ordinò la carica alla cavalleria; di fronte a loro parecchie centinaia di guerrieri che, vistisi attaccati, si dispersero simulando il terrore.
“Santiago!”, urlò il capitano spagnolo, “La vittoria è nostra”.
E fu una vittoria facile perché, quando la cavalleria giunse nella piazza di Kalka, non trovò alcun inca a contrastarla, ma solo donne e un consistente bottino in oro, argento e cibo.
Manko era fuggito, ma Juan non se ne preoccupò indaffarato com’era a festeggiare il successo. Una volta di più aveva avuto la prova della invincibilità spagnola e ora si pavoneggiava con i suoi uomini che, come lui, avevano preso ad ubriacarsi di chicha e a violentare le donne, come di consueto.
Per tre giorni Juan e i suoi rimasero a gozzovigliare, fino a quando una trafelata staffetta inviata da Hernando giunse ad avvertirli che Cusco era assediata e che si richiedeva il loro immediato rientro.
Pur con grande difficoltà e alcune perdite in vite umane, Juan riuscì a guadagnare la piazza di Cusco quello stesso giorno, facendosi largo a colpi di spada fra una moltitudine di guerrieri nemici.
Mentre Juan soggiornava a Kalka e Manko rimaneva nascosto nei pressi, Willak Umu aveva circondato la capitale con i suoi cinquantamila guerrieri.
Il gran sacerdote riuscì con facilità a occupare il Korikancha e ordinò ai suoi di aprire tutte le chiuse dei canali per allagare la città; quindi avvertì Manko che tutto era pronto per sferrare l’attacco decisivo.
Il Sapa Inca, tuttavia, non si decideva.
Attendeva rinforzi consistenti, ma il suo temporeggiare gli costò una facile vittoria. Fece anche un altro grave errore di valutazione: risolse di rimanere a Kalka perché voleva organizzare di lì una rivolta simultanea in tutto il Tawantinsuyu, mentre la sua presenza a Cusco sarebbe stata importante per spronare i suoi uomini e sconfiggere definitivamente gli stranieri.
Willak Umu, spazientito dall’atteggiamento di Manko, continuava a stringere d’assedio la capitale, senza osare la mossa decisiva.
Il Tempio del Sole era nelle sue mani e ora pure la fortezza che rappresentava la testa del Puma sopra alla città era stata occupata. Cusco era quasi totalmente allagata e la cavalleria nemica faticava a manovrare nel pantano.
Gli spagnoli e i loro alleati erano terrorizzati, eppure da Kalka non giungeva l’ordine di attacco.
“Disubbidire al volere del Sapa Inca è impensabile”, rimuginava tra sé il gran sacerdote, “ma fintanto che Manko non si decide, qualcosa devo pur fare per evitare che gli spagnoli si riorganizzino e siano loro ad attaccarci”.
All’alba di sabato sei maggio, Willak Umu diede l’ordine. Dalle colline, dai tetti delle case alla periferia della città, dai templi del Korikancha e dalla Testa del Puma, migliaia di pietre foderate di cotone incandescente si abbatterono sopra ai palazzi e alle dimore degli spagnoli.
I tetti di paglia presero rapidamente fuoco, mentre decine di migliaia di gole lanciavano grida agghiaccianti.
“Ci siamo!” urlò Hernando, “Alle armi! Ci attaccano”.
Gli spagnoli e i loro alleati, terrorizzati, correvano all’impazzata sotto alla grandinata delle fionde avversarie.
I cavalli nitrivano e scalciavano in preda al panico, i cañari e gli inca rinnegati si accalcavano sui tetti gettando acqua per spegnere gli incendi, i conquistadores impugnavano spade e archibugi per far fronte a un nemico che ancora non si vedeva.
Trascorsero i giorni e il bombardamento non diminuiva di intensità, ma l’attacco decisivo tardava ad arrivare.
“Perché non attaccano, cosa aspettano?”, chiese Hernando ai suoi capitani.
I fratelli e gli altri si guardavano in viso l’un l’altro, ma nessuno seppe rispondere.
“Ebbene,” proseguì Hernando, “se non si decidono significa che ci temono e allora saremo noi a prendere l’iniziativa. Per avere qualche speranza di successo, dovremo occupare la fortezza sopra alla città: domattina all’alba li sorprenderemo attaccando tutti assieme e vinceremo, oppure moriremo tutti. Non ha senso stare ad aspettare ancora e rischiare di morire di fame”, concluse il comandante.
Quella notte pochi dormirono; i più, inginocchiati, pregarono la Vergine e i Santi e si raccomandarono l’anima a Dio.
Il sole non era ancora spuntato: i fuochi degli accampamenti inca si andavano spegnendo, ma non vi era segno di attività e il silenzio era quasi completo, interrotto solo dall’ovattato rumore degli zoccoli fasciati di cotone. Hernando montò a cavallo, lo stesso fecero gli altri.
Dalla piazza alla fortezza, la distanza era breve, anche se in ripida salita. Dovevano muoversi in velocità, per quanto le condizioni del terreno allagato lo consentissero.
Senza una parola, il comandante fece cenno ai suoi di partire. Lo sbuffare e il nitrito degli animali potevano rovinare la sorpresa della carica; così i cavalieri stavano allungati sul collo, accarezzando la criniera e il muso dei cavalli.
Sicuri della propria forza, gli inca non si aspettavano un attacco. Furono colti di sorpresa e molti di loro ebbero appena il tempo di sentire urlare “Santiago” che già cadevano al suolo con la gola squarciata.
La battaglia nella piana del Tempio del Puma durò tutta la giornata, con alterne fortune, ma alla fine gli spagnoli riuscirono a conquistare la fortezza.
Migliaia di morti fra le tre cinte di mura zigzaganti, su tutta la collina, lungo le vie e sulla pianura di fronte al tempio: inca, rinnegati, cañari e spagnoli.
Gli uomini di Willak Umu si ritirarono, attestandosi lungo il cammino che conduceva alla Valle Sacra.
Il Tempio del Puma, da quel giorno assunse il nome di Sacsaywaman: il luogo dove pascolano gli avvoltoi.
Condor e altri rapaci dilaniavano indisturbati le carni dei cadaveri.


