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Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

Il popolo del Giaguaro

SECONDA PARTE

Lanzon
Lanzon

Il mattino seguente, Ninakuychi fu svegliata dagli allegri cinguettii delle compagne che pregustavano l’emozionante giornata che andava ad iniziare. Contagiata dalla gioia delle amiche e riscaldata dalle calde braccia del Sole che invadevano la grande stanza, la giovane sacerdotessa balzò sul freddo pavimento di pietra, abbandonando senza rimpianti lo scomodo pagliericcio.

Zelivia e Tasmi, le sue migliori amiche, le si avvicinarono e, ridendo, la misero al corrente degli eventi della sera precedente.

“Ninakuychi, ieri, dopo che sei uscita, la sacerdotessa madre ci ha comunicato che questa mattina ci recheremo oltre la collina a sud, a studiare le piante sacre utili alla medicina. Terminate le abluzioni nel canale sotterraneo, siamo quindi salite in dormitorio, felici dell’opportunità di poter finalmente abbandonare il Tempio per qualche ora. Il fatto notevole, però, è stato un altro: appena Killa, la sorella luna, s’è destata dal sonno e ha preso posto nel cielo, tutte noi ci siamo avvicinate alle feritoie per osservarla e pregarla di donare al popolo una stagione di prosperità. Avevamo da poco intonato il canto rituale che, come comparsa dal nulla, abbiamo notato una figura provenire dalla piazza grande. La curiosità era tanta, giacché a quell’ora è proibito per chiunque percorrere il profondo patio. Il timore di qualche cattivo evento è stato però sopraffatto dall’infinita curiosità e così, col cuore in gola e ansimando in silenzio, siamo rimaste ad osservare. A poco a poco, l’ombra ha assunto i contorni distinti di un giovane che, con fare circospetto, si avvicinava alle nostre stanze”.

Le amiche interruppero il racconto e ripresero a ridere dandosi vicendevolmente dei colpetti con i gomiti, ma Ninakuychi, incuriosita, le obbligò a continuare il racconto. Il cuore della ragazza aveva preso a battere forte perché sospettava di conoscere l’identità dello sconosciuto visitatore.

Alcune sere prima, infatti, mentre si recava ad uno dei consueti appuntamenti con Atawmari, aveva incrociato lo sguardo con quello di un bellissimo giovane che aveva avuto la sfrontatezza di rivolgerle un sorriso caldo e aperto e, addirittura, avvicinandosi a lei, le aveva sfiorato la veste con la mano. Ninakuychi si era subito scostata e con lo sguardo aveva rimproverato la sfacciataggine del ragazzo, ma dentro di lei qualcosa aveva iniziato a vibrare e un sentimento nuovo era cresciuto nel suo cuore mentre, al tempo stesso, le gambe avevano perso sicurezza e la consueta serenità le era venuta meno.

Da quella sera la giovane sacerdotessa non aveva più rivisto il ragazzo, ma si era accorta che ora, ogniqualvolta percorreva l’abituale cammino che conduceva al Tempio, il suo sguardo vagava inquieto alla ricerca dell’immagine che turbava i suoi pensieri; sempre, però, le sue speranze rimanevano deluse.

La rivelazione delle amiche aveva ora donato una forza imprevista ai suoi sogni e così, tentando in qualche modo di attenuare la violenta tempesta che si era abbattuta dentro di lei, ascoltò impaziente le parole delle amiche che, volentieri, proseguirono il racconto.

“Avremmo dovuto nasconderci e ritornare presso i nostri giacigli, ma non sempre possiamo ubbidire alle regole e questa ci è sembrata un’occasione più che buona per trasgredire. Così, invece di rientrare e mentre le compagne, pur curiose, cercavano di nascondersi nella penombra, noi due ci siamo fatte notare dal ragazzo agitando una mano. In un attimo il giovane, sfidando le ire degli dei e della sacerdotessa madre, ha raggiunto il patio presso il dormitorio e a voce bassa ci ha sommerso di domande su una nostra misteriosa compagna”.

Le due giovani interruppero ad arte il discorso per osservare la reazione dell’amica che, ormai in preda all’agitazione, aveva mutato il colore del viso.

“Ragazze”, insistette Ninakuychi, “continuate il racconto, per favore, perché credo che stiate parlando dello stesso giovane che alcune sere fa ha provato ad avvicinarmi lungo la strada che conduce al Tempio”.

Così  la giovane sacerdotessa fu messa al corrente del seguito. Il bellissimo giovane aveva tempestato di domande le Vergini del Giaguaro chiedendo informazioni sulla ragazza da lui incontrata nei pressi della piazza grande e quindi, conosciutane l’identità, con la complicità delle amiche aveva organizzato un incontro per il giorno successivo, approfittando dell’escursione mattutina.

 

Dopo aver accompagnato Ninakuychi alla casa delle vergini, quando il profondo silenzio della notte ancora dominava sulla Città Santa, Atawmari rientrò nel Tempio e percorrendo le male illuminate gallerie interne, raggiunse il crocevia sacro e lì sostò qualche istante per rendere omaggio al grande dio di Chawpìn.

Quattro stretti condotti prendevano origine da ognuno dei lati della stanza e ripidi gradini conducevano verso le viscere del Tempio. Le basi delle pareti erano lavorate con filari di pietre appoggiate su di uno spesso letto d’argilla che, solidificatosi, tratteneva le lastre fra le quali, a guisa di cunei rinforzanti, erano incastrati tasselli di pietra che contribuivano a livellare i muri. Alcune fiaccole inserite in feritoie costruite ad arte illuminavano lo stretto pianerottolo, al centro del quale sorgeva maestosa un’inquietante scultura. Il monolito a forma di prisma triangolare era alto oltre quattro metri con la base superiore quadrangolare incastrata al soffitto; scendendo verso il basso, la scultura si allargava per poi tornare a restringersi fino a terminare in una punta di lancia conficcata nel pavimento, a simboleggiare un grosso fallo intento a fecondare la terra. L’asse dell’idolo volgeva ad oriente, verso il sorgere del sole.

La figura scolpita rappresentava un essere terrificante, ma per certi versi accattivante, ripetendo l’eterno simbolismo di luci e ombre, bene e male, prosperità e sofferenza tipico di Chawpìn.

Vi era raffigurato il dio giaguaro con la bocca digrignante provvista di zanne pronte ad attaccare; serpenti sinuosi, a ricordare il legame dell’uomo con la terra, formavano la capigliatura, ma un collare e un paio di orecchini pendenti dai lobi delle orecchie ingentilivano la figura. La parte centrale del corpo era ricoperta da un manto terminante in frange con una serie di teste umane dalle caratteristiche feline. Le braccia erano ornate da bracciali e le mani erano provviste di dita con unghie lunghe e appuntite, atte ad afferrare una eventuale preda; una delle braccia appariva levata, in posizione di saluto al sole nascente.

 

Atawmari pregò in silenzio il dio affinché lo illuminasse sulla via da seguire e quindi imboccò la galleria alle spalle del monolito, scese i gradini umidi e raggiunse la saletta interna dove già un piccolo gruppo di persone attendeva il suo arrivo.

Sulla destra, di spalle alla stele che ornava la parete, sedeva Miliin, la sacerdotessa madre che, con aria grave, pareva assorta nei propri pensieri, le palpebre semiaccostate e le labbra socchiuse quasi ad aspirare, attraverso la bocca e le narici dilatate, l’essenza del dio proteso verso di lei.

L’immagine sacra occupava buona parte della parete. Assomigliava alla scultura di pietra presso la quale il gran sacerdote si era soffermato a pregare, ma l’espressione era differente; gli occhi sbarrati e l’ombra di muco fuoriuscente dalle narici davano l’impressione che il dio stesse vivendo una sorta di trance, dovuta all’assunzione degli allucinogeni sacri che permettevano alla mente di spaziare nel cielo infinito, rappresentato dal policromo disegno del soffitto color della notte e popolato da mille croci dorate, le magiche costellazioni dell’universo. Le mani del dio sorreggevano due scettri che simboleggiavano il potere assoluto di creare e distruggere a proprio piacimento.

 

Di fronte alla sacerdotessa, il capo parzialmente nascosto fra le spalle incurvate, sedeva Còstenec, delfino di Atawmari, ma da qualche tempo in aperta polemica col gran sacerdote. Egli non approvava le scelte dittatoriali di Atawmari e gli contestava la staticità con cui il gran capo governava la città santa. Còstenec desiderava mutare le norme che regolavano da centinaia di anni l’antica comunità e proponeva un radicale cambiamento dei costumi, troppo rigidi a suo modo di vedere, che non lasciavano spazio alle innovazioni. Il delfino desiderava per sé e per il popolo maggiore licenziosità di costumi, pretendeva di eliminare le leggi che proibivano le feste e limitavano la libertà sessuale. Riteneva inoltre opportuno creare una casta guerriera, fino a quel momento aborrita, che permettesse al popolo Chawpìn di spingersi oltre la propria vallata per conquistare territori più fertili che offrissero un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita.

Atawmari, però, rimaneva fermo sulle proprie decisioni perché da sempre Chawpìn era stata la culla della religione andina che basava la propria forza sulla filosofia dell’amore e che mai fino ad allora aveva avuto necessità di ricorrere alle armi per affermare la propria egemonia.

 

Altre cinque persone, tre sacerdotesse e due sacerdoti, anch’esse a capo chino in profondo raccoglimento, attendevano Atawmari.

Un lato della stanza era percorso da un piccolo canale dentro il quale scorreva gorgogliante l’acqua del fiume. Tutto il Tempio era percorso da passaggi sotterranei accompagnati da numerosi canali che prendevano l’acqua dal fiume che percorreva la valle. Il turbinio delle acque produceva rumori inquietanti, come il ruggito di mille fiere assetate di sangue.

Il gran sacerdote sedette in silenzio sulla panca di pietra al fianco di Miliin e, dopo un lungo momento, prese a parlare con voce calma, ma decisa.

“Anche questa notte le stelle del cielo sono inquiete. Il Giaguaro Dorato, Choquechinchay, non è contento del suo popolo e per tale ragione non permette a Illapa, il dio regolatore della pioggia e dei fulmini, di scaricare la propria benevolenza sulle nostre terre. Il raccolto è insufficiente e le acque del fiume da sole non bastano ad irrigare le coltivazioni”.

“Ormai è parecchio tempo, Atawmari”, intervenne polemicamente Còstenec, “che subiamo l’ira degli dei. Il popolo piange per la fame e, se non interveniamo, in breve tempo inizieranno le gravi epidemie che porteranno morte e rovina. Propongo quindi di allestire un esercito, di armare il popolo affinché finalmente possiamo spingerci fuori della nostra vallata per conquistare terre più fertili e donare prosperità alla nostra gente”.

Rabbuiato, Atawmari volse lo sguardo verso ognuno dei sacerdoti presenti, osservandone le reazioni, pronto a cogliere pericolosi segni di approvazione al discorso del delfino. Fortunatamente, gli parve che solamente il sacerdote più giovane condividesse le opinioni di Còstenec, mentre gli altri cinque si limitavano ad attendere le decisioni del gran sacerdote, consci della sua saggezza dettata dall’esperienza e dall’illuminazione che le divinità sempre gli avevano concesso.

 

Atawmari riprese la parola.

“I propositi di Còstenec possono essere validi per le popolazioni delle grandi foreste o per quelle che pescano nell’immensa laguna salata; popoli semplici che basano la propria sopravvivenza sulla forza e la sopraffazione. Ricordate la fine che fece la città sorella di Caral! Dimenticò di essere stata creata per volere divino e inviò i propri eserciti a distruggere e depredare i villaggi della costa. E cosa ottenne? Solo l’ira degli dei che prosciugò i pozzi e ridusse Caral a un deserto senza vita”.

Il gran sacerdote si levò in piedi per dare maggiore enfasi al proprio discorso, raggiunse il centro della stanza e, fissando negli occhi ognuno dei presenti, così continuò: “Chawpìn è stata creata dagli dei e affidata a noi perché amministrassimo la loro religione, diffondessimo la loro parola e imponessimo la loro volontà. Da tempi immemorabili, ormai, i popoli giungono al Tempio dai luoghi più lontani della terra per rendere omaggio al Giaguaro Dorato. Questi popoli sono fedeli e recano sempre con sé offerte importanti. Ultimamente i doni sono diminuiti, ma non per scarso amore e poca devozione, bensì perché anche fuori della nostra valle la siccità non ha permesso un buon raccolto. A nulla servirebbe quindi pretendere di più. Continueremo perciò a seguire le direttive impartite dagli dei ai nostri avi, pregheremo e sacrificheremo. Solo in questo modo sconfiggeremo la carestia che imperversa e doneremo a tutti, non solo al nostro popolo, prosperità e ricchezza”.

“Gli dei debbono essere nutriti”, proseguì il vecchio saggio, “e in questo abbiamo mancato. I sacrifici non sono stati sufficienti e ora dovremo rimediare. Affinché le divinità riproducano la vita, dobbiamo rendere loro parte dei beni ricevuti per non interrompere il ciclo della natura. Fra tre giorni, quando Killa, la luna, sorgerà in tutto il suo splendore, le renderemo omaggio e la pregheremo di intercedere presso suo fratello, il Giaguaro. Miliin e Còstenec sceglieranno ciascuno un giovane novizio da preparare al sacrificio. Nel frattempo, fratelli e sorelle, tocca a noi offrire agli dei”.

 

Atawmari batté due volte le mani e da dietro la porta apparve un servo. Reggeva sulle due mani un vassoio d’oro lavorato; l’immagine rappresentata era simile alle altre. La figura del Giaguaro, provvisto di ali, pareva planare da cieli remoti con le fauci spalancate ad ammonire i mortali. Sul grande piatto era poggiato un affilatissimo coltello d’ossidiana e, accanto a questo, una capiente coppa d’oro, anch’essa recante incisa la figura del dio che, però, questa volta appariva con le braccia distanti dal corpo, sorreggendo nella mano destra il cactus sacro, l’Achuma, e, nella sinistra, un luccicante pugnale. Il gran sacerdote prese la coppa con entrambe le mani, ne esaminò il contenuto e quindi, servendosi di un minuscolo utensile, simile ad un piccolo cucchiaio, sorbì parte del liquido attraverso le narici, provocando un suono cupo e rimbombante che si propagò attraverso i corridoi del Tempio. Atawmari offrì quindi la coppa agli altri sacerdoti che ripeterono l’operazione.

L’effetto dell’allucinogeno non tardò a manifestarsi e, in breve tempo, i religiosi iniziarono il volo virtuale verso le dimore delle divinità.

Mentre il muco scendeva copioso dalle narici e rigava la parte inferiore del volto, attraversava le labbra e colava sul mento, i sacerdoti si riscossero dal primo brusco impatto con gli effetti della droga mescalinica. Il vecchio saggio si avvicinò nuovamente al vassoio, raccolse il coltello e la coppa ormai vuota, ordinò al servo di abbandonare la stanza e diede inizio alla seconda parte del rito.

Allargando le braccia, si lasciò cadere in ginocchio presso il canaletto, raccolse una piccola quantità d’acqua servendosi della coppa e, con un gesto solenne, se la versò sul capo intonando una nenia propiziatrice. Posato il recipiente, incise il braccio con mano ferma lasciando scorrere il proprio sangue che si mescolò ai piccoli flutti dell’acqua che trasportò la linfa calda attraverso i camminamenti del Tempio, fino al fiume lontano, per irrigare la madre terra con il proprio sacrificio.

Dopo che Miliin ebbe tamponato la ferita, l’operazione fu ripetuta in successione da tutti i sacerdoti che, primi fra il popolo, offrirono alle divinità parte della propria vita.

 

Mentre al di là delle mura possenti Killa, il Giaguaro Dorato e tutti gli astri della notte cedevano il passo al sole nascente, ad uno ad uno i sacerdoti lasciarono il luogo dell’adunanza, permettendo ad Atawmari, Còstenec e Miliin di rimanere soli nella penombra dell’antro.

Trascorsi alcuni minuti in assorta meditazione, come in una sorta di muta processione, i tre sacerdoti, incappucciati e coperti da mantelli di lana d’alpaca a macchie chiare e scure, si diressero verso il ventre del Tempio, percorrendo camminamenti disposti su vari livelli, salendo e scendendo gradini sconnessi, procedendo sotto volte di pietra umida formate da travi litiche di dimensioni irregolari che davano vita a portali poderosi, praticamente indistruttibili.

I tre religiosi proseguirono a lungo, procedendo in linea retta fino ad intersecare altri camminamenti là dove oscure gallerie sboccavano da quattro punti diversi, formando enormi croci, simbolo costante della misticità Chawpìn. Anche le pareti degli angusti passaggi ricordavano di continuo ai tre sacerdoti la potenza dei loro dei. Le pietre che le tuniche sfioravano erano ricoperte di intonaco bianco, sopra il quale apparivano dipinte le terrificanti immagini dell’iconografia Chawpìn.

Figure in rilievo, per metà uomini e per metà animali, volti umani con bocche spalancate da cui spuntavano minacciose zanne di felino, artigli di volatili rapaci, serpenti piumati a formare la capigliatura, rendevano raccapriccianti le immagini dipinte che rappresentavano tutto il sistema religioso in un ripetersi continuo di luci e tenebre, giorno e notte, gioia e paura. Qua e là, strette nicchie create sulle pareti contenevano piccole fiaccole la cui luce tenue e tremula contribuiva a rendere sinistra l’atmosfera del Tempio. Ad intervalli regolari, angusti condotti comunicanti con l’esterno immettevano aria nuova che si insinuava lungo gli scuri tunnel facendo rabbrividire col suo fresco soffio le figure incappucciate.

I tre sacerdoti raggiunsero infine un locale più ampio degli altri, dove un unico condotto sboccava dalla parete di destra, a media altezza.

Atawmari, avvicinatosi alla piccola apertura, aprì il suo mantello e, circondato dagli altri due sacerdoti, iniziò a parlare con voce profonda.

 

Il sole si intravedeva appena all’orizzonte, ma la grande piazza quadrata, come ogni mattina, era già gremita dai funzionari che, infreddoliti e impauriti, attendevano trepidanti le direttive dell’oracolo.

Dalle piccole aperture praticate sulle pareti della vasta piazza, proruppe il suono tanto atteso e allo stesso tempo tanto temuto. La voce dell’oracolo circondò minacciosa i tremanti dignitari, producendo un effetto stereofonico che rendeva impossibile ai presenti individuare l’esatta provenienza della voce. Pareva che le parole scaturissero dal sottosuolo, come se fosse la voce stessa della madre terra che, prorompente e terrificante, impartiva ordini ai sudditi.

“Popolo di Chawpìn, destati dal torpore delle tenebre, ascolta la parola del tuo dio e ubbidisci al suo volere”.

I principi all’unisono si gettarono a terra e, in silenzio, attesero che il sacro oracolo si pronunciasse.

“Il Giaguaro Dorato è inquieto. Egli non è soddisfatto della sua gente e, per tale motivo, ha punito il suo regno terreno con la siccità e la carestia. Voi, funzionari del potente dio, non avete operato con la solerzia richiestavi e, pertanto, siete stati puniti, ma ben peggiori saranno le calamità che vi colpiranno se non seguirete d’ora innanzi le sue direttive con assoluta abnegazione. Fra tre giorni, a partire da oggi, una grande cerimonia sarà officiata nella piazza circolare; due giovani novizi riceveranno l’alto onore d’essere immolati sull’altare del grande dio, affinché possano viaggiare verso la sua ambita dimora celeste e recare con sé le suppliche del popolo eletto. Preparatevi, dunque, indegni mortali, a festeggiare i giovani eletti e predisponete affinché nei prossimi giorni la gente del giaguaro si purifichi. Tutti, da questo momento e fino al termine del sacrificio, dovranno astenersi dalle libagioni di chicha, la birra che inebria, e dall’assumere carne di qualunque specie essa sia.

Voi, dignitari, risponderete con la vita di ogni trasgressione agli ordini del dio. La punizione sarà terribile e la morte seguirà ad atroci tormenti; sarete privati della consolazione di un felice ricongiungimento con il Giaguaro. Gli inadempienti saranno immolati fuori delle pareti del Tempio, appesi per il collo alle immonde teste delle mura esterne. Così il dio, per bocca del suo oracolo, ha parlato”.

 

I dignitari, riscossisi dopo aver udito le minacciose parole della madre terra, abbandonarono mesti la grande area scoperta, decisi a far rispettare con ogni mezzo le direttive ricevute.

Lanzon