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Il romanzo del Perù, a puntate (QUINTA PARTE)

Di Gabriele Poli

FONDAZIONE DI UN IMPERO

(QUINTA PARTE)

Le notizie degli ultimi avvenimenti erano giunte solo in parte in quelle lande lontane, ma avevano ugualmente scosso quegli uomini che rappresentavano la vecchia guardia di Irapa.

La morte del loro comandante e l’accusa di tradimento contro il generale e Kusi apparivano incredibili e troppo dolorose per essere accettate.

Gli uomini si interrogavano l’un l’altro, indecisi. Non sapevano prendere una posizione in merito, non potevano e non volevano credere alle notizie appena giunte.

Poi, senza quasi un perché, l’incertezza si tramutò in rabbia, in furore, in furia ceca. Gli sfortunati messaggeri inviati da Astu Waraka e Yanawilka furono circondati e spintonati, intanto che urla sempre più alte e numerose risuonavano minacciose.

“Ignobili, chi vi paga per diffondere queste menzogne?” “Siete spregevoli. Come potete parlare così del nostro generale? Ci ha condotti in battaglia, combattendo sempre in prima fila. E, come lui, il capitano Kusi”.

“A morte!”

“Sì, non meritano di vivere”.

“Facciamoli a pezzi e disperdiamo i loro resti. A morte!”

In un crescendo di imprecazioni, i guerrieri si gettarono sugli sventurati latori delle notizie e, non lasciando loro alcuna possibilità di replica, li ghermirono, squartando i loro corpi con le mani e le unghie.

In dieci minuti, di quegli uomini non restarono che alcune tracce rosse sulla terra polverosa.

 

Fu questa la situazione che i due profughi inca incontrarono al loro arrivo all’accampamento di frontiera.

Olla e Kusi non avevano ancora deciso cosa fare. Le alternative erano solo due. Cercare di sgusciare inosservati per guadagnare il territorio di Wirakocha, o farsi riconoscere dalle guardie, sperando di non essere accolti come traditori. In entrambi i casi, i rischi erano notevoli. Ammesso di riuscire a superare indenni l’attenta sorveglianza di quei guerrieri che rappresentavano l’élite dell’esercito chanka, come avrebbero agito in seguito? Sul loro capo pendeva ancora l’accusa di tradimento che li aveva costretti a fuggire sette anni addietro e certamente il Sapa Inca non avrebbe esitato a farli giustiziare, una volta catturati.

Avrebbero potuto deviare, fuggendo a nord, verso le valli interandine ancora non controllate dai due eserciti in lotta, ma questa opportunità era stata subito scartata perché la minaccia chanka imponeva loro di avvisare il popolo inca. D’altronde, soli, privi di un esercito che li proteggesse, sarebbero forse stati ascoltati e creduti prima di essere sacrificati?

L’altra possibilità consisteva nell’entrare nell’accampamento, farsi riconoscere e sperare nella fedeltà di quelle truppe che per tante volte Kusi aveva guidato in battaglia. Ma come sarebbero stati accolti?

Fu Inti, il dio sole, a decidere per mezzo di Illapa, il raggio di fuoco che squarcia i cieli in tempesta.

La notte era calata rapida e i due amici, ancora incerti, si erano accoccolati al riparo dei vecchi molle che delimitavano il campo chanka. Attorno ai numerosi falò, le guardie cercavano riparo dal vento gelido che soffiava impietoso, trasportando nuvole cariche di pioggia.

Brontolii minacciosi si susseguivano zittendo ogni altro rumore della notte. Poi, improvvisamente, un lampo più intenso degli altri; un lungo braccio ardente si protese ad avvolgere gli alberi contorti, seguito da un boato interminabile.

I molle presero a bruciare e i rovi attorcigliati ai piedi dei tronchi iniziarono a scoppiettare vinti dal fuoco.

Kusi e Olla scattarono in piedi senza accorgersene, per crollare subito a terra, storditi. Una frazione di secondo, ma quanto bastò alle vigili guardie per individuare la presenza dei due intrusi.

Trascorsero lunghi minuti e, quando i due diseredati rinvennero, si trovarono circondati da lugubri visi vermigli.

“Il capitano!”, esclamò una feroce figura.

“Il capitano”, ribadirono all’unisono i compagni scuotendo le trecce impiastricciate di sterco di lama e iniziando a muoversi all’intorno con il loro caratteristico passo di danza.

“Sì, sono ancora i miei uomini”, pensò Kusi un attimo prima di perdere nuovamente conoscenza.

Una settimana più tardi, gli uomini di Kusi, inviati in ricognizione, tornarono trafelati annunciando che un imponente esercito chanka aveva da poco lasciato Wilkas diretto a est.

“Basta indugiare”, disse il principe arringando le truppe,  “Yanawilka e Astu Waraka, gli assassini del nostro amato Irapa, hanno convinto il nostro re Ankohuayllo ed ora stanno marciando verso di noi. Non abbiamo scelta. Dobbiamo entrare in territorio inca e cercare di convincere il popolo di Wirakocha ad allearsi con noi. Desiderate forse lasciare impunite le azioni di due vili assassini? Volete permettere a due ignobili persone di farsi beffe di noi e di prendere il posto del nostro comandante?”

“Giammai”, urlarono in coro i trecento guerrieri, “Morte a Astu Waraka, morte a Yanawilka!”

“E allora avviamoci”, proseguì ispirato Kusi, “cerchiamo l’alleanza con gli inca, ricacciamo i veri traditori nel loro covo. Poi verrà il tempo della resa dei conti e il popolo chanka vivrà una nuova era. Un’epoca di pace, in fratellanza eterna con gli inca!”

Mentre il piccolo, ma esperto esercito iniziava a muoversi oltrepassando il confine, un’ambasceria inviata da Kusi si diresse rapida verso Cusco.

I giorni che seguirono furono forse i più importanti nella vita di Kusi Yupanqui.

I messaggeri giunsero a Cusco scortati dalle guardie di Wirakocha, che li ascoltò sdegnoso, ordinando loro di comunicare al proprio comandante di non azzardarsi a proseguire la marcia.

Appena partiti gli ambasciatori, però, il Sapa Inca ordinò alla guardia reale di apprestarsi a lasciare la capitale e, il giorno seguente, accompagnato da Urku, dalle mogli e da un grosso contingente di truppe, lasciò Cusco in gran fretta, diretto a Tampu, nella valle sacra.

Cusco era in balia del nemico.

 

A mano a mano che Kusi si addentrava nel territorio di suo padre, incrociava manipoli di truppe inca, dalle quali si faceva riconoscere.

L’antico amore dei soldati e del popolo per l’erede al trono tornò ad accendersi e l’esiguo esercito di Kusi iniziò ad assumere proporzioni consistenti.

La voce del ritorno del principe iniziò a spargersi nella regione e sempre più numerosi furono gli ufficiali e i guerrieri che scelsero di unirsi al principe, soprattutto dopo che la notizia della fuga del Sapa Inca si fu diffusa nel regno.

La capitale era stata abbandonata al suo destino, non esisteva più un governo. Gran parte delle truppe erano partite al seguito di Wirakocha e del suo pavido figlio Urku. La disfatta era imminente.

Le orde chanka si avvicinavano inesorabilmente e nulla era stato fatto per contrastarle. L’unica speranza era ormai il solo Kusi con il suo contingente di uomini valorosi.

 

Con la partenza del re, Kusi aveva ora campo libero, ma anche una accresciuta responsabilità. Quella di salvare la sua patria e la sua gente.

Cusco si stava svuotando: gli abitanti, presi dal panico e abbandonati al proprio destino, lasciavano la città in gran fretta alla ricerca di un rifugio.

La prima intelligente mossa del principe fu di inviare drappelli di guerrieri inca, recentemente aggregati al suo esercito, a bloccare le strade di accesso alla capitale per fermare tutti gli uomini validi e convogliarli verso l’accampamento che Kusi aveva predisposto fra le colline ad ovest della città.

Contemporaneamente il giovane comandante inviò alcune staffette veloci a chiedere aiuto al Collasuyu, la regione del grande lago.

Fidati osservatori riferivano sui movimenti del nemico, ancora lontano, ma sempre più minaccioso.

L’esperienza accumulata durante gli anni trascorsi nel regno di Wilkas, si stava rivelando molto utile. Kusi, infatti, conosceva a menadito le tattiche militari nemiche. Sapeva che gli avversari avrebbero attaccato ad ondate successive, riversandosi disordinatamente sulla città.

Si trattava di una tattica che aveva sempre pagato, atta ad intimorire lo schieramento nemico; una valanga umana vociante, un mare in tempesta che riversava i suoi spaventosi flutti sugli sventurati difensori.

Travolgente e inarrestabile, una volta che avesse preso slancio. Assieme a Olla e ai suoi generali, Kusi prese ad esaminare la situazione.

“Il nemico, come consuetudine, dividerà le sue forze in tre contingenti per accerchiare Cusco”, informò il comandante, “ma innanzitutto dovrà attraversare il grande fiume Apurímac e sarà lì che opporremo la prima resistenza. Dovrà essere un’azione di disturbo, evitando lo scontro diretto”.

“Direi di inviare un paio di squadroni di frombolieri.”, propose Olla, “Potranno così rallentare l’azione nemica bloccando per qualche tempo gli avversari in mezzo al fiume e senza correre rischi”.

“Bene, sono d’accordo. Questa sarà la prima azione di contenimento e, quando i chanka staranno per guadagnare la riva opposta, i nostri uomini si ritireranno velocemente”, approvò Kusi.

“Vikaquirao, il tuo compito sarà di organizzare i guerrieri dei villaggi vicini e di attestarli dietro alle colline che delimitano la gola a nord della città”, ordinò il principe rivolgendosi ad uno dei capitani inca.

“Dovrai attendere nascosto, fino a quando riusciremo ad attirare il nemico nel passaggio e solo allora attaccherai”. “Le nostre forze sono poca cosa rispetto a quelle avversarie”, proseguì il comandante, “quindi l’azione dovrà basarsi su rapidi attacchi e altrettanto veloci ripiegamenti, per tenere il nemico in costante apprensione. Appena giungeranno i rinforzi, sferreremo l’attacco decisivo”. “Guaranga”, ordinò Kusi ad un altro ufficiale, “fai scavare buche profonde tutto attorno a Cusco e mimetizzale con rami e terra. L’impeto dell’attacco impedirà ai chanka di accorgersi delle trappole finché sarà troppo tardi. Teclo Wilka”, incalzò il principe levando lo sguardo sul capo dei chanka fedeli, “il tuo obiettivo sarà di individuare quale dei tre schieramenti avversari condurrà in battaglia gli idoli di Usqowilka e di Ankowilka, perché su quel contingente dovremo sferrare l’attacco più violento. Se riusciremo ad impadronirci delle statue, infliggeremo un colpo forse decisivo alle speranze dei nemici”.

“Dovremo agire in perfetto sincronismo”, proseguì il comandante.

“Voglio che i frombolieri siano schierati alle porte della città, alla giusta distanza dalle buche e a fianco del reggimento dei chuki che con il lancio delle aste dovranno opporre una barriera contro i nemici che riusciranno a superare le trappole. Ma la resistenza dovrà essere breve e prima di entrare in contatto diretto con gli avversari, tutti i guerrieri dovranno ritirarsi e dirigersi a nord, verso la gola. Si lasci pure sguarnita la città che ora faremo evacuare. A quel punto, entreranno in gioco gli uomini di Viraquirao, bersagliando di massi i chanka dall’alto dei colli. Poi, speriamo che i rinforzi giungano in tempo. Se i guerrieri del collasuyu saranno solleciti, prenderemo il grosso dell’esercito nemico fra tre fuochi, dai due lati della gola e dalla sommità dei rilievi”.

“Il reggimento dei Liwi sarà comandato direttamente da me. Attaccheremo la compagnia nemica che custodisce gli idoli, lanciando le pietre intrecciate, mentre tu, Ollanta, con gli incursori, attaccherai subito dopo, pronto ad approfittare della confusione creata dai dardi. Dovrai gettarti in mezzo alla mischia, portando il terrore e la morte fra le fila chanka. Io sarò al tuo fianco, pronto ad impadronirmi delle statue. Ora andiamo, ci aspettano giorni di duro lavoro. Che sia vittoria, o morte per tutti”.

 

Sette giorni più tardi, l’esercito di Astu Waraka e Yanawilka giunse senza problemi alle rive del grande fiume parlante, l’Apurímac.

Come aveva supposto Kusi, i due generali divisero il proprio schieramento in tre contingenti che, una volta guadato il corso d’acqua, si sarebbero divisi, dirigendosi verso Cusco per itinerari diversi. Dietro, a un paio d’ore di marcia, veniva il re, Anqohuaillo.

Il piano studiato dal prode figlio di Wirakocha parve funzionare.

Quando il grosso delle truppe chanka iniziò ad attraversare il fiume, in quel periodo povero d’acqua, i frombolieri inca sbucarono dal nulla colpendo gli avversari con nutrite scariche di pietre.

Per più di un’ora gli invasori furono bersagliati e il caos prese il sopravvento; decine di cadaveri riempirono il letto dell’Apurímac e una rabbia feroce si impadronì dei chanka.

Alla fine, tuttavia, le forze nemiche riuscirono ad organizzarsi ma, quando i primi guerrieri guadagnarono la riva opposta, i difensori avevano già abbandonato il campo.

Mentre l’esercito chanka si preparava a riprendere la marcia, Anqohuaillo attraversò il fiume.

Ancora non del tutto convinto dell’opportunità di quella guerra, il re volle tentare l’ultima carta per scongiurare un conflitto che, sapeva, sarebbe costato molte vittime. Ordinò così ai suoi generali di attestarsi nella pianura vicina e inviò ambasciatori a Cusco per chiedere la resa della città.

Ma era ormai troppo tardi: il Sapa Inca era fuggito, la città era stata abbandonata e pareva che non esistesse più nessuno investito dell’autorità necessaria a trattare.

Gli emissari tornarono dal loro re, riferendo di un impero in ginocchio, di abitanti terrorizzati e di pochi, sparuti contingenti in armi a difesa del nulla.

Anqohuaillo respirò sollevato. Forse, dopo tutto, la conquista sarebbe stata facile e non sarebbe stato necessario sacrificare troppi guerrieri.

Astu Waraka e Yanawilka diedero all’esercito l’ordine di avanzare.

Il giorno successivo si decisero le sorti della guerra.

 

Quando Inti, il dio sole, iniziò a sorridere, la collina di Karmenka brulicava di guerrieri chanka.

Spaventosi, dipinti con i colori di guerra e con i capelli acconciati in fitte treccine, i feroci combattenti ondeggiavano impazienti.

In basso, a qualche decina di metri dalle porte della città, i lancieri inca attendevano.

Un urlo ridondante salì verso il cielo e mille gole esplosero all’unisono. Una massa scura e devastante prese a scendere a valanga le pendici del colle.

I difensori non arretrarono.

D’improvviso i primi attaccanti sentirono il terreno aprirsi sotto i piedi e rovinarono dentro alle buche profonde, seguiti da numerosi compagni. Le grida di dolore sostituirono le urla di guerra e centinaia di corpi andarono a infilarsi sulle punte aguzze dei pali conficcati all’interno delle trappole.

Immediatamente, una nuvola di pietre e lance si abbatté sui guerrieri chanka, seminando il panico e la morte. In pochi istanti, le fila degli attaccanti si assottigliarono sensibilmente e alti canti di gioia si levarono dalle gole degli inca.

Ma già altre centinaia di nemici avevano preso il posto dei compagni caduti e i guerrieri dei tre contingenti, ora nuovamente riuniti, calarono tumultuosi verso la capitale. Obbedendo agli ordini di Kusi, i difensori si ritirarono, compiendo una rapida conversione che li portò a nord, abbandonando Cusco al suo destino.

Mentre parte delle forze nemiche entrava in città, incendiandola e saccheggiandola, il grosso dell’esercito chanka si precipitò all’inseguimento dei fuggitivi.

Tutto procedeva secondo i piani.

I due generali, Astu Waraka e Yanawilka, in compagnia di un forte contingente, si attestarono a sud della città, dove la vallata si apre, allontanando i monti. Con loro, gli idoli sacri di Usqowilka e Anqowilka.

Kusi, nascosto agli occhi nemici dai rilievi orientali, attendeva paziente.

Gli inca fuggitivi infilarono la lunga gola a nord, seguiti ad alcune centinaia di metri dall’esercito chanka.

Le urla feroci dei nemici echeggiavano ancora più lugubri fra quelle alte pareti di roccia.

I chanka ormai pregustavano la vittoria e si accalcavano per raggiungere gli avversari ma, all’improvviso, dall’alto delle rupi, una pioggia assassina di massi pesanti prese a scrosciare sulle teste degli invasori, seminando la morte. Era giunto il momento di far scattare la trappola.

I frombolieri e i lancieri inca si arrestarono e si apprestarono a fronteggiare il nemico, intanto che dall’altro lato della gola, Vikaquirao e i suoi guerrieri, raccolti fra gli sbandati rifugiatisi nei villaggi vicini, prendevano i chanka alle spalle.

Incalzati da dietro, contrastati davanti e flagellati dall’alto, gli invasori si sentirono perduti, ma la loro superiorità numerica consentiva ancora qualche opportunità di vittoria. Il dio Inti, tuttavia, stava ancora sorridendo.

Dal collasuyu finalmente giunsero i rinforzi e, a quel punto, per gli aggressori le speranze svanirono.

Nel frattempo, anche Kusi attaccò.

Ignaro della sorte toccata ai guerrieri nella gola, ma assetato di vendetta, il principe non volle indugiare oltre. Scagliò i suoi uomini all’attacco. L’abilità dei lanciatori di pietre intrecciate provocò lo scompiglio tra le file degli uomini di Astu Waraka e Yanawilka che, ancora incapaci di riorganizzarsi, subirono l’attacco alle spalle degli incursori di Ollanta.

Kusi stesso si lanciò nella mischia, seguito da Teclo Wilka e dai chanka fedeli. Il suo impeto e la sua rabbia devastarono le fila nemiche e, mentre Teclo Wilka si impadroniva dei sacri simboli del suo popolo, il principe affrontò i generali che tanto odiava, fracassando loro le teste con la propria ascia.

 

La battaglia era terminata, Inti aveva guidato la mano e il cuore del figlio prediletto. I chanka erano sconfitti.

Anqohuaillo, il re chanka, informato dell’esito degli scontri, abbandonò in gran fretta il territorio inca, scomparendo per sempre.

Mentre la città ancora bruciava, i guerrieri vittoriosi si radunarono nella pianura a sud, acclamando il loro condottiero e lasciandosi andare a una notte di festa.

Il giorno successivo Kusi, osannato dall’esercito, inviò emissari a Tampu, per informare il padre della splendida vittoria.

Quando i messaggeri tornarono a Cusco, però, recarono l’insolente risposta di Wirakocha.

Il Sapa Inca ordinava a Kusi di recarsi a Tampu in compagnia degli ufficiali nemici superstiti per festeggiare la vittoria e permettere al re e a Urku di calpestare le teste degli sconfitti, privilegio che spettava al sovrano e all’erede al trono.

“Amico mio, non affliggerti”, mormorò piano Ollanta avvicinandosi a Kusi, “Il Sapa Inca è mal consigliato e il dio Wirakocha non lo aiuta. Il mio consiglio è di recarci a Tampu con tutto l’esercito. Il popolo ti acclamerà e a quel punto nemmeno tuo padre potrà ignorare la tua grandezza. Andiamo a Tampu. Laggiù ci aspettano i nostri affetti, tua madre, la mia e…Killa”.

“Sì, amico mio”, convenne il principe, “hai ragione. Inti è con noi e d’ora in avanti il nostro popolo lo dovrà adorare e onorare come la suprema divinità del regno. Andiamo a

Tampu a conquistare il trono che ci appartiene di diritto”.

 

Lungo tutto il tragitto, le manifestazioni di gioia e di amore verso il principe si susseguirono incessantemente, moltiplicandosi quando l’esercito vittorioso imboccò la valle sacra del Wilkanota, il fiume santo, avvicinandosi a Tampu.

Non solo il popolo, ma anche le guardie del re avevano ormai abbandonato il Sapa Inca e Urku al loro destino. Kusi, dopo sette lunghi anni, poté riabbracciare la vecchia madre che tanto saggiamente gli aveva predetto il destino al momento dell’esilio.

Accanto a lei, più bella e sorridente che mai, risplendeva la figura di una giovane donna, per troppo tempo dimenticata. L’abbraccio di Killa ebbe il potere di risvegliare in Kusi l’antico amore.

Ora sapeva di essere davvero tornato a casa.

 

Ollanta, incaricato dal principe, fece arrestare Wirakocha che fu rinchiuso in un palazzo di Tampu per tutto il poco tempo che ancora gli restava da vivere.

Urku, il fratellastro responsabile delle trame ordite contro Kusi, si diede alla fuga, ma, inseguito dagli uomini di Olla, cadde nel fiume e scomparve per sempre.

“Pachakut!”, urlò Kusi al vento, “Oggi inizia una nuova era per il nostro popolo. Da oggi, sovvertirò il mondo!”.

(SEGUE...)