Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
Il popolo del Giaguaro
TERZA PARTE

Arecàpac non si dava pace da quando, alcune sere prima, di ritorno dal fiume presso il quale si era attardato a raccogliere e studiare le piante curative, la fanciulla più bella che avesse mai incontrato gli era comparsa innanzi all’improvviso.
Il ragazzo era un predestinato. Figlio di Còstenec, il delfino del gran sacerdote, fin dall’infanzia era stato allevato secondo i più rigidi dettami della religione e avviato allo studio della medicina, nobile arte a cui solo i giovani più dotati e, come nel suo caso, di stirpe elevata era concesso avvicinarsi. Il padre l’aveva istruito con pazienza, preparandolo al grande compito sacerdotale. La rigidità dei costumi cui Còstenec aveva obbligato il figlio, si era tuttavia attenuata col tempo, tanto che ultimamente pareva che il padre avesse in parte rinnegato i propri principi.
Già da fanciullo, era entrato a far parte dei novizi, giovani religiosi che, al termine del lungo periodo di preparazione e di studio, sarebbero infine approdati alla casta sacerdotale.
Arecàpac si era dimostrato fin da subito un allievo attento e perspicace e per tale motivo gli era stato concesso l’alto privilegio di intraprendere lo studio della medicina, l’arte che, assieme all’astronomia, era considerata la più importante per un sacerdote.
Col trascorrere del tempo si era fortificata in lui la convinzione di essere stato scelto dalle divinità per intraprendere il difficile cammino dello studio delle infermità al fine di aiutare il popolo a difendersi dai mali atavici che producevano irrimediabili emorragie di vite. Con grande impegno, Arecàpac aveva dedicato tutta la sua giovane vita alla comprensione delle cause di malattie, giungendo in alcuni casi a importanti conclusioni. La maggior parte delle epidemie era senza dubbio causata dall’ira degli dei che intendevano in tal modo punire il popolo poco attento, in talune circostanze, a seguire le direttive divine. A volte le infermità colpivano solo singole persone che, evidentemente, avevano in qualche maniera offeso gli spiriti celesti, ma il giovane medico, durante le sue lunghe e solitarie meditazioni, si era sentito a poco a poco pervadere da una forza soprannaturale e, infine, aveva ricevuto l’illuminazione. Il Giaguaro Dorato gli aveva indicato la via da seguire, aiutandolo a studiare rimedi fino ad allora sconosciuti per combattere le malattie.
Questo stava a significare che il dio puniva coloro che si discostavano dai suoi insegnamenti ma, allo stesso tempo, aveva concesso al suo giovane discepolo la capacità di alleviare le pene degli infermi, almeno di quelli che la divinità riteneva fossero già stati abbastanza castigati per le proprie nefandezze. Così i colpevoli dei peccati più gravi continuavano a morire fra atroci tormenti, mentre coloro che si ravvedevano e, pentiti, tornavano a seguire la giusta via, avevano ora la possibilità di guarire dalle proprie pene.
Arecàpac interrogava le foglie di Coca, la pianta sacra della divinazione, ogniqualvolta scovava un fiore o un nuovo vegetale di cui non conosceva le proprietà e questa gli indicava, senza tema di errore, se la nuova scoperta valesse la pena di essere studiata o se, viceversa, fosse preferibile ignorarla.
Iniziò quindi a catalogare le piante man mano che le studiava; sperimentava infusioni e unguenti con i fiori ed i semi, poneva a macerare e seccare le radici e le foglie ricavando polveri finissime, convinceva malati inguaribili a provare i nuovi intrugli, li esortava a masticare lentamente varie parti delle piante e intanto studiava le reazioni dei pazienti annotando le osservazioni mediante bizzarri disegni su piccole tavolette d’argilla. Imparò nozioni stupefacenti e capì che il Giaguaro Dorato aveva creato un rimedio valido per ogni malattia. L’infusione dei fiori lilla di Panti, una bellissima pianta che cresceva nelle zone più fredde, calmava gli accessi di tosse e leniva il senso di oppressione al petto che affliggeva gli ammalati, mentre l’Achiwa permetteva all’infermo di liberarsi dall’urina stagnante che provocava dolori lancinanti. Scoprì che una piccola pianta erbacea, il Layn, provvista di tre foglie, aiutava a guarire da fastidiose congiuntiviti e che l’impasto con la Maych’a, l’arnica, era utile, tra le altre cose, a sanare i traumi e le lussazioni.
Gli studi intrapresi impegnavano a fondo il giovane novizio e ciò lo portava a isolarsi dai compagni e a girovagare senza sosta lungo gli argini del fiume od oltre le colline e ai margini delle campagne nella costante ricerca di nuovi rimedi. Perdeva così la nozione del tempo e più di qualche volta l’oscurità lo sopraffaceva in angoli lontani, anche a qualche ora di marcia dalla città santa.
Fu al termine di una di queste escursioni che, stanco e sudato, rientrò nell’area del Tempio che già le stelle brillavano in cielo. Avrebbe desiderato recarsi subito verso gli alloggi sacerdotali per rinfrescarsi con lunghe abluzioni, ma l’immagine leggera che gli comparve d’improvviso davanti agli occhi gli impedì di proseguire.
Una bellissima giovane attraversava la grande piazza quadrangolare. I lunghi capelli neri le coprivano le spalle e incorniciavano il viso ovale; una stretta tunica bianca vestiva il corpo aggraziato lasciandole scoperti solo i piedi calzanti un paio di morbidi mocassini di pelle. L’armonia dei movimenti ricordava quelli di Chinchay, il grosso felino delle foreste, immagine terrena del dio Giaguaro. Ciò che più colpì Arecàpac, tuttavia, furono i grandi occhi scuri illuminati dalla luna che catturarono il suo cuore.
Una forza più potente della volontà obbligò il giovane a compiere un atto sacrilego; egli capì che la meravigliosa ragazza a cui si stava accostando apparteneva alle Vergini del Giaguaro, le principesse intoccabili, ma nulla avrebbe potuto in quel momento fermare la mano del novizio. Arditamente, il figlio del delfino allungò il braccio fino a sfiorare la veste leggera della sacerdotessa. Senza fermarsi, ella lo guardò severa, obbligando Arecàpac ad arrestarsi, ma qualcosa di quello sguardo penetrò nel suo petto e, mentre la fugace apparizione spariva oltre l’ampia scalinata che conduceva al Tempio principale, egli intuì che la sua vita, da quell’istante, era segnata.
Da quella sera i suoi studi si interruppero. Il ragazzo non era più in grado di concentrare la propria attenzione sulla materia che più amava; ogniqualvolta osservava una pianta gli compariva davanti agli occhi l’immagine della sacerdotessa. Guardava i fiori e vedeva gli occhi della ragazza, toccava le foglie e sentiva sulla pelle il morbido tessuto della candida veste frusciante, odorava le essenze vegetali e gli pareva che il profumo della cascata di capelli neri prendesse possesso delle sue narici, inebriandogli la mente. Ormai evitava di intraprendere le consuete escursioni fuori dalle mura per tema di perdere l’opportunità di incontrare colei che gli aveva rapito l’anima.
Trascorsero così alcuni giorni e furono giorni d’angoscia per il giovane medico, perché, pur frequentando di continuo la piazza quadrangolare, egli non riuscì più a scorgere la ragazza. Finalmente, una sera le sue speranze ripresero vigore. Tenendosi al riparo accostato alle piante e agli edifici, Arecàpac si muoveva con circospezione per non farsi notare dalle guardie sacerdotali, unico corpo armato di Chawpìn, che avevano il compito di far rispettare le leggi
del Giaguaro e di arrestare chi le infrangeva. Anche quella sera, comunque, l’illusione di poter rivedere la fanciulla amata andava perdendo forza. Un’ora prima gli era parso di vedere una fugace figura scivolare sul patio sopra la gradinata e scomparire entro la porta del Tempio, ma il ragazzo non aveva avuto il tempo di costatare a chi appartenesse l’ombra e ora egli attendeva, sempre più disperato, con gli occhi rivolti ora alla porta, ora alla costruzione che fungeva da dormitorio per le Vergini del Giaguaro.
La Luna, mossa a compassione, gli fu amica e, mentre il giovane vagava con lo sguardo, il grande astro illuminò le feritoie della casa delle novizie e permise ad Arecàpac di scorgere i visi incuriositi di alcune giovani donne. Sarebbe dovuto fuggire a nascondersi perché se quelle figure apparse dall’ombra avessero dato l’allarme, per lui non ci sarebbe stato scampo e avrebbe certamente pagato con la vita il proprio ardire. Il novizio, però, decise di rischiare perché sentiva che la sua esistenza non avrebbe comunque avuto più senso altrimenti.
Si avvicinò furtivo alle giovani sacerdotesse che si ritrassero impaurite. Solo due di esse attesero che il ragazzo le raggiungesse. Il colloquio fu breve, condotto a voce bassa e continuamente interrotto per controllare la posizione delle guardie, ma fu sufficiente per permettere ad Arecàpac di conoscere il nome della sua amata e per accordarsi con le amiche di lei.
L’indomani il novizio avrebbe atteso le ragazze presso il boschetto delle Achupalla, le grandi piante dalle foglie larghe e appuntite. In qualche maniera Zelivia e Tasmi avrebbero convinto Ninakuychi ad allontanarsi dallo sguardo vigile della sacerdotessa madre per incontrarsi, almeno per qualche istante, col giovane medico. L’impresa non sarebbe stata facile, anche perché le Vergini del Giaguaro erano sempre accompagnate dalle guardie del tempio durante gli spostamenti, ma talmente grande era la disperazione del figlio del delfino che, ne era certo, avrebbe eluso le rigida sorveglianza e si sarebbe alla fine incontrato con Ninakuychi.
Mentre le novizie si preparavano all’escursione e Ninakuychi era scossa da violente emozioni, Miliin, la sacerdotessa madre, entrò negli alloggi delle ragazze e, chiedendo attenzione, parlò assumendo un contegno solenne.
“Giovani Vergini del Giaguaro, a una di voi è stato concesso un grande onore. Fra tre giorni la prescelta viaggerà verso la dimora del Giaguaro Dorato recando con sé la supplica di tutto il popolo affinché il dio conceda alla sua gente tregua dalla carestia. Per compiere il viaggio, però, l’eletta dovrà purificarsi e prepararsi per apparire degna al cospetto del Giaguaro. La lettura delle foglie di coca mi ha indicato il nome di colei che compirà il tragitto attraverso le stelle per recare al dio il messaggio”.
Miliin osservò i giovani volti e, con soddisfazione, notò che le ragazze non apparivano tormentate dalla paura, bensì ansiose di essere scelte per un così importante compito. La sacerdotessa madre provò un moto di grande tenerezza
verso quelle fanciulle e avrebbe desiderato abbracciarle ad una ad una, tanto le amava.
Dopo quel momento di commozione, Miliin riprese il discorso e con enfasi si rivolse nuovamente alle novizie.
“Vergini del Giaguaro, gioite perché Zelivia è la prescelta ed ella volerà anche per voi fra le braccia del nostro dio”.
Al termine dell’annuncio, le Vergini abbracciarono Zelivia e furono felici per l’alto onore concesso alla compagna. Ninakuychi e Tasmi baciarono l’amica e le accarezzarono per l’ultima volta i lunghi capelli prima che Miliin, con dolce fermezza, conducesse la giovane eletta verso le stanze della preparazione. Le novizie non avrebbero più rivisto la sacra messaggera fino al momento della sua partenza verso la residenza divina.
Mentre Zelivia scompariva alla vista, sentimenti contrastanti percorsero il corpo di Ninakuychi, facendola rabbrividire. L’orgoglio e la gioia che provava per l’amica eletta era attenuato dalla pena che provava per la perdita dell’amata compagna che, per molti anni, non avrebbe rivisto, almeno fino al ricongiungimento nella casa del Giaguaro. Ninakuychi, però, tremava anche di sollievo. Aveva temuto di poter essere lei la prescelta; se ciò fosse avvenuto qualche tempo prima, ne sarebbe stata felice e avrebbe pianto di gioia, ma quel mattino, ascoltando le parole della sacerdotessa madre, aveva provato una fitta lancinante che le trapassava il petto, stringendole la gola e impedendole di respirare. Aveva temuto per la prima volta di morire, di dover abbandonare la vita terrena e rinunciare all’amore profondo che da alcuni giorni riempiva la sua esistenza. Ora, mentre Tasmi l’abbracciava, si abbandonò fra le braccia dell’amica e pianse a lungo, scossa da violenti singhiozzi.
Più tardi, quella mattina, le novizie, accompagnate da una sacerdotessa anziana giacché Miliin sarebbe stata occupata nella purificazione della giovane messaggera per i prossimi giorni, e scortate da due guardie, percorsero i camminamenti interni, fino alla base del Tempio antico, imboccarono il sentiero coperto che costeggiava la piazza grande e uscirono dalle mura della città santa, dirigendosi verso le colline.
Il sole accarezzava la pelle delle giovani donne che intonarono inni di gioia e di ringraziamento all’amato Giaguaro Dorato. La processione era seguita dalla semplice gente delle campagne che abbandonò il lavoro per concedersi il piacere di ammirare le più belle ragazze di Chawpìn danzare leggere lungo la via. Con le loro tuniche bianche lunghe fino ai piedi e le ampie mantelle scure che ricoprivano il capo e scendevano a metà coscia, le giovani erano l’immagine di Kuntur, il maestoso e sacro uccello, signore delle Ande.
Un paio d’ore di cammino furono sufficienti alle sacerdotesse per raggiungere il grazioso boschetto delle Achupalla. Le strane piante, uniche nel loro genere, si elevavano fiere verso il cielo terso; lo stelo, alto più di dieci metri, si ergeva ritto e privo di rami per terminare in una gigantesca infiorescenza, producendo un effetto stupefacente e unico. Fra le foglie appuntite, numerosi nidi ospitavano uccelli di specie diverse che donavano armonia e vita alle superbe piante. Mentre la sacerdotessa anziana era intenta a spiegare che nel tallo delle piante trovavano dimora i Qarwakuru, i vermi che, bolliti e tritati, aiutavano le giovani spose ad aumentare il latte materno, qualcosa, al limitare del bosco, attrasse l’attenzione di Tasmi e Ninakuychi.
Coperte dalla complicità delle compagne che con trilli gioiosi richiamavano di continuo l’attenzione ora della sacerdotessa, ora delle guardie, offrendo con il loro corpo un prezioso paravento alle due amiche, Ninakuychi e Tasmi si diressero con circospezione oltre le ultime Achupalla e lì si fermarono.
Tasmi ordinò a Ninakuychi di proseguire sola, ma alla giovane tremavano le gambe e non si decideva a muovere, tanto che l’amica dovette spingerla e minacciarla di tornare presso le compagne, abbandonandola. Così Ninakuychi, muovendo passi incerti, si avvicinò al mucchio di sassi dietro il quale un viso altrettanto spaventato l’attendeva.
Arecàpac posò a terra un ginocchio e, senza levare lo sguardo, si rivolse alla ragazza amata controllando a fatica la voce che l’emozione rendeva affannosa.
“Sacra Vergine del Giaguaro, ti chiedo perdono del mio ardire dell’altra sera e perdonami pure se oggi sono qui e oso parlarti, ma sono disposto a subire qualunque conseguenza il mio atto possa comportare, perché ormai io non vivo più. Non interrompermi, ti prego, non ritrarti, non fuggire. Per nulla al mondo desidero offenderti, ma, per favore, ascolta le mie parole e poi, se lo vorrai, potrai andartene, potrai denunciarmi e farmi uccidere”.
Il giovane medico, a capo sempre chino, interruppe un momento il fiume di parole per quietare lo scompiglio che provava dentro di sé e quindi proseguì, non accorgendosi del sorriso disegnato sul viso della ragazza.
“Giovane sacerdotessa, la mia esistenza ha perduto significato, gli studi che per lunghi anni mi hanno appassionato e hanno occupato tutto il mio tempo, ormai mi paiono inutili e privi di senso. Sento che la mia mente non è più in grado di lavorare perché tutto il mio essere anela a te. Comprendo il sacrilegio che sto compiendo e accetto di subire le conseguenze della mia profanazione ma, prima di morire, concedimi di levare almeno una volta lo sguardo e degnami di una tua parola. Poi ti giuro che non pretenderò altro e che accoglierò serenamente il mio destino”.
Mentre il giovane parlava, a Ninakuychi pareva che il cuore si vestisse di ali e volasse felice, librandosi fra le maestose montagne che ammiccavano lontano. Un sentimento mai vissuto si impadronì della novizia astronoma e, piena d’amore, mosse un braccio fino a sfiorare con la mano i capelli del ragazzo scompigliati dal vento.
Allora Arecàpac sollevò la testa e accarezzò con le labbra le dita amate, inumidendole di lacrime.
“Mio giovane amico”, sussurrò Ninakuychi, “le tue pene sono anche le mie. Ti ringrazio per le dolci parole e tranquillizzati perché mai ti tradirò. Anche la mia esistenza è rimasta sconvolta da quella sera in piazza grande e pure io, per amor tuo, sono disposta a rischiare tutta me stessa. Prendimi le mani e imprimi nel tuo cuore il calore del mio corpo perché è quello che anch’io farò. Nemmeno la morte, d’ora in poi, potrà spegnere il fuoco della passione e io, mio dolce Arecàpac, ti dono la mia vita”.
Col cuore in tumulto, Arecàpac si alzò sfiorando col suo corpo quello di Ninakuychi e, stringendole le mani, respirò i suoi capelli, sorbì con le labbra le perle di gioia dagli occhi della ragazza, le accarezzò le gote col respiro ed infine bevve il profumo del suo alito.
Mentre il tempo si fermava, le essenze dei due giovani si mescolarono, muovendosi verso una dimensione ultraterrena, al riparo da ogni male, fortificate dall’amore.
Dopo un breve e allo stesso tempo infinito momento, una voce lontana penetrò l’oasi privata dei due amanti, scuotendoli fastidiosamente dal loro estatico volo. Tasmi sollecitò i due giovani, riportandoli alla realtà. Un ultimo bacio, una carezza leggera e Ninakuychi si separò da Arecàpac donandogli la promessa del suo amore e l’appuntamento per un nuovo incontro.
Còstenec afferrò con rabbia la grossa coppa colma della chicha spumeggiante e la scagliò contro la parete di pietra della stanza. Faticava più del solito, quella sera, a smaltire la rabbia accumulata a causa della stupida ostinazione di Atawmari ed era alla ricerca di un qualsiasi pretesto per far esplodere la propria ira.
Urlò un comando con quanto fiato aveva in gola e subito da oltre la porta comparve un servo, tremante di paura. Còstenec gli ordinò di affrettarsi ad avvisare gli altri sacerdoti, suoi seguaci, di raggiungerlo nella sala riservata alle udienze private del delfino e, mentre il servitore si precipitava ad eseguire il volere del padrone, il sacerdote si avvicinò al tavolo sul quale era appoggiata una capiente busta di lana colorata. Còstenec estrasse dal contenitore le magiche foglie della coca e, con gesti solenni, iniziò a interrogare la pianta divinatoria. Per tre volte consecutive egli strinse nel pugno le foglie e le lasciò cadere a pioggia sopra un panno di lana chiara, scartò quelle che debordavano, racchiuse le foglie all’interno del drappo, le sollevò e tornò a posarle. Aprì il fagotto e, con grande eccitazione, iniziò a leggere le foglie sacre. Le lamine apparivano per la maggior parte intatte, poche erano le foglie con la parte oscura levata verso l’alto, quasi nessuna risultava gualcita. Con soddisfazione, il delfino rifece l’operazione altre due volte, ricevendo conferma della benevolenza divina. Il presagio era favorevole, le foglie parlavano chiaro e non potevano mentire; egli era destinato a sopraffare Atawmari e a sostituirlo nel governo della Città Santa. Ora che ne era sicuro avrebbe ripetuto il rito della lettura davanti ai suoi seguaci che fra poco lo avrebbero raggiunto. Còstenec raccolse le foglie sparse sul tavolo, richiuse la borsa colorata e, tranquillizzato, prese ad ordire un piano nella sua mente, nell’attesa dell’arrivo dei compagni.
Alcune ore dopo, quella stessa notte, la decisione fu presa. Il lavoro non sarebbe stato semplice, ma il delfino era certo che le promesse di una vita migliore, più libera e agiata, avrebbero a poco a poco allettato sia il capitano delle guardie sia i funzionari governativi e allora, armi in pugno, i cospiratori avrebbero deposto il Gran Sacerdote e i suoi seguaci ed egli avrebbe avuto il potere fra le mani. Occorreva però agire cautamente e, pertanto, Còstenec ammonì i suoi partigiani di non svelare le loro trame e divise fra loro i compiti stabiliti dal piano. Alcuni sacerdoti avrebbero tenuto riunioni segrete, invitando a parteciparvi quei dignitari che, più degli altri e per vari motivi, nutrivano rancore verso la casta sacerdotale al potere, coloro che avevano perduto persone amate, sacrificate sull’altare del Giaguaro Dorato, quelli che per punizione erano stati privati di cariche importanti e gli ambiziosi frustrati. Contemporaneamente un altro gruppo di religiosi avrebbe operato ai margini della Città Santa, istruendo gli artigiani e gli agricoltori sulla volontà di Illapa, il vero dio, di distruggere il malvagio felino dorato, generatore di epidemie e discordie, unico responsabile di carestie.
Il compito più arduo, tuttavia, competeva allo stesso Còstenec. Egli avrebbe dovuto cercare nuovi proseliti fra i numerosi sacerdoti ancora fedeli alla religione di Atawmari e avvicinare il comandante delle guardie del tempio, ancora devoto al Gran Sacerdote, per convincerlo con allettanti promesse di gloriosi incarichi ad abbracciare la causa rivoluzionaria. Il delfino era ottimista: egli era convinto che i tempi fossero ormai maturi e si era sbilanciato talmente da promettere ai seguaci un rapido successo. Prima che la Luna fosse sorta per tre volte nel cielo nel suo completo splendore, Illapa avrebbe trionfato.
Quella notte la terra tremò.


