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Il romanzo del Perù, a puntate 

Di Gabriele Poli

IL GUARDIANO DI PORCI

QUINTA PARTE

Toledo

Ritorno a Panama.

Come aveva fatto tempo addietro Almagro, anche Pizarro fece compiere alla nave un’elegante manovra all’ingresso del porto di Panama.

Parecchie salve di cannone avevano già annunciato il suo arrivo e la solita folla si era radunata sul molo. Questa volta, però, il governatore non era presente.

Il comitato d’accoglienza ufficiale era composto dal giudice Espinosa, dal prefetto e dall’aguacil, indaffarato a impartire ordini ai poliziotti. Con loro anche Almagro e Luque, nervosi e speranzosi.

Questa volta il successo era reale.

Un’enorme carta geografica, contrassegnata da disegni, correzioni, cancellature, nomi e coordinate aggiunte durante il viaggio da Ruiz e Pizarro era aperta sull’ampio tavolo del patio di casa.

Francisco, dopo una breve visita a Pedro de los Rios, si era rifugiato nei suoi appartamenti dai quali non sarebbe più uscito per i successivi otto giorni. Con lui, quasi accampati e provati dal lungo lavoro, ma entusiasti, stavano i soci e il pilota.

“Abbiamo percorso, riconosciuto e riportato sulla mappa ben duecentocinque leghe di costa, -spiegava Pizarro- dall’isola delle Perle a Capo Piñas, quindi le Isole Las Palmas, Punta Magdalena e la Baia di Buenaventura, oltre la quale vi è l’isola di Gorgona, dove Ruiz ci ha trovati. Qua vi è il rio San Juan -continuò il capitano indicando col dito un punto nella carta- che bagna una terra paludosa e priva d’interesse e ancora più a sud, la Punta Manglares e l’Isola del Gallo che ben conosciamo”.

Francisco fece una pausa e rivolse un sorriso ai compagni, quindi proseguì.

“Ora inizia il bello. Scendendo di qualche grado, arriviamo al Capo Santa Elena e al Grande Golfo, alla cui estremità opposta sorge Tumbez, la città di cui vi ho parlato. Abbiamo poi proseguito ancora, senza tuttavia trovare luoghi interessanti, ma gli indios ci hanno raccontato che il regno d’oro dell’orecchione incontrato a Tumbez non si trova sulla costa, bensì sugli altipiani di una grande catena montuosa che s’intravede dal mare. È lì che ci aspetta la gloria”, concluse il comandante.

“Sono scoperte eccezionali -intervenne Almagro-. Ora non ci resta che preparare la spedizione definitiva. Mettiamo a punto tutti i particolari dell’impresa e andiamo a colloquio con il governatore. Non credo che potrà più sollevare obiezioni. Dovrà aiutarci a trovare i mezzi e gli uomini nel più breve tempo possibile.”

“Luque, -assentì Pizarro-  questo è compito tuo. Prepara un bel discorso per Pedro de los Rios e convincilo della necessità di procedere celermente”.

 

Pareva che i tre soci fossero stati colpiti da qualche stregoneria o che la dea bendata si divertisse, come spesso accade, a concedere e a togliere in un gioco crudele di illusioni, speranze e disinganni.

Anche quella volta, infatti,  nulla andò per il verso giusto. Pedro de los Rios accolse l’ambasceria capeggiata da padre Luque, ma la sua disposizione d’animo non era favorevole all’impresa.

“Non intendo impoverire il mio territorio -sentenziò- per andare a popolare nuove terre, mandando a morire altri spagnoli e tutto per un vostro sogno e la vostra ambizione. Vi ordino di rinunciare all’impresa e di tornare a dedicarvi alle vostre faccende qui a Panama”.

Delusi per l’ennesima volta, i soci si ritirarono.

Da quel giorno, tuttavia, la casa di Pizarro divenne il quartier generale delle operazioni. Nessuno dei tre era propenso a demordere, ma occorreva studiare una strategia intelligente, perché il divieto del governatore non si poteva ignorare.

Per quanto ragionassero, facessero congetture e studiassero ogni possibile modo per eludere l’ordine, i soci non approdarono a una soluzione.

Dopo venti giorni di discussioni e di rabbia, giunsero alla conclusione che l’unica possibilità consisteva in un incontro diretto col re. Qualcuno sarebbe dovuto partire alla volta della Spagna.

Sapevano di aver scoperto qualcosa di molto importante, per se stessi e per la Corona, ma mancavano dell’appoggio del governatore e dei mezzi necessari. Altra alternativa non c’era. Recarsi in Spagna rappresentava quindi l’ultima speranza di portare a termine una storica impresa, ma era pur sempre un’incognita.

Prima di tutto, non sarebbe stato facile ottenere un’udienza dal re, sempre che questi si trovasse nel suo palazzo di Toledo e non fosse partito per una visita a qualche altra regione del suo vasto impero. Un viaggio tanto lungo, inoltre, avrebbe significato mesi di lontananza da Panama e dagli affari.

Nessuno dei tre soci era propenso a rischiare un insuccesso in madre patria e, allo stesso tempo, la possibile perdita di consistenti guadagni nelle nuove terre. La persona più indicata a fare da ambasciatore era padre Luque, l’unico dei soci a possedere una vasta cultura e la dialettica indispensabile per convincere il sovrano, ma Fernando Luque non era disposto a partire.

Dopo infinite discussioni, si decise per Pizarro. Almagro, in qualità di socio in affari, si sarebbe sobbarcato l’onere di salvaguardare gli interessi panamegni di Francisco.

Lo avrebbe accompagnato nel viaggio il Licenciado Corral, un uomo istruito e di fiducia che avrebbe avuto il compito di sostenere Pizarro durante i colloqui con re Carlo.

 

Iniziarono i preparativi. Il giudice Espinosa, che aveva sempre creduto nell’impresa, riuscì a reperire millecinquecento pesos d’oro per le spese del viaggio.

Nei giorni che seguirono i soci stilarono un documento da presentare al sovrano, nel quale venivano distribuite in modo equo le cariche nei futuri nuovi possedimenti.

“Propongo di conferire a Pizarro la carica di governatore -concesse Almagro con generosità- e a me quella di suo vicario, mentre tu, Luque, potresti assumere la funzione di vescovo delle nuove terre. Che ne dite?”

La proposta di Diego de Almagro fu accolta con favore dai soci.

“Occorre riconoscere un ruolo di prestigio ai compagni che ci sono rimasti fedeli -aggiunse Pizarro-. Propongo di nominare Bartolomé Ruiz ammiraglio del Mare del Sud e di ricompensare con cariche minori i tredici della fama”.

Non vi furono problemi a formalizzare e redigere l’atto e così, alcuni giorni più tardi, Francisco Pizarro, il Licenciado Corral e Pedro de Candia accompagnati da alcuni indigeni, lasciarono Panama diretti a Nombre de Diós, il porto oltre l’istmo dove una nave allestita per il viaggio stava attendendo.

La carovana di muli, carichi di vettovaglie e di tutti i tesori accumulati durante le precedenti spedizioni, attraversò il lembo di terra che separa i due oceani, senza incontrare difficoltà.

Erano ormai trascorsi venticinque anni da quando il giovane Pizarro, pieno di speranze, aveva lasciato la terra natia.

Dopo un viaggio senza incidenti, la nave della speranza giunse in vista del porto di Siviglia.

Era l’estate del 1528 e Francisco Pizarro non poteva sapere che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe rivisto l’amata Spagna.

“La Spagna, Greco, la Spagna! -esclamò Pizarro sventolando il cappello bianco- Ero un giovane pieno di speranze e nulla più quando la lasciai e ora sono sul punto di diventare governatore di terre ricchissime e notabile della Corona”.

La lancia che trasportava a terra il capitano e Corral con i tesori del nuovo mondo, si staccò dalla nave, percorse il breve braccio d’acqua che la separava dal continente ed entrò nel Guadalquivir, per ormeggiare presso la banchina. In piedi sul molo attendeva un drappello di alguaciles, ma l’accoglienza non fu quella che Pizarro sperava.

Appena sbarcati, il comandante e il Licenciado furono circondati dalle guardie e un funzionario prese a leggere un editto che ebbe il potere di gettare nel panico i nuovi arrivati.

“In nome del Bachiller Martín Fernández de Enciso e su avvallo di sua maestà Carlo, re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero, vi dichiariamo in arresto con l’accusa di insolvenza nei confronti dello stesso Bachiller e poniamo sotto sequestro tutti i vostri beni”.

Francisco non capiva quali fossero le sue colpe nei confronti di Enciso, ma a nulla valsero le sue proteste e le suppliche. Pizarro e Corral furono condotti al carcere di Siviglia e lì rinchiusi.

Si trattava dell’ennesima burla del destino, ma questa volta la soluzione non poteva dipendere dall’intraprendenza del capitano.

Chiuso in una buia cella, senza possibilità di movimento, né di comunicare col mondo esterno, cosa avrebbe potuto fare? E tutti i tesori che aveva portato con sé, unica vera testimonianza dei suoi successi, che fine avrebbero fatto? All’oscuro degli avvenimenti e privato della possibilità d’agire, Francisco Pizarro fu colto dalla disperazione. Tutto pareva finito. La gloria, le ricchezze, le prospettive di conquista. Tutto tramontato nel breve volgere di poche ore. Il comandante pianse, maledicendo Enciso.

 

Solo con suoi pensieri, a Francisco non restava che ripercorrere le tappe della sua vita.

“Enciso -pensò con rabbia- che colpa ho io per le tue disgrazie?”

Esattamente vent’anni prima, la Corona di Spagna aveva occupato e colonizzato alcune isole del mare che bagnava il Darién, la terra ferma ancora selvaggia e inesplorata. L’isola di Española rappresentava la roccaforte iberica in quei luoghi lontani e lì, ormai da cinque anni, viveva anche il giovane Francisco, impegnato a gettarsi in ogni possibile impresa per appagare le proprie ambizioni.

Alla fine del 1508, gli si presentò una buona occasione.

Il Cavaliere della Vergine, Alonso de Ojeda, forte del permesso reale, allestì una spedizione diretta in terra ferma. Pizarro non si lasciò sfuggire l’opportunità e accompagnò Ojeda in quella che si sarebbe rivelata una tragica avventura.

Il gruppo di esploratori spagnoli raggiunse senza problemi le coste continentali, ma ben presto fu attaccato da feroci indios che utilizzavano armi fino ad allora sconosciute: frecce avvelenate col succo ricavato da alcune piante, il curaro. In qualche modo, gli europei riuscirono a costruire un fortino dove ripararsi, ma nonostante questo furono parecchi i morti e lo stesso comandante della spedizione fu ferito.

Ojeda, quindi, decise di dividere le sue forze. Affidò a Pizarro il comando del presidio e di settanta uomini ed egli, con gli altri soldati, riprese il mare diretto a Española in cerca d’aiuto. Sarebbe dovuto tornare entro quaranta giorni, ma la ferita infettata dal curaro non perdonò e Ojeda morì nel corso del viaggio.

Per alcuni giorni Pizarro e i suoi resistettero agli attacchi degli indios, ma alla fine, stremati dalla fame e dalle sofferenze, decisero di abbandonare il forte e far ritorno nel mondo civile.

I settanta valorosi s’imbarcarono in due brigantini e guadagnarono il mare aperto. Una delle esili imbarcazioni venne ben presto rovesciata, sembra a causa di un colpo di coda di un enorme pesce. Pizarro e i trentacinque superstiti continuarono la navigazione con grande difficoltà, fino a quando due navi li portarono in salvo.

Le comandava il socio di Ojeda, Enciso.

Rinfrancati nel morale, i superstiti e i salvatori decisero di tornare in terra ferma, dove costruirono un altro avamposto, circondato da una fragile palizzata.

Gli indios non demorsero, attaccando ancora una volta gli europei che, tuttavia, riuscirono a reagire con efficacia, sbaragliando il nemico.

Il nuovo insediamento fu battezzato col nome di Santa María de la Antigua e divenne il primo agglomerato urbano del Darién.

Enciso e Pizarro, i due fondatori della nuova città, si stimavano e nulla sembrava turbare l’armonia, fino all’arrivo di un losco personaggio, fuggito da Española con mezzi di fortuna, a causa dei debiti contratti sull’isola.

Si trattava di Vasco Nuñez de Balboa, colui che, qualche anno dopo, avrebbe avvistato per primo l’Oceano Pacifico. La prorompente personalità di questa persona si scontrò ben presto con quella di Enciso; Pizarro, intuendo quale sarebbe stato il vincitore della disputa, si astenne dall’appoggiare il vecchio compagno che fu inviato prigioniero in Spagna. Questo era dunque il debito che Francisco doveva pagare.

“Sono trascorsi vent’anni, ormai, -pensava Pizarro sempre più afflitto-. Non è colpa mia se Enciso era un debole”.

 

I casi della vita fecero cambiare direzione al vento della fortuna.

In quello stesso periodo era tornato in Spagna il brillante conquistatore del Messico, Hernán Cortés, carico dei tesori sottratti allo splendido impero azteco. La conquista di Tenochtitlán gli aveva regalato onori e gloria.

Re Carlo aveva accolto con soddisfazione il conquistatore che portava nelle casse imperiali ossigeno sotto forma di oro e pietre preziose. I successi di Cortés avevano dato vigore alle ambizioni spagnole e l’imperatore era tornato a guardare con favore alle cose d’oltreoceano.

Sull’onda dell’entusiasmo, essendogli giunta notizia di un certo capitano da poco sbarcato a Siviglia con un piccolo tesoro e ora incarcerato, Carlo risolse di concedere l’amnistia a Pizarro e di invitarlo a corte.

Incredulo, Francisco lasciò il carcere, recuperò i propri beni e, assieme a Corral e a Pedro de Candia, partì alla volta di Toledo.

 

Carlo V era nato nel 1500, quando Pizarro si trovava in Italia al seguito del Gran Capitano Fernánadez de Córdoba. Figlio dell’infanta Giovanna la Pazza, del duca d’Austria Filippo il Bello e nipote dei re Cattolici, Isabella e Ferdinando, Carlo era un giovane dedito alla lettura, alla scrittura e alla meditazione, doti acquisite durante gli anni dell’adolescenza trascorsi alla corte di Borgogna.

Nel 1516, alla morte del nonno Ferdinando d’Aragona, Carlo duca di Borgogna fu incoronato re di Castiglia e, tre anni più tardi, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Sin dal 1517, re Carlo aveva guardato con favore alle spedizioni nel nuovo mondo e a questo interesse contribuì in ampia misura la stima che egli provava nei confronti di un navigatore portoghese, non compreso dalla corte di Lisbona, Ferdinando Magallanes.

Il capitano lusitano, fermamente convinto dell’esistenza di una via di comunicazione fra i due oceani Atlantico e Pacifico, riuscì a convincere la corte di Castiglia a sponsorizzare l’impresa e a farsi firmare dal re di Spagna la Capitulación, il contratto che finanziava la spedizione.

Le vecchie passioni per le scoperte e il nuovo impulso dato dalle conquiste di Cortés contribuirono alla salvezza di Pizarro.

L’ambasceria del nuovo mondo giunse alla fine a Toledo. La bella cittadina brulicava di persone indaffarate, di funzionari e di mercanti, e non fu facile per Francisco e i suoi compagni trovare ospitalità. Con grande fatica, affittarono una stanza in una locanda a buon mercato e, fintanto che Corral e Candia sistemavano le cose e rivedevano i conti, Pizarro senza perdere tempo si recò a palazzo.

“Signori, -annunciò il capitano di ritorno-  domani è il gran giorno. Il re ci ha concesso udienza”.

Quella notte i tre compagni non chiusero occhio, occupati com’erano a sistemare i doni per l’imperatore, a istruire gli indios sul comportamento da tenere in presenza del sovrano e ad affinare le strategie.

 

Carlo era un giovane di quasi ventinove anni, impettito e altero, esile e pallido, con il labbro sporgente. Sedeva nella sala delle udienze in compagnia di alcuni fra i suoi consiglieri.

Osservava con un misto di interesse e di fastidio quel soldato pressoché sconosciuto che prometteva di emulare i successi di Hernán Cortés.

Pizarro era un uomo di cinquantadue anni, malvestito e a corto di mezzi, ma portava con sé un carico interessante che faceva ben sperare.

Il re ricevette dalle mani di Corral la relazione dei due viaggi di Francisco e osservò con attenzione i doni disposti in bell’ordine davanti ai suoi occhi. Gioielli tanto belli e stoffe fini come quelle dovevano provenire da un regno ricco e potente, pensava Carlo, già ben disposto a concedere il proprio appoggio.

Fu a quel punto che Pizarro sfoggiò un gioiello di diplomazia, quasi impensabile in un uomo di limitata cultura.

“Maestà, -esordì con risolutezza- guardateci. Siamo vostri sudditi e come potete vedere, senza grandi mezzi a disposizione. Siamo partiti per un viaggio difficile, irto di incognite, sorretti dalla convinzione di poter conquistare a voi e alla Spagna terre colme di ricchezze. Non avevamo vestiti, né scarpe, i nostri piedi e le nostre mani si sono ricoperti di sangue; il clima non ci ha favorito. Tuoni, fulmini, lampi e piogge ci hanno flagellato per tutto il tempo. Abbiamo percorso territori sprofondando nel pantano fino alle ginocchia, martoriati dalle punture degli insetti e attaccati dagli indios selvaggi e feroci. Per tre anni, signore, abbiamo sofferto e combattuto, per rendere più grande il vostro nome e per onorare il nostro paese. Gli insuccessi ci hanno perseguitato, ma alla fine abbiamo ottenuto le prove di quel che cercavamo. Le prove che ora sono al vostro cospetto; nulla in confronto a ciò che ci attende. Concedeteci il vostro aiuto e la vostra condiscendenza, senza i quali nulla sarà possibile, con i quali contribuiremo a rendere re Carlo il sovrano indiscusso del mondo”.

“Capitano, -rispose l’imperatore- non avete bisogno di aggiungere altro. Vi prometto che concederò l’autorizzazione. Darò ordine al Consiglio delle Indie di ascoltare le vostre argomentazioni e di preparare il contratto. D’ora innanzi tratterete con il consiglio stesso e con la regina Isabella che mi rappresenterà durante i mesi della mia assenza. La prossima settimana partirò, ma tranquillizzatevi perché il re possiede una sola parola”. Pizarro e i due compagni si congedarono dal sovrano con un inchino di incondizionata gratitudine e anche quella notte non chiusero occhio, occupati a festeggiare l’avvenimento nelle taverne di Toledo.

 

La burocrazia, si sa, ha tempi lunghi anche oggi e le cose di Corte della Spagna cinquecentesca procedevano con pericolosa lentezza per le tasche di Pizarro.

A mano a mano che passava il tempo, il comandante vedeva prosciugare le proprie già esigue risorse.

I tre compagni avevano lasciato le Indie prima dell’estate del 1528 e ora, a fine maggio 1529, la situazione permaneva in stato di stallo. Pizarro fremeva e il timore di un altro scherzo del destino gli impediva di dormire. Non poteva permettersi di attendere oltre e così decise di rischiare d’indispettire la regina, sollecitando ogni giorno un incontro con Isabella e il Consiglio delle Indie.

A suo favore giocava l’approvazione del re.

Trascorse un altro mese, ma alla fine la Capitulación fu preparata, firmata e consegnata nelle mani del capitano. Si trattava di una concessione che andava al di là delle sue speranze e che lo riconosceva di fatto come comandante assoluto della spedizione e molto di più.

“Forse Almagro non accoglierà il documento con soddisfazione, -pensò Pizarro- ma a questo punto la sua approvazione non ha più importanza”.

 

Il 26 giugno del 1529, Francisco Pizarro venne convocato dal Consiglio delle Indie, dove gli fu solennemente consegnato il contratto, firmato dalla regina Isabella.

“Con questo atto -lesse il presidente del Consiglio- noi, Isabella regina di Spagna e in nome di Carlo Imperatore, ordiniamo al Capitano Generale e futuro governatore delle nuove terre, don Francisco Pizarro, di continuare l’esplorazione, la conquista e il popolamento del territorio conosciuto con il nome di Perù”.

“Don Pizarro -rabbrividì mormorando fra sé il novello nobile Francisco- Don Pizarro!”

“I limiti geografici stabiliti -proseguì il presidente- si estendono per duecento leghe lungo la costa del Mare del Sud, comprendendo anche l’entroterra. La Corona di Spagna contribuirà alle spese della conquista con venticinque cavalli, trecentomila maravedí per le munizioni e duecento ducati per i viveri e i mezzi. Tali somme dovranno essere pagate in Castilla de Oro, le terre d’oltreoceano. La guarnigione sarà composta da non meno di duecentocinquanta soldati, centocinquanta da reclutare in Spagna e gli altri nelle Indie, oltre a cinquanta schiavi negri, messi a disposizione dal governatore di Panama. La componente spirituale dell’impresa sarà affidata a Fray Reginaldo de Pedraza e ad altri sei membri dell’ordine domenicano da lui scelti. Si concedono, altresì, venti ducati a persona, per il vestiario e gli armamenti, da ritirare in terra di Spagna, oltre a quarantacinque mila maravedí e cinquanta ducati che saranno consegnati a Panama.

Don Francisco Pizarro -continuò a leggere il funzionario, di fronte a un sempre più entusiasta Pizarro- manterrà il titolo nobiliare per tutta la durata della vita e gli sarà assegnato un emblema formato da un’aquila nera sopra all’effigie della città di Tumbez, scoperta dallo stesso Capitano Generale. Completeranno lo scudo una tigre e un leone, con un lembo di mare e navi e animali di quelle terre. A don Pizarro si concede, inoltre, di costruire quattro fortezze per proteggere il territorio conquistato. A Hernando de Luque si affida il vescovado di Tumbez e a Diego de Almagro, comandante in seconda, l’amministrazione della stessa città, con denari e onori, per il cui ammontare si rimanda alle clausole finali. Allo stesso Almagro si riconosce lo stato di Hidalgo”.

Che differenza di trattamento fra i due antichi soci!

“Il signor Bartolomé Ruiz -proseguì il dignitario- è nominato Pilota Maggiore dell’Oceano e ai Tredici della Fama si concede la patente di Cavaliere. A Pedro de Candia, detto El Greco, è affidato il comando dell’artiglieria reale. Durante i primi sei anni di permanenza nei nuovi territori, tutti i conquistadores saranno esentati dal pagamento delle decime. Un quinto di tutti i tesori, dei beni e il ricavato dello sfruttamento di eventuali giacimenti minerari appartengono alla Corona di Spagna e dovranno essere consegnati con sollecitudine. Compito primario della spedizione è di imporre la sovranità spagnola nei territori occupati e di diffondere la religione cattolica. Entro sei mesi da oggi, infine, si dovrà dare inizio all’impresa. Firmato, Isabella, Regina, in nome di Carlo, Re e Imperatore. Toledo, 26 del mese di giugno 1529”.

Pizarro poteva agire.