Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
LA RESISTENZA
(PRIMA PARTE)

Nel gennaio del 1534, nonostante fossero trascorsi ormai due mesi da quando era entrato per la prima volta in città in compagnia di Manko, Francisco Pizarro non si era ancora stancato di ammirare la magnificenza di Cusco.
In cuor suo, doveva ammettere che nessuna città spagnola, nemmeno Toledo, poteva reggere il confronto con la capitale inca. Gli era stato riferito che l’artefice di tanta bellezza era stato un inca chiamato “il Sovvertitore del Mondo”, Pachakutek Yupanki, grande condottiero e abile architetto.
“Chiunque sia stato”, pensava il comandante, “era certamente un uomo dalle doti eccelse”.
La pianta della città ricordava un grosso felino: la testa poggiava sul colle della fortezza dalle tre cinta di mura zigzaganti, il corpo si allargava sulla piazza attraversata da un torrente pavimentato con lastre di pietra e la coda si estendeva dalla parte opposta, dove la vallata pareva chiudersi.
Tutte le case erano costituite da un basamento di pietra, con le pareti in adobe e i tetti di paglia e canna, con cornicioni sporgenti che riparavano dalla pioggia.
I palazzi dei nobili erano costruiti in modo simile, ma molto più ampi delle abitazioni popolari e con possenti mura di pietra.
Le strade, strette e ripide, erano anch’esse pavimentate e provviste al centro di un piccolo canale di scolo che permetteva all’acqua piovana di defluire verso i due fiumi, portando con sé rifiuti e sporcizia. Tullumayu e Huatanay, nonostante ricevessero l’immondizia delle strade, scorrevano limpidi, grazie alle lastre di pietra che pavimentavano il loro letto e alla costante manutenzione che operai addetti praticavano quotidianamente.
A ovest della piazza principale, fra i due fiumi, sorgeva il santuario del Sole, il Korikancha, composto da un vasto giardino abitato, prima dell’arrivo dei conquistadores, da numerose statue d’oro raffiguranti persone, animali e alberi. Il giardino era ancora lì, ma l’oro aveva preso altre strade. Oltre il parco, si ergeva una costruzione in pietra, all’interno della quale si diramavano corridoi e stanze, ognuna di queste dedicata a una diversa divinità.
Entrando, Pizarro non riuscì a credere ai propri occhi: nonostante il saccheggio, molte pareti erano ancora foderate da placche d’oro e in fondo alla stanza più ampia un imponente disco, tutto d’oro anch’esso, riceveva i raggi del sole che, attraverso una finestra trapezoidale, si riflettevano sul metallo, abbagliando il visitatore.
Era il Punchau, simbolo di Inti, il dio sole, che racchiudeva le ceneri dei cuori appartenuti ai sovrani inca.
“Come osate entrare in questo luogo?”
Una voce, uscita dalla penombra, costrinse il comandante ad arrestarsi appena oltre la soglia.
“Chi siete voi?”, chiese Pizarro riprendendosi dalla sorpresa.
“Sono Willak Umu, gran sacerdote del tempio. Nessuno può essere ammesso nella dimora di Inti, prima di aver digiunato per un anno intero”.
Don Francisco aggrottò le ciglia, ma subito si rilassò e, sfoggiando un elegante inchino, tornò sui propri passi. Non era il caso, pensava, di irritare quel sacerdote e di offendere il dio del suo alleato Manko. Non ancora, almeno. S’incamminò verso la piazza principale e il palazzo che aveva scelto come propria dimora: la reggia di Pachakutek. Tutta la spianata di Wakaypata era circondata da palazzi di pregevole fattura, con mura e pareti inclinate e una impercettibile intercapedine fra pietra e pietra in modo tale da rendere la struttura resistente ai frequenti terremoti. Robuste mura circondavano le residenze reali e, all’interno, si aprivano spaziosi patii con stanze di squisita fattura collegate tra loro.
Parevano piccole fortezze facili da difendere e il Marchese Francisco Pizarro -ora poteva con orgoglio sfoggiare il titolo nobiliare- si sentiva sicuro al loro interno.
Nei decenni a seguire, a poco a poco quei gioielli architettonici rappresentati dai palazzi inca furono abbattuti per far posto ad altrettante chiese cattoliche.
Dopo la definitiva sconfitta delle truppe di Quito e la nomina del giovane alleato Manko a Sapa Inca, Pizarro si sentiva tranquillo.
Pur se qualche dissidio scaldava gli animi di inca e spagnoli, dovuto più che altro ai soprusi che questi ultimi compivano sulle donne indigene, il governo della città si andava assestando.
Manko e i suoi convivevano amabilmente con gli uomini del marchese e nulla faceva presagire che qualche grave episodio avrebbe potuto turbare l’armonia a Cusco.
Così il comandante generale decise che era ormai ora di lasciare la capitale inca e tornare a Jauja dalla sua donna che gli aveva da poco partorito la figlia Francisca.
“Bene, Almagro”, disse Pizarro addentando un pezzo di cuy arrostito, prelibato roditore che aveva imparato ad apprezzare, “le cose si stanno mettendo al meglio. Ora resta solo da organizzare il territorio e consolidare il nostro dominio”.
“Certo, ma non sono ancora soddisfatto”, rispose il socio con una smorfia, “A parte qualche chilo d’oro, tutta la città è stata spogliata per pagare il riscatto di Atahualpa. Per il momento i miei sono tranquilli, ma non so quanto potrà durare. Dobbiamo trovare al più presto altre ricchezze, altrimenti chi li terrà fermi?”
“Non ti preoccupare, Diego, sono certo che nei paraggi siano stati nascosti molti tesori e noi li troveremo. Pensavo di partire fra qualche giorno per tornare a Jauja: potrei portare Manko con me, così tu sarai libero di scorazzare fra templi e fortezze in cerca d’oro, senza irritare la suscettibilità dell’Inca”.
“Può essere una buona idea”, assentì Almagro, “Resterò qui con i miei uomini e, carajo, voglio proprio vedere se non riusciremo a racimolare un bel po’ di bottino!”
“Intesi, allora. Potrei partire alla fine della prossima settimana. Ti lascerò i miei fratelli Gonzalo e Juan a farti compagnia”.
“Che bisogno c’è? Vuoi forse farmi controllare; non ti basta quello che hai già raccolto?”, chiese il socio stizzito.
“Sempre il solito diffidente, vero? Non è come pensi: desidero lasciarli qua a farsi le ossa; devono imparare a trattare con gli indios e, caramba, a rendersi conto che per governare ci vuole diplomazia e intelligenza. Li lascio a te perché sei il maestro migliore che possano avere”, lo blandì il marchese.
Giunto a Jauja in compagnia di Manko alla fine di marzo, alcuni mesi dopo Francisco Pizarro decise che il luogo non era l’ideale per una capitale spagnola, così si diresse verso la costa alla ricerca di un porto e di un territorio migliore. Portava con sé doña Inés e la figlioletta Francisca, ma non Manko che preferì tornare a Cusco dove giunse a fine luglio.
Nei mesi che seguirono, il marchese percorse in lungo e in largo la zona costiera, fino a quando individuò una località che gli parve ideale: il tredici gennaio del 1535 fondò la sua definitiva capitale, Ciudad de los Reyes, in onore ai Re Magi.
Rientrato nella sua Cusco, Manko vi trovò i due giovani Pizarro, Juan e Gonzalo, che spadroneggiavano indisturbati. Diego de Almagro, nominato governatore della città dal marchese, si trovava ad Abancay in cerca di tesori e non poteva controllare i due fratelli del comandante generale, ma, per fortuna, né Gonzalo né Juan osarono molestare il Sapa Inca, limitandosi a condurre una vita dissoluta fatta di feste condite da stupri ai danni di giovani e belle indigene.
Manko trascorse i suoi primi anni nella capitale simulando amicizia nei confronti degli spagnoli, ma in cuor suo irritato per il loro arrogante comportamento.
Col ritorno di Almagro, tuttavia, la situazione si normalizzò anche perché il socio di Pizarro agì con fermezza, bloccando le insane iniziative di Gonzalo e Juan, forte di un editto reale firmato di proprio pugno da Carlo V, che assegnava a Francisco Pizarro i territori settentrionali del vecchio impero inca e allo stesso Almagro quelli meridionali, compresa, secondo l’interpretazione di quest’ultimo, la città di Cusco.
Ben presto, però, Almagro decise di intraprendere la spedizione verso i territori meridionali nel lontano Cile, alla vana ricerca di quelle ricchezze che non era riuscito ancora a trovare.
La prospettiva di trovarsi una volta di più a dover fronteggiare le angherie dei giovani Juan e Gonzalo Pizarro, liberi dal controllo di Almagro, non allettava il principe Manko.
Una sera, nella stanza delle udienze all’interno del suo palazzo ancora in costruzione, Manko e il gran sacerdote sedevano pensierosi.
“Comincio a credere che non ci libereremo più di questa gente”, commentò il Sapa Inca, “a meno che non si agisca al più presto, prima che gli spagnoli diventino troppo potenti. Ora che Almagro è in partenza, inoltre, saremo alla mercé di quei due arroganti. Sono preoccupato, Willak Umu; so di dover fare qualcosa, ma mi sento confuso”.
“Forse la partenza di Almagro ci potrà essere utile”, rispose il sacerdote aggrottando la fronte, mentre un piano d’azione gli si andava disegnando nella mente.
“Il comandante Pizarro è lontano e ora che il suo socio lascerà Cusco, in città rimarranno pochi spagnoli. Potrebbe essere l’occasione che aspettavamo”.
“Fammi capire, fratello. Cos’hai in testa?”
“Una volta che Almagro sarà partito, potremo radunare i nostri guerrieri della Valle Sacra e di Choquequirao, uccidere Juan e Gonzalo assieme agli altri stranieri e riprendere il dominio di Cusco”, rispose Willak Umu.
“Sì, avevo pensato anch’io a questa opportunità”, annuì il Sapa Inca, “ma dovremo agire su più fronti per coprirci le spalle. Appena Almagro e Pizarro dovessero essere informati della nostra sollevazione qui nella capitale, tornerebbero sui loro passi e rischieremmo di trovarci in trappola”.
“Anche questo è vero”, mormorò il sacerdote.
“Potremmo ordinare a Paukar di bloccare la strada che sale dalla costa per tenere a bada Pizarro e inviare con Almagro mio fratello Paullu col compito di uccidere il socio del marchese alla prima occasione utile”, disse Manko concludendo il suo pensiero.
“Buona idea”, approvò Willak Umu. “Potrei accompagnare Almagro e Paullu per un certo tratto, così da stimolare tuo fratello; non vorrei che si perdesse d’animo e rinunciasse a uccidere lo spagnolo”.
“Paullu farà il suo dovere, ne sono certo, ma vai pure anche tu con lui e appena possibile torna a riferirmi. Nel frattempo ordinerò ai capitani di radunare l’esercito e di tenerlo pronto ad attaccare Cusco, non appena riuscirò a lasciare la città”.
Nel luglio del 1535, Diego de Almagro e oltre cinquecento spagnoli presero la strada per l’ignoto sud.
Ad accompagnare il socio di Pizarro vi erano il gran sacerdote, Paullu e dodicimila indigeni.
Gli ordini per Paullu erano di guidare Almagro attraverso lande desolate e fredde, dove fosse difficile trovare cibo e di fare in modo che gli spagnoli morissero un poco per volta durante il viaggio, fino all’esito finale e all’uccisione del loro stesso comandante.
A Cusco rimase solo una piccola guarnigione, al comando di Gonzalo e Juan Pizarro: ora Manko poteva agire.
Già i suoi capitani stavano radunando un forte esercito e Paukar, ricevuti gli ordini, aveva lasciato Choquequirao alla volta di Abancay per chiudere la strada agli eventuali rinforzi che il Marchese Pizarro avrebbe potuto inviare da Ciudad de Los Reyes.
Quando ormai il piano pareva procedere al meglio, tuttavia, un servo, introdotto come spia degli spagnoli nella residenza del Sapa Inca, avvertì i due Pizarro dell’insurrezione e, con un colpo di mano, i fratelli del marchese imprigionarono Manko umiliandolo con un collare di ferro col quale lo immobilizzarono.
Grazie al pagamento di un forte riscatto in oro, il Sapa Inca ottenne la libertà, pur sempre guardato da vicino da due soldati spagnoli.
Approfittando della distrazione delle guardie, alla prima occasione Manko fuggì e s’incamminò verso la Valle Sacra e verso il suo esercito, ma fu ben presto ripreso da Juan e Gonzalo e nuovamente imprigionato.
La furia dei due spagnoli si scatenò: stuprarono, mutilarono, umiliarono, giungendo persino a urinare sul viso di Manko e a violentarne la moglie.
L’odio del Sapa Inca raggiunse l’apice.
Fu in quest’atmosfera di soprusi e di odio che il gran sacerdote Willak Umu fece ritorno a Cusco verso la fine dell’anno; aveva accompagnato la spedizione di Almagro sino ai confini col Cile, poi, esortato Paullu a portare a termine la propria missione di morte, raggiunse la capitale dove riteneva di essere più utile alla causa del giovane Sapa Inca.
Trovò Manko prostrato e acceso di un incontenibile odio e dovette calmarlo usando tutta la diplomazia della quale era capace; non era ancora giunto il momento propizio per la rivolta, occorreva prima lavorare d’astuzia e allontanare dalla città, se possibile, altri spagnoli.
“Mio signore, non avere fretta”, consigliò il sacerdote, “i tempi sono quasi maturi, ma vale la pena attendere ancora qualche settimana. Lasceremo che Paullu elimini Almagro; nel frattempo devi fingere di aver dimenticato le porcherie che ti hanno fatto i fratelli di Pizarro e mostrarti sottomesso”.
“Come potrei mai fingere: voglio la loro morte e dovrà essere atroce!”, rispose Manko rosso di collera.
“E morte sarà”, continuò Willak Umu, “Devi solo pazientare un poco. Ascoltami: gli spagnoli perdono la testa solo quando pensano all’oro e alle donne; diamo loro ciò che vogliono e la testa la perderanno per davvero, ma recisa dal collo”.
“Questi sono i discorsi che amo sentire; continua!”, ordinò il principe un poco più tranquillo.
I due passeggiavano all’interno di uno stretto patio, sorvegliati a vista dagli armigeri di Pizarro, simulando una conversazione tranquilla.
Nessuno dei carcerieri poteva comprendere le loro parole e nemmeno i servi, fra i quali certo si nascondeva qualche spia, riuscivano a decifrare il linguaggio dei nobili inca.
La lingua parlata dal popolo, infatti, era il Runa Simi o idioma degli uomini, ma la famiglia reale e i nobili di alto lignaggio usavano un gergo differente, del tutto sconosciuto ai più. Era questa un’altra misura introdotta dal grande Pachakuetk e dai suoi discendenti: il modo più utile per governare era tenere il popolo nell’ignoranza e quale miglior sistema se non quello di usare un linguaggio incomprensibile ai sudditi?
“Forse, se tu invitassi Juan, Gonzalo e gli altri capitani spagnoli a una festa qui, in casa tua”, consigliò il sacerdote, “potresti ingannarli senza molta fatica. Organizza un banchetto, ordina alle tue serve più belle di agghindarsi con cura e di essere gentili con gli ospiti. Il resto verrà da sé. Chiederemo ai nostri uomini di diffondere notizie di tesori e ricchezze e lo stesso faremo noi. Vedrai che la cupidigia perderà gli stranieri”.

