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Il romanzo del Perù, a puntate (SECONDA PARTE).

Di Gabriele Poli

FONDAZIONE DI UN IMPERO

(SECONDA PARTE)

Wiracocha Inca

Urku sapeva che non avrebbe mai potuto perdonare a Kusi di averlo battuto nelle prove di abilità, né tantomeno di aver fatto breccia nel cuore di Killa. La ragazza aveva fatto girare la testa anche a lui e Urku la desiderava.

Questi argomenti che nutrivano l’astio nel petto del giovane principe, erano tuttavia poca cosa se paragonati alla consapevolezza di una sconfitta ben più grande.

Urku era cresciuto all’ombra del fratellastro e, per questo, in eterna competizione con quest’ultimo.

Figlio di Wirakocha e di una qoya di rango inferiore, aveva da sempre coltivato una grande ambizione, alimentata anche dalla madre, altrettanto avida di potere.

La donna aveva tramato per anni contro la rivale mamma di Kusi, usando ogni sua arte per mettere in evidenza le doti del figlio a scapito dei fratellastri e del principe ereditario in particolare.

Wirakocha non era uno sciocco, ma la sapiente opera di seduzione della subdola donna era riuscita in parte a scalfire la volontà dell’Inca.

La tradizione esigeva che l’erede al trono fosse figlio della prima qoya, la regina-sorella del grande re e che il sangue puro del mitico Manco Capac continuasse a scorrere incontaminato nelle vene dei Sapa Inca.

La fermezza di Wirakocha, tuttavia, andava tentennando a mano a mano che l’astuta madre di Urku, figlia del governatore di Tampu, insinuava nella mente del re il sospetto e l’astio contro il legittimo erede.

 

“Kusi è degno di prendere un giorno il mio posto”, pensava sempre più spesso il Sapa Inca, “eccelle negli studi e nelle armi, possiede naturali doti di comando, è brillante e intelligente ed è amato dal popolo. Forse troppo amato”.

 

“Ho notato varie volte Kusi confabulare con i tuoi generali”, gli ripeteva spesso la perfida donna, “e mi sono convinta che tuo figlio stia tramando qualcosa. L’ambizione lo rode e credo che stia scalpitando per prendere presto il tuo posto, incapace di attendere il giusto momento”.

“Stai attento, adorato, perché l’esercito tra breve potrebbe acclamarlo re, spodestando te, l’unico Sapa Inca”.

 

Questi discorsi fatti a più riprese avevano avuto il potere di inquietare Wirakocha che ora sorvegliava personalmente il principe ereditario. Gli pareva che, in effetti, ci fosse qualcosa di losco nel comportamento del figlio, gli sembrava di scorgere una luce strana, di sfida forse, negli occhi del giovane e ben presto il sospetto si tramutò in rancore.

 

Il solstizio d’estate era giunto, i giovani nobili avevano superato la prova della maturità e ora il Sapa Inca in persona era comparso nella grande piazza.

Assiso su una portantina di legno pregiato provvista di barre dorate, portata a spalla da una schiera di servitori agghindati, Wirakocha fu accolto dal clamore di mille voci. Davanti alla portantina, una schiera di giovani donne spargeva petali al suo passaggio e la guardia reale procedeva impettita ai lati dell’imperatore, dando sfoggio di prestanza fisica ed eleganza.

Il Sapa Inca alzò solennemente il lungo scettro con la punta metallica a forma di stella e le urla di gioia si quietarono lasciando il posto a un silenzio di attesa.

Anche i suonatori di buccine e flauti che avevano accompagnato il corteo imperiale durante tutto il percorso, interruppero la musica.

Il re appariva splendido, degno figlio del dio onnipotente. La tunica candida, ornata da fili d’oro e pietre preziose e lunga fino al ginocchio, era ricoperta da una cappa morbida di piume colorate.

Una fascia di lana multicolore avvolgeva il capo del sovrano, ingentilita da una frangia rossa dalla quale pendevano strisce di lana infilate in leggeri tubicini d’oro che ricadevano delicatamente sulla fronte.

Sopra alla frangia si levava maestoso un pennacchio dal quale dipartivano tre piume del Kurikinki, l’uccello simbolo del potere imperiale.

Una tiara, anch’essa ornata di piume, copriva il capo del Sapa Inca. Dai lobi delle orecchie, scendevano grandi dischi d’oro a rendere ancor più fulgida la figura. Il braccio sinistro, tenuto piegato all’altezza del petto, reggeva un piccolo scudo quadrato ricoperto da fili d’oro e di lana che pendevano oltre il bordo inferiore.

Il popolo, prostrato con la fronte a terra, attendeva paziente le parole dell’imperatore.

“Nobili Inca, guerrieri e sacerdoti, principesse e vestali e voi, runa, uomini del popolo”, annunciò Wirakocha sollevandosi dal trono ricoperto di stoffe colorate, “oggi il nostro impero si arricchisce. Questi giovani valenti hanno

saputo superare la dura prova della maturità, hanno patito la fame e le torture, il freddo e la sete; hanno saputo resistere con fermezza alle tentazioni dell’amore. Hanno appreso le ostiche arti della scienza, imparando a riconoscere i segni celesti e a destreggiarsi nell’ingegneria e nella medicina”. “Questi ragazzi sono ora divenuti uomini”, continuò il re, “e hanno meritato di ricevere la wara che ricopre i loro lombi di adulti. Ora, con la consegna delle armi, io ne farò ufficialmente dei guerrieri. Popolo dell’altipiano, siatene orgogliosi come lo sono io”.

A quelle parole si levò dalla folla un urlo possente e, come una sola voce, le migliaia di presenti intonarono l’elogio all’imperatore: “Potente Signore, figlio di Wirakocha e Wirakocha tu stesso, unico imperatore, dio fra gli dei, che tutti i popoli sempre ti ubbidiscano!”.

Il primo a ricevere la waraka e la nakana, la fionda di lana e il coltello, come prevedeva il cerimoniale, sarebbe dovuto essere Kusi, l’erede al trono, ma lo sguardo dell’imperatore passò sul volto del figlio senza fermarsi, andando a cercare gli occhi di Urku.

Mentre il fratellastro rabbrividiva di gioia, un tremito gelido percorse il corpo di Kusi e un brusio di stupore si levò dalla folla. Per la prima volta il principe capì di aver perduto il favore paterno e ora tutta la sua esistenza sarebbe cambiata.

 

Quella sera, Kusi non festeggiò.

“Non capisco cosa possa essere accaduto”, mormorò quasi fra sé Ollanta lanciando l’ennesimo sassolino nell’acqua fangosa del torrente.

Kusi e l’amico sedevano ormai da parecchie ore sulla sponda di uno dei rigagnoli che lambivano la periferia della cittadina. Il sole stava calando e a poco a poco sfumavano i limiti delle colline in lontananza.

“Sapevamo entrambi”, proseguì il fido Olla, “che Urku stava tramando qualcosa contro di te, ma il tuo nobile padre non ha mai dimostrato simpatia per lui. Almeno fino ad ora”.

“Hai superato tuo fratello in ogni prova e nello studio né lui né alcun altro può starti alla pari. Ti sei sempre comportato con dignità e io stesso sarei pronto a dare la vita pur di avere la tua amicizia…”

“Basta così, amico mio”, lo interruppe il principe appoggiandogli un braccio sulle spalle, “se mio padre ritiene Urku più degno di me a succedergli, non sarò certo io a contrastare il suo volere. Solo, spero di non aver perduto il suo affetto. Non saprei darmene pace”.

“E che avrai fatto mai per perdere il suo amore e la sua stima?”, sbottò Ollanta alzandosi in piedi e calciando l’aria con un gesto di stizza.

“Urku non vale la metà di te, anzi è meno capace e preparato di molti di noi e lo sappiamo bene entrambi! Non posso credere che il Sapa Inca ignori tutto ciò”.

“Ora vado”, tagliò corto Kusi sorridendo tristemente all’amico, “mia madre mi aspetta. Credo che voglia consolarmi anche lei, ma forse dovrò essere io a lenire il suo dolore”.

 

Gli appartamenti della Sapa Qoya, la prima donna del regno, sorgevano a fianco di quelli di Wirakocha Inca, separati dalla casa comune delle altre spose reali e delle concubine.

“Mamanchik, madre mia, volevi parlarmi?”, chiese teneramente il principe prendendo le mani dell’ancor giovane donna.

“Sì, Kusi Yupanki”, rispose la regina.

Un lieve timore si insinuò nel cuore del giovane. Raramente la madre l’aveva chiamato con il suo nome completo e quelle poche volte era sempre stato per redarguirlo o per punirlo. Ma questa volta era ancor peggio.

Con le lacrime agli occhi, la qoya guidò il figlio nella stanza più isolata, lontano da orecchie e occhi indiscreti.

“Ragazzo mio, il mondo si è rivoltato contro di te”, sospirò di pena la donna. “La tua fedeltà e il tuo amore verso il Sapa Inca ti hanno ripagato con l’odio. Le divinità  celesti ti hanno abbandonato. Lassù nel cielo non splende più la tua stella”.

“Madre, non dire così”, la rimproverò con dolcezza Kusi, “non importa se non sarò io a guidare il nostro popolo. L’importante è assecondare il volere del nostro dio Wirakocha e di tutte le divinità dell’impero. Da parte mia, amata regina, mi metterò al servizio del re mio padre e del suo successore, per il bene della nostra nazione”.

“Oh, bambino mio”, singhiozzò la Sapa Qoya coprendosi il volto con le mani, “vorrei che fosse tutto così semplice. Credi che mi disperi solo perché non sarai re? Sì, è triste e ingiusto, ma saprei sopportarlo”.

“Tuttavia non è questo che mi angoscia”, proseguì la regina, “Urku e sua madre hanno saputo astutamente approfittare delle debolezze di tuo padre. Sono certa che è stato compiuto qualche sortilegio ai tuoi danni e l’imperatore ora è convinto che tu voglia strappargli il trono. Il comandante della guardia, rischiando la vita per l’amore che prova per la sua regina, mi ha confidato un terribile segreto. Domattina un drappello di armigeri ti arresterà e ti condurrà sulla cima dello Huacaypata per immolarti come un traditore”.

“Ascoltami e segui le mie istruzioni”, incalzò la madre scuotendo il figlio atterrito dalle rivelazioni, “Non attendere oltre; parti questa notte stessa, raccogli le tue armi e incamminati verso il tramonto del sole. Rifugiati presso il popolo selvaggio, dove l’ira del re non possa raggiungerti”.

“E Killa, la mia dolce Killa, che ne sarà di lei?”, chiese disperato il principe, “Urku la strapperà dalla sua famiglia per farne la sua serva e la sua concubina”.

“Non preoccuparti”, lo tranquillizzò la madre, “ho pensato anche a questo. La farò entrare nel tempio delle vestali del dio Wirakocha. Là sarà al sicuro, perché nemmeno tuo padre oserà violare il santuario. Killa attenderà il tuo ritorno protetta dalle mamacunas, le custodi del tempio. Perché tu tornerai! Inti, il Sole, guiderà i tuoi passi, ti proteggerà e ti consiglierà. Egli è l’unica divinità che ancora ti sorride e ti renderà più forte e saggio. Quando rivedrai questa valle, figlio mio, sarà per ristabilire la giustizia”.

“E ora va, non indugiare”, concluse la regina congedando con decisione il principe.

 

 

A Kusi pareva di aver bevuto una giara intera di chicha mentre usciva dal palazzo materno confondendosi con le ombre della sera. Le strade erano deserte, a quell’ora i contadini avevano ormai terminato di cenare e si accingevano a coricarsi per rigenerarsi della dura giornata di lavoro. Di lì a poche ore, quando il sole fosse sorto da dietro le colline, la popolazione avrebbe ripreso l’aspra lotta per la sopravvivenza.

La lotta del principe, invece, cominciava ora.

Barcollando confuso, il giovane giunse nei pressi della dimora di Killa e Ollanta. Senza annunciarsi varcò la soglia dell’abitazione e quasi crollò addosso al fedele amico che, sbalordito, lo afferrò per le spalle, trascinandolo verso il proprio giaciglio.

Anche Killa, preoccupata dallo stato di alterazione dell’innamorato, si affrettò ad aiutare il fratello. La madre, prudentemente, si spostò verso l’angolo più lontano della capanna, fingendosi indaffarata in faccende domestiche. Il padre dei due fratelli, ufficiale della guardia, si trovava in servizio al palazzo reale.

“Kusi, amico mio, che ti succede?”, lo interrogò Ollanta intanto che la sorella passava un panno umido sulla fronte del principe, “Forza, parla. Qualcuno ti ha assalito? Stai male? Su, non tenerci sulle spine”.

“Me ne devo andare, amici miei”, riuscì alla fine a mormorare il figlio del Sapa Inca, poi, ripresosi, continuò rivelando le agghiaccianti novità.

Mentre Killa scoppiava in lacrime disperate, Ollanta raccolse le armi e poche altre cose, poi scrollò l’amico: “Andiamo, Kusi, il nostro destino è scritto. Ci aspetta un lungo viaggio”.

“Ti ringrazio Olla, ma non sei tu che devi fuggire”, iniziò a dire il principe subito interrotto dal compagno.

“Credi forse che potrei lasciarti partire da solo? Pensi che la mia amicizia sia così poca cosa? No, amico mio, dove tu andrai, io andrò”.

“Non una parola in più!”, incalzò Ollanta tacitando la reazione di Kusi, “Partiamo. Sono curioso di conoscere il destino che ci è stato riservato”.

“Amore mio”, rincarò Killa, “Ollanta ha ragione, dovete fuggire assieme e non preoccuparti per me. Seguirò i consigli della regina e attenderò il tuo ritorno. Qualsiasi cosa accada”.

Abbracciandolo con tenerezza, la ragazza accompagnò l’innamorato fin sulla soglia, seguita da Ollanta e dalla loro madre che, nel frattempo e senza indugio, aveva preparato una sacca piena a metà delle poche cibarie che era riuscita a raccattare.

Il distacco fu rapido, ma non per questo meno doloroso.

 

Strisciando come ladri, i due compagni raggiunsero il limitare della città e si incamminarono verso le vette a ovest, seguendo il consiglio della regina madre.

Sulla sommità della collina più lontana, Kusi posò una mano sulla spalla dell’amico che lo precedeva, trattenendolo ancora qualche minuto per regalarsi un ultimo saluto alla città amata.

Laggiù in fondo,  nella notte rischiarata dalla luna, Cusco assaporava quieta la doccia di stelle. Poche fiaccole dei bivacchi di guardie distratte illuminavano di luce fioca le vie d’accesso alla capitale.

Il principe lasciò correre lo sguardo sull’intera vallata, registrando nella mente ogni palazzo e ogni cosa, percorrendo i contorni della grande piazza fino a distinguere in successione la dimora del re suo padre, la casa della madre e infine l’abitazione dell’adorata Killa. Una lacrima lenta e calda scese dagli occhi scuri, si soffermò qualche istante sopra lo zigomo e riprese a calare, rigandogli la guancia e le labbra.

Fu in quell’istante che Kusi Yupanki giurò a se stesso che un giorno sarebbe tornato e avrebbe fatto di quella città un gioiello insuperabile di architettura; promise alla Pachamama che avrebbe donato a lei e al suo popolo un nuovo mondo, una nuova vita.

“Pachakut”, urlò alla notte il nobile principe, “ti trasformerò, Madre Terra. Mi rivedrai e allora tutto cambierà!”

 

I due amici procedettero per settimane lungo sentieri difficili e pericolosi, scalando vette infide e scivolando lungo canaloni insidiosi.

Viaggiavano di notte e riposavano di giorno. Le guardie del re, ne erano certi, li avrebbero cercati in ogni luogo. L’Inca avrebbe mandato messaggeri verso gli avamposti più lontani, fino ai limiti dell’impero nella speranza di raggiungerli.

Rimaneva ancora molta strada da percorrere prima di allontanarsi definitivamente dai domini di Wirakocha.

Dopo un mese di marce forzate, di paura, di stenti e privazioni, alla fine Kusi e Olla guadagnarono la libertà.

Il loro aspetto era mutato; sporchi, stracciati e con i capelli cresciuti, assomigliavano a pastori selvaggi. Ma questo era un bene. Sapevano, i fuggitivi, che avrebbero dovuto attendere ancora molto tempo prima di poter presentarsi in qualche villaggio.

I capelli corti e i fori nei lobi auricolari erano il segno distintivo della nobiltà inca, ma significavano anche morte certa. Il popolo selvaggio era da sempre nemico dichiarato di Cusco e, pur non osando attaccare con decisione l’impero, approfittava di ogni occasione per portare rapide incursioni contro gli avamposti militari inca.

“Se ci riconoscessero”, ragionavano Kusi e Olla, “per noi sarebbe la fine. Dobbiamo attendere che i capelli ci crescano e sperare che i fori si richiudano o di poterli camuffare in qualche modo”.

In tanta sfortuna, tuttavia, godettero di una piccola dose di buona sorte. Le ferite aperte nelle orecchie erano recenti; i lobi non avevano fatto in tempo a dilatarsi in modo eccessivo e il tessuto aveva mantenuto la propria elasticità. Penarono, attesero, si nutrirono di radici e insetti, ma alla fine i fori quasi non si notavano più e con una lieve spruzzata di argilla rossa riuscirono a mimetizzare del tutto le cicatrici.

Anche i capelli, dopo tre mesi di fuga, erano cresciuti abbastanza da poter essere raccolti in trecce, alla moda del mortale nemico, il popolo Chanka.