Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
IL GUARDIANO DI PORCI
QUARTA PARTE

Panama.
La nave pilotata da Ruiz entrò lenta nel porto della città, innalzando al vento la bandiera di Spagna e mille altri vessilli in segno di giubilo e di vittoria.
L’imbarcazione era stata ripulita e resa presentabile, Almagro aveva predisposto ogni cosa affinché il governatore e i notabili di Panama rimanessero positivamente impressionati. L’equipaggio aveva indossato l’alta uniforme e il ponte era stato tirato a lucido.
“Tutti sul ponte! -ordinò Almagro- Disponetevi in riga e, al mio ordine, voglio sentire l’urlo più potente che abbiate mai fatto”.
Sul molo, si era radunata una piccola folla, richiamata dalle salve di cannone sparate dalla nave.
Lo stesso Pedro de los Rios e le altre autorità cittadine erano accorsi al porto.
La nave manovrò con eleganza, doppiò la punta più lontana del molo e gettò l’ancora, offrendo il lato di babordo alla costa.
“Santiago! Santiago!” L’urlo di battaglia spagnolo eruppe dalla coperta del bastimento, accolto dagli applausi scroscianti dei cittadini.
Diego de Almagro sorrise. Il primo impatto era stato soddisfacente.
Il comandante levò in alto il cappello piumato e gli fece compiere un largo giro, quindi s’inchinò, mentre i suoi uomini intonavano l’inno di re Carlo.
Nella sala cerimoniale del palazzo del governatore era stato allestito in fretta un sontuoso banchetto.
Almagro e Bartolomé Ruiz fecero disporre il bottino sopra un lungo tavolo, al centro del salone.
“Signor governatore -prese la parola il socio di Pizarro sfoggiando uno smagliante sorriso-, l’impresa ha ottenuto un successo superiore alle nostre stesse speranze. Quello che vedete è l’umile omaggio rivolto alla vostra persona e al nostro grande re e imperatore Carlo, una piccola parte dell’immenso tesoro che presto riempirà le casse di Spagna”.
Pedro de los Rios accennò un sorriso e iniziò a esaminare con attenzione i monili e i gioielli.
“Mi congratulo con voi e con il vostro socio Pizarro -rispose il governatore-. Vi confesso che il vostro successo mi allieta; tuttavia, desidero ascoltare una dettagliata relazione sul vostro viaggio. Perché Francisco Pizarro non è rientrato con voi? Ormai egli manca da molto tempo e avrei gradito poter conversare anche con lui. Più tardi parleremo di tutto questo; ora vi prego signori, prendete posto a tavola e innalziamo i calici colmi del miglior vino di Spagna. Al vostro successo, alla vostra salute, al re di Spagna”.
“Al re di Spagna e al nostro governatore”, risposero all’unisono i commensali.
Il pomeriggio trascorse in allegria e Almagro era soddisfatto, anche se una punta d’inquietudine non gli permetteva di essere del tutto sereno.
Fino ad ora ogni cosa era andata per il verso giusto, ma più tardi avrebbe dovuto usare tutta la diplomazia di cui era capace per spiegare i motivi dell’assenza di Pizarro e, soprattutto, per formulare al governatore le richieste di ulteriori aiuti e sovvenzioni.
“Allora, Almagro, raccontatemi ogni cosa, ma prima di tutto parlatemi di Pizarro e degli uomini che sono rimasti con lui -disse il governatore strofinandosi l’addome con voluttà-. Mi dite che si sono accampati in quell’isola del Gallo e che stanno attendendo il vostro ritorno per proseguire la spedizione. Non capisco perché non siano venuti anche loro a Panama. Mi state forse nascondendo qualcosa?”
Lo studio di Pedro de los Rios era una grande stanza fresca e tranquilla, mantenuta in penombra da pesanti tendaggi che riparavano dalla calura del sole.
Su di un’ampia poltrona il governatore sedeva soddisfatto dopo il lauto pasto; una persona qualunque si sarebbe probabilmente assopita, cedendo all’effetto del vino al quale tutti i commensali avevano attinto con generosità durante il banchetto.
Il rappresentante del re, tuttavia, era una persona intelligente e arguta, che sapeva partecipare alle riunioni conviviali senza mai eccedere e mantenendosi lucida.
Al suo fianco, stava il segretario personale e più in là sedevano il prefetto, amico fidato e altrettanto esperto delle cose di governo, Almagro e Ruiz.
Il momento delle spiegazioni era giunto e il socio di Pizarro si apprestò a sciorinare il racconto preparato con meticolosità.
“Signor governatore -iniziò a rispondere- in effetti qualche contrattempo c’è stato. Al ritorno del pilota Ruiz dalla spedizione a sud, ci siamo convinti che sarebbe stato un grave errore rinunciare a proseguire il viaggio. Dopo aver ispezionato il bottino col quale il mio socio ed io vi abbiamo ossequiato, concorderete anche voi sull’esistenza di un regno ricchissimo, la cui conquista darà prestigio al governatore di Panama e al nostro re. Tuttavia, durante una sosta per i rifornimenti, siamo stati attaccati da migliaia di selvaggi. Il coraggio spagnolo, però, ha avuto il sopravvento e abbiamo sgominato il nemico. Le nostre armi e la nostra preparazione militare si sono dimostrate superiori al numero preponderante degli indios. Qualche ferito, anche se non grave, vi è stato fra le nostre fila ed è per tale ragione che il comandante Pizarro ha deciso di riparare all’Isola del Gallo. Nell’attesa del nostro ritorno, infatti, gli uomini potranno rimettersi in forze, pronti per continuare le spedizioni di conquista”.
A mano a mano che Diego de Almagro proseguiva il racconto, il governatore pareva convincersi della bontà delle argomentazioni, ma quando il capitano già stava pregustando il successo della propria ambasceria, alcuni rapidi colpi alla porta annunciarono l’inizio del disastro.
L’aguacil, il capo della polizia, entrò nello studio recando con sé la grossa matassa di cotone di Sarabia.
“Signore -spiegò il poliziotto- abbiate la cortesia di esaminare questo messaggio nascosto fra le fibre”.
Pedro de los Rios scorse le righe scritte con calligrafia incerta e, mentre le labbra gli si increspavano in una smorfia di disappunto, Almagro provò una fitta di sofferenza.
“Signori, ascoltate”, ordinò il governatore iniziando a leggere ad alta voce, “Isola del Gallo. 1526, anno di Nostro Signore. Al Signor Governatore della città di Panama. Eccellenza, desideriamo portare alla vostra conoscenza il malcontento e la reale situazione in cui ci troviamo.”
Dopo le prime frasi che narravano le condizioni pietose in cui versavano gli spagnoli rimasti con Pizarro, che descrivevano la povertà delle terre fino ad allora esplorate e mettevano in risalto le atrocità commesse dagli indios, denunciando le uccisioni di molti soldati iberici, il governatore fece una breve pausa. Levò gli occhi e guardò in viso Almagro, sempre più a disagio.
“Seguono le firme di numerosi esploratori -proseguì Pedro de los Rios- e, alla fine, questa postilla: Signor Governatore, valutate tutto questo con attenzione, ma ricordate che da voi viene l’ambasciatore, mentre con noi rimane il macellaio.”
Almagro capì di avere perso. Senz’altro aggiungere, s’inchinò al governatore e, seguito da Ruiz, s’avviò deluso e inviperito verso casa.
Il mattino seguente Pedro de los Rios, deciso a por fine alle sofferenze dei suoi sudditi, emanò l’ordine di rimpatrio.
“Se Francisco ubbidisce all’ordine e torna a Panama, è tutto perduto”, si lamentò Almagro, mentre misurava a grandi passi il patio di casa.
“Ci vorrebbe un miracolo, che ne so, un incontro con un’altra imbarcazione indigena carica d’oro. Sono convinto che allora il governatore tornerebbe sulle sue decisioni. Non potrebbe privare la Spagna delle enormi ricchezze che stanno lì, a portata di mano, solo per le lamentele di quattro codardi”.
Seduto su di uno sgabello, la testa fra le mani e lo sguardo assorto, il padre Luque ascoltava lo sfogo del socio.
“Un miracolo, ecco quello che ci vuole”, concluse il capitano.
“Un miracolo o una lettera”, intervenne il religioso.
“Che intendi dire?”, chiese Almagro fermandosi.
“Voglio dire che dobbiamo impedire a Pizarro di tornare, dobbiamo fargli recapitare una lettera, spiegandogli la situazione ed esortandolo a trovare una scusa per non ubbidire all’ordine e continuare il viaggio”, spiegò Luque. “Va bene, ammettiamo pure che Francisco riesca a convincere l’ambasciatore di non poter tornare subito a Panama, ma in che modo pensi di fargli avere il nostro messaggio? Pedro de los Rios non ci permetterà certo un’iniziativa del genere”.
“Questo non è un problema -si animò il prete-. Convincerò l’ambasciatore Tafur della necessità di condurre con sé un religioso per portare i conforti della fede a quegli uomini da troppo tempo abbandonati al loro destino. Ho già in mente chi proporre. Si tratta di un mio amico fidato che certo non mi negherà il favore di recapitare la missiva a Francisco.” “E allora diamoci da fare, è la nostra ultima speranza”, concluse Almagro porgendo carta, penna e calamaio al socio.
Il giorno seguente una buona notizia placò un poco il malumore dei due compagni. Fu Bartolomé Ruiz stesso ad annunciare agli amici di essere stato incaricato dal governatore di fare da pilota alle due navi dell’ambasciatore. La prima difficoltà era superata. Una copia del messaggio sarebbe stata affidata al religioso e un’altra a Ruiz.
Juan Tafur, l’incaricato del governatore e Bartolomé Ruiz raggiunsero senza difficoltà l’Isola del Gallo.
La situazione si presentava alquanto precaria. I quasi ottanta uomini agli ordini di Pizarro erano in condizioni pietose, a causa delle ferite riportate durante gli ultimi combattimenti e della scarsità di cibo che aveva debilitato tutti.
L’ambasciatore fu accolto come un vero liberatore, mentre il comandante fu schernito dai suoi stessi uomini.
Tafur consegnò l’ordine di rimpatrio nelle mani di Pizarro che, messo sull’avviso da Ruiz, chiese qualche ora di tempo per riflettere e prepararsi.
Dopo essere stato messo al corrente delle novità e dei suggerimenti dei due soci, Francisco si presentò all’inviato governativo, accompagnato dal pilota.
“Signore -pregò-, l’ordine di sua eccellenza Pedro de los Rios non si discute, tuttavia vi chiedo di considerare la mia supplica. La spedizione, pur con tutte le traversie che ha dovuto sopportare, è a un passo dal successo. Pochi giorni di navigazione verso sud e sappiamo per certo che troveremo il regno d’oro. Sarebbe sbagliato rinunciare a una simile opportunità. Comprendo, d’altronde, le giuste argomentazioni del governatore che ha a cuore la sorte dei suoi sudditi. Vi propongo di tornare a Panama assieme a tutti coloro che vorranno accompagnarvi, ma lasciate che io rimanga con quei pochi che, di propria spontanea volontà, desidereranno restare. Vi prometto che non ci muoveremo da quest’isola e attenderemo il permesso del governatore per continuare la spedizione. Se la risposta sarà negativa, vi giuro che non indugerò oltre e farò ritorno a Panama”.
A Tafur, la proposta parve ragionevole e così, convinto anche dall’accorata supplica di Pizarro, acconsentì.
La sera stessa, il comandante convocò tutti gli uomini.
“Compagni, amici -iniziò a parlare a voce alta Pizarro, che aveva riacquistato la sicurezza di sempre-, durante questi lunghi mesi abbiamo condiviso il bene e il male. Abbiamo sofferto la fame, visto cadere i nostri compagni e siamo stati colti dalla disperazione. Ma abbiamo anche toccato con mano le ricchezze di una terra che sta attendendo il nostro arrivo. Laggiù, a sud, vi è un intero popolo che aspetta di conoscere la parola di nostro Signore Gesù Cristo e vi sono tesori inimmaginabili, pronti per essere raccolti, per far ancora più grande la Spagna e rendere ricchi tutti noi”.
“Vi esorto, quindi -proseguì il comandante alzando ancor più il tono della voce-, a non rinunciare a tutto questo, a sopportare ancora per qualche tempo le privazioni e le fatiche. Non ho altro da aggiungere, se non questo”.
Pizarro sguainò la spada e tracciò sul terreno sabbioso una lunga linea, quindi urlò: “Ecco, questa è la linea della ricchezza e del coraggio. Chi l’attraverserà rimarrà con me e sarà ricordato per sempre, chi l’attraverserà avrà gloria e onori. Tutti gli altri, che scompaiano subito dalla mia vista!”
Detto questo, il comandante rinfoderò la spada e diede le spalle all’assemblea. Un lungo brusio percorse le fila degli uomini. Molti se ne andarono subito, altri tergiversarono e poi si allontanarono silenziosi. Quando Pizarro tornò a voltarsi, di tutti i compagni d’avventura, solo tredici erano rimasti, oltrepassando la linea.
Pizarro li guardò ad uno ad uno e poi, commosso, scandì i loro nomi.
“Nicolás de Rivera, Pedro de Candia, Juan de la Torre, Alonso Briceño, Cristóbal de Peralta, Domingo de Soraluce, Pedro Alcón, Alonso de Trujillo, Francisco de Cuéllar, Martín de Paz, Alonso de Carrión, García de Jerez e Alonso de Molina, amici miei, sarete per sempre ricordati come i tredici della fama. Rimarremo e conquisteremo. Con l’ambasciatore Tafur partiranno tutti i codardi. Sapremo farne a meno!”
Il giorno seguente l’inviato del governatore prese il largo, assieme a Bartolomé Ruiz, il pilota che aveva il compito di perorare la causa di Francisco Pizarro davanti a Pedro de los Rios.
Per i tredici della fama e il loro comandante, iniziò un’attesa lunga e tribolata.
L’Isola del Gallo non offriva risorse adeguate e i viveri lasciati da Tafur non sarebbero durati a lungo. Per rimediare alla situazione, Pizarro decise di cercare un posto più accogliente dove attendere la risposta del governatore. Lasciò sull’isola un messaggio per Bartolomé Ruiz, quando fosse tornato da Panama con le istruzioni del governo, spiegando che avrebbe atteso più a nord, nella prima isola dove fosse stato possibile vivere e partì.
Con gli esploratori viaggiavano anche alcuni indios: sarebbero stati molto utili per la ricerca del cibo. Con una piccola nave in non buone condizioni, risalirono il Pacifico, approdando in un’altra isola situata a circa tre gradi a nord dell’equatore.
Vi era una montagna al centro, dalla quale scendevano numerosi torrenti, simili a sinuosi serpenti. Memore dei racconti ascoltati durante le lunghe sere della campagna d’Italia, a Pizarro parve corretto attribuire a quell’isola il nome di Gorgona, l’antico mito greco.
Nella nuova terra, il clima era anche peggiore e gli alimenti scarseggiavano ugualmente; era impensabile, però, riprendere il viaggio.
“Inoltre -pensava tra sé il comandante-, qui ci troviamo sulla rotta di Panama e con ogni probabilità avvisteremo Ruiz prima che si diriga all’Isola del Gallo e guadagneremo del tempo prezioso”.
“Alonso de Molina -ordinò-, con Peralta e Ancón cerca di raggiungere un buon posto su quelle alture e prepara un falò che ci servirà per segnalare la nostra presenza quando avvisteremo le navi. Tutti gli altri con me. Dobbiamo costruire un riparo al più presto o questa umidità ci distruggerà. Greco, manda gli indios a esplorare l’isola e che portino all’accampamento tutto ciò che è commestibile”.
Pedro de Candia era per tutti “Il Greco”, un uomo tarchiato e coraggioso, originario di Creta; un po’ pazzo, forse, ma uno dei più fedeli e intraprendenti compagni di Pizarro, molto esperto, tra l’altro, nell’uso dell’artiglieria.
Per altri cinque mesi, Pizarro e i compagni vissero nell’inedia, cercando di combattere i morsi della fame pescando e raccogliendo granchi e molluschi arenati nella sabbia. Non erano uomini comuni, ma forti e avventurosi esploratori che credevano ciecamente nell’impresa e nel loro comandante.
“Una vela, capitano, giunge da nord nord est e si dirige verso di noi!”
“Molina, fai accendere il fuoco -urlò Pizarro-, è certo Ruiz”.
Il nero Molina, un soldato prestante di chiara origine africana, si precipitò verso il falò, intanto che i suoi compagni gridavano di gioia e sparavano colpi di archibugio in aria.
Il pilota Bartolomé Ruiz e i suoi uomini furono accolti con lunghi abbracci e qualche lacrima di commozione. I nuovi arrivati, infatti, portavano con sé molti generi alimentari e il permesso del governatore di continuare l’esplorazione per altri sei mesi, con la condizione di fare ritorno a Panama una volta scaduto il tempo.
Rinfrancato, Pizarro concesse ai suoi uomini una settimana di tempo per rimettersi in forze e organizzare i preparativi, quindi tutti s’imbarcarono sulla nave di Ruiz, riprendendo la rotta verso sud.
Durante i successivi tre mesi di esplorazione, gli audaci spagnoli non ebbero successo. Solo i racconti degli indios di alcuni villaggi visitati continuavano ad alimentare le speranze del comandante.
“Proseguiremo ancora, finché avremo tempo a disposizione -arringò gli uomini Pizarro-. Ci resta poco da perdere. Rinunciare ora non avrebbe senso. Se sconfitta dovrà essere, che sia almeno dopo aver tentato il possibile. Rotta a sud sud est!”
E qualcosa alla fine cambiò.
La nave doppiò uno, due, dieci promontori e il paesaggio iniziò a mutare. Si scorgevano in lontananza, oltre le spiagge, i primi picchi di un’alta catena montuosa. Proseguirono più con la forza della disperazione che sospinti dalla certezza del successo e un giorno, doppiata una punta, battezzata col nome di Sant’Elena, entrarono in un ampio golfo e l’attraversarono.
Quello che in seguito sarebbe stato conosciuto come il Golfo di Guayaquil, segnò l’inizio di una stagione di gloria per gli intrepidi europei che avevano creduto nelle aspirazioni di Francisco Pizarro.
La nave ormeggiò al largo di una costa pulita nella quale s’intravedeva una città ordinata, provvista di un porto ben
attrezzato, dove galleggiavano grandi imbarcazioni di giunco, le balsas, simili a quella catturata da Ruiz, e parecchie piroghe.
Pizarro non stava più nella pelle; intuiva di aver vinto la sua battaglia con la sfortuna. Ora occorreva procedere con intelligenza e tatto.
Gli abitanti di quella città non erano certo come gli indios sconfitti a Puerto Quemado; questa era gente, a suo modo, civile e come tale andava trattata. Gli spagnoli, tuttavia, erano restii dall’avventurarsi a terra, memori dei precedenti insuccessi.
Pizarro e Ruiz stavano ancora studiando la tattica da adottare, quando Pedro de Candia annunciò l’arrivo di una barca.
“Capitano, un’imbarcazione si sta avvicinando alla nave. È carica di indios, ma non sembrano avere cattive intenzioni. Non sono armati e a prua è seduto uno strano personaggio, tutto agghindato di oggetti luccicanti”.
“Tutti in coperta -ordinò d’impulso Pizarro-. Non voglio vedere armi in giro. Greco, con quattro uomini nasconditi dietro il cannoncino di prua e preparati a intervenire in caso di bisogno; gli altri si dispongano in riga sul ponte. Dobbiamo dare l’impressione di essere venuti in amicizia e di non avere cattive intenzioni. Bartolomé, andiamo ad accogliere i selvaggi”.
Senza timore, i nuovi venuti salirono sulla nave, stupiti per l’imponenza del vascello e chiedendosi come una cosa tanto grande potesse galleggiare.
Gli indigeni furono accolti con un inchino cortese da parte del comandante, meravigliato di trovarsi di fronte a persone tanto diverse da quelle incontrate sino a quel momento. Erano tutti vestiti allo stesso modo, con tuniche bianche che arrivavano al ginocchio, decorate con piacevoli ricami colorati.
Portavano i capelli corti e la carnagione era chiara, solo leggermente abbronzata. In mezzo a loro si distingueva una figura abbigliata in maniera differente; si trattava certo del capo, o di un nobile.
La sua veste, simile alle altre, era adornata di pietre preziose e fili dorati. I lobi delle orecchie erano dilatati e bucati nel mezzo, dove brillavano due splendidi orecchini d’oro lavorato.
Gli interpreti riferirono al comandante che il dignitario non era il capo della città, ma un nobile inca, giunto a Tumbez -quello infatti era il nome del centro- in visita dalla remota capitale dell’impero.
“Impero? -si chiese Pizarro rallegrandosi-. Questa volta ci siamo”.
Quindi, rivolgendosi al nobile, gli chiese di parlare del suo popolo, gli Inca, del quale per la prima volta aveva notizia. Con modi affettati, il dignitario iniziò a parlare, misurando le frasi, separate da ampie e studiate pause.
Fu quello il primo vero contatto col regno d’oro.
Il colloquio non durò a lungo, ma quanto bastò a Francisco Pizarro per immaginarsi già a corte di re Carlo, carico di tesori e pronto a ricevere il titolo di Marchese, sognato fin da bambino.
Il nobile inca fu ricoperto di doni, fra i quali uno dei due amati cappelli bianchi e piumati del capitano. Prima di risalire sulla sua imbarcazione l’orecchione, come già lo avevano soprannominato gli spagnoli, si premurò di tranquillizzare i nuovi venuti invitandoli a scendere a terra e a visitare la città.
Il capo di Tumbez, il Kuraka, stava già provvedendo a allestire un accampamento per i barbuti bianchi, li rassicurò il nobile, e per loro sarebbe stata organizzata una grande festa.
Pizarro, tuttavia, ancora non si fidava.
“Alonso -ordinò il comandante-, prepara una lancia e scendi a terra ad accertarti che non vi siano pericoli. Fatti accompagnare da un paio di marinai e da un interprete e porta con te tre maiali e un gallo, come omaggio per il kuraka”.
E mentre Molina si apprestava a ubbidire, Pizarro fece indossare le armature agli uomini per essere pronti ad intervenire in caso di necessità.
Alonso de Molina tornò qualche ora più tardi, allegro e soddisfatto.
“Capitano -raccontò il nero ridendo-, mi hanno lavato da capo a piedi per vedere se mi scolorivo. Hanno persino spogliato quasi del tutto i marinai, per vedere se fossero bianchi e pelosi anche sotto gli indumenti. Con gli animali, poi. Credo che fosse la prima volta che vedevano maiali e galli”.
Una risata generale accolse la narrazione di Molina, ma Francisco Pizarro aveva fretta di sapere.
“Va bene. Ora lascia stare le amenità e parlami della città”, ordinò.
“È fantastica -rispose Alonso-. Tutto è ordinato e pulito e le strade sono pavimentate. Non c’è polvere; grandi lastre di pietra coprono le piazze e le case sono veri palazzi, alcuni, m’è parso di vedere, abbelliti da lamine d’oro. Non sono però riuscito a osservare bene tutto, perché gli indigeni non mi lasciavano un momento. Continuavano a toccarmi e a lavarmi”, tornò a ridere Molina.
“Dimenticavo, comandante. Il kuraka ha richiesto la presenza di tutti noi per il banchetto di questa sera. Gli ho risposto che avrei riferito”.
“Non è ancora il momento di concedere la nostra fiducia. D’altronde non possiamo offenderli rifiutando l’invito, -commentò il capitano- Andrai tu a terra questa sera, Greco, assieme a Briceño e a Rivera. Riferirai che gli altri scenderanno a terra domattina, perché la nave deve essere governata e non intendiamo presentarci al cospetto della nobiltà di Tumbez senza prima esserci resi presentabili”.
Il racconto di Pedro de Candia fu altrettanto entusiastico di quello di Molina.
Una lunga fortezza proteggeva la città e i templi e i palazzi erano davvero sontuosi e ricoperti d’oro. Esisteva persino una casa delle vergini dove, gli era stato riferito, vivevano centinaia di bellissime fanciulle destinate al culto e all’imperatore.
Il Greco narrò anche di avere impressionato gli abitanti sparando un colpo col proprio archibugio.
“Non potevano credere -disse- che un semplice bastone potesse sputare fuoco e scalfire la pietra di una parete”.
Il mattino seguente gli stessi Pizarro e Ruiz si diressero in città e, accolti con tutti gli onori, la visitarono.
Tumbez era ricca e splendida; nemmeno Panama poteva competere con tanta bellezza. Sfoderando tutta la diplomazia di cui era capace, il comandante spagnolo trascorse parecchie ore in compagnia del kuraka e del nobile inca, dai quali ottenne il permesso di continuare la navigazione verso sud, per visitare nuove terre.
Il viaggio proseguì per alcuni giorni e gli esploratori si spinsero fino a dieci gradi a sud dell’equatore, ma non trovando altre città degne d’attenzione e avvicinandosi il limite di tempo concesso da Pedro de los Rios, Pizarro diede l’ordine di sospendere la ricognizione e di far rotta verso Panama.
Sulla via del ritorno fecero scalo ancora una volta a Tumbez, dove lasciarono Alonso de Molina e un marinaio, Ginés, per imparare la lingua, conducendo con loro un giovane della città, soprannominato Felipillo dagli stessi europei.
Alonso e Ginés scomparvero misteriosamente, forse massacrati dagli indigeni per aver importunato le Vergini del Sole o uccisi da qualche malattia.
Gli spagnoli portavano con sé una grande quantità di doni, quasi tutti in oro, ricevuti dal kuraka di Tumbez in segno d'amicizia. Francisco era felice, aveva ottenuto ciò che voleva ed ora niente e nessuno l’avrebbe fermato.



