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Il romanzo del Perù, a puntate (TERZA PARTE).

Di Gabriele Poli

FONDAZIONE DI UN IMPERO

(TERZA PARTE)

Vilcas

Scoperta la fuga dei due ragazzi, l’ira di Wirakocha Inca si scatenò con violenza.

L’intero contingente di guardie preposto al controllo delle uscite cittadine fu giustiziato. Gli arti dei malcapitati vennero tagliati senza pietà e i corpi ancora vivi dei mutilati furono impalati e lasciati in pasto ai condor in attesa sopra il cielo di Cusco.

Nemmeno il comandante della guarnigione fu risparmiato, colpevole solo di essere il padre di uno dei fuggiaschi.

Ma ormai Kusi e Ollanta erano lontani e il re aveva perso potere su di loro.

Killa e la madre, portate in salvo dai servitori della regina, trovarono rifugio nella casa delle vestali. Lì sarebbero rimaste, recluse e dimenticate, per lunghi anni.

 

I due amici procedettero guardinghi attraverso le montagne, avventurandosi in quel territorio inospitale che gli inca consideravano “terra di nessuno”.

Olla e Kusi incontrarono villaggi distrutti e terreni abbandonati, segno evidente delle incursioni barbare.

I selvaggi chanka si erano spinti molto a est delle proprie terre di origine, seminando panico e morte.

“Presto potremmo incontrare guerrieri nemici”, disse Ollanta preoccupato, “e dubito che riusciremo a dar loro a bere di essere dei semplici viandanti. Dobbiamo pensare qualcosa in fretta”.

“Hai ragione”, annuì Kusi pensieroso, “Credo che ci convenga continuare a viaggiare di notte allontanandoci in fretta da queste zone pericolose. Potremmo deviare a nord ovest e, compiendo un ampio giro, giungere a Wilkas, la capitale dei chanka dove ci sarà più facile passare inosservati”.

Presa la decisione, i fuggiaschi continuarono la marcia. Sempre più spesso, durante i giorni seguenti, i due giovani si imbattevano nelle milizie nemiche, ma ogni volta, di certo grazie all’aiuto del dio Inti, riuscivano a non farsi scorgere, allontanandosi ogni ora di più da quelle zone di frontiera che odoravano di sangue.

 

Dopo la decadenza della civiltà wari alcuni secoli addietro, il popolo, un tempo fiero e potente, si era suddiviso in molti piccoli villaggi.

La gente viveva di pastorizia e agricoltura, ma le continue scaramucce fra le tribù non deponevano certo a favore della prosperità. Quello che era stato un impero invincibile era crollato e gli unici retaggi rimasti dell’antica superbia wari, erano l’aggressività  e la ferocia che caratterizzavano quella gente.

Un ciclo storico si era chiuso e il popolo di pastori che, organizzato da Jontarak e da suo figlio Awqayoc, aveva fondato la mitica civiltà, nemica e poi alleata di Tiahuanaco, era incredibilmente tornato alle proprie misere origini.

La storia, tuttavia, spesso ripete il suo ciclo.

Usqowilka e Anqowilka, due intraprendenti fratelli, riuscirono, a imitazione dei loro antenati, a compiere l’impresa di unificare le feroci tribù e a fondare, a pochi chilometri di distanza dalle antiche rovine di Wari, la loro capitale.

Wilkas non possedeva certo imponenti palazzi, né fortificazioni complesse, però serviva da punto di riferimento per quel popolo sbandato.

Ormai i fondatori della nuova civiltà erano scomparsi da tempo e di loro solo rimanevano la memoria e le sembianze scolpite nella pietra che i guerrieri conducevano in battaglia come idoli tutelari.

Anche i costumi erano cambiati.

 

Kusi e Ollanta giunsero alle porte di Wilkas provenienti dal nord.

Parecchi altri giorni erano passati e i due amici avevano ormai assimilato molte delle abitudini barbare. Avevano vissuto qualche tempo ai margini di alcuni villaggi, lontani dalle zone di guerra, facendosi passare per poveri cacciatori e offrendo i propri servigi ai capi delle tribù.

Erano in tal modo riusciti a integrarsi abbastanza bene con i costumi di quella gente. Vestivano di pelli e si erano dipinti il corpo di un colore vermiglio, a imitazione dei giovani guerrieri chanka. I capelli, ormai lunghi, li tenevano raccolti in fitte treccine e i due nobili inca avevano persino imparato a camminare e a correre come il nemico, procedendo a balzi brevi e muovendo il corpo come se fosse scosso da tremiti incontrollabili.

 

La capitale dei chanka non era molto diversa da Cusco. Strade strette e fangose, capanne fatiscenti e una piazza quadrangolare brulicante di commercianti e guerrieri costituivano il nucleo della città.

Uniche differenze, un caotico disordine e la mancanza di guardie agli ingressi del centro.

Fu facile, quindi, per i giovani amici intrufolarsi nell’agglomerato urbano e passare inosservati mescolandosi alla folla.

Le conoscenze di Kusi e Olla erano ampie. Sapevano riconoscere le stelle e orientarsi osservando il cielo; avevano appreso dal vecchio amauta i rudimenti della religione e della filosofia e un’infinità di altre nozioni, indispensabili nella comunità inca.

Di tutto quello che avevano imparato, tuttavia, solo poche cose avevano un significato nella primitiva civiltà chanka. Una fra tutte, l’arte della guerra.

Decisero, pertanto, di arruolarsi nell’esercito barbaro. Avrebbero in tal modo potuto integrarsi alla perfezione nella società, risolvendo il problema della sopravvivenza e, allo stesso tempo, studiando le strategie militari dell’odiato nemico del popolo di Wirakocha.

Durante il periodo trascorso nei villaggi chanka, i due nobili inca avevano assimilato con facilità la cultura di quella gente e appreso, tra le altre cose, le loro leggende e le loro tradizioni.

Il popolo del Puma, come amavano definirsi gli abitanti di Wilkas, era diviso in numerose tribù che occupavano le terre dal fiume Pampas -nei cui pressi sorgeva la capitale- fino alla zona di frontiera con l’impero inca, ad Awankay, dove i maestosi condor solevano planare, trasportati dalle correnti.

Questo era il significato della parola “awankay” e, come i condor, anche i chanka avevano avvolto con le ali dei loro eserciti quelle lande lontane, in attesa di spiccare il balzo decisivo verso l’impero di Cusco.

 

Per i due giovani prestanti, temperati dal rigido addestramento inca, fu facile farsi accettare nella milizia chanka.

I primi tempi furono duri. Ultimi arrivati, Kusi e Olla dovettero adattarsi a svolgere i compiti più umili, spesso maltrattati dai guerrieri più vecchi ed esperti.

Apparve a tutti presto evidente, però, che le due nuove reclute possedevano doti non comuni. Nelle simulazioni di combattimento solo di rado perdevano qualche scontro, anche quando si confrontavano con i compagni più potenti, e la loro lealtà, inoltre, li aiutò non poco a conquistarsi la stima dei colleghi.

Le giornate trascorrevano lente, ma la sera, liberi dalle incombenze militari, si riunivano con gli altri guerrieri nelle taverne della città a inebriarsi di chicha fresca e a raccontarsi storie e aneddoti divertenti.

 

La capacità di farsi benvolere dai soldati, unita alle abilità militari, non passò inosservata.

Irapa, il comandante dell’orda, li teneva d’occhio già da qualche tempo e quando giunse notizia di una rivolta da parte del popolo huanca, approfittò dell’occasione per saggiare anche in battaglia le qualità dei due giovani.

Kusi e Olla, armati di affilatissime asce, partirono per il nord assieme all’esercito di veterani allestito in gran fretta per l’occasione.

Durante la campagna, che durò poco più di un mese, i nobili inca si distinsero per coraggio e intelligenza, conquistandosi l’ammirazione di Irapa che, al ritorno a Wilkas, li nominò propri luogotenenti.

Ma Irapa aveva una figlia.

Alta e slanciata, con i capelli morbidi che le accarezzavano le spalle, Haylli faceva innamorare tutti i giovani guerrieri, ma nessuno di questi poteva vantarsi di avere attratto l’attenzione della bella figlia del comandante.

Rispetto alle altre ragazze della sua età, Haylli si sentiva diversa; privilegiata per essere la figlia di un funzionario importante, e quindi libera di aggirarsi a piacimento per la città e per l’accampamento militare, e insofferente ai lavori femminili che, a suo parere, reprimevano la vivacità intellettiva delle donne.

No, la sua vita sarebbe stata differente da quella delle altre; nessuno l’avrebbe rinchiusa fra le pareti di una capanna ad accudire bimbi e animali.

Avrebbe voluto essere un maschio per godere di maggior libertà e partecipare alle battaglie. Da bambina, quando ancora alle ragazze era permesso di mischiarsi con l’altro sesso, aveva dato spesso dimostrazione delle proprie qualità, sconfiggendo i maschietti nel lancio con la fionda, nella lotta e nell’astuzia.

Ora non poteva più confrontarsi con gli uomini, però, quando qualcuno di loro si azzardava a farle un complimento non gradito, era pronta ad armare la fionda che nascondeva sotto la tunica e a colpire senza pietà il malcapitato.

La sua fierezza e il suo rango le avevano conquistato l’ammirazione e il rispetto della comunità.

 

Quella mattina, come sua abitudine, Haylli si era alzata di buon’ora. Intendeva recarsi ai quartieri militari per salutare il padre, appena tornato dalla campagna contro il popolo huanca.

L’accampamento era in fermento. L’andirivieni disordinato di guerrieri stanchi, ma felici, conferiva all’austero campo militare un’atmosfera allegra e spensierata.

Qua e là erano ammucchiati alla rinfusa i più disparati oggetti, bottino di guerra e, al centro, erano stati costruiti in fretta due recinti guardati da uomini armati.

All’interno del primo, numerose giovani e belle fanciulle in lacrime il cui destino sarebbe stato di servire come schiave nei templi e di soddisfare le brame dei guerrieri. Poco distante, l’altro recinto era gremito di uomini, prigionieri di guerra huanca che, consapevoli di quanto li attendeva, se ne stavano in silenzio pregando gli dei delle montagne affinché donassero loro il coraggio di affrontare degnamente la morte.

Di lì a poche ore, infatti, gli sfortunati guerrieri del nord sarebbero stati decapitati uno a uno, immolati alla presenza degli idoli di Usqowilka e Anqowilka.

 

Irapa stava seduto in compagnia dei propri ufficiali, soddisfatto dell’esito della campagna.

La pelle di lama, stesa al suolo, era colma di ciotole di mais appena tostato e panciute giare di chicha accoglievano di continuo i boccali dei capitani intenti a festeggiare fin dal primo mattino.

Fu questa la scena che accolse Haylli quando giunse all’accampamento.

 

Kusi era contento. Nel breve volgere di pochi mesi, la sua vita di nomade fuggiasco, senza più una patria e un focolare, aveva subito una trasformazione radicale.

Le paure e le incertezze stavano svanendo, pur se il suo cuore era ancora colmo di disperazione per gli affetti perduti.

Ora era lì – e non capiva ancora come tutto ciò potesse essere accaduto - stimato e onorato, seduto al fianco del comandante di un esercito nemico, a festeggiare un’impresa che gli aveva donato fama e gloria.

La birra di mais riscaldava il cervello e offuscava le pene. Irapa, più che il comandante, era ora un amico sincero, quasi un padre affettuoso, e gli altri ufficiali erano la sua famiglia.

L’unico legame che ancora lo univa alla sua terra natia, era Ollanta, seduto accanto a lui. Ma anche l’amico, già ebbro di chicha, pareva aver dimenticato il passato.

Sì, il suo antico popolo era un ricordo lontano, la sua gente era questa, adesso: erano gli uomini che lo invitavano a un altro brindisi, che lo scuotevano con grosse manate sulle spalle, facendogli colare l’alcolica bevanda sul mento e sugli abiti, che gli passavano la borsa colma delle magiche foglie di coca, dalla quale il principe attingeva con piacere. Il sapore era dolce, il futuro era dolce.

Poi, accadde qualcosa.

Una figura di sogno apparve all’improvviso: gli occhi di Kusi furono calamitati dallo splendido viso sorridente. Tutto durò pochi istanti.

La fanciulla attraversò il cerchio dei soldati e si gettò fra le braccia di Irapa; scosse i capelli e un mare in tempesta fece ondeggiare il giovane inca.

Kusi non ascoltava più i lazzi osceni dei compagni e con la bocca semiaperta seguiva ogni movimento della meravigliosa visione.

“Padre mio”, mormorò Haylli abbracciando il vecchio guerriero, “mi sei mancato”.

Poi ogni altra cosa fu come un sogno annebbiato.

Kusi vide sfumare l’immagine e l’azione rallentò.

Non sentiva più le parole, vedeva solo movimenti lenti, le bocche dei compagni che sputavano frammenti di cibo e spruzzi di birra intanto che la sinuosa figura si rialzava, si voltava a osservare gli ufficiali uno a uno, lanciava un’occhiata profonda nella sua direzione devastandogli il petto e spariva lontano, oltre i fumi dei falò, verso i limiti dell’accampamento.

Il principe si accorse che le sue gambe avevano preso a muoversi e, incerte, seguivano i passi della visione.

In lontananza, gli parve di sentire un coro di risate accompagnare i suoi movimenti, ma non ci fece caso.

Raggiunse la ragazza quando nel cielo le nubi avevano schermato il sole e una leggera pioggia iniziava a scendere fresca. La mente gli si schiarì.

Sentendosi seguita, Haylli si voltò, portò le mani ai fianchi e attese.

“Chi sei? Che vuoi?”, chiese la fanciulla.

Kusi non sapeva rispondere. Si sentiva ridicolo e non capiva quale invincibile forza lo avesse costretto a comportarsi in quel modo.

Provò a balbettare qualcosa, ma dalla bocca gli uscì solo un pietoso grugnito che fece sorridere la ragazza, illuminandole il bel viso.

Haylli sapeva che il giovane che le stava di fronte era uno dei due nuovi ufficiali del padre e, quando aveva abbracciato Irapa, i suoi occhi si erano posati quasi subito su quel guerriero.

Dal primo istante, la figlia del comandante aveva saputo che quello sarebbe stato il suo uomo. Lo voleva e l’avrebbe avuto.

Osservando divertita la sciocca espressione sul volto di Kusi, la ragazza risolse di prendere l’iniziativa per togliere dall’imbarazzo il giovane guerriero.

“Vieni con me”, gli disse rivolgendogli un caldo sorriso e, senza attendere risposta, lo prese per mano, conducendolo lontano dalla folla.

Ancora scombussolato, al giovane non restò che seguire la nuova amica e, senza biascicare parola, si lasciò guidare verso una piccola radura abitata da spogli molle, gli unici alberi che circondavano la città.

Non durò a lungo quel primo incontro. Haylli si divertiva a stuzzicare il compagno con occhiate penetranti e domande imbarazzanti sulla vita di Kusi, sulle sue donne, sul suo passato.

E quando il principe, finalmente, riuscì a vincere il tremito che lo bloccava, la ragazza corse via veloce, lasciandolo con un sorriso che era più di una promessa.

 

Quella notte, un’ombra leggera scivolò dentro la capanna del figlio di Wirakocha, scostò le pelli che coprivano il corpo nudo di Kusi e appoggiò il capo sul suo petto.

Una mano calda scese ad accarezzare il fianco del guerriero, la coscia, il ginocchio; poi risalì.

Il principe rispose bloccando la mano indiscreta, si sollevò a baciare i neri capelli di Haylli, inumidì con le labbra le tempie e gli occhi, respirò il suo alito.

Senza una parola, il ragazzo percorse con la bocca ogni curva di quello splendido corpo per assaporare il mare dolce e viscoso del frutto desiderato.

 

I sei anni più belli della vita di Haylli e Kusi scorsero rapidi.

Killa, l’antico amore, la sorella del suo migliore amico, ormai non era più che un ricordo.