Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
Il popolo del Giaguaro
QUARTA PARTE

Un caldo e bellissimo sole splendeva nel cielo limpido e senza nubi, segno dell’approvazione delle divinità per la gioiosa festa che quel mattino avrebbe avuto inizio.
Arpana, la piazza circolare usata per inviare messaggi agli dei, era ornata a festa; fiori dei più splendidi e vari colori, provenienti dalla lontana foresta, profumavano l’aria e i musicisti intonavano melodiosi inni di gloria al Giaguaro Dorato. Strumenti a fiato di dimensioni diverse, enormi conchiglie di madreperla giunte dalla lontana laguna salata e tamburi di pelle percossi da mani esperte, producevano note allegre che volteggiavano fra le centinaia di dignitari e popolani che gremivano la circonferenza del patio aperto sotto di loro.
Entro breve tempo, dalla scalinata di pietra avrebbero fatto il loro ingresso giovani danzatori per rallegrare la lunga giornata fino a sera, in una continua successione di balli rituali, in preparazione al viaggio dei messaggeri designati.
La piazza circolare era un gioiello di architettura, ma non appariva come un luogo adatto alle feste e alle manifestazioni di gioia, ciononostante era il luogo deputato per rendere omaggio alle divinità e lì si raccoglieva il popolo di Chawpìn per partecipare ai riti propiziatori.
Due scalinate scendevano ad incontrare il pavimento lastricato della piazza, posta a un livello inferiore rispetto allo spazio aperto circostante.
La prima iniziava in corrispondenza della porta del tempio che conduceva alla stanza dove dimorava l’inquietante punta di lancia conficcata sulla quale era scolpita l’immagine del dio, l’altra degradava dalla parte opposta.
La piazza era delimitata da una sorta di balaustra rivestita di lastre di pietra quadrate su cui erano scolpite figure di esseri soprannaturali poste di profilo. Alcune di queste
rappresentavano i sacrificatori, sacerdoti armati di coltello nella mano destra e di teste umane nella sinistra; ma la raffigurazione di maggior rilievo era l’immagine del dio giaguaro, provvisto di ali, e di un groviglio di serpenti a formare la folta capigliatura, recante in mano l’Achuma, il cactus allucinogeno.
Mentre nella piazza circolare si celebravano i riti propiziatori e i novizi appartenenti alle diverse discipline di studio si succedevano gli uni agli altri nelle danze e nei canti, nella sala della purificazione Zelivia si preparava all’ultimo atto della preparazione al grande viaggio.
Per due giorni e altrettante notti, sempre guidata da Miliin, aveva vegliato, rivolgendo invocazioni al dio giaguaro, pregandolo di volerla accettare nella sua dimora e aveva compiuto frequenti abluzioni nelle calde acque dei sotterranei, cibandosi di vegetali, bagnandosi di vapore e inalando, per la prima volta nella sua giovane esistenza, l’essenza sacra del cactus che produceva in lei un effetto singolare, liberando la mente da ogni timore e facendola sentire felice di essere stata scelta per volare fra le braccia del dio. La messaggera era impaziente, desiderava che il sole andasse presto a dormire e che le prime tenebre annunciassero l’inizio dell’atto finale.
La sacerdotessa madre spogliò Zelivia delle semplici vesti, la obbligò a stendersi sul soffice giaciglio di pelli al centro della sala e prese ad ungere col grasso di lama il corpo della giovane novizia. La massaggiava delicatamente, sfiorando con la mano la pelle della schiena, le spalle, il viso, soffermandosi sulle tempie e intanto cantava una dolce nenia, come fa una mamma innamorata della propria bambina.
Di tanto in tanto, Miliin sorreggeva Zelivia prendendola per la nuca e le faceva inalare una piccola dose dell’allucinogeno. In tal modo la sacerdotessa madre teneva la novizia in uno stato estatico di semi incoscienza, allontanando dalla sua protetta i dubbi e i timori. Sapeva la saggia religiosa che il rito era necessario, che il compito affidato a Zelivia si sarebbe rivelato fondamentale per la sopravvivenza di Chawpìn, nondimeno il sentimento di tristezza che l’aveva accompagnata durante gli ultimi tre giorni, non l’abbandonava. Per Miliin le sue allieve erano come delle figlie, perché le erano state affidate quando ancora erano tenere bimbe e le aveva seguite passo passo, condividendone le gioie e i dolori, i successi e le sconfitte, aiutandole a superare i momenti di sconforto e vivendo assieme a loro i mutamenti del corpo e della mente.
E così, mentre sotto le sue dita la sacerdotessa sentiva pulsare il ritmo della vita sul collo caldo della ragazza, una lacrima le bagnò le gote e un piccolo dubbio si insinuò nel petto. Per la prima volta si chiese se veramente fosse necessario un sacrificio per lei così doloroso per appagare la sete di sangue del dio e se non fosse più giusto seguire la via indicata dal delfino. Presto, però, scacciò dal cuore i pensieri blasfemi. Atawmari operava per il bene di Chawpìn, ma pure di tutti i popoli della cordigliera che vivevano nel rispetto del Giaguaro Dorato. La religione aborriva l’uso delle armi e della sopraffazione; era preferibile il sacrificio di qualche nobile giovane alla distruzione di popolazioni intere compiuta con l’aggressione. Se il dio avesse accettato l’offerta inviatagli,
e i presagi parevano favorevoli, la prosperità sarebbe tornata senza la necessità di distruggere migliaia di vite umane. Il Gran Sacerdote aveva garantito il successo, aveva letto nelle stelle il volere del Giaguaro ed entro breve tempo il raccolto sarebbe tornato ad essere abbondante e per molti anni non sarebbe stato necessario compiere altri sacrifici.
“Bimba mia, è giunta l’ora”.
Miliin scosse dal torpore l’eletta, l’aiutò ad infilare la candida veste cerimoniale, le agghindò il capo con una corona di fiori colorati e le spruzzò su tutto il corpo aromatiche essenze vegetali. Aiutò la novizia a sorbire una dose abbondante di pozione d’Achuma e, accarezzandola, prese a parlarle con dolcezza.
“Mia protetta, da questo istante tu sei sacerdotessa e messaggera. Il tuo è un compito di grande significato e saprai portarlo a buon esito. Quando giungerai fra le braccia del nostro signore celeste, non dimenticarti delle tue sorelle terrene. Attendici, perché noi presto saremo al tuo fianco ma, nel frattempo, preparaci la strada e illuminaci la via. Ora va, figlia adorata. Io sarò con te fino a quando spiccherai il volo”.
Miliin abbracciò Zelivia infondendole calore, ma la giovane sacerdotessa, in preda all’eccitazione, provava solo un grande sentimento d’euforia e già i suoi piedi chiedevano di avviarsi verso la gremita piazza circolare.
Le danze erano terminate e solo pochi flauti levavano note leggere verso il cielo stellato. A lato del grande fiume era apparso, luminoso e superbo, il Giaguaro Dorato, mentre milioni di altre stelle più piccole gli ammiccavano intorno.
Zelivia rabbrividì, ma fu solo un attimo, quindi, con la mano destra stretta in quella di Miliin, iniziò a scendere la scalinata. Gli unici rumori della notte erano quelli procurati dai passi delle due sacerdotesse e dalle note soavi dei musici.
Ninakuychi e Tasmi, ai margini della piazza, si sorreggevano a vicenda, strette in un abbraccio nervoso; sentimenti contrastanti combattevano una lotta eterna dentro i loro cuori, ma ormai era giunto il momento solenne.
Assieme a Zelivia, dalla scalinata opposta iniziò a scendere i gradini un giovane sacerdote, abbigliato allo stesso modo e accompagnato da Còstenec. Le pupille del ragazzo erano dilatate e un sorriso distante gli increspava le labbra mentre si avvicinava al centro della piazza dove Atawmari attendeva solenne.
Il Gran Sacerdote, coperto da un ampio mantello bianco e da un cappuccio nero, si ergeva ritto, con le braccia rivolte verso il cielo in atteggiamento di preghiera. Ai suoi piedi, uno di fianco all’altro, erano stati predisposti due giacigli coperti di pelli bianche e nere e un paio di grosse anfore dorate che poggiavano su altrettanti treppiedi di legno. A qualche metro di distanza, alcuni servi sorreggevano due lettighe vuote.
Quando i giovani messaggeri giunsero di fronte ad Atawmari levarono anch’essi le braccia al cielo, rivolgendo un’ultima invocazione al Giaguaro Dorato.
Miliin, Còstenec e gli altri cinque sacerdoti che componevano il Consiglio, si disposero a semicerchio attorno al vecchio saggio, circondando così con i loro corpi anche i due ragazzi che avevano preso ad inalare copiose dosi di Achuma.
Entro breve tempo, la droga fece effetto e un’euforia incontenibile s’impossessò dei due eletti che presero a ballare una danza sfrenata, l’uno di fronte all’altra, fino a quando all’improvviso e come folgorati si fermarono all’unisono e crollarono sopra i giacigli preparati per loro. Mentre un sogno estatico permetteva ai giovani messaggeri di isolarsi dalla realtà, Atawmari, aiutato dagli altri sacerdoti, afferrò un lungo coltello di ossidiana e lo passò con destrezza sulla gola dei sacrificati, permettendo al sangue di uscire copioso dalle vene recise.
Servi solerti provvidero a raccogliere nelle anfore il rosso liquido vitale, intanto che, ignari, i due novelli sacerdoti proseguivano il loro sogno nella dimora del Giaguaro Dorato.
Il volere del dio si era compiuto.
Gli involucri terreni dei giovani messaggeri furono adagiati sulle portantine che, sollevate dai servi, partirono verso opposte direzioni.
Poco distante dalla città santa, il corpo del giovane sacerdote fu trasportato sulla sommità di un’altura e lì abbandonato, come estrema offerta a Kuntur, il grande uccello divino.
Zelivia fu condotta lontano, a tre giorni di cammino verso la grande foresta e, giuntavi, il corpo della vergine attese l’arrivo di Chinchay, l’incarnazione del dio giaguaro.
I cospiratori intrapresero il proprio lavoro di proselitismo con dedizione e cautela. I funzionari furono avvicinati dai sacerdoti dissidenti che, senza troppo scoprirsi, sondarono a fondo i sentimenti dei dignitari, cui svelarono le proprie trame solo una volta conseguita la certezza di una completa adesione di questi ultimi al movimento rivoluzionario. Anche fra la gente delle campagne e fra gli artigiani la nuova dottrina iniziò a espandersi; i seguaci del delfino operarono in segreto, procedendo a piccoli passi ed evitando di dare risonanza al progetto.
A poco a poco il pensiero di Còstenec si diffuse ovunque e molte persone lo fecero proprio, attratte dal miraggio di una vita più facile, di un prestigioso incarico, di un’allettante ricchezza o, semplicemente, di desiderio di novità.
Non tutto, tuttavia, funzionò alla perfezione.
Il delfino commise un errore di valutazione che si rivelò fatale e rischiò di compromettere il buon esito dei suoi piani e la sua stessa vita.
Con molto acume e tatto, egli avvicinò parecchi sacerdoti ancora fedeli ad Atawmari, scegliendoli fra coloro che, a parer suo, sembravano meno decisi e più disponibili ad accettare innovazioni nella rigida conduzione politica e religiosa di Chawpìn. Riuscì, in tal modo, a fare proseliti lavorando sulla fragile psiche umana, ma, quando ormai riteneva di aver raggiunto il suo scopo, egli si scontrò con un formidabile baluardo, impossibile da superare.
Eurango, il comandante delle guardie del tempio, era stato educato fin dalla nascita ad obbedire alle direttive imposte dalla legge del giaguaro e la sua rettitudine, rafforzatasi negli anni, l’aveva portato ad essere scelto per l’incarico delicato di paladino del Gran Sacerdote al cui servizio aveva dedicato la propria esistenza.
Còstenec, d’altronde, non poteva prescindere dall’ottenere l’approvazione e l’aiuto di Eurango e delle sue guardie, uniche forze armate della Città Santa.
L’incrollabile fede del guerriero si dimostrò, però, essere il vero grande ostacolo alla rivolta. Il delfino tastò con circospezione il polso del comandante, dapprima rivolgendogli domande ambigue, cercando di non insospettirlo, ma allo stesso tempo di individuarne le possibili debolezze, poi blandendolo con la prospettiva del comando di un esercito potente.
Alla fine Còstenec si convinse che anche il granitico capitano sarebbe stato sedotto dalle lusinghe.
Eurango, tuttavia, era un giovane intelligente e finse di cedere alle allettanti prospettive per capire fino a che punto il braccio destro del Gran Sacerdote sarebbe giunto; nel frattempo egli ritenne proprio dovere informare Atawmari delle trame ordite contro di lui e l’ordine costituito.
“Tata, padre santo”, rivelò il comandante rivolgendosi al saggio vecchio, “da qualche tempo una serpe velenosa si è insinuata nel seno della Città Santa. Sacerdoti, dignitari e popolani stanno vivendo un momento di sbandamento provocato da colui che ti è più vicino. Se non spezzeremo al più presto la spina dorsale del viscido serpente, dal suo ventre nasceranno altri demoni che difficilmente potremo combattere. Permettimi, Gran Sacerdote, di agire e di arrestare Còstenec e i suoi seguaci”.
“Grazie, fedele Eurango, per avermi informato”, replicò Atawmari, “ma, per il momento, è più utile non insospettire i traditori. Fingi di assecondarli e scopri i loro piani, studia le loro mosse e individua i nomi di tutti i cospiratori. Solo allora agiremo, perché è necessario essere certi di riuscire ad estirpare tutto il marcio. Nel frattempo, l’oracolo parlerà al popolo e ammonirà i dignitari a non scordarsi di adorare il vero dio”.
“Temo, tuttavia”, proseguì il Gran Sacerdote, “che la ferita provocata dal tradimento possa infettarsi provocando l’incontenibile ira del Giaguaro Dorato. Dovremo agire velocemente, ma anche con la certezza di eliminare il male una volta per sempre. Vai ora e tienimi informato”.
Eurango si allontanò, pronto a seguire il piano di Atawmari.
Quella notte il Gran sacerdote mise al corrente Miliin delle ultime funeste novità e, con la sacerdotessa madre al fianco, interrogò le foglie di coca e scrutò il cielo stellato, certo di ricevere utili indicazioni sul da farsi.
Il mattino successivo, all’alba, Atawmari, accompagnato come sempre da Miliin e Còstenec, percorse i corridoi interni fino alla stanza dell’oracolo, da dove con voce severa iniziò ad ammonire i funzionari raccolti in piazza grande, misurando tuttavia le parole per non insospettire il delfino, ritto in piedi al suo fianco.
“Gli astri sono inquieti perché un pericolo minaccia la Città Santa”, tuonò la voce dell’oracolo risuonando sul grande piazzale gremito di gente, “il Giaguaro non è ancora soddisfatto del suo popolo, egli sente vacillare la fermezza nella sua fede e ne è contrariato. La sua ira esploderà terribile se Chawpìn proseguirà su questa strada. Attenti a voi!”
Appena l’eco della voce dell’oracolo si attenuò, la terra tremò per la seconda volta in pochi giorni. Atawmari poteva ritenersi soddisfatto.
Mentre, pensieroso e turbato, Còstenec tornava verso le proprie stanze, come per caso incontrò Eurango che gli rivolse un inchino che gli parve colmo di rispetto. L’inquietudine che il delfino provava in quel momento a causa delle strane frasi pronunciate dal Gran Sacerdote, gli impedì di scorgere un fugace lampo di disprezzo negli occhi del capitano e interpretò quell’inchino come un segno di sottomissione e di accondiscendenza ai suoi piani. Còstenec, pertanto, pregò il comandante di seguirlo.
Il delfino ora era più che mai convinto di dover agire subito, perché gli ammonimenti dell’oracolo avrebbero potuto frenare i suoi intenti. La fretta, però, gli offuscò la mente e lo portò a rivelare ad Eurango le sue intenzioni, proponendogli un incontro per quella stessa sera, assieme a tutti gli altri dissidenti per studiare gli ultimi dettagli della rivolta.
Il comandante delle guardie non avrebbe potuto attendersi un colpo di fortuna migliore. In una sola volta gli si presentava l’occasione di catturare tutti i maggiori responsabili della cospirazione e di estirpare, una volta per tutte, il cancro che minava Chawpìn.
Tornò dal Gran Sacerdote per rivelargli gli ultimi sviluppi della situazione e con lui studiò nei dettagli la strategia da adottare.
Con grande attenzione e riserbo, Eurango impartì ai suoi guerrieri gli ordini necessari, rinforzando il corpo di guardia alle porte della Città Santa e disponendo che, dopo il tramonto del sole, fossero fermate tutte le persone che tentassero di uscire dal recinto del tempio. Quindi dispose che un grosso contingente di armigeri si nascondesse nei labirinti sotterranei, pronto ad intervenire al segnale convenuto. Altri consistenti drappelli di guardie presero posizione attorno alle due piazze principali per impedire qualsiasi tentativo di fuga da parte dei congiurati.
Atawmari, nel frattempo, convocò Miliin e gli altri sacerdoti della cui fedeltà era certo e, messi al corrente dell’evento imminente, li condusse sulla sommità del tempio a pregare il dio di inviare loro un segno della sua volontà. Il Gran Sacerdote era combattuto tra l’evidente necessità di giustiziare i rivoltosi e il personale disgusto per la violenza, pertanto sperava di ricevere chiare indicazioni dal Giaguaro Dorato che gli permettessero di agire per il meglio.
La sera, l’ala nord del tempio, occupata in buona parte dalle stanze del delfino, si popolò di persone incappucciate che, isolatamente e in atteggiamento guardingo, strisciando lungo le pareti per non farsi riconoscere, raggiunsero la sala delle udienze private. Quando tutti furono giunti al convegno, Còstenec ordinò ai servitori di collocarsi in punti strategici, lungo i corridoi di accesso, pronti a dare l’allarme in caso di necessità. L’eventuale via di fuga sarebbe stata assicurata dalla bassa apertura posta nell’angolo più settentrionale della stanza e che conduceva all’esterno attraverso un lungo camminamento sotterraneo che sboccava presso una delle uscite della Città Santa.
La riunione ebbe inizio.
Còstenec, dopo aver idealmente abbracciato i seguaci, li arringò con veemenza.
“Fratelli, è giunto il momento. Il destino di Chawpìn è nelle nostre mani, non è più possibile tornare indietro o tentennare; è necessario agire ora, prima che sia troppo tardi. Atawmari ha intuito il pericolo e, servendosi dell’oracolo, ha intimorito il popolo e i funzionari, frenando il loro entusiasmo per la giusta causa”.
“Domani notte”, proseguì il delfino, “mentre Atawmari, assieme a me e a Miliin, sarà intento ad esplorare il cielo, il comandante delle guardie arresterà i sacerdoti fedeli al Giaguaro, mentre voi farete irruzione nell’osservatorio del tempio e bloccherete il Gran Sacerdote e la sacerdotessa madre. Infine riuniremo i prigionieri e li giustizieremo immediatamente; quindi, per bocca dell’oracolo, comunicheremo al popolo i cambiamenti avvenuti e una nuova era sorgerà per la gloria di Illapa”.
Nel frattempo, intanto che Còstenec teneva il suo sovversivo discorso, le guardie, precedentemente istruite dal loro capitano, ridussero all’impotenza i servitori del delfino e si attestarono, parte presso l’entrata principale della sala delle udienze e parte nell’oscuro passaggio, bloccando ogni possibile via di fuga.
Trascorso un ragionevole lasso di tempo, Eurango ritenne giunto il momento opportuno per agire. Il capitano raggiunse Còstenec e, afferratolo con un braccio, estrasse con l’altro il lungo pugnale che teneva nascosto sotto il mantello, lanciando al contempo un grido acuto. Udito il segnale, gli armigeri si precipitarono nella grande sala e, con grande facilità, circondarono gli attoniti cospiratori. La congiura fu sedata senza colpo ferire e tutti i responsabili furono catturati, così come Atawmari desiderava.
Il mattino successivo, i prigionieri furono condotti in piazza grande, incatenati e vigilati dappresso da un nutrito manipolo di guardie, i sacerdoti separati dai dignitari. Mentre il popolo veniva chiamato a raccolta dal suono lugubre delle grosse conchiglie rituali, il Gran Sacerdote e gli altri religiosi fedeli al felino volante si apprestarono a giudicare i rivoltosi. Atawmari incrociò lo sguardo di Còstenec che, denudato al pari dei seguaci, non si dimostrò intimorito, né pentito, ma si rivolse fieramente ai giudici senza abbassare gli occhi.
“Ho fallito e mi assumo ogni responsabilità e tutte le conseguenze delle mie azioni”, proruppe il delfino, “tuttavia mai rinnegherò le mie idee. La salvezza di Chawpìn potrà compiersi solamente attraverso un radicale cambiamento…”.
“Fatelo tacere!”, ordinò il Gran Sacerdote, e immediatamente due guardie scagliarono Còstenec nella polvere, impedendogli di terminare il pericoloso monologo. Subito dopo parlò Atawmari, rivolgendosi ai presenti giunti numerosi: “Il Giaguaro Dorato è indignato ed esige riparazione. Tuttavia egli ci ha parlato e nella sua immensa magnanimità ha ordinato che ai sacerdoti traditori sia risparmiata la vita e che vengano scacciati con ignominia e per sempre dalla Valle Sacra”.
Poi, spostando l’attenzione verso i funzionari dissidenti, il Gran Sacerdote proseguì, “Voi, in cambio, espierete col sangue. Verrete condotti oltre il santo recinto e appesi per il collo alle mura della città e lì resterete fino a che la morte vi coglierà. Che tutte le genti osservino il destino riservato ai traditori. Sia fatta la volontà del dio supremo”.
Quando il suono delle conchiglie chiamò a raccolta il popolo, Ninakuychi gioì, perché era in occasioni come quella che, approfittando della gran confusione, aveva le migliori opportunità di incontrare senza pericolo Arecàpac. Il giovane, infatti, la cercò con lo sguardo e senza dare nell’occhio si avvicinò alla ragazza, sfiorandole la mano. Coperti dalla complicità delle novizie, i giovani si scambiarono dolci effusioni e fugaci parole d’amore. Improvvisamente, però, Ninakuychi sentì la mano dell’innamorato irrigidirsi nella sua e, levando il viso verso di lui, lo vide tremare; seguendo con gli occhi la direzione del suo sguardo, sentì un moto di terrore percorrerle il corpo a causa della scena agghiacciante che si stava svolgendo nella piazza sottostante. Vide le guardie del tempio trascinare un gruppo di persone incatenate, nude e con le schiene ricoperte dai lividi delle frustate ricevute. Fra quelli, la giovane sacerdotessa riconobbe con sgomento la figura di Còstenec, il padre di Arecàpac.
Ninakuychi rabbrividì di terrore e un pallore mortale le segnò il bel viso mentre ascoltava, come gli altri ignara degli ultimi avvenimenti, le terribili parole di Atawmari che, per lei, avevano un significato disastroso.
A mano a mano che il dramma andava compiendosi, ella sentiva crollare dentro di sé tutte le illusioni di un’appassionata vita d’amore che per lunghi giorni aveva sognato e, al momento della spaventosa sentenza, capì che quella sarebbe probabilmente stata l’ultima occasione di stringere a sé il ragazzo amato, perché, con il padre, anche il giovane medico sarebbe stato condannato all’esilio perpetuo.
Pianse lacrime disperate che le rigarono il viso e, senza più paura per le conseguenze, abbracciò con impeto Arecàpac, conficcandogli le unghie nella schiena e baciandogli il collo e la bocca, quasi ad assorbire dentro di lei l’anima del ragazzo.
Scossosi, il giovane allontanò Ninakuychi con decisione e, conscio del breve tempo a disposizione, le parlò prima che le guardie lo individuassero in mezzo alla folla e lo costringessero ad abbandonare per sempre la Città Santa ed il suo amore.
“Mia adorata, ascoltami, ti prego. Non temere per me; saprò cavarmela bene e, te lo giuro, tornerò a prenderti, dovesse costarmi la vita. Prosegui i tuoi studi come hai fatto finora e fa che niente e nessuno condizioni la tua esistenza. Appena mi sarò organizzato, mi metterò in contatto con te e studieremo il da farsi. Non potrò vivere senza il tuo amore, perciò non preoccuparti, fuggiremo assieme o moriremo, se anche tu lo vorrai”.
Ripresasi dallo sgomento, Ninakuychi replicò: “Amore mio, condividerò con te tutta la mia vita, non dubitarne. Anch’io, fino a quando sarai lontano, valuterò la situazione e, stanne certo, troverò una soluzione per noi, anche se dovessi rivolgermi direttamente al Gran Sacerdote. Fammi sapere al più presto il modo per comunicare con te, perché non potrò vivere a lungo senza ricevere tue notizie. Ora, però, vai, fuggi nascosto fra la gente, prima che le guardie ti trovino e ti torturino”.
I due giovani si scambiarono un ultimo abbraccio, quindi Arecàpac sgusciò via, seguendo il flusso copioso delle persone che abbandonavano la Città Santa.



