Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
IL GUARDIANO DI PORCI
SESTA PARTE

Dove avrebbe potuto trovare uomini validi e, al contempo, seguaci entusiasti se non nella sua terra natia?
Inviato Corral a Siviglia con parte del denaro per procurare e preparare le navi e gli armamenti, Pizarro e Pedro de Candia s’avviarono lungo la strada che conduceva in Estremadura.
Francisco aveva lasciato Trujillo molto giovane, abbandonando l’ingrato mestiere di guardiano di porci. Ora tornava da vincitore, con un fresco titolo nobiliare, un contratto reale e mezzi per allestire una grande spedizione.
In breve tempo, per le città di Trujillo e Caceres si sparse la notizia del suo arrivo e l’intrepido capitano, col suo allegro ed estroverso compagno, fu accolto con tutti gli onori dovuti al nuovo rango.
Per la prima volta conobbe i suoi fratelli; Hernando, nato nel 1503, Juan e Gonzalo, più giovani e Francisco Martín de Alcántara, che gli sarebbe rimasto accanto fino all’ultimo istante della sua esistenza.
Di questi, il solo Hernando era figlio legittimo del padre Gonzalo e di Isabel Vargas.
I giovani familiari accolsero con entusiasmo l’invito del fratello e si adoperarono per aiutarlo a reclutare gli uomini necessari.
L’Estremadura, tuttavia, viveva un periodo poco favorevole; numerosi giovani avevano abbandonato da tempo la terra natia, alla ricerca di un avvenire migliore e trovare centocinquanta avventurosi, disposti a seguire il nobile Francisco, pareva un’impresa proibitiva.
Nonostante queste difficoltà e grazie all’aiuto dei fratelli, il governatore del Perù riuscì a convincere un centinaio di uomini d’arme e, di lì a poco, l’esercito dei conquistadores lasciò Trujillo e Caceres diretto alla volta di Siviglia.
Nel capoluogo andaluso, Corral aveva speso bene il suo
tempo. Era riuscito ad affittare tre navi e ora stava terminando di equipaggiare la prima.
Pizarro aveva fretta; capiva che non gli sarebbe stato facile reclutare altri armati per compiere con le direttive imposte dal contratto reale e, per non rischiare, decise di usare uno stratagemma.
Appena il primo vascello fu pronto e senza attendere l’avvallo del consiglio delle Indie, diede ordine a Pedro de Candia di prendere il mare.
“Greco, sei un buon pilota. Quanti uomini pensi che ti serviranno per raggiungere Nombre de Dios? -chiese il comandante- Ti dovrai arrangiare col minor numero possibile, perché dovremo far credere al Consiglio di aver raggiunto il limite disposto dalla Capitulación”.
Lusingato, Pedro de Candia rispose: “Governatore, concedetemi solo venti persone e condurrò la nave fino al Darién.”
Alla fine del novembre 1529 il Greco partì e Pizarro si rasserenò; l’impresa aveva preso ufficialmente il via entro il tempo stabilito del 26 dicembre.
Durante i successivi due mesi il Capitano Generale si prodigò per accelerare i lavori sugli altri due vascelli.
Il 18 gennaio 1530 una nota del Consiglio delle Indie con la quale si disponeva un’ispezione alle navi in partenza per il Perù, fece preoccupare Francisco.
Un’ispezione era la cosa meno opportuna in quel momento. Il Consiglio, infatti, si sarebbe potuto insospettire ritenendo, giustamente, che il governatore non avesse a propria disposizione l’equipaggio stabilito. Ancora una volta Pizarro risolse di agire con decisione.
“Hernando -disse al maggiore dei fratelli quella sera stessa - domattina, con la prima marea, partirò con trenta uomini. Voi attenderete l’ispezione e direte che sono dovuto partire con la metà rimasta dei soldati perché la mia nave è più lenta e avrebbe rischiato di frenare il viaggio alla vostra”. “Francisco, -protestò Hernando- la nave non è ancora in grado d’affrontare l’oceano e con soli trenta uomini rischiereste la vita.”
“Non preoccuparti. -rispose il comandante- Costeggerò il continente africano e farò volta verso l’isola di La Gomera, dove attenderò il vostro arrivo, approfittando per mettere a punto il vascello. Da lì attraverseremo l’Atlantico assieme. Fate quanto vi ordino e tutto andrà per il meglio.”
Alcuni giorni più tardi, il 27 gennaio, gli ufficiali inviati dal Consiglio delle Indie a ispezionare le navi dovettero accontentarsi delle spiegazioni dei fratelli Pizarro, i quali giurarono che oltre alla cinquantina di soldati presenti in quel momento, altri cento erano partiti con le altre due navi.
Alla fine, anche l’ultima imbarcazione lasciò il porto sul Guadalquivir, raggiungendo Francisco Pizarro a La Gomera e riprendendo la navigazione verso la Terra Ferma.
A Nombre de Dios, oltre a Pedro de Candia, Pizarro fu accolto dal socio Almagro, giunto fin laggiù per chiedere spiegazioni.
Le notizie circa la Capitulación, infatti erano giunte a Panama molto prima dell’arrivo di Francisco e Diego de Almagro aveva accolto le decisioni del re come un tradimento da parte dell’antico compagno d’affari, tanto da farlo decidere di ritirarsi dall’impresa. Solo l’intervento di Luque e di Ruiz aveva convinto l’inviperito vice comandante ad attendere l’arrivo di Pizarro, prima di affrettare le decisioni.
La scialuppa del Capitano Generale accostò al molo, accolta da mille braccia che desideravano congratularsi per la nomina ricevuta dall’imperatore. Francisco guadagnò a fatica la riva, sorridendo a tutti e abbracciando gli amici. Bartolomé Ruiz fu tra gli ultimi a salutare il capitano e, mentre lo abbracciava stretto, lo informò rapido sul malumore di Diego.
L’arguto Pizarro capì al volo la situazione e, allontanando la folla, s’avvicinò al socio che attendeva poco distante.
In piedi, il cappello calato sugli occhi e un ginocchio poggiato su una piccola fontana, Almagro osservava il comportamento di Francisco.
“Diego, -urlò sorridente il Gran Capitano- quanto tempo, caro amico mio.”
L’abbraccio di Pizarro fu accettato, ma non corrisposto dal sostenuto Almagro.
“Hai sentito le novità? -chiese Francisco- Abbiamo vinto. Fin da ora tu sei il comandante in seconda e avremo gli stessi privilegi.”
“Gli stessi privilegi? -Sogghignò con amarezza il socio- E quali sarebbero i miei? Forse che l’amministrazione di Tumbez è paragonabile al governatorato di un intero paese? Forse che il mio appannaggio è simile al tuo? Forse che il mio titolo di hidalgo s’avvicina al tuo di nobile?”
“Aspetta, amico caro, -lo interruppe Pizarro- non è come sembra. Vieni, andiamo a bere un boccale e ti spiegherò ogni cosa. Abbi fede e capirai che nessuno ti ha fatto torto, anzi. Bartolomé, Greco, trattenete la gente; il mio socio ed io abbiamo molte cose da raccontarci.”
Asciugandosi il sudore con la manica della camicia e dopo aver vuotato con avidità un intero boccale di vino, Pizarro iniziò a blandire l’amico.
“Diego, il re e il Consiglio delle Indie esigevano un responsabile. Se tutto dovesse andar male, sarò io a rispondere in prima persona. Ho dovuto sottoscrivere un impegno in tal senso. Non hanno voluto accettare altro che il mio giuramento, fatto di persona. Tu non eri presente, è per questo che non mi è stato possibile ottenere più di quanto è stato concesso, ma non preoccuparti -continuò a parlare il Gran Capitano, impedendo al socio di intervenire- perché una volta a Panama stipuleremo un atto formale nel quale ti saranno riconosciuti i tuoi diritti. Fidati di me e non avrai a pentirtene.”
Francisco Pizarro narrò a Diego tutte le traversie occorsegli durante il viaggio, ribadendo più volte e con convinzione il proprio impegno nei suoi confronti.
Almagro parve infine accettare le spiegazioni del compagno e il giorno seguente assieme si avviarono verso Panama dove, in presenza del giudice Espinosa e di Luque, stabilirono che anche ad Almagro sarebbe stato assegnato un governatorato ponendo i limiti territoriali.
Pizarro fece solenne promessa che non avrebbe favorito i fratelli, prima di ufficializzare la divisione del territorio con Almagro.
Ma, si sa, le promesse è facile farle; il difficile è mantenerle.
Il quartier generale della spedizione, approntato in casa di Francisco Pizarro, era gremito di gente. Oltre al governatore e ai due antichi soci, Almagro e Luque, erano presenti i quattro fratelli del Capitano Generale, il pilota Bartolomé Ruiz, il Greco, il giudice Espinosa e i nuovi arrivati, Hernando de Soto e Hernán Ponce de León. Gli ultimi due erano appena giunti dal Nicaragua con imbarcazioni, materiale e uomini indispensabili per rinforzare le fila del piccolo esercito. Dei centoventicinque giunti dalla Spagna con Francisco, infatti, molti avevano rinunciato all’impresa, spaventati dai racconti delle due precedenti avventure.
Era il mese di dicembre del 1530.
“Le spedizioni degli ultimi anni ci hanno insegnato che nulla deve essere lasciato al caso. -esordì il comandante- Grazie ai nuovi arrivi, abbiamo raggiunto il numero fissato dal contratto reale. Duecentocinquanta uomini saranno sufficienti per iniziare la conquista. Ci divideremo in due gruppi. Col primo e centottanta soldati partirò io, mentre l’altro seguirà dopo alcuni giorni con viveri freschi, munizioni e materiale per le riparazioni.”
“Francisco, -lo interruppe il fratello Hernando- mi propongo per guidare il secondo contingente. Potrei seguirti con il Greco e il resto degli uomini entro un mese.”
Diego de Almagro ascoltò con insofferenza l’intervento di quel giovane Pizarro, uomo corpulento e con un enorme naso, la cui ambizione e arroganza riteneva pericolose. L’antipatia fra i due era stata subito evidente, una questione di pelle che non aveva motivazioni razionali, ma forse per questo ancora più marcata.
“Impara a stare al tuo posto, ragazzo. -tuonò Almagro ancor prima di ascoltare la replica del comandante- Questo compito spetta a me, che sono il vicecomandante. Tu partirai con Francisco e solo quando avrai capito cosa significa vivere ed esplorare ti sarà concesso di intervenire nei discorsi dei grandi. Nel frattempo, pensa ad asciugarti il latte che ti bagna ancora le labbra.”
“Come osate parlarmi a questo modo? -urlò Hernando saltando in piedi- Badate a voi, signore.”
“Basta così! -intervenne con energia il governatore- Chiedi scusa ad Almagro e torna a sedere. Diego ha ragione, prima di parlare devi imparare e, soprattutto, aver rispetto per i tuoi superiori.”
Poi, rivolgendosi al socio, “Amico mio, ti prego di perdonare l’irruenza del mio giovane fratello e di accettare le sue scuse. Tu, è naturale, comanderai la seconda squadra e da te dipenderanno in gran misura le nostre fortune.”
A testa bassa, Hernando rivolse un inchino ad Almagro: “Vi prego di perdonarmi, signore; mi sono lasciato vincere dalla passione. Desideravo solo rendermi utile, ma capisco le vostre ragioni e le accetto.”
“Non parliamone più.” sorrise Almagro porgendo la mano al giovane. Quello, tuttavia, fu il primo scontro fra due uomini che sarebbero stati nemici per sempre.
Il 30 dicembre 1530 la chiesa della Merced era addobbata a festa. Tutte le autorità di Panama erano presenti alla cerimonia, officiata come sempre da padre Luque. La bandiera reale, le insegne nobiliari di Francisco Pizarro e gli stendardi della municipalità erano stati deposti ai piedi dell’altare in attesa di ricevere la benedizione. Il rito fu breve, ma solenne, e alla fine il religioso rinnovò il formale giuramento di fratellanza fra i comandanti della spedizione.
Il giorno seguente il Gran Capitano prese il mare con i suoi centottanta uomini. Fra quegli avventurieri vi era anche Felipillo, l’indio di Tumbez che aveva seguito Pizarro in Spagna.
Memore dei disastrosi attacchi patiti durante gli sbarchi, il comandante aveva fatto costruire numerosi piccoli scudi rotondi, usando doghe di legno; essendo molto resistenti, pensava, avrebbero costituito una valida protezione contro le frecce e i dardi degli indigeni.
Il maturo capitano portava con sé anche un’arma crudele, che avrebbe provocato spaventose ferite negli indigeni dell’isola di Puná e di Tumbez, i cani da combattimento, appositamente addestrati per dilaniare le carni degli avversari, e alcuni barili di vino moscato.
La cura delle anime era affidata a tre domenicani, padre Vicente de Valverde, fray Reginaldo de Pedraza e fray Yepes, quest’ultimo esperto in erbe medicinali e veleni.
Come gli era accaduto altre volte, ben presto i venti contrari rallentarono la navigazione, costringendo il governatore a dividere le forze per rendere più manovrabili le navi. Risolse di sbarcare la cavalleria e di farla proseguire via terra, intanto che le imbarcazioni costeggiavano.
“Capitano, c’è un villaggio più a sud, -avvisò la vedetta- si vede del fumo.”
“Accostiamo -ordinò Pizarro-. Segnala alla cavalleria di arrestarsi e di attendere il nostro arrivo.”
Una volta a terra, il Gran Capitano fece disporre la cavalleria in ordine d’attacco.
“Entreremo nel villaggio al galoppo -ordinò-, ma che nessuno colpisca gli abitanti. Dobbiamo dar loro dimostrazione della nostra forza per intimorirli, ma non voglio massacri. Saranno i primi sudditi di re Carlo. Santiago!”
“Santiago!” risposero all’unisono i cavalleggeri, dando di sprone ai cavalli.
L’irruzione provocò l’effetto desiderato. Atterriti, i poveri indios fuggirono in cerca di salvezza, le donne urlando e afferrando i propri bimbi e gli uomini dietro, verso la foresta.
“Felipillo -chiamò il capitano-, raggiungi i fuggitivi e conducimi il kuraka. Tranquillizzalo e digli che non abbiamo cattive intenzioni; desideriamo solo conversare con lui e portiamo doni in amicizia.”
Gli spagnoli rimasero cinque mesi in quella terra, attendendo l’arrivo di Almagro.
La convivenza con gli indigeni fu pacifica e Pizarro riuscì anche ad appropriarsi di un buon bottino in oro, che sarebbe potuto essere più cospicuo se non avesse dato ascolto al consiglio di fray Reginaldo.
Trovarono, infatti, anche degli splendidi smeraldi, ma il religioso convinse il comandante a provarne la qualità, colpendoli con un martello e riducendoli in briciole.
Solo in seguito, con l’arrivo del tesoriere reale, gli ignoranti avventurieri si resero conto del madornale errore; gli smeraldi sono diversi dai diamanti.
Per dimostrare la propria sollecitudine alle direttive reali, Francisco decise di inviare a Panama quel piccolo tesoro, per dedurlo dal quinto reale disposto dal contratto.
“Comandante, una nave sta entrando nella baia.” annunciò Pedro de Candia.
“Non è una delle nostre -commentò Pizarro-. Porta le insegne reali. Speriamo che non ci porti anche cattive nuove”.
Riquelme scese dalla lancia e si presentò al governatore. Era un funzionario della Corona e portava le credenziali che lo nominavano tesoriere reale, curatore degli interessi dell’imperatore.
“Capitano Generale -esordì-, giungo da Siviglia per mettermi ai vostri ordini e farmi carico della registrazione dei tesori che acquisiremo durante la spedizione. Sarà compito mio, inoltre, calcolare il quinto dovuto al nostro re. Porto con me rifornimenti per la truppa e il messaggio del vicecomandante Almagro che annuncia il suo imminente arrivo.”
Pizarro accolse il nuovo venuto con poca simpatia, ma con rassegnazione. “Perlomeno -pensò- questi aiuti ci consentiranno di andarcene di qui”.
“Signore -rispose il comandante-, siate il benvenuto. Prendetevi un paio di giorni per rimettervi dal viaggio, poi proseguiremo assieme”.
Ripresero il mare, navigando senza intoppi, scendendo a terra di tanto in tanto per rifornirsi d’acqua e di frutta e badando di accattivarsi le simpatie degli indigeni.
La politica di amicizia decisa dal governatore sembrava dare buoni risultati. Presso ogni villaggio gli europei erano accolti con simpatia e il kuraka di un grosso centro giunse persino a regalare a Pizarro uno smeraldo grosso come un uovo che, questa volta, il comandante conservò, maledicendosi per aver prestato ascolto in passato allo sciocco fray Reginaldo.
A Puerto Viejo la spedizione fu raggiunta da un vascello carico di trenta volontari e altrettanti cavalli.
Doppiata Punta Santa Elena, i conquistadores entrarono alla fine nell’ampio golfo di Guayaquil, decidendo di prendere terra nella grande isola di Puná, non molto distante da Tumbez.
“Comandante -pregò Felipillo-, evitate di sbarcare in quell’isola. È abitata da gente ostile; sono assassini e traditori. Molto meglio approdare nella mia città dove sarete accolti da amici e con tutti gli onori”.
“Stai tranquillo, Felipillo -lo rassicurò il governatore-. Il compito assegnatoci da sua maestà re Carlo è di portare la parola di Cristo a tutti gli abitanti di queste terre e di farli vivere in pace come sudditi di Spagna. Prenderemo le precauzioni del caso e, se si riveleranno ostili, li puniremo”.
L’accoglienza, tuttavia, fu ottima e lo stesso kuraka di Puná, Tumbala, si recò a rendere omaggio ai nuovi venuti, invitandoli a stabilirsi nell’isola.
Felipillo, tuttavia, non mentiva circa la pericolosità della gente di Puná. Da qualche tempo, infatti, era in corso una guerra sanguinosa fra gli isolani e gli abitanti della terra ferma e ben presto questi scontri coinvolsero anche gli europei.
Dialogando con i rappresentanti di entrambe le fazioni, durante i primi giorni della sua permanenza nel nuovo territorio, Pizarro scoprì interessanti novità.
Sentì parlare con dovizia di particolari del ricco regno che stavano cercando, ma venne a sapere pure che era in corso una spaventosa guerra civile, in seguito alla morte dell’imperatore.
Due figli del sovrano defunto si contendevano il trono e attualmente il grande regno era diviso in due e divise erano anche le popolazioni di Puná e Tumbez.
I primi parevano essere partigiani di un tale Atahualpa, mentre i secondi del suo antagonista e fratello Wáskar.
“Siamo arrivati nel momento più propizio -commentò Pizarro ai suoi uomini-. Una guerra civile è quel che ci vuole e non potremmo chiedere di meglio. Ora sta a noi giocare con astuzia le nostre carte. Approfitteremo delle rivalità per appoggiare ora l’una ora l’altra delle fazioni, secondo le convenienze, e penetreremo nell’impero con maggior facilità di quella che ci auguravamo.”
Il governatore dimostrò tutte le sue capacità nei giorni seguenti. Pur vivendo a Puná e stringendo rapporti amichevoli con gli isolani e con Tumbala, Pizarro, grazie a Felipillo, prese contatti col kuraka di una Tumbez molto diversa da quella conosciuta in occasione del viaggio precedente.
A causa della guerra, la città era stata devastata e i bei palazzi in gran parte distrutti.
Il Gran Capitano promise il suo appoggio a entrambi i contendenti, spingendoli a un’ulteriore battaglia, durante la quale caddero numerosi guerrieri.
A quel punto entrarono in azione gli spagnoli, sgominando in modo definitivo l’ormai provato esercito che si trovava a portata di spada.
Decimate le forze di Tumbala e preso prigioniero il loro capo, Francisco Pizarro ordinò ai suoi di raggiungere la terra ferma e di attaccare la guarnigione di Tumbez.
Colti di sorpresa e dopo una breve quanto inutile resistenza, gli abitanti della città furono costretti a cedere le armi.
Il bottino fu notevole, tanto che quando il governatore decise che era giunto il momento di lasciare quelle lande e di proseguire la marcia via terra, il tesoriere Riquelme decise di non partire subito, impegnato com’era a registrare il tesoro trafugato.
Il primo maggio 1532 Francisco Pizarro stabilì che era giunto il momento per la conquista definitiva.



