GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY
GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY

Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

Il popolo del Giaguaro

QUINTA PARTE

Testa chiodo o Cabeza clava

300 a.C.

Durante i mesi successivi, Ninakuychi riprese i suoi studi assieme alle compagne e continuò a dedicarsi all'apprendimento dei segni celesti, seguita dal Maestro.

Atawmari, però, era cambiato.

Le spalle gli si erano incurvate e la sua figura, un tempo maestosa, ora assomigliava ogni giorno di più a quella di un vecchio stanco e deluso. Si portava dentro un peso difficile da reggere, il peso del dubbio.

Il Gran Sacerdote passava la vita a chiedersi dove avesse sbagliato. Durante tutta la sua esistenza, mai aveva tentennato, certo di compiere la volontà del dio e di agire per il bene del paese, sicuro che anche gli altri sacerdoti, i funzionari e il popolo approvassero il suo modo di governare. Ma ora un vuoto incolmabile stava dilaniando la sua mente e sentiva vacillare le convinzioni che lo avevano sorretto per tanti anni.

Soffriva oltremodo per il tradimento di Còstenec, il suo pupillo, colui che avrebbe avuto il compito di sostituirlo quando fosse volato a raggiungere la dimora del Giaguaro Dorato.

“Dove ho sbagliato, mio signore, in cosa ti ho offeso?”.

Il vecchio sacerdote rivolgeva di continuo l’angosciante domanda al dio, senza ricevere risposta. Gli pareva che anche il dio supremo l’avesse abbandonato e, a poco a poco, questa sensazione divenne certezza.

Col trascorrere del tempo, egli si accorgeva che qualcosa stava mutando, segni nefasti gli rivelavano che il dio stava abbandonando il suo popolo e che Chawpìn era destinata a scomparire. Nonostante i sacrifici compiuti per ingraziarsi il Giaguaro, il raccolto continuava a essere insufficiente, la gente soffriva la fame e sempre più spesso atroci epidemie procuravano infermità e morti. Come se non bastasse, anche Pachamama, la madre terra, si era risvegliata dal suo quieto sonno ed ora, quasi ogni giorno e ogni notte, ringhiava arrabbiata, scuotendo gli edifici e intimorendo gli abitanti.

Tutti questi pensieri angosciavano il vecchio sacerdote, fino alla sera in cui era salito da solo sull’osservatorio del tempio con la speranza di ricevere delle indicazioni dal dio, ma quello che vide sconvolse il suo cuore. Passò l’intera notte inginocchiato ad osservare l’orrenda visione percorrere il cielo e, quando apparve Chaska Koyllur, la capricciosa stella del mattino, chiamò un servo e gli ordinò di convocare le due persone a lui più vicine, Miliin e Ninakuychi.

 

 

 

Còstenec e il suo misero seguito vagarono per giorni fra montagne innevate e gole profonde, soffrendo fame e freddo e patendo numerose perdite a causa delle privazioni. In pochi raggiunsero infine una bella valle oltre la minacciosa catena di monti. I congiurati sopravvissuti poterono finalmente leccarsi le ferite e, assieme alle famiglie, anch’esse costrette all’esilio, unirsi alla popolazione che numerosa abitava quelle terre.

Il delfino sognava di tornare a Chawpìn e di vendicarsi delle umiliazioni subite. Il suo indomito spirito non era stato intaccato dagli avvenimenti degli ultimi tempi e ora più che mai l’unico obiettivo della sua vita era la conquista della Città Santa. A tale scopo, si gettò a capofitto nell’ardua impresa.

In breve tempo, la sua innata indole di dominatore di masse gli permise di conquistare un’assoluta autorità. Còstenec riuscì a riunire sotto il suo comando quelle migliaia di indigeni che, prima del suo arrivo, vivevano disperse in numerose piccole comunità disorganizzate e a formare un formidabile esercito.

L’ansia di conquista gli fece scoprire insospettabili doti di condottiero e la sete di rivalsa contagiò i suoi uomini.

Senza attendere oltre, guidò i suoi guerrieri sulla strada di Chawpìn, certo che le truppe, sebbene non addestrate, avrebbero sconfitto le poche guardie del tempio, permettendogli di impadronirsi del potere.

Armati di affilatissimi coltelli d’ossidiana e di micidiali fionde, gli armigeri superarono con entusiasmo l’impegnativa catena montuosa, dilagando verso la Valle Sacra, sospinti dalla volontà superiore di Còstenec.

Arecàpac, anticipando le mosse del padre, abbandonò in segreto l’esercito prima del valico innevato che separava la vallata di Chawpìn da quella dove si stava raccogliendo la torma dei sediziosi e, a tappe forzate, accompagnato da pochi intimi, si avventurò alla volta della città del Giaguaro. Egli sapeva di rischiare molto, forse la sua stessa vita, ma capiva pure di non aver altra scelta, perché presto l’armata di Còstenec avrebbe invaso le terre sante seminando morte e distruzione ed infine sarebbe giunta al Tempio e avrebbe passato a fil di spada Atawmari e i suoi fedeli.

Si affrettò, dunque, perché la vita dell’amata dipendeva dalla sua rapidità e tale consapevolezza fece sì che le forze gli raddoppiassero e la fatica non si facesse sentire.

 

Mentre Ninakuychi saliva la familiare scalinata e oltrepassava la porta del tempio imboccando una delle due rampe di scale, venne raggiunta da Miliin che, preoccupata, senza una parola prese la ragazza per la mano. Le due donne salirono i gradini, comprendendo che l’inusuale convocazione non presagiva nulla di buono.

Atawmari accolse le sacerdotesse nella saletta adiacente all’osservatorio. I capelli scompigliati e gli occhi incavati lasciavano intuire che una grave angustia rodeva la consueta serenità dell’anziano sacerdote.

Senza indugio, il vecchio saggio mise al corrente le fedeli compagne della terribile visione apparsagli durante le ore notturne.

“La notte scorsa è apparsa nel cielo Onqoq Koyllur, la stella inferma dalla lunga coda. Stavo scongiurando il Giaguaro Dorato di darmi un segno della sua benevolenza e di indicarmi il cammino per la salvezza di Chawpìn quando il terribile simbolo di morte e distruzione ha solcato il manto celeste, offuscando per un lungo momento tutte le altre stelle. Il dio ha abbandonato il suo popolo, stanco delle nostre misere vicende umane, e ha inviato l’astro distruttore. Il destino della Città Santa è segnato, essa è destinata a scomparire. Il Giaguaro, tuttavia, ha voluto parlarmi un’ultima volta. Egli ordina che la parte migliore del suo popolo abbandoni la Valle Sacra prima che sia distrutta e porti con sé il simbolo della sua religione per diffondere nel mondo il culto divino”.

Il Gran Sacerdote si concesse a questo punto una pausa, cercando di leggere nei cuori delle sacerdotesse. Le donne lo guardarono sbalordite e incredule, indecise sul da farsi.

“Il mio posto è qui dove ho trascorso la mia vita e dove terminerò i miei giorni, seguendo il volere del Giaguaro. Voi due, invece, dovrete radunare i sacerdoti e le persone da condurre verso la salvezza per fondare una nuova Città Santa, più degna di questa, salvaguardando i princìpi dell’antica religione. Sceglierete i compagni di viaggio con attenzione. Solo i possessori di una fede incrollabile saranno degni di salvezza”.

“Ora venite fra le mie braccia”, proseguì Atawmari, “e che il mio indegno spirito possa infondervi forza e coraggio per il difficile compito che vi attende. Poi andate, affrettatevi, perché il tempo a disposizione è poco”.

Accettando l’abbraccio del sacerdote, Miliin ribadì decisa, “Mio signore, con gioia compirò il tuo volere aiutando Ninakuychi a scegliere coloro che dovranno accompagnarla nell’impegnativa impresa, ma di più non chiedermi. Ti ho sempre servito con dedizione, ho condiviso con te mille difficoltà, ho dedicato la mia esistenza all’istruzione delle Vergini del Giaguaro e ora non ti abbandonerò e, se morte dovrà essere, perirò con te e assieme voleremo fra le braccia del dio, così come sempre abbiamo vissuto”.

La fermezza di Miliin impedì ad Atawmari qualsiasi replica e così la sacerdotessa madre istruì la figlia prediletta del Gran Sacerdote, l’aiutò nei preparativi e le donò la propria benedizione.

Al momento della partenza, Atawmari chiamò a sé Ninakuychi per indicarle la strada da intraprendere.

“Figlia mia”, iniziò a parlare il sacerdote, “lascerai la Valle Sacra questa notte stessa e seguirai la direzione che il braccio più lungo di Chakana, la costellazione della croce, ti indicherà sempre chiaramente. Riposa di giorno e viaggia di notte, di modo che ti sarà impossibile perdere la giusta via. Prosegui il tuo viaggio fino a che incontrerai Titicaca, il grande mare di montagna. Solo allora potrai fermarti e costruire la tua casa. Spronerai la tua gente a edificare un nuovo Tempio e il Giaguaro Dorato ti aiuterà e ti amerà per sempre”.

Subito dopo, mentre Ninakuychi piangeva, Atawmari estrasse da una piccola borsa di lana un meraviglioso ciondolo d’oro con l’effigie del dio alato e gliela appese al collo.

“Questo è il simbolo della tua religione”, proseguì il vecchio, “diffondilo fra i popoli che incontrerai lungo il cammino. Vivi per lui e per la sua gloria”.

Il Gran Sacerdote strinse ancora per un attimo il braccio tremante della giovane astronoma, quindi, voltatele le spalle, sparì per sempre dalla sua vita.

 

Trafelato, Arecàpac raggiunse il Tempio, incredulo per la grande facilità con cui era riuscito a passare attraverso le porte della Città Santa, solitamente custodite con attenzione.

Un’atmosfera desolata circondava la pianura, le campagne sembravano abbandonate e per le vie transitavano solo poche intimorite persone. Nemmeno il recinto sacro era gremito della consueta folla; pareva che il popolo avesse abbandonato la valle o che si fosse nascosto in angoli remoti, presagendo, forse, la forza distruttrice che stava per abbattersi su di loro. Il giovane medico e i suoi amici calpestarono con circospezione il suolo della piazza grande, ma nessun rumore proveniva dalle imponenti costruzioni sopra di loro, nessuna guardia appariva ad arrestarli, niente, eccetto loro stessi, si muoveva nel grande recinto. Non osando profanare le sale interne del Tempio, disperato,

Arecàpac oltrepassò le alte mura e, arrestato bruscamente uno dei pochi trepidanti passanti, ricevette le informazioni desiderate. Durante la notte, una lunga carovana di persone e lama carichi di scorte aveva abbandonato la Valle Sacra, guidata dalla Vergine del Giaguaro prediletta del Gran Sacerdote.

Senza indugio e nonostante la spossatezza, il medico, seguito dai giovani compagni, si precipitò all’inseguimento dei fuggitivi, per una volta almeno grato ad Atawmari.

 

Il giorno successivo, le terrificanti orde comandate da Còstenec invasero Chawpìn. Il delfino ordinò ai suoi armati di penetrare nelle sale del Tempio e di condurgli vivi Atawmari e i suoi seguaci. Dopo una breve ma terribile lotta, durante la quale il fedele Eurango e le sue guardie si immolarono fino all’ultimo uomo, Atawmari, Miliin e gli altri religiosi racchiusi nei labirinti del palazzo furono tradotti al cospetto di Còstenec.

La vendetta del delfino fu terribile. I prigionieri vennero denudati e frustati al cospetto dell’esercito acclamante e del popolo che i guerrieri avevano radunato a forza in piazza grande, scovando la gente nelle case e nelle campagne, nei boschi e sulle colline e quindi, trascinati gli sventurati sacerdoti fuori dalle mura, Còstenec ordinò che fossero radunati dinanzi a lui.

“Chawpìn è mia”, urlò allucinato il delfino.

La conquista del tanto desiderato potere sembrava avergli dato alla testa e ora, nel momento della gloria, la sua mente stava cedendo. Nondimeno, l’esercito lo acclamava come un trionfatore. Atawmari ascoltava le declamazioni dell’antico pupillo senza reagire; il corpo martoriato era quello di un vecchio denutrito. Le costole gli segnavano la schiena tanto quanto i colpi delle frustate e le scapole sporgevano come punte aguzze dalla pelle.

Il Gran Sacerdote faticava a reggersi in piedi e solo il braccio ancora forte della devota Miliin gli permetteva di mantenere un atteggiamento dignitoso. Con gli occhi, la sacerdotessa madre esplorò le mura alle spalle di Còstenec e per un attimo rabbrividì osservando le immagini terrificanti.

Grosse pietre erano state incastrate fin dai tempi antichi sulla lunga muraglia mediante tasselli incastonati in appositi spazi; erano state lavorate con perizia, assumendo l’aspetto spaventoso di volti umani e animali. Zanne appuntite scendevano minacciose dalle mostruose bocche spalancate, serpenti attorcigliati formavano rughe profonde e gli occhi sbarrati incutevano terrore.

Ora, mentre ancora sorreggeva l’amato Atawmari, si sentì sospingere e trascinare verso quelle forme orrende. Qualcosa le coprì il collo che si strinse un poco; una fascia di lana la lasciava respirare a fatica. Nella semi incoscienza, intuì che alcune braccia la sollevavano e l’appendevano ad una testa di pietra, ma le dita dei piedi ancora poggiavano su un sostegno che le permetteva di non soffocare. Miliin non udiva più le urla assatanate dei selvaggi guerrieri, né la voce alterata del delfino e neppure provava paura o dolore; la sacerdotessa madre riuscì a muovere appena la testa alla sua destra e si accorse che Atawmari già dormiva. Un dolce sorriso le illuminò il viso, il suo signore stava attendendola per compiere l’ultimo viaggio.

Si lasciò andare.

 

Grosse e nere nubi coprirono il sole, il rumore del tuono percorse la Valle Sacra e, dopo molti mesi, fitte gocce scesero dal cielo bagnando l’arida vallata.

Le braccia levate, Còstenec gioì.

“Illapa ci manda il segno della sua benevolenza”, arringò la folla di uomini assisa di fronte a lui, “il vero dio è soddisfatto del suo umile sacerdote e del suo popolo. Il Giaguaro è stato sconfitto e verrà per sempre cancellato dai ricordi. Ora la vita cambierà e la prosperità tornerà a baciare la nostra città. Ma adesso basta. Uomini, andate, divertitevi, svuotate le giare di chicha, suonate, ballate. Correte per le case, cercate fra le stanze delle vergini, abbandonatevi al piacere con ogni donna che troverete. Questo è il mio volere”.

Una spaventosa acclamazione accolse le parole del delfino e le centinaia di guerrieri si sparpagliarono alla ricerca di innocenti vittime fra le abitazioni del villaggio e le sale del tempio.

Dieci giorni durò la pioggia, dieci giorni l’orgia sfrenata. Poi la terra tremò.

Violentissima si scatenò la vendetta del Giaguaro. La sua ira sconvolse l’antica Città Santa, i palazzi crollarono abbattendo i sacrileghi profanatori, il fiume scagliò le sue acque inondando le piazze e le campagne; onde di fango sommersero la pianura e, in breve tempo, tutto fu distrutto.

Còstenec e i suoi seguaci perirono miseramente e così ebbe per sempre fine la fulgida gloria di Chawpìn.

 

 

Poche centinaia di persone riuscirono ad evitare la morte abbandonando per sempre la valle. Arrancando penosamente, esse fuggirono in disordine, pentite di aver rinnegato il dio supremo e si diressero a nord, lungo l’aspra cordigliera e poi giù, verso la grande laguna salata, recando con sé solo una grande stele con l’immagine del Giaguaro Dorato.

Furono necessari lunghi mesi ai fuggitivi per raggiungere la costa. Scelsero le terre della grande laguna per scongiurare il terrore che ancora provavano dentro di loro. Non più insuperabili catene montuose a bloccare ogni speranza di salvezza, basta alle valli che un solo fiume poteva, con la sua ira, sommergere seminando morte e distruzione. Tutto sarebbe cambiato. O quasi.

Il popolo di Chawpìn, almeno quello che ne era rimasto, giunse ai limiti del mondo, là dove terminavano le alte vette e iniziava l’immenso regno di Mamacocha, la regina delle acque. Gli sventurati portavano con sé il ricordo dell’antico splendore e il simbolo della religione, ma anche le loro enormi potenzialità, l’instancabile abitudine al lavoro e l’alta tecnologia, importante retaggio della splendida civiltà scomparsa.

Ciò che trovarono avrebbe potuto scoraggiare chiunque, ma non un popolo come quello, abituato alle sofferenze e al sacrificio, desideroso di redimersi agli occhi del grande dio offeso. Si imbatterono in terre aride, battute dai venti e bruciate dal sole, che le ultime propaggini della cordigliera separavano in numerose piccole valli lungo le quali scorrevano poveri ruscelli, insufficienti a rendere fertili le strette pianure.

Pochi villaggi, formati da primitive capanne di canna, erano abitati da persone semplici e pacifiche, dedite per sopravvivere alla raccolta di curiosi molluschi che il grande mare donava loro in abbondanza. Essi costruivano le proprie abitazioni servendosi di un tipo di giunco flessibile, facile da lavorare, che cresceva rigoglioso là dove, in paludi abitate da strani animali mostruosi e pericolosi, l’acqua stagnava tranquilla.

Poche e sconosciute piante crescevano qua e là, ritagliandosi uno spazio vitale. Anche alcuni animali erano differenti da quelli cui i fuggitivi erano abituati. Piccoli lama, diversi da quelli che popolavano le alti valli andine, scorrazzavano liberi, nutrendosi degli scarsi vegetali che ricoprivano gli argini dei torrenti e grossi, spaventosi esseri dalle lunghe zanne e irti baffi, parevano a proprio agio sia nell’acqua sia sulla terraferma. Erano animali che a prima vista incutevano terrore, ma innocui e che i nuovi abitanti impararono a cacciare, utilizzandone la carne per cibarsi, il grasso per proteggersi ungendosi il corpo e per le fiaccole, le pelli per vestirsi e per i giacigli, le zanne e le ossa per le armi e gli utensili. A poco a poco, i fuggitivi e gli indigeni impararono a conoscersi e formarono un unico grande popolo, integrandosi splendidamente.

Utilizzando le tecniche apprese nella Città Santa, i reduci lavorarono con alacrità, scavarono innumerevoli canali deviando l’acqua dal letto dei fiumi e irrigando, in tal modo, le valli. A poco a poco, le aride pianure si trasformarono in fertili terre e, quindi, in rigogliose campagne. Utilizzarono le naturali macchie costiere per ricavare legname da costruzione, catturarono e addomesticarono lama e uccelli, cani e porcellini d’india, anatre e scimmie.

Nonostante il grande lavoro, però, in particolari periodi dell’anno, i pionieri si accorsero che l’acqua dolce continuava ad essere insufficiente per far prosperare la colonia, così l’ingegno di Chawpìn presente nel loro gene, li portò a costruire opere colossali che nelle sconosciute e remote terre di là degli oceani sarebbero state certamente annoverate fra le meraviglie del mondo.

Edificarono enormi dighe di terra, alcune lunghe anche oltre cento chilometri e le rivestirono di pietre per donare stabilità e robustezza; all’interno tracciarono canali anch’essi rivestiti e ottennero una riserva idrica quasi inesauribile che avrebbe risolto per sempre il problema della siccità.

Le coltivazioni prosperarono. Mais, patate, fagioli, zucche, arachidi, peperoncini, alberi da frutto, cotone e innumerevoli altri prodotti presero a crescere rigogliosi, trasformando le tristi e povere valli in un paradiso terrestre. Costruirono imbarcazioni piccole e agili, atte a solcare le alte onde dell’oceano, servendosi della totora, il giunco palustre, e, con esse, appresero a sfruttare le risorse del mare pescando e cacciando i leoni marini.

Prosperarono, ma non si accontentarono. La loro civiltà divenne ogni anno più fulgida e complessa, un vero gioiello d’ingegno. Affinarono l’arte della ceramica servendosi di forni d’argilla che alimentavano con legna e carbone e, tramite lunghe canne dalle punte di creta, riuscirono a raggiungere temperature di oltre mille gradi centigradi. I loro vasi e le anfore dipinti in rosso, marrone, giallo, nero e bianco, costituivano dei veri e propri libri che raccontavano la vita e la società di quello splendido popolo.

Le raffigurazioni rappresentavano le loro divinità, come Ai-Apaec, lo spaventoso dio con la bocca di giaguaro e il corpo ornato da serpenti, che ricordava l’antico signore di Chawpìn; altre fotografavano i principi governanti, altre ancora scene di vita quotidiana e le loro pratiche sessuali, il parto, le malattie, i sacrifici umani, scene di guerra e danze magiche.

Raggiunsero altissimi livelli anche nell’arte metallurgica. Scavarono miniere da cui estraevano il rame e l’oro per le armi, i gioielli e gli attrezzi. Lavorarono il metallo con tecniche sopraffini, triturando il minerale ambrato su mortai di pietra e fondendolo nei forni mischiato a carbone. Separavano poi il rame puro dalle scorie, lo fondevano nuovamente e lo colavano in stampi allo scopo predisposti. Scioglievano l’oro in acqua salata corrosiva e vi immergevano i manufatti di rame per ottenere dorature ammirevoli e perfette.

Costruirono templi meravigliosi a forma di piramidi tronche, servendosi di mattoni d’argilla addossati l’un l’altro e leggermente inclinati verso l’interno delle strutture, lasciando un piccolo spazio fra le pareti per ottenere maggior solidità e, al contempo, un effetto antisismico. Intonacarono, poi, le mura interne e le dipinsero raffigurando scene impressionanti.

La loro fu una sorta di civiltà feudale. Infatti, ogni piccola valle possedeva un governo e un esercito separato dalle altre, sotto l’egemonia di principi e sacerdoti autonomi. E questo fu il loro limite.

Erano guerrieri, oltre che agricoltori e abili artigiani e combattevano le loro battaglie scontrandosi con gli eserciti delle valli vicine.

Gli scontri, però, servivano più che altro per procurarsi prigionieri da sacrificare alle divinità, perché l’antico timore della vendetta celeste condizionava sempre le loro esistenze.

I combattimenti seguivano regole precise; si trattava di duelli individuali in cui due singoli contendenti si fronteggiavano armati di mazze, lance, fionde e dardi. Il primo dei due che cadeva al suolo perdeva la battaglia, veniva denudato e condotto dal vincitore al cospetto dei sacerdoti che provvedevano a decapitarlo raccogliendone il sangue in coppe contenenti un liquido anticoagulante. La linfa vitale veniva, quindi, in parte offerta alla terra per ottenerne la fertilità e in parte bevuta dai religiosi e dal vincitore a scopo propiziatorio.

La religione assicurava al popolo la vita oltre la morte, ma in un’altra dimensione, dove le persone avrebbero continuato ad esistere mantenendo le proprie cariche e i propri privilegi. Per tale ragione, i nobili venivano seppelliti in tombe sontuose, circondati da splendidi gioielli, armi e vivande e attorniati dai resti delle mogli, di animali e di guardie che avevano il compito di accompagnarli nell’aldilà.

Questo popolo eccezionale, tuttavia, temeva che una grande sventura potesse abbattersi su di loro e testimoniarono questo timore dipingendo sulle pareti dei templi scene inquietanti come la distruzione dell’umanità per opera di armature, scudi e utensili animati e da loro stessi creati.

La storia insegna, e ne abbiamo continua testimonianza anche ai nostri giorni, che l’umanità non è in grado di difendersi da se stessa. E così, questo popolo magnifico, padrone delle arti e dominatore della natura, scomparve quasi improvvisamente a causa della consueta brama umana di autodistruzione.

Seguì un lungo periodo di desolazione e solo alcuni secoli più tardi, un’altra grande civiltà prosperò in riva all’oceano a nord di Chawpìn. Anche questo nuovo, grandioso popolo vide, però, la fine della sua gloria, questa volta, tuttavia, a causa dell’invasione da parte di potenti guerrieri giunti dalle montagne, gli Inka.

Lanzon