Il romanzo del Perù, a puntate (QUARTA PARTE)
Di Gabriele Poli
FONDAZIONE DI UN IMPERO
(QUARTA PARTE)

1438 d.C.
Cusco. Una mattina come tante.
A distanza di anni, il maturo Wirakocha aveva ormai dimenticato il figlio fuggiasco, ritenendolo morto o sperduto fra le lande desolate della cordigliera.
Quella mattina, il Sapa Inca era contento perché il dio che adorava gli aveva riservato una gradita sorpresa. Dopo anni vissuti nell’ansia, infatti, il maestro di corte gli aveva annunciato che gli esploratori, appena rientrati da un’attenta ricognizione, riferivano del ritiro totale delle truppe Chanka dai confini occidentali.
Finalmente, avrebbe potuto riservarsi gli ultimi anni di vita per far ciò che più gli piaceva.
Entro qualche giorno, aveva deciso, sarebbe partito alla volta della valle sacra dove intendeva trascorrere qualche mese godendo del mite clima primaverile e degli agi offertigli dalle sue donne più giovani.
Grandi feste e rilassanti bagni nelle dolci acque delle sorgenti avrebbero allietato il suo soggiorno nell’antico borgo di Tambo.
Anche Urku, il principe ereditario, era felice.
Dopo le manovre per il potere architettate ai danni del fratellastro Kusi, la sua vita era stata piacevole, ma ora che la minaccia nemica pareva essersi allontanata, nessuna triste preoccupazione avrebbe più potuto condizionargli l’esistenza.
Certo, avrebbe desiderato possedere Killa, la bella vestale già promessa al fratello, ma ciò non era stato possibile. Neppure la sua autorità, infatti, era abbastanza influente da profanare il tempio delle vergini di Wirakocha.
Dopo qualche inutile tentativo, quindi, Urku aveva rinunciato alla conquista della sorella di Ollanta, consolandosi con le molte concubine di corte.
Da parte sua Killa, rinchiusa da oltre sei anni nel tempio, viveva un’esistenza di speranza e di attesa, certa che l’amato Kusi sarebbe tornato da lei.
Wirakocha e Urku prosperavano, Cusco e i suoi abitanti conducevano una vita finalmente serena.
Ma il peggio doveva ancora venire.
A cinque anni di età, Tumay prometteva bene. Era forte come il padre, bello come la madre e intelligente, dote comune a entrambi i genitori.
Haylli e Kusi lo guardavano crescere; il loro amore appassionato non aveva mai dato segni di stanchezza e da quando era nato Tumay si era addirittura rafforzato.
Lo zio Ollanta frequentava con assiduità la casa del suo principe ed era diventato un punto di riferimento importante per il piccolo nipote.
Seppure con grande cautela, i due inca facevano a gara per impartire al bambino le nozioni apprese a Cusco dall’amauta.
Il piccolo rispondeva bene alle aspettative dei due amici e questo lo rendeva diverso dai coetanei ma, per tale ragione, anche poco amato.
L’invidia degli altri ragazzini, tuttavia, era ben poca cosa rispetto a quella che suscitava la popolarità del genero di Irapa, apprezzato più degli altri capitani persino da re Ankohuayllo.
Com’era possibile, si chiedevano Yanawilka e Astu
Huaraka, due dei più influenti generali del sovrano, che un uomo venuto dal nulla fosse assurto in così breve tempo alle più alte cariche del regno? Cosa aveva questo giovane ambizioso più degli altri ufficiali?
I due funzionari temevano che presto Kusi avrebbe potuto scavalcare anche loro, occupando, un giorno, il posto del comandante Irapa.
Occorreva fare qualcosa per scongiurare il pericolo.
Fra l’altro, ragionavano i cospiratori, Kusi, con l’influente aiuto di Irapa, era riuscito a convincere Ankohuayllo a desistere dall’attacco al regno inca, proprio quando ormai gli eserciti chanka erano pronti a sferrare il balzo decisivo.
Ma ora era giunto il momento propizio.
Con il consenso del re, Irapa e Kusi partirono di buon mattino, desiderosi di affrettarsi verso i confini dell’impero inca per portare la buona novella all’esercito che da troppi anni stazionava sul fronte orientale.
Si avvicinava l’epoca del raccolto delle patate e i due ufficiali volevano regalare ai guerrieri l’opportunità di tornare in tempo alle proprie case.
Cinque, sei giorni al massimo per raggiungere l’esercito, avevano calcolato, un’altra decina per i preparativi e otto giornate per rientrare a Wilkas con tutti gli uomini, a parte una guarnigione che sarebbe rimasta di guardia ai confini. Giusto in tempo per il raccolto.
Kusi e Irapa, con pochi uomini, avrebbero preceduto le truppe per preparare la loro entrata trionfale nella capitale. Dopo tanti lunghi anni, quei valorosi guerrieri meritavano di essere ricevuti dalla popolazione con tutti gli onori.
A Wilkas, intanto, si stavano tirando le fila delle trame a lungo ordite.
I generali ribelli avevano studiato il piano con meticolosità. L’unico modo di liberarsi dello scomodo Kusi e al contempo di soddisfare le brame di conquista represse da Irapa e dal genero, era di accusare gli avversari di tradimento. Si doveva agire in fretta; il tempo non giocava a favore.
Falsi esploratori presero a diffondere fra il popolo, nelle piazze e nelle taverne, voci di un esercito inca pronto a sferrare un contrattacco contro Wilkas e di un’intesa fra Wirakocha e Irapa per insediare, dopo la conquista, lo stesso generale sul trono chanka, al posto di Ankohuayllo. Durante i primi tre giorni dalla partenza dei due congiunti verso le terre dell’est, sempre più numerosi informatori raggiungevano la capitale, infiammando l’opinione pubblica e facendo crescere nella gente l’odio contro il comandante dell’esercito.
Le notizie, abilmente manovrate, non tardarono a giungere all’orecchio del re.
Il quarto giorno, infine, Astu Huaraka e Yanawilka si presentarono a udienza da Ankohuayllo, fingendosi seriamente preoccupati a causa delle informazioni, a dir loro fondate, che arrivavano dal fronte.
Il re, pressato da vicino dai suoi generali e dall’opinione pubblica, prestò fede ai suoi consiglieri, preoccupato della sorte del regno e della sua personale.
Lo scopo era stato raggiunto e gli eventi precipitarono.
Una guarnigione fu allestita in gran fretta e, al comando di Yanawilka, si precipitò all’inseguimento dei presunti cospiratori.
Ollanta, intanto, che era rimasto a Wilkas e che aveva seguito con apprensione gli sviluppi della congiura, si affrettò verso casa di Kusi.
“Haylli, svelta, prepara le tue cose. Dobbiamo fuggire subito o sarà troppo tardi”, esortò Olla preoccupato.
“Sono pronta, amico mio, andiamo”, rispose la donna.
Ollanta, Tumay e la sposa di Kusi lasciarono l’abitazione, dirigendosi con circospezione verso gli altipiani del nord. Ma il destino aveva deciso altrimenti.
Astu Huaraka, che non voleva lasciarsi sfuggire nemici potenziali quali il figlio di Kusi e la sua sposa, aveva ordinato il loro arresto e vari manipoli di soldati furono inviati alla ricerca dei fuggitivi.
Ignari di tutto, Kusi e Irapa avevano già raggiunto il fronte e ordinato alla moltitudine dei guerrieri festanti di prepararsi alla partenza.
L’anziano comandante si prese carico dell’organizzazione e dei problemi logistici, intanto che il principe raggiungeva gli ultimi avamposti situati lungo la linea di confine con il regno inca.
Lo accompagnava un contingente di truppe a lui fedeli che avrebbero avuto l’incarico di rilevare gli ormai stanchi guerrieri, provati dai lunghi anni di sorveglianza e scaramucce con i soldati di Wirakocha.
Si trattava di poche centinaia di uomini, ma erano i migliori combattenti che Kusi avesse a disposizione e il giovane capitano aveva illimitata fiducia in loro, ripagata da una fede incrollabile.
Ormai tutto era pronto e, in breve tempo, l’esercito iniziò a muovere verso casa.
Con il solo seguito di uno sparuto manipolo di armigeri, Irapa e Kusi si avviarono lungo la strada di Wilkas, precedendo di qualche ora il grosso delle truppe.
“Tutto sembra procedere al meglio”, respirò sollevato il comandante in capo, “e ora il nostro popolo potrà prosperare. Ho già provveduto a inviare un’ambasceria a Cusco, proponendo ai vecchi nemici una tregua illimitata e un invito a collaborare per mantenere la pace fra i nostri popoli”.
“Non dubitare, padre mio”, rispose Kusi, “gli inca sono provati quanto e più di noi da questa guerra insana e accoglieranno con gioia le nostre proposte”.
“Per ogni evenienza, comunque”, aggiunse Irapa, “ho provveduto a organizzare un servizio di staffette veloci che, in poco tempo, saranno in grado di trasmetterci ogni possibile movimento delle truppe avversarie. Ci sarà facile, in caso di attacco improvviso, riformare un’orda potente in grado di arginare le incursioni in attesa dei rinforzi”.
“I reggimenti che stiamo lasciando a guardia dei villaggi principali sono formati dai nostri elementi migliori”, convenne Kusi, “e il rischio di essere sorpresi è ridotto al minimo. Sono convinto, tuttavia, che non avremo nulla da temere. Questa pace giova a tutti”.
Immersi in questi discorsi, i due amici non si accorsero di quanto stava accadendo sulle sommità dei rilievi delimitanti la lunga gola che Irapa, Kusi e i pochi uomini del seguito stavano percorrendo.
Un rombo sinistro si levò cupo nel cielo; il comandante e il principe alzarono di scatto gli occhi, in tempo per vedere il fragore trasformarsi in una devastante valanga di massi che precipitava rapida e travolgente verso il basso, ma troppo tardi per far qualsiasi cosa che potesse evitare il disastro.
La polvere di schegge, pietrisco di massi frantumati, oscurò il giorno e un’onda assassina sommerse lo stretto cammino coprendo ogni cosa.
Gli sventurati compagni quasi non si accorsero della catastrofe imminente e nemmeno un grido trovò la forza di liberarsi dalle gole degli uomini.
Yanawilka sorrise soddisfatto.
Orrendamente ferito nel corpo e nel cuore, Ollanta riuscì a trascinarsi lontano e a dirigersi con cautela lungo la via dell’est. Presto avrebbe incontrato il suo principe, sempre che fosse ancora vivo.
Le guardie di Astu Waraka li avevano sorpresi poco oltre il limite della capitale: il giovane inca aveva combattuto con ferocia, mentre Haylli e Tumay cercavano scampo correndo a perdifiato.
Ben presto, però, i brutali aguzzini avevano raggiunto il bimbo e la madre, fracassando il cranio a entrambi e lasciando sul terreno due corpi massacrati e un sanguinante ammasso di materia cerebrale.
Olla aveva visto tutto questo, senza poter far nulla per impedirlo. La sua disperazione si trasformò in furia ceca e il suo forte braccio iniziò a menare colpi devastanti che squarciavano il petto dei sicari.
L’ascia da guerra roteava come guidata da una mano divina. Gli avversari, intimoriti, lasciarono la presa quel tanto che bastò per consentire a Ollanta una via di fuga. Aveva fallito e il suo compito era concluso, ma il giovane sapeva che era suo dovere sopravvivere per gettarsi sulle tracce di Kusi e cercare di salvare almeno il suo principe.
Pur ferito, Olla riuscì a distanziare i nemici e a nascondersi nei boschi e dentro i labirinti dei canaloni andini.
“Kusi, Kusi, svegliati amico mio”.
Nascosto all’interno di una grotta, poco lontano dal sentiero principale, Ollanta accudiva il principe che ancora non aveva ripreso conoscenza.
Qualche giorno prima, Olla si era imbattuto in quello che restava dell’orrenda trappola ordita da Yanawilka.
Con disperazione crescente, il giovane aveva iniziato a cercare e a scavare fra i cumuli di massi accatastati, scoprendo con terrore i cadaveri dilaniati dalla frana. Numerosi condor erano giunti prima di lui e solo con molta difficoltà era riuscito a farli allontanare quel tanto che bastava per continuare la sua angosciante ricerca.
Non poteva credere che Inti, il dio sole, avesse abbandonato il suo figlio prediletto: Kusi doveva essere ancora vivo.
La sua fede fu premiata. Incontrò dapprima i corpi di numerosi soldati, poi i resti lacerati di Irapa, che pietosamente ricompose, e infine, accartocciato fra due grossi macigni e riparato in qualche modo, sotto un cumulo di detriti, dagli avidi rostri degli avvoltoi, il suo amico.
Kusi giaceva privo di sensi e una lunga ferita gli percorreva il cranio; ma era vivo.
“Inti, ti ringrazio!”, mormorò piangendo il giovane capitano levando lo sguardo al cielo.
Olla non perse tempo; sapeva che in qualsiasi momento sarebbe potuto apparire qualche sicario inviato da Yanawilka.
Si caricò Kusi sulle spalle e, dimenticando le proprie ferite, trasportò l’amico al sicuro.
Aveva lavato la ferita e l’aveva disinfettata come aveva potuto, utilizzando il chuchau, una pianta che conosceva grazie agli insegnamenti dell’amauta; poi aveva ricucito i lembi, servendosi di fibre vegetali e aveva atteso.
Per fortuna il cibo non mancava -la carne essiccata di lama era abbondante nella sua sacca da viaggio appesa al collo- e nemmeno la coca, masticata in continuazione per ricavarne il succo che dava da bere al ferito, nella speranza di infondergli energia.
Il suo amore e la dedizione avevano vinto e ora Kusi iniziava a dare segni evidenti di guarigione.
Ancora un giorno o due e probabilmente il principe sarebbe stato in grado di camminare.
“Olla, che mi è successo?”, mormorò Kusi con un filo di voce.
Era giunto il momento che Ollanta temeva, il tempo delle domande, l’ora delle terribili risposte.
L’amico fedele si era preparato mille modi diversi per raccontare al compagno i tristi avvenimenti recenti. Aveva pensato di rivelargli i fatti a piccole dosi, di preparare il terreno con dolcezza, di fare in modo che fosse Kusi stesso ad arrivare piano piano a scoprire la verità.
Ma ora, di fronte alle incalzanti domande del principe, gli si era annebbiata la mente e non riusciva più a trovare le parole giuste.
Finì per rivelare ogni cosa, piangendo lacrime amare, singhiozzando disperato abbracciato all’amico di sempre.
Le rivelazioni di Ollanta scossero Kusi che si sentì precipitare in un abisso. Era già la seconda volta nella sua giovane esistenza che perdeva ogni cosa: gli affetti più cari, la patria, l’identità stessa. Che altro gli avrebbe riservato la vita?
Ma il nobile sangue degli antenati -guerrieri senza paura, conquistatori dalla ferrea volontà- ebbe ancora una volta il sopravvento.
Lo sgomento e il sentimento di impotenza suscitato dalle parole di Ollanta lasciarono ben presto il posto alla rabbia, prima, e alla sete di vendetta, poi.
Kusi sapeva che ora le orde chanka si sarebbero riorganizzate per attaccare la nazione inca.
Era giunto il momento di tornare a casa.
A venticinque anni di età, Kusi e Ollanta erano due giovani guerrieri esperti, ma ancora una volta disperati e obbligati a inventarsi una nuova vita.
Il principe si era ormai ristabilito e la lunga cicatrice che gli attraversava il capo era l’unico segno visibile del terribile dramma che si era da poco consumato.
Restava da rimarginare la ben più grave ferita che ancora sanguinava copiosa dentro al suo cuore ma, per guarire da quel dolore, non servivano le piante medicinali che Olla aveva raccolto. Solo il tempo e la vendetta avrebbero lenito il tormento.
Da qualche giorno il sentiero dell’est brulicava di staffette e di manipoli di guerrieri chanka, segno evidente delle imminenti manovre militari.
I due fuggitivi sapevano che Yanawilka e Astu Waraka avevano riorganizzato l’esercito e che l’offensiva contro Cusco era in atto.
Non c’era più tempo.
I due amici si affrettarono verso i confini orientali dove stazionavano ancora le truppe chanka fedeli a Irapa e a Kusi stesso.
Viaggiarono senza fermarsi, evitando i drappelli ostili inviati da Wilkas, fino a raggiungere il contingente di prodi lasciato di guardia alla frontiera.
(SEGUE...)


