Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
LA RESISTENZA
(QUARTA PARTE)

Gonzalo Pizarro, in compagnia del rinnegato Paullu, governava a Cusco.
La notizia della morte del fratello lo raggiunse in un momento poco felice. Per lunghi mesi aveva combattuto contro le forze di Manko e più di una volta era stato sul punto di catturare il sovrano inca che, sempre all’ultimo momento, gli era sfuggito.
Durante le sue campagne per la conquista di Wilkapampa, aveva anche subito gravi sconfitte, perdendo decine di uomini a causa delle incursioni del generale Paukar che, assieme a Koyllur, Topa Runa e ai suoi guerriglieri attaccava le milizie spagnole sbucando dal nulla; colpiva, uccideva e depredava per poi sparire nell’intrico della foresta.
Questi guerrieri inca che combattevano una guerra inedita, costituivano una grave spina nel fianco per il fratello del defunto marchese. Se si aggiunge poi che alcuni seguaci di Almagro, sfuggiti alla persecuzione di Pizarro, si erano rifugiati alla corte di Manko, il quadro desolante era completo.
I rinnegati spagnoli, come li definiva Gonzalo, addestravano le truppe inca alle tattiche militari europee e contribuivano a rendere più agguerrite le forze di Paukar.
Anche per l’ultimo Pizarro, tuttavia, il destino era segnato. Quando, nel 1544, giunse in Perù il primo viceré nominato dalla Corona di Spagna -Don Blasco Núñez Vela-, Gonzalo capì che, se avesse voluto mantenere il possesso dei territori ereditati da Francisco, avrebbe dovuto combattere: in madre patria, infatti, le malefatte dei fratelli Pizarro avevano irritato re Carlo, il quale intendeva chiudere la partita con Gonzalo, facendolo arrestare.
Seguirono alcuni anni di contrasti e battaglie, fino al 1548, quando l’ultimo Pizarro armò un esercito e da Cusco si diresse a Ciudad de los Reyes, ma fu sconfitto dalle truppe reali, catturato e giustiziato.
La maledizione di Atahualpa si era compiuta e ora pure le Vergini del Sole di Cajamarca, violentate dai fratelli Pizarro, erano vendicate.
Da Choquequirao a Wilkapampa, passando per Vitkos, un grande territorio fatto di altipiani, fiumi impetuosi, montagne e foreste era tenuto saldamente in mano dal nuovo regno inca di Manko.
La Città Santa di Wilkapampa era composta da circa quattrocento costruzioni; era ricca di templi e santuari e racchiusa in una valle rigogliosa a 1.400 metri di altitudine, al limitare della selva.
La città, che possedeva la stessa conformazione a forma di Puma di Cusco, aveva edifici a uno e due piani, con i tetti di tegole e le porte di pregiato legno di cedro.
La vallata era coltivata a mais, cotone, ají -il peperoncino piccante- e coca e costituiva un’importante riserva per sfamare l’esercito e le famiglie inca residenti.
Paukar aveva fatto costruire in tutta la provincia avamposti e fortezze, trabocchetti e baluardi e la regione di Wilkapampa, la Pianura Sacra, pareva pressoché imprendibile.
Già molte volte, nel corso degli anni, eserciti spagnoli avevano tentato incursioni, sempre frustrate dalle difficoltà del territorio e dalla eccellente preparazione dei guerriglieri di Paukar.
In queste condizioni, Manko viveva tranquillo, dedito all’addestramento di truppe scelte per quella che sarebbe dovuta divenire la grande lotta per la riconquista.
Il Sapa Inca, però, coltivava le serpi in seno.
Nei templi di Vitkos e Wilkapampa erano custodite le mummie dei suoi avi, da Wirakocha a Pachakutek, da Tupak Inca a suo padre Wayna Kapak e il disco d’oro del Punchaw che racchiudeva i cuori inceneriti dei sovrani inca. Almeno centomila guerrieri presidiavano le vie di comunicazione e gli avamposti, impedendo di fatto ogni possibile intrusione da parte avversaria; ma il nemico più subdolo viveva assieme al principe, nella stessa Wilkapampa: erano gli almagristi, sfuggiti alla persecuzione di Gonzalo Pizarro, che il Sapa Inca aveva salvato e accolto come amici.
Nel gennaio del 1545, mentre Gonzalo tesseva le trame per appropriarsi dei territori del sud girovagando da una città all’altra del Perù, gli almagristi rifugiati a Wilkapampa studiavano un piano meschino per ottenere la riabilitazione e tornare nel mondo “civile”.
Erano sicuri che, se fossero riusciti a eliminare l’Inca ribelle, sarebbero stati perdonati per il tradimento nei confronti di Pizarro; nemmeno per un istante presero in considerazione il debito d’onore che avevano nei confronti degli inca di Wilkapampa.
Diego Méndez, uno dei rifugiati, recò a Manko la notizia che Cusco era difesa solo da pochi armati e che Gonzalo era lontano nella sierra centrale.
“È il momento che attendevi da tempo, principe. Se attaccherai ora, la capitale cadrà facilmente nelle tue mani. Animo, non indugiare; ordina all’esercito di muovere su Cusco!”, esclamò Méndez all’indirizzo del sovrano.
Il suo intento era di allontanare da Wilkapampa la maggior parte dei guerrieri per avere vita facile nell’eliminazione del Sapa Inca.
Manko acconsentì e con l’esercito lasciò la città diretto alla vicina Vitkos. Qui, ordinò al generale Paukar di dirigersi a Cusco con le truppe e di valutare la possibilità di un attacco; nel frattempo, il re e la sua famiglia avrebbero atteso notizie in compagnia dei sette rifugiati spagnoli.
Nel cortile del palazzo di Vitkos, come di consueto Manko e gli spagnoli ingannavano la noia dell’attesa nel gioco dei ferri.
A turno, gli otto compagni lanciavano ferri di cavallo nel tentativo di agganciarli a picchetti piantati nel terreno, osservati dal piccolo Titu Kusi, il maggiore dei cinque figli dell’Inca, che non aveva ancora compiuto i dieci anni. Manko si divertiva a sconfiggere in abilità i suoi sette compagni di gioco; era rilassato perché sapeva che l’esercito si trovava in mani eccellenti, quelle del fraterno amico Paukar.
Gli spagnoli, dal canto loro, quel giorno apparivano più maldestri di altre volte; erano nervosi e si muovevano impacciati, anche a causa dei coltelli affilati che nascondevano fra le pieghe delle vesti.
Fuori dal palazzo, attendevano sette cavalli sellati.
Nel villaggio la quiete regnava sovrana; solo poche guardie sorvegliavano i sentieri di accesso e molte donne erano impegnate nei lavori quotidiani.
“Tocca a te, principe”, disse Méndez porgendo il ferro all’Inca.
Manko afferrò l’oggetto, spostò le gambe per raggiungere il migliore equilibrio e lanciò, nello stesso istante in cui, alle spalle, uno dopo l’altro in rapida successione, i rinnegati spagnoli lo trafiggevano.
Il Sapa Inca volse di scatto il viso all’indirizzo dei suoi assassini, poi con una smorfia di dolore stramazzò al suolo.
Da sotto il tavolo, che era il suo posto d’osservazione, il piccolo Titu Kusi lanciò un urlo che richiamò la madre dall’interno del palazzo, ma anch’essa fu trafitta senza pietà e stessa sorte avrebbe subito il bimbo se, evitato un primo fendente, non avesse preso rapidamente la fuga.
Gli spagnoli, compiuta l’opera, salirono a cavallo e guadagnarono con rapidità il folto della foresta.
Il principe Manko viveva ancora.
Le donne al suo servizio lo stesero sopra un pagliericcio e gli tamponarono alla meglio le ferite, asciugandogli la fronte madida di sudore.
Al tramonto del giorno seguente, i sette spagnoli avevano ormai percorso parecchia strada e si sentivano al sicuro; entro qualche giorno sarebbero stati definitivamente in salvo a Cusco.
“Ce l’abbiamo fatta, amici”, esordì Diego Méndez mentre impastoiava i cavalli.
“Ora non solo saremo perdonati, ma ci accoglieranno come eroi”.
Dopo una tranquilla cena, gli assassini si coricarono soddisfatti all’interno di una capanna abbandonata; l’indomani all’alba avrebbero ripreso la marcia.
Ma per loro l’alba non venne mai.
Di ritorno da Cusco dove aveva valutato la situazione, scartando l’ipotesi di un attacco in forze, Paukar si imbatté in una staffetta; il chaski gli portava la notizia del ferimento del sovrano e della fuga degli spagnoli.
“Maledetti”, mormorò il generale stringendo i pugni. “Sapevo che non c’era da fidarsi di quei rinnegati. Chi tradisce una volta…”
“Ma non la passeranno liscia! Topa Runa, Koyllur, Kori Atao, sguinzagliate gli esploratori; che frughino tutta la foresta: i bastardi non devono sfuggirci. Nonostante i cavalli, non possono essere troppo lontani; la vegetazione avrà certo rallentato la loro fuga. Andate, voglio notizie prima di sera!”
I guerriglieri del comandante, agili come giaguari, si sparsero in ogni direzione; fiutarono, osservarono, ascoltarono: nulla poteva loro sfuggire e, infatti, ancor prima che il sole tramontasse, Paukar aveva scoperto dove gli almagristi si nascondevano.
Dentro alla capanna gli spagnoli si svegliarono di colpo; il crepitio della canne infuocate seminò il panico e il rifugio si trasformò in trappola.
I tizzoni incandescenti presero a cadere sugli sventurati, bruciacchiando abiti e corpi e costringendo gli almagristi a precipitarsi all’aperto dove vennero catturati dagli uomini di Paukar che, senza attendere oltre, diede l’ordine di ucciderli e di lasciare i cadaveri appesi a pali conficcati nel terreno.
Rientrato a Vitkos, Paukar corse al capezzale dell’amico agonizzante.
“Manko, mio principe, che ti hanno fatto?”, singhiozzò il generale accarezzando la mano inerte dell’Inca.
“Non mi resta molto tempo, amico mio”, sussurrò il Sapa Inca.
“Sono contento che i miei assassini siano stati puniti e ora posso morire, ma non prima che tu, Titu Kusi, il gran sacerdote e i comandanti mi abbiate ascoltato: mandali a chiamare, voglio tutti qui subito”.
Fuori, il sole attendeva il suo figlio prediletto.
“Miei generali, miei amici”, iniziò a dire Manko, “il mio cammino su questa terra è concluso, ma con me non dovrà finire il regno. Dal mio assassinio dovrete trarre la forza per combattere gli invasori, fino a scacciarli definitivamente dalla nostra terra. Nomino Titu Kusi mio erede, ma lo affido a te, Paukar e a tutti voi affinché sappiate consigliarlo e guidarlo nella lotta. Figlio mio, dammi la mano”, aggiunse Manko rivolgendosi a Titu Kusi, “Ricorda queste mie parole: non permettere che altri spagnoli entrino nella nostra terra, diffida delle loro parole ingannatrici, altrimenti anche tu subirai la stessa mia sorte. Ora sei tu il Sapa Inca: tratta il tuo popolo con amore e giustizia e lasciati guidare da Paukar fino a quando non saprai camminare da solo”.
Emise un profondo respiro, il nobile Manko e non parlò più.
Il mattino successivo spirò.
La sua progenie assistette all’imbalsamazione in silenzio; erano cinque bimbi: Titu Kusi, Sayri Tupac, Kapak Yupanki, Tupac Wallpa e Tupac Amaru.
Per oltre tre anni non si sentì più parlare del regno di Wilkapampa; tre anni in cui Titu Kusi venne istruito al comando e le difese del territorio potenziate, ma furono anche preziosi anni persi, proprio nel momento più propizio per gli inca; gli anni della guerra civile spagnola fra le forze di Gonzalo Pizarro e le truppe reali, durante i quali i guerrieri di Titu Kusi avrebbero potuto facilmente sopraffare gli invasori.
Ancora una volta la sorte non arrise agli uomini del Tawantinsuyu.


