Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
IL GUARDIANO DI PORCI
TERZA PARTE

Nell’agosto del 1525 la città di Panama era, come di consueto, arsa dal sole.
All’ombra del patio di casa, Pizarro riposava. Le ferite dell’ultima spedizione erano in via di guarigione e i sogni di gloria avevano ripreso ad affollare la sua mente. L’insuccesso era stato terribile, ma ci voleva ben altro per spegnere la sete di conquista del capitano.
Francisco e i suoi avventurieri erano tornati da Puerto Quemado distrutti nel fisico, ma non vinti nella volontà. Nel villaggio distrutto dei contadini indios gli spagnoli avevano trovato qualche minuscolo oggetto d’oro.
Un misero bottino, ma quanto bastava per alimentare le speranze di una scoperta eccezionale. Quei pochi bracciali non ripagavano certo gli esploratori dalle fatiche e dalle morti subite, ma rappresentavano un segnale.
Il capitano non aveva cessato un istante di pensare: la lavorazione di quei monili era eccellente e faceva pensare all’esistenza di una civiltà progredita, dove abili artigiani sapevano creare gioielli squisiti.
“Quegli straccioni che abbiamo sconfitto -pensava Pizarro- non possono certo avere creato opere tanto belle. Deve esistere qualche città, un regno evoluto, ricco e potente. Esiste, ne sono certo”.
Francisco era intento in quei ragionamenti quando bussarono alla sua porta i vecchi soci.
Almagro e Luque si versarono da bere, tracannando d’un fiato le coppe di vino tiepido offerte dal padrone di casa.
“Pizarro, -disse Diego de Almagro- vi sono importanti novità. Il governatore si è convinto che le nostre argomentazioni sono corrette e accetta di appoggiare una nuova spedizione”.
“E’ così -intervenne Luque, sorridendo soddisfatto all’amico che già era balzato in piedi-. L’unico vincolo che pone è che tu e Diego abbiate la stessa autorità. Non desidera correre il rischio che uno di voi due diventi troppo potente. La ribellione di Francisco Hernández l’ha messo in guardia”.
“Per me non c’è alcun problema -lo interruppe Pizzarro-, l’importante è avere il permesso di partire. Resta il problema di reclutare gli uomini e di armare le navi. Troveremo qualcuno disposto a sborsare il denaro?”
“Pare che il giudice Espinoza sia favorevole a investire ventimila pesos de oro -intervenne Almagro- e con quella cifra dovremmo riuscire a comperare le imbarcazioni e i viveri sufficienti”.
“Questa è una splendida notizia -urlò quasi Pizarro, afferrando la brocca e tornando a riempire le coppe di vino-. Reclutare gli uomini non dovrebbe costituire un problema. Questo è compito mio; vedrete, saprò convincere a seguirci più soldati di quanti ne abbiamo bisogno. Brindiamo, amici, la sorte non ci ha abbandonato”.
Gennaio 1526
Padre Luque s’inginocchiò di fronte all’altare, baciò l’ostensorio e, rivolgendosi all’assemblea, sollevò l’Ostia sacra.
La piccola chiesa era gremita. Decine di giovani hidalgos, di veterani e di marinai piegarono il capo in segno di rispetto.
“Questo è il corpo di Cristo e sotto la sua protezione si dia inizio alla campagna santa, per la redenzione degli indios, per la gloria di Carlo, re di Spagna e Sovrano del Sacro Romano Impero”.
Con movimenti studiati, Luque poggiò l’ostensorio sull’altare, prese tra le mani l’Ostia consacrata e la divise in tre parti.
“Per l’autorità concessami da Nostro Signore, faccio dono del Corpo di Cristo ai responsabili della spedizione. Che questo pegno dell’amore divino ci unisca, ora e per sempre, nel vincolo della fratellanza”.
Il sacerdote, quindi, chiamò a sé i due soci, Pizarro e Almagro e, assieme a loro, consumò l’offerta di Dio.
Il giorno seguente presero il mare. Tre navi, tre canoe e centosessanta uomini ardimentosi si lasciarono alle spalle le coste conosciute, diretti verso l’ignoto; un viaggio di speranza e di rivalsa contro un destino ingrato che ben poco aveva concesso fino ad allora alle ambizioni di quei giovani spagnoli.
Col vento in poppa le imbarcazioni percorsero l’oceano, raggiungendo in breve tempo il rio San Juan. All’improvviso, però, tutto divenne difficile.
Già al primo approdo presso il fiume, gli esploratori che avevano raggiunto la riva per rifornirsi di acqua e cibo, furono attaccati dagli indigeni e dovettero far ritorno in fretta alle navi.
Il vento che li aveva favoriti fino a quel momento, di colpo si placò e le forti correnti marine che provenivano da sud, rallentarono notevolmente il viaggio.
Come se non bastasse, ogni sosta era contrassegnata dalla cattiva sorte. Gli attacchi degli indios, dei caimani, degli insetti e la scarsità di cibo fresco iniziarono a mietere le prime vittime fra gli europei. La fame, lo scorbuto e le punture delle zanzare prostravano le forze degli avventurieri.
Pizarro temeva un altro insuccesso. Doveva prendere subito una decisione per combattere il fato avverso.
“Almagro, -disse il capitano- è necessario trovare una soluzione prima che tutti gli uomini ci muoiano sotto gli occhi”.
Il socio annuì mentre si asciugava il sudore dal viso devastato da mille punture.
“Sì, senza dubbio non possiamo andare avanti così. Cosa proponi?”
“La mia idea -continuò Pizarro- è di dividerci in tre gruppi. Tu dovresti tornare a Panama in cerca di rifornimenti e aiuti. Il pilota Bartolomé Ruiz continuerà l’esplorazione verso sud prendendo con sé gli uomini validi e una nave, mentre io mi accamperò nei pressi della baia con i feriti e attenderò vostre notizie. Prima di tutto, però, occorrerà esplorare a fondo il territorio per liberarlo dai selvaggi e da quei mostri sempre pronti ad azzannarci.”
Pochi giorni più tardi la spedizione si divise, secondo il piano del capitano. Per oltre due mesi Francisco attese notizie dei compagni.
Per buona sorte, il manipolo di feriti non fu più attaccato dal nemico e gli uomini debilitati riuscirono a riprendersi, pur se a corto di provviste.
“Capitano, una vela. Capitano, laggiù, verso sud, una vela!” Dopo settanta lunghi giorni di inedia, finalmente la notizia che attendevano.
Pizarro si affrettò verso il promontorio all’entrata del porto naturale e riconobbe la sagoma della nave di Ruiz. Sul pennone più alto dell’imbarcazione sventolava la bandiera di Spagna e, a mano a mano che si avvicinava, il comandante riusciva a cogliere in modo sempre più nitido i movimenti in coperta.
Immagini scure e minuscole che si agitavano, sagome che diventavano figure di uomini intenti a manovrare, braccia levate in segno di giubilo e, infine, i primi suoni: urla di gioia, evviva che significavano successo.
Pizarro sentì un brivido percorrergli la schiena: non potevano esserci dubbi, Bartolomé Ruiz stava arrivando e portava con sé buone nuove.
“Comandante, -urlò Ruiz sorridendo mentre balzava sulla riva- porto notizie favolose e anche alcuni prigionieri”. Abbracciando il pilota, Pizarro non riuscì a trattenere un lungo sospiro liberatorio.
“Raccontami tutto con ordine”, esortò il capitano, mentre con la coda dell’occhio osservava lo sbarco di sei strani individui vestiti con tuniche chiare di cotone ricamato.
Ruiz non si fece pregare.
“Alcuni giorni dopo la partenza abbiamo individuato un altro villaggio sulla costa, ma non siamo sbarcati. Proseguendo abbiamo doppiato un promontorio e, quindi, fatto sosta in un’isola che ci sembrava ospitale. L’abbiamo battezzata Isola del Gallo perché l’avvistamento è stato fatto all’alba. Una volta a terra, abbiamo fatto rifornimento di acqua e siamo ripartiti. Qualche giorno dopo abbiamo individuato una bella baia ed è stato proprio da quelle parti che abbiamo incrociato una strana imbarcazione fatta di giunco. L’abbiamo abbordata mentre una parte del misterioso equipaggio si gettava in mare. Siamo riusciti a catturare i sei indios che vedi laggiù, ma la scoperta più favolosa è stata il carico”.
Bartolomé fece una pausa per aprirsi il colletto e asciugarsi la fronte, quindi proseguì il racconto.
“Non ci è stato possibile raccogliere gli indigeni che cercavano di raggiungere la riva a nuoto. Alcuni sono certamente morti, ma altri si sono salvati, credo. A quel punto ho deciso che la cosa più saggia da fare fosse di tornare indietro a riferirti”.
“Hai fatto bene -intervenne Pizarro-. Ora andiamo a dare un’occhiata al carico, poi cercheremo di interrogare gli indios”.
Gli occhi del comandante brillavano mentre le sue mani afferravano, di volta in volta, squisiti oggetti d’oro, fini abiti di cotone ricamato, spesse vele per la navigazione e diversi tipi di alimenti, alcuni dei quali mai visti prima, come gli strani tuberi che attrassero per un momento l’attenzione del capitano.
Dopo aver controllato tutto il bottino, Pizarro riesaminò con maggior attenzione gli splendidi gioielli e un sorriso di soddisfazione gli rallegrò il viso. Non aveva mai visto monili tanto belli e così in abbondanza.
“Questo è il primo segno tangibile dell’esistenza de El Dorado”, pensò.
Durante i giorni che seguirono gli spagnoli si prodigarono a trovare un modo per comunicare con i prigionieri e, poco alla volta, esploratori e indigeni iniziarono a intendersi.
I sei indios parlavano di una terra lontana, ricca e civile, retta da un monarca potente e giusto. Questi racconti furono sufficienti per dare una scossa al morale degli avventurieri e quando, poco tempo dopo, Almagro tornò da Panama anch’egli e i suoi ottanta uomini furono presi dall’entusiasmo.
“Finalmente una buona notizia, dopo tante tribolazioni -disse Diego de Almagro rivolgendosi al socio-. Durante il viaggio a Panama il morale m’era andato sotto i tacchi. Pedrarias non è più il governatore; è stato sostituito da Pedro de los Rios e temevo che questo cambiamento avrebbe potuto danneggiarci, ma ora le novità mi hanno ridato fiducia. Speriamo di avere la stessa fortuna di Cortés, in Messico”.
“Non mi interessa chi sia il governatore. -intervenne Pizarro- Uno o l’altro fa lo stesso. Quando torneremo con le prove tangibili dell’esistenza di un regno d’oro, ci spalancheranno le porte. Ora, però, dobbiamo battere il ferro fin che è caldo. Propongo di partire subito, seguendo la rotta di Ruiz”.
E così fecero.
Le tre esili navi ripresero il largo e, spinte dal vento dell’entusiasmo, giunsero in breve alla baia di San Mateo, dove rimasero alla fonda il tempo necessario per permettere all’equipaggio di scendere a terra a rifornirsi.
Poco distante dalla riva sorgeva un villaggio, molto diverso da quello di Puerto Quemado.
Le case, costruite di paglia e fango, avevano un aspetto solido ed erano disposte ordinatamente ai lati di strette stradine che si intersecavano ad angolo retto.
Anche gli abitanti erano diversi. Non fuggirono quando sbarcarono quegli strani uomini barbuti e puzzolenti, ma si precipitarono ad accogliere i nuovi arrivati con gesti di benvenuto.
Pizarro era inquieto, ma il comportamento degli indigeni pareva pacifico; pertanto, a differenza della volta precedente, non fece disporre gli uomini in formazione d’attacco, ma solo ordinò che gli archibugieri e i balestrieri si tenessero in disparte, pronti a entrare in azione in caso di necessità mentre egli, assieme ad Almagro, avanzava verso il villaggio sfoderando modi eleganti.
Ruiz e un paio di marinai recavano alcuni doni, qualche giubbino ricamato e un paio di cappelli.
I due soci furono accolti amichevolmente dalle autorità del paese con le quali trascorsero alcune ore, dividendo il cibo offerto e conversando con l’aiuto degli indios catturati da Ruiz.
Il comandante parlava lentamente per farsi comprendere, intanto che osservava incuriosito il portamento dei suoi ospiti. Erano uomini bruni e fieri, vestiti con tuniche bianche che arrivavano al ginocchio e con i lobi forati delle orecchie ornati da ciondoli luccicanti che parevano d’oro. “Sono d’oro -bisbigliò Diego de Almagro interpretando il pensiero del compagno- Sono tutti d’oro!”
“Ho notato”, lo interruppe brusco Pizarro, continuando a conversare con i capi del villaggio.
Sulla via del ritorno, quando già le scialuppe stavano per abbordare le navi, il capitano eruppe in un urlo di soddisfazione: “Diego, ci siamo! Hai sentito cosa hanno detto? L’Eldorado esiste, basta continuare la navigazione verso sud e ci saremo”.
Almagro sorrise e i due soci si abbracciarono. Ancora qualche giorno, forse alcune settimane e poi avrebbero finalmente incontrato ciò che cercavano.
Un paio di giorni più tardi, tuttavia, si accorsero che i guai non erano finiti.
Gli avventurieri individuarono una piccola radura, bagnata da un quieto fiume e circondata da un’ariosa foresta che prometteva d’essere ricca di frutta e selvaggina. Decisero di sbarcare e di stabilire laggiù l’accampamento.
Sarebbero rimasti in quel luogo alcuni giorni per riprendersi dalle fatiche e fare rifornimento, prima del balzo decisivo verso il regno dorato.
Pizarro aveva ordinato di sbarcare anche i cavalli e di tirare in secca le navi per compiere le riparazioni necessarie ma, quando ancora gli animali non erano giunti tutti a riva, una torma di guerrieri comparve dal nulla attaccando con ferocia gli spagnoli. Solo la preparazione militare degli europei, le armi da fuoco e i cavalli, subito lanciati al contrattacco, ottennero di ricacciare il nemico nel bosco; ma i due soci si rendevano conto di trovarsi in una posizione di svantaggio e decisero di ritornare in fretta alle navi -per fortuna non ancora tirate in secca- e di riprendere il mare.
Ancora una volta Pizarro si ritrovò a contare i caduti e i feriti e a dover decidere in fretta il da farsi. E ancora una volta la spedizione dovette essere interrotta.
Imprecando contro la malasorte, gli spagnoli si diressero verso l’Isola del Gallo e lì studiarono le nuove mosse.
“Non possiamo rinunciare proprio ora -sbottò Pizarro- Dobbiamo proseguire; siamo ormai a un passo dal successo e non intendo dichiararmi sconfitto a causa di quattro selvaggi”.
“La penso come te, -intervenne Almagro- ma per il momento non abbiamo molte alternative. Dobbiamo attendere che gli uomini si rimettano in forze e abbiamo anche bisogno di rifornimenti per proseguire il viaggio. Forse è preferibile dividerci di nuovo e uno di noi due dovrebbe tornare a Panama ancora una volta a procurarsi cibo e materiale, sperando che il governatore non blocchi la spedizione”.
“Facciamo come proponi, -assentì Pizarro-. Rimarrò io con i feriti. Tu e Ruiz tornate a Panama con metà degli uomini validi e tutto il bottino. Speriamo che la vista dell’oro convinca Pedro de los Rios che siamo vicini a ottenere un grande successo. Sarà importante, tuttavia, che il governatore non venga a conoscenza delle perdite che abbiamo subito. Scegliamo gli uomini più fidati per il tuo equipaggio. Non dovranno accennare ai problemi che abbiamo incontrato”.
“Sì, Francisco, e dobbiamo impedire pure che quelli che rimangono comunichino con le famiglie”.
Qualche giorno più tardi Almagro e Ruiz presero il mare, diretti a Panama. Portavano con sé gioielli e monili d’oro, stoffe e poche altre cose, ma nessuna lettera, nessun messaggio che potesse alimentare lo sconforto negli amici e nei parenti degli esploratori. Solo una grossa matassa di cotone che Sarabia, uno dei soldati, inviava in città allo scopo di farsi confezionare un mantello.


