Il romanzo del Perù, a puntate (SETTIMA PARTE)
Di Gabriele Poli
FONDAZIONE DI UN IMPERO
(SETTIMA PARTE)

Solstizio di dicembre 1470 (inizio estate).
Già da parecchi giorni stavano giungendo nutrite delegazioni di sudditi da tutto il Tawantinsuyo, i quattro angoli dell’impero.
Il popolo inca era in fermento perché il sovrano aveva annunciato per quella data la più grande festa del regno.
I sacerdoti, aiutati da esperti orefici, avevano cesellato una lunghissima catena d’oro e con questa circondato tutta la Hwacaypata, la piazza principale.
Migliaia di lama lavati, pettinati e agghindati con drappi colorati affollavano i recinti, mentre i più bei fanciulli dell’impero, appena giunti a Cusco, erano ospitati e onorati nei templi. Ad ognuno di loro veniva concesso quanto di meglio la capitale potesse offrire in fatto di cibi, ornamenti e giochi. Erano rispettati e onorati come divinità: in effetti quasi lo erano.
I giovani, maschi e femmine, erano i messaggeri del popolo inca che, di lì a qualche giorno, avrebbero recato le suppliche e le offerte dei mortali al cospetto degli dei.
I corpi di questi giovanissimi virgulti non avevano difetti, neppure la minima macchia sulla pelle, incarnavano la perfezione.
Ogni cosa era pronta, la solenne festa del Kapak Hucha poteva iniziare.
Gli abitanti della capitale avevano iniziato ad affollare la piazza fin dalle prime luci dell’alba, raccolti dietro al limite della lunga catena d’oro.
Un mare di colori, di voci, di canti. I musicisti iniziarono ad intonare le loro melodie e i sacerdoti più giovani completavano la musica con dolci cantilene.
Centinaia di bimbi, di un’età compresa fra gli otto e i dodici anni, fecero il loro ingresso solenne nella Hwacaypata sfilando ordinatamente, le femmine da una parte e i maschietti dall’altra.
Le fanciulle avanzavano lente, vestite con lunghe tuniche bianche che avvolgevano il corpo dalle ascelle alle caviglie e con una fascia colorata stretta ai fianchi, a modellare l’ancora acerba figura; sulle spalle la lliclla, il lungo scialle che cadeva leggero fin quasi ai piedi e fissato all’altezza del giovane seno da una spilla d’oro, il tupu.
I capelli neri e lucenti, sciolti o raccolti in trecce, divisi da una scriminatura centrale, ondeggiavano morbidi.
I fanciulli, invece, portavano i capelli corti, ma anch’essi indossavano una veste bianca che scendeva lieve lungo il corpo.
Dal sontuoso tempio del Sole, il Coricancha, si irradiavano all’intorno quarantun raggi, quasi volessero abbracciare in ogni direzione tutto l’impero del Tawantinsuyo.
Verso l’Antisuyo – la parte orientale, oltre la catena andina – si dirigevano nove raggi e altrettanti prendevano la direzione del Chinchaysuyo, la regione dedicata al Giaguaro, a nord ovest e del Collasuyo, a sud est, mentre erano quattordici quelli che coprivano il Kuntisuyo, la terra del condor, a sud ovest di Cusco.
I raggi solari, o ceques, erano facilmente individuabili grazie alle trecento e ventotto huacas, le località sacre – caverne, rocce, sorgenti, monti e templi – che sorgevano esattamente lungo il loro percorso immaginario.
Attorno alla capitale, sulle cime delle colline, inoltre, erano stati costruiti quattordici pilastri solari, per mezzo dei quali i sacerdoti astronomi erano in grado di stabilire la levata e la posta del sole, delle Pleiadi, della Croce del Sud e di numerose altre stelle.
Al centro della grande piazza di Cusco, era stata posta una grande pietra, alta come un uomo, chiamata Ushnu.
Da questo monolite, i sacerdoti osservavano i pilastri disposti attorno alla città, riuscendo a stabilire le date più importanti per la vita della nazione.
Tutto questo complicato sistema fungeva da calendario.
Seguendo il raggio che dal tempio del Sole si dirigeva verso la Hwacaypata, il corteo reale entrò nell’immensa piazza, preceduto da servitori che ripulivano con attenzione il cammino e da fanciulle che spargevano petali di fiori.
Assiso sul trono dorato, poggiato su di una portantina condotta a spalla dai nobili del regno, il grande Pachakutek guadagnò il centro della piazza.
Il Sapa Inca indossava la mascaipacha, simbolo di regalità, consistente in una frangia legata al capo da un cordone multicolore e una tunica al ginocchio, decorata con motivi geometrici e filamenti d’oro.
Sopra alla veste, portava un lungo mantello annodato sul davanti e sandali aperti ai piedi. Dai lobi forati delle orecchie pendevano preziosi orecchini e bracciali d’oro splendevano ai polsi.
Il vecchio re reggeva il lungo scettro con la mano destra, mentre la sinistra era impegnata dallo scudo.
Dietro alla portantina del sovrano, seguivano i notabili, anch’essi elegantemente vestiti, e la qoya, la regina sorella, accompagnata da Killa, la prima concubina. Entrambe le donne erano agghindate in maniera simile, con un piano copricapo che declinava verso le spalle, una lunga veste decorata a coprire le caviglie e il mantello fermato dal tupu.
Nel centro della piazza attendevano i sacerdoti.
Le braccia conserte e l’atteggiamento severo, Willaq Humu, il gran sacerdote, fratello dell’Inca, era attorniato dagli altri religiosi, servitori del dio Inti.
Tutti indossavano lunghe tuniche chiare e senza maniche, ricoperte di pietre preziose e diademi; un copricapo sul quale risaltava il disco d’oro, simbolo del Sole, nascondeva i corti capelli e una mezzaluna, anch’essa d’oro, scendeva dal mento a coprire il collo.
Si alzò una leggera brezza e i mantelli scuri dei sacerdoti presero ad agitarsi, simili a sinistri pipistrelli.
La portantina del Sapa Inca si arrestò di fianco all’Ushnu e una flebile nenia si levò dai flauti dei suonatori.
Pachakutek accettò l’anfora di chicha offertagli dal gran sacerdote, versò una parte del liquido al suolo in omaggio alla Pachamama, la madre terra, e sorbì la bevanda inebriante, lasciandola colare nella gola e sul mento.
I sacerdoti e i funzionari lo imitarono, intanto che da un angolo della piazza, passando fra due ali ordinate di folla, si avvicinava il corteo dei giovani messaggeri, destinati al sacrificio.
I cinquecento fanciulli, le pupille dilatate a causa della chicha e degli allucinogeni, si disposero in cerchio attorno al re e al gran sacerdote.
Lo scalpiccio di centinaia di lama bianchi tacitò la musica. Il gregge, composto di animali lindi e adornati di nastri colorati, prese posto all’interno della corona formata dalle vittime predestinate.
L’Inca si sollevò dal trono e alzò le braccia volgendo lo sguardo a est, verso il padre Inti ancora basso nel cielo.
“Gente del Tawantinsuyo, amato popolo, è arrivato il momento. Oggi il nostro dio ci dimostra tutta la sua potenza, regalandoci il giorno più lungo. Inti dispensa il suo amore sulle terre della nostra nazione, ci promette messi ricche, bestiame abbondante e pace nell’impero. Tocca a noi, ora, dimostrare la nostra gratitudine inviandogli i nostri figli più belli, il bestiame migliore, il primo raccolto, per onorarlo come merita”.
Rivolgendosi all’astro, poi, Pachakutek iniziò a cantare: “Inti, padre mio, accetta questo pegno della nostra fede. Poco è ciò che ti doniamo, rispetto alla tua grandezza, ma presto volerò anch’io fra le tue braccia e rimarrò al tuo fianco per l’eternità, a conversare con te, a chacchar le foglie di cuca e a sorbire assieme a te la chicha divina. Non adirarti, quindi, per l’umile omaggio che oggi ti offriamo, ma accoglilo con la tua paterna amabilità e ascolta, ti prego, le suppliche che i nostri teneri figli ti recheranno”.
Al termine dell’orazione, dai numerosi falò allestiti nella piazza, si levarono alte fiamme, sopra le quali una lunga fila di servitori depose grandi quantità di foglie di coca, di ortaggi e di cibo.
Poi i sacerdoti più giovani iniziarono a sacrificare i lama che, impauriti, cercavano di sottrarsi al cruento destino.
La piazza, nonostante gran parte del sangue fosse stato raccolto in capienti giare, ben presto assunse un macabro colore rossastro e le grandi lastre di pietra della pavimentazione furono ricoperte dal viscoso elemento che rendeva problematico l’equilibrio ai sacrificatori.
Ma la cerimonia non era ancora conclusa.
Willaq Humu estrasse un lungo e affilato coltello, imitato dai sacerdoti anziani.
Uno alla volta, maschi e femmine alternati, i fanciulli messaggeri del dio furono fatti avvicinare agli impietosi carnefici. Avanzavano cantando, i giovani virgulti, con gli occhi levati ad accarezzare il Sole ora alto nel cielo. Andavano sereni, colmi di speranza e di droga, verso l’immolazione.
La prima a giungere al cospetto del gran sacerdote fu una tenera fanciulla di non più di otto anni, con un sorriso radioso stampato sul viso. Il volto sereno della bimba assunse repentinamente un pallore mortale e i lineamenti si contrassero in una breve smorfia di dolore, quando Willaq Humu conficcò con forza il pugnale nel petto della vittima, aprendole il torace.
Due aiutanti si affrettarono ad afferrare il piccolo corpo martoriato, prima che scivolasse al suolo, intanto che il religioso portava a termine il proprio compito, estraendo il cuore dal petto e aprendone i ventricoli e gli atri dai quali prese a gocciolare il sangue appena pompato.
Durante diverse ore, i sacerdoti continuarono il terrificante sacrificio, strangolando, sgozzando, estraendo, incidendo. Alla fine, dei cinquecento bimbi, solo trecento e ventotto rimasero in vita.
Ma anche il loro destino era segnato.
Il mattino successivo, infatti, quarantuno carovane sarebbero partite alla volta dei quattro angoli dell’impero, seguendo ciascuna uno dei raggi del sole e fermandosi in ogni santuario del regno, dove i fanciulli avrebbero trovato la morte.
Trecento e ventotto templi, trecento e ventotto giovani vittime.
Inti era soddisfatto.
Anche Pachakutek era soddisfatto. Ora non gli restava altro che avviarsi al santuario della costa per compiere l’ultimo atto, prima di recarsi anch’egli al cospetto del dio.
Dai tempi di Ima Sumaq, alcuni secoli prima, il santuario dell’oracolo aveva subito profonde trasformazioni.
Come allora la terra era arida, il paesaggio desertico; il tempio di Pachacámac, tuttavia, aveva assunto un aspetto imponente.
Non lontano dal mare, la pianura era interrotta da tre speroni rocciosi, su ognuno dei quali sorgeva un tempio costruito in adobe, i mattoni di argilla e paglia seccati al sole.
Ai piedi dei rilievi si estendeva una grande piazza rettangolare, lunga quasi trecento metri e gremita da pellegrini che giungevano in quella terra santa da ogni angolo dell’impero. Il piazzale era circondato da un lungo porticato, sorretto da colonne di pietra e coperto da un tetto di paglia. Poco discosti, si ergevano numerosi palazzi, costruiti nel tempo da persone di cultura ed etnie differenti. La costruzione più bella, tuttavia, era la Casa delle Donne Elette, l’Acclahuasi, voluta dallo stesso Sapa Inca. Scalinate e cortili, magazzini e fontane, abitazioni e cappelle abbellivano la casa il cui accesso era interdetto agli uomini. L’abitavano le ancelle del dio Inti, addette al culto della divinità, alla preparazione della chicha e alla tessitura degli abiti del sovrano, proprio come accadeva nella corrispondente casa delle Vergini di Cusco.
Le strade che collegavano i palazzi, le abitazioni e i templi, erano lastricate di pietre e abbellite da idoli, immagini degli dei.
Su uno dei colli sorgeva il tempio più sontuoso e recente, quello dedicato a Inti e voluto da Pachakutek; il santuario era formato da cinque grandi terrazze intonacate. Su quella più alta, spiccava la costruzione che ospitava l’idolo sacro e l’oracolo.
L’idolo consisteva in una semplice asta di legno, scolpita su tutta la superficie, dove compariva una figura con caratteristiche umane e animali.
Poche erano le persone che potevano accedere al tempio e anche queste avevano libero accesso solo dopo un lungo periodo di purificazione.
L’ingresso alla prima delle cinque terrazze era consentito solo a coloro che avevano digiunato almeno venti giorni, astenendosi dalle libagioni di chicha, dall’ají, il peperoncino piccante e dai rapporti sessuali.
Per giungere fino all’ultima terrazza, invece, era necessario digiunare per un anno intero.
Persino il Sapa Inca doveva sottostare a queste norme. Per tale ragione, durante la recente cerimonia in onore di Inti, Pachakutek aveva acconsentito solo a bagnarsi appena la gola con la chicha, lasciandola scorrere sul mento senza sorbirla.
Il sovrano, portato a spalla sopra la lettiga, ascese i ripidi gradini che portavano al tempio, ma, già alla seconda terrazza, ordinò ai portatori di fermarsi e di attenderlo. Solo, procedendo lento sotto il peso degli anni, l’imperatore guadagnò ad una ad una le terrazze restanti, fino a giungere con fatica sulla cima.
Lì si voltò ad abbracciare con lo sguardo l’immensa pianura gremita di pellegrini e poi, facendosi animo, entrò nella buia umidità del tempio.
Salì ancora alcuni gradini, attento a non inciampare e aggrappandosi con le mani alle pareti ammuffite.
A mano a mano che procedeva, l’oscurità si faceva più fitta, fino a diventare assoluta.
Un odore fetido di corpi in decomposizione gli violentò le narici; l’aria mancava, ma si fece forza e proseguì fino a oltrepassare l’ultima porta. Indovinò di essere entrato in un antro molto stretto e cosparso di carogne d’animali offerte al dio. Si fermò e attese in silenzio per alcuni interminabili minuti.
Finalmente, una flebile voce dal sesso indefinito, si espanse nella volta buia.
“Sei giunto al tempio di Pachacámac, potente sovrano, piccolo uomo. Non parlare, ascolta. Questo è il santuario del dio che libera dalle infermità, ma tu non sei ammalato, hai solo concluso la tua vita terrena. Quando te ne andrai di qui, dovrai tornare nella tua capitale dove lo spirito abbandonerà l’involucro di carne per librarsi nell’infinito. Raggiungerai il grande fiume dove troverai il ponte che i cani neri ti aiuteranno a oltrepassare. Solo allora e dopo esserti liberato dell’umana arroganza, ti sarà consentito di avvicinare il dio tuo padre. Tu hai fondato l’impero, ma la potenza del tuo popolo è destinata presto ad esaurirsi. Entro cinque generazioni, potente sovrano, piccolo uomo, il regno da te fondato si scioglierà come il ghiaccio che alimenta i fiumi. Gente straniera e avida giungerà dal mare per distruggere in un giorno ciò che tu e la tua discendenza avrete costruito negli anni. Tuttavia non crucciarti, perché anche il dominio degli invasori è destinato alla sconfitta e il tuo popolo risorgerà.
Ora vai, percorri la tua strada”.
1471 d.C.
Il corpo del grande inca defunto fu trasportato dentro alle stanze del Coricancha.
Una ricca portantina di legno dorato, percorse il breve tragitto che dal palazzo reale conduceva alla casa di Inti.
I portatori seguiti dalla Panaka, la famiglia di Pachakutek, entrarono nel recinto d’oro e, deposta la salma all’entrata del tempio, si allontanarono in silenzio.
Seguendo gli ordini di Willaq Humu, i sacerdoti raccolsero il corpo del Sapa Inca e guadagnarono la stanza dell’imbalsamazione.
Il procedimento necessitava di parecchi giorni di lavoro e i religiosi, esperti e precisi, si accinsero ad intraprendere l’opera.
Il gran sacerdote incise il petto del sovrano asportandone il cuore che venne esposto al gelo della notte, sorvegliato con attenzione.
Durante cinque lunghe notti, anche il cadavere fu esposto alle rigide temperature andine e per altrettanto tempo, durante il giorno, al calore del sole. In questo modo, dal corpo di Pachakutek prese a trasudare tutta la componente acquosa, ottenendo l’essiccamento.
Willaq Humu cosparse la salma con il liquido del “malko”, iniettato anche nei visceri e in tutte le restanti parti molli. Questa pianta possedeva la proprietà di ridurre l’umidità e in tal modo anche gli organi interni venivano preservati dalla decomposizione.
Al termine del lungo procedimento, i resti del cuore disidratato furono impastati con polvere d’oro e la massa così ottenuta riposta all’interno dell’idolo del dio Inti, fatto costruire dal sovrano a questo scopo.
Sotto alla pelle che ricopriva zigomi e mascelle, i sacerdoti introdussero bucce di zucca che costringevano il tessuto a rimanere teso, conferendo al morto un aspetto disteso.
Rivestito dei suoi abiti più belli, Pachakutek era pronto per il funerale.
La mattina del settimo giorno, un lungo corteo formato dalla lettiga del Sapa Inca, dalle portantine del vecchio amico Ollanta, della fedele sposa Killa e di tutti i più importanti dignitari del regno, prese a muoversi lungo la strada che conduceva a Ollantaytampu.
Tupa Inca Yupanki, il figlio prediletto del sovrano ed erede al trono, seguiva dappresso il feretro del genitore.
Il tragitto fu percorso a buona andatura e lungo tutta la strada il popolo del Tawantinsuyo rese omaggio al Grande Signore, inginocchiandosi al passaggio del corteo funebre e strappandosi i capelli in segno di dolore.
Verso sera la mesta processione giunse a destinazione e subito Willaq Humu, gran sacerdote e fratello del nobile imperatore, fece condurre la salma nel tempio di Inti, dove vegliò tutta la notte.
Il mattino successivo ripresero la marcia. La meta finale era Machu Picchu, la città santuario edificata dallo stesso Pachakutek, dove la salma reale sarebbe stata onorata per quattro giorni, prima di riprendere la via del ritorno.
Sopra un monte, a picco sul fiume sacro Urubamba, sorgeva la città santa, abitata da un centinaio di vergini del sole e da pochi servitori e guardie.
Qui, le donne, tutte giovani e belle, trascorrevano la vita servendo il dio, compiendo cerimonie e sacrifici e dedicandosi allo studio degli astri.
Questo era il luogo eletto dal Sapa Inca, su suggerimento delle divinità, per attendere il ritorno dei sovrani sulla terra. Dopo il tramonto del Tawantinsuyo, infatti, e trascorso il periodo del caos, i re inca sarebbero stati nuovamente inviati sulla terra per ripristinare l’ordine e la religione di Inti.
Le pendici della montagna erano state scavate per costruire imponenti andénes, atte alla coltura del mais e di altri prodotti agricoli. Tecnici specializzati avevano lavorato a lungo per rubare al ripido pendio terreni sfruttabili dall’agricoltura.
Gli operai avevano iniziato a scavare le fondamenta del primo terrazzamento, riempiendole di grosse pietre squadrate con almeno due facce piane per permettere l’appoggio di altri massi che aderivano ai primi in modo perfetto, cementati con una mistura di paglia e fango.
Sopra la base era stato collocato un riempitivo formato da sassi e terriccio grossolano e, sopra questo, un altro strato di pietre più piccole; quindi l’opera era stata completata da un impasto di residui organici fertilizzanti.
Terminata la prima terrazza, in grado di sorreggere il peso del terreno, i lavoranti avevano provveduto a spianare l’area sopra alla muraglia per alcuni metri e poi ad allestire un nuovo parapetto, e così via, fino in cima.
Per accedere da un terrazzamento ad un altro, si usavano scalini di pietra, formati dalle rocce sporgenti del muro.
Le andénes erano tutte collegate fra loro da piccoli canali che permettevano all’acqua piovana di scorrere e, all’occorrenza, di irrigare il terreno.
Un’opera geniale, ma nulla al confronto con i maestosi monumenti che componevano la cittadella, tutti costruiti con enormi massi perfettamente squadrati e trasportati fin sulla cima mediante un ingegnoso sistema di carrucole, piani inclinati e pali rotanti.
Molto più in alto, sulla vetta della montagna gemella che sovrastava la città santa, era stato costruito un piccolo tempio, usato anche come osservatorio astronomico.
Trascorsi i quattro giorni di purificazione della mummia del Sapa Inca, fra cerimonie e canti, il corteo tornò a Cusco. Rimaneva da portare a termine l’atto finale del funerale, prima dell’incoronazione di Tupa Inca Yupanki a nuovo imperatore.
Alti lamenti si levarono all’unisono dalla folla raccolta nella piazza principale della capitale.
La salma di Pachakutek giaceva austera sul letto di morte, gli occhi sostituiti da una sottile lamina d’oro e il corpo all’apparenza giovane e intatto.
Tutta la Panaka dei parenti circondava il feretro in attesa dell’atto definitivo.
Le grida di dolore aumentarono quando Killa, vestita di un lungo e semplice abito bianco, i capelli raccolti in lunghissime trecce, si avvicinò al corpo dell’amato. L’anziana sposa del re levò il capo e sparse il suo sguardo sereno sulla moltitudine. Di colpo i lamenti si spensero.
La regina appoggiò la sua mano calda sulla guancia del marito e mormorò: “Sposo mio, rasserenati. Non dovrai compiere il viaggio da solo. Arrivo, amore mio”.
Killa sciolse con calma il nastro che le univa le trecce alla base e, aiutata dalle ancelle, allacciò le trecce al vecchio collo, porse le due estremità alla donna più anziana del gruppo, salì sullo scanno posto di fianco all’Ushnu e, quando i suoi capelli furono ben stretti attorno alla punta della grande pietra, senza una parola, si lasciò andare, penzolando nel vuoto.
Anche Killa aveva iniziato il suo viaggio.
A ventun anni, Tupa Yupanki era un giovane già esperto nell’arte della guerra e del governo.
Il padre lo aveva addestrato al proposito fin dall’infanzia e ora il nuovo Sapa Inca era in grado di destreggiarsi fra le pagine di quel complicato sistema chiamato politica.
La cosa che più premeva al giovane imperatore, tuttavia, era di consolidare il regno e di espanderlo.
Già alcuni anni prima aveva ricevuto l’incarico dal padre di esplorare le zone remote a nord dell’impero per verificare l’opportunità di conquistare nuove terre e nuovi popoli.
Per oltre nove mesi, il figlio di Pachakutek aveva guidato un forte esercito verso settentrione, scontrandosi con il popolo dei cañari che sconfisse dopo aspre battaglie, giungendo al mare dove sottomise le genti Guaca e fondò la città di Guacawil.
Il giovane comandante si rivelò un abile stratega, conquistando e sottomettendo tutti i popoli che incontrava lungo il cammino.
Le sue vittorie culminarono, nel 1470, con la conquista del potente regno Chimù, costretto a capitolare dopo il lungo assedio cui Tupa Yupanki costrinse la capitale Chan Chan. Questa bellissima e ben difesa città dovette arrendersi all’invasore che le aveva precluso ogni possibilità di approvvigionamento idrico, bloccando il magistrale acquedotto che dal fiume Chicama trasportava l’acqua alla città, dopo un tortuoso percorso lungo ben ottantaquattro chilometri, aggirando colline e montagne, attraversando una gola profonda grazie a un terrapieno massiccio alto oltre cinquanta metri.
Tupa Yupanki riuscì in tal modo, e senza combattere, a sottomettere uno dei regni più potenti dell’antico Perù, ma la sua non fu una politica di distruzione, bensì di unificazione.
Chan Chan non fu distrutta, ma divenne un caposaldo dell’impero inca.
Salito al trono, il giovane Sapa Inca si rese presto conto che l’impero stava diventando molto esteso e comprese pertanto la necessità di provvedere a una rapida e accurata organizzazione.
Per prima cosa rivolse il suo sguardo all’interno della società di Cusco.
Obbligò i nobili a esprimersi in maniera differente dalla gente del popolo e a frequentare scuole alle quali la plebe non era ammessa.
Intendeva in tal modo formare una classe dirigente elitaria, mantenendo al contempo il popolo nell’ignoranza, condizione questa che avrebbe tenuto al riparo i governanti da eventuali rivolte.
Confermò pure l’obbligo per il sovrano di sposare la sorella più prossima, per mantenere la purezza del sangue; tale obbligo, però, non precludeva la possibilità al Sapa Inca di mantenere relazioni con concubine o favorite.
Dove espresse tutta la propria sagacia e intelligenza, fu tuttavia nell’ambito militare, logistico e organizzativo.
Potenziò dapprima la rete stradale, aumentando e migliorando i Tampu, i magazzini-ricoveri capaci di provvedere alle necessità dell’esercito in marcia.
Rafforzò pure l’organizzazione dei messaggeri, i chaski che, percorrendo di corsa le strade dell’impero, recapitavano messaggi in breve tempo. Il servizio consisteva in staffette sempre pronte a partire, in attesa di messaggi che altri corrieri recavano per mezzo dei quipu, le corde annodate.
Il quipu era un sistema di scrittura complesso e ingegnoso allo stesso tempo. Consisteva in una corda principale dalla quale pendevano altre corde con nodi, la maggior parte delle quali cadeva verso il basso e alcune si dirigevano verso la parte opposta.
Non tutte le corde erano unite alla principale, alcune, infatti, partivano dalle secondarie. I nodi erano stretti, di modo che le corde mantenessero una posizione fissa.
Il materiale impiegato era il cotone colorato o, in casi eccezionali, la lana.
Ogni corda possedeva vari nodi riuniti in gruppi separati fra loro da uno spazio vuoto. I quipu rappresentavano dei veri e propri libri dove venivano annotati eventi, comunicati, registrazioni.
Fra le innovazioni apportate da Tupa Yupanki vi era la numerazione su base decimale e anche i quipu seguivano tale sistema.
Ogni corda, infatti, possedeva nodi riuniti in gruppi in numero variabile da uno a nove e ogni posizione consecutiva di tali insiemi, procedendo in direzione dall’estremo sciolto della corda fino al punto d’incontro con un’altra, rappresentava una potenza di dieci.
I nodi lunghi rappresentavano le unità, mentre quelli semplici le altre cifre.
La posizione dei nodi aggruppati, inoltre, era allineata da corda a corda e in relazione con gli altri.
Le corde dirette verso il lato opposto, associate con ogni gruppo, registravano il totale, così come la corda finale rappresentava la somma di tutte le altre.
Esistevano quipu semplici, formati da otto o dieci corde pendenti, fino ai più complessi con oltre mille corde.
I quipu registravano numeri che corrispondevano a dieci valori fonetici base che i quipucamayoc –i saggi deputati alla costruzione e alla interpretazione dei quipu- usavano per tramandare notizie ed eventi.
Purtroppo la furia religiosa dei frati europei distrusse quasi tutti i quipu, ritenendoli opere del demonio.
Esistevano, tuttavia, altri tipi di scrittura utilizzati per narrare le gesta degli eroi o raccontare la storia dell’impero, quali i dipinti su tavole, tela e vasi lignei, ad esempio.
Il regno di Tupa Yupanki durò oltre vent’anni e fu contrassegnato da conquiste di nuovi territori e di popoli.
Nel 1493, a Tupa successe il figlio Huayna Capac, conquistatore di Quito del quale re, il nuovo Sapa Inca sposò in seconde nozze la figlia.
Dall’unione con la sorella, la Qoya di Cusco, nacque Huascar, legittimo erede al trono, mentre dalle nozze con la principessa di Quito, Tuta Palla, vide la luce Atahualpa. E fu l’inizio della fine.
Voci della presenza di strane persone dalla pelle chiara e dalla lunga barba raggiunsero la corte di Huayna Capac, assieme a una funesta malattia che uccise lo stesso re.
Mentre questi sconosciuti personaggi iniziavano le prime esplorazioni sul territorio del Tawantinsuyo, scoppiò la guerra fratricida fra le truppe di Huascar, nel Cusco, e quelle di Atahualpa a Quito.
Nel 1531, apparve ai due fratelli rivali il segno del destino. I cieli dell’impero furono percorsi dal presagio fatale. Onqoq Koyllur, la stella malata dalla lunga coda, sparse sugli eserciti in battaglia il suo ghigno di morte.



