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Il romanzo del Perù, a puntate.

Di Gabriele Poli

FONDAZIONE DI UN IMPERO

(PRIMA PARTE)

Amauta
Amauta

1430 d.C.

 

La polvere disturbata dal vento percorreva le poche e disordinate vie del villaggio, invadendo le povere abitazioni senza risparmiare i contadini che si affrettavano verso i campi preparati per la semina delle patate.

Di lì a uno o due mesi al massimo, l’inizio delle piogge avrebbe mutato la polvere in fango.

Il clima non concedeva scampo al popolo di quell’infelice radura. I pochi rigagnoli che percorrevano la piana su cui sorgeva la cittadina nel periodo secco si contendevano la scarsa acqua, insufficiente a garantire un buon raccolto, ma quando Illapa, il dio delle tempeste, si fosse risvegliato dal suo sonno profondo sarebbe stato anche peggio. 

I fiumiciattoli si sarebbero riempiti, trasformandosi in impetuosi corsi d’acqua capaci di spazzar via i tuguri fatiscenti e dalle colline pericolosi smottamenti avrebbero distrutto le coltivazioni meno protette.

Il popolo sapeva che poco distante, oltre le alture a est seicento metri più in basso, si allungava una fertile vallata dove le famiglie avrebbero certo vissuto un’esistenza più agiata. Ma non era in quel luogo che Manco Capac, il mitico fondatore della loro stirpe, aveva conficcato la wara d’oro e il bastone era penetrato profondamente nel terreno. Wirakocha, per qualche suo oscuro disegno, aveva scelto per gli inca quel territorio poco ospitale e così Cusco era divenuta la loro capitale.

Kusi, tuttavia, amava quella piccola piana dove era cresciuto e spesso rimaneva per ore a contemplare la bellezza dei colli che la circondavano, dimenticando i noiosi doveri che il suo rango prevedeva.

 

“Kusi, cosa fai? Andiamo, è tardi!”

Ollanta, il suo migliore amico, faticò non poco a distogliere il giovane figlio del re dai propri sogni.

“Achoq! Olla, scusami”, rispose Kusi risvegliandosi, “mi ero distratto. Andiamo di corsa. Se non giungeremo in tempo alla lezione, l’amauta ci punirà”.

 

La scuola, quattro pareti di adobe ricoperte da un leggero tetto di paglia, sorgeva poco distante, a fianco del tempio di Wirakocha.

Il potente dio aveva guidato il popolo delle montagne fin dalla notte dei tempi e qualche anno prima si era manifestato in sogno al padre di Kusi, predicendogli un regno glorioso e ordinando al re di assumere il suo stesso nome: Wirakocha Inca.

 

I due amici giunsero trafelati alla casa dell’istruzione, ma troppo tardi per unirsi ai compagni già inginocchiati di fronte al maestro.

L’amauta osservò con aria severa i nuovi arrivati che, consapevoli della mancanza, allungarono le palme per ricevere la punizione.

Mentre le staffilate coprivano di piaghe le mani dei ragazzi, Kusi intravide fra il velo di lacrime il sorriso di soddisfazione sul volto del fratellastro Urku.

Il giovane figlio del re si recava sempre volentieri a lezione dall’amauta. Egli, curioso per natura, si sentiva attratto dallo studio degli eventi celesti o dalle lezioni di architettura e di agronomia e cercava di apprendere il più possibile nel campo della conoscenza, perché intuiva che la grandezza di un popolo dipendeva in grande misura dal dominio delle arti e delle scienze.

Quel giorno, tuttavia, il maestro intendeva parlare di un argomento che Kusi non amava, anzi, che lo infastidiva: la mitica storia del leggendario fondatore della civiltà inca.

Mentre l’insegnante ripercorreva le tappe del viaggio di Manco Capac, il figlio di Wirakocha, e dei suoi fratelli, dal grande lago Titicaca verso nord, fino a Tampu, il primo insediamento e poi su verso Chinchero per raggiungere, infine, la piana di Cusco, Kusi vagava con la mente facendo progetti, modificando piani, sognando di realizzare una sua città ideale, ordinata e funzionale, circondata da terreni agricoli fertili e sicuri, protetti dalle devastanti alluvioni annuali.

Egli possedeva una razionalità innata e un acuto spirito di osservazione che gli permettevano di trovare giuste soluzioni per ogni cosa.

Quello che ancora gli mancava, però, era il potere decisionale e, soprattutto, il coraggio di affermare le proprie idee, lui, così giovane, in contrasto con i grandi architetti e scienziati di corte.

Tempo addietro, aveva cercato appoggio in Urku, il fratellastro figlio di suo padre e di una delle concubine reali, ricevendone in cambio solo sorrisi di scherno. Da quel giorno non aveva rivelato più a nessuno, a eccezione di Ollanta, i suoi progetti che aveva comunque continuato a perfezionare.

 

Un pizzicotto di Ollanta lo distolse dalle sue fantasticherie, riportandolo alla realtà.

L’amauta aveva terminato il noioso racconto e introdotto un argomento più interessante.

Si stava avvicinando l’epoca del Kapaq Raymi, la grande festa di iniziazione cui i due amici e i compagni di studio avrebbero partecipato.

Il rito segnava il passaggio dalla pubertà all’età adulta e rappresentava il momento più importante della loro giovane vita. Di lì a poco più di un mese, sarebbe iniziato il cerimoniale al termine del quale, alla prima luna di dicembre, il Sapa Inca suo padre avrebbe consegnato le armi ai nuovi guerrieri.

Il maestro spiegava ogni dettaglio del rito e interrogava di tanto in tanto gli allievi pretendendo attenzione e applicazione.

Era indispensabile, infatti, che i novizi conoscessero a menadito tutte le fasi della cerimonia per non offendere il re e le divinità. La festa durava tutto il mese di novembre in un crescendo di prove, sacrifici e gare di abilità alle quali i giovani dovevano partecipare esprimendo il massimo delle proprie capacità.

 

Anche la sorella di Ollanta, la dolce Killa, di qualche anno più giovane del fratello, aveva partecipato l’anno precedente alla sua festa di iniziazione.

Era rimasta chiusa in casa per tutto il periodo del suo primo ciclo mestruale al termine del quale, lavatasi con cura, aveva indossato una veste chiara, si era raccolta i lunghi capelli in trecce sopra le quali aveva fermato una cuffia di lana candida.

La festa era proseguita per altri due giorni, fra balli e canti e finalmente la giovane aveva assunto il nome definitivo che la consacrava donna matura, pronta per il corteggiamento.

 

Ogni volta che pensava a lei, Kusi sentiva un tumulto esplodergli nel petto. Faticava a contenere la passione per la splendida Killa, ma non gli era permesso dichiararsi prima di aver superato la sua prova di iniziazione.

Il figlio dell’Inca aveva quindi due motivi importanti per prepararsi al Kapaq Raymi. Voleva diventare il miglior guerriero del suo popolo e desiderava disperatamente l’ardente sorella di Ollanta.

 

Kusi possedeva un fisico slanciato e asciutto, percorso da muscoli guizzanti che ne modellavano il corpo e un’intelligenza acuta che lo distingueva dai compagni.

“Si farà onore”, pensava con soddisfazione l’amauta osservando il principe e approvandone gli interventi sempre puntuali e arguti.

Da quel giorno e per tutto il mese successivo, i futuri guerrieri si prepararono con metodo, dimenticandosi dei giochi infantili e concentrandosi solo nell'allenamento e nello studio.

 

Finalmente giunse il gran giorno.

Il mattino presto, Hwakaypata, la piazza principale di Cusco, appariva gremita di gente disposta lungo i quattro lati. Al centro numerosi sacerdoti di Wirakocha avevano già disposto i giovani novizi in file ordinate.

Vestiti di un semplice abito di lana, al pari dei compagni, Kusi e Ollanta seguirono i religiosi fra due ali di folla lungo le strade della capitale che ben presto abbandonarono in direzione del santuario sul colle Huanacauri.

La processione proseguì lungo l’ultimo tratto del tragitto compiuto da Manco Capac e dai suoi fratelli, fino alla sommità dell’altura.

Il resto del giorno e la notte successiva, i giovani si fermarono sul colle, digiunando e rendendo omaggio alle divinità tutelari.

Per altri sette giorni i futuri guerrieri ripeterono l’identico rituale, intonando inni di gloria agli spiriti celesti e agli antenati, astenendosi dalle carni e dal sale e trascorrendo notti quasi insonni.

Nonostante il lungo periodo di privazioni, Kusi e i compagni sopportarono le prime giornate del rito in maniera ammirevole.

Il nono giorno, i sacerdoti ricondussero i giovani in piazza per la rasatura del cranio, primo riconoscimento della raggiunta maturità.

Indossati nuovi abiti adornati di monili d’oro e d’argento, i ragazzi raggiunsero il tempio del Sole e della Luna dove sacrificarono agli astri un lama grasso delle cui carni si saziarono.

I compagni si studiavano l’un l’altro, ma nessuno di loro pareva sul punto di cedere alla stanchezza. Il duro allenamento cui si erano sottoposti nelle settimane precedenti il rito, li aveva temprati e ora si accingevano, con rinnovato entusiasmo, ad affrontare le prove residue, quelle più difficili che avrebbero sancito il loro definitivo passaggio alla casta dei guerrieri.

Per alcuni giorni ancora, i novizi digiunarono e si prestarono senza paura alla prova del dolore.

Più volte i parenti, gli ufficiali e i sacerdoti fustigarono i ragazzi sulle braccia e sulle gambe, ma né Kusi, né i compagni si lasciarono sfuggire un solo grido, dimostrando coraggio e sopportazione.

Il quindicesimo giorno, i giovani vennero condotti sulla sommità di un canalone ai piedi del quale numerose ragazze attendevano munite di otri colmi di chicha inebriante. Incitati dalle urla delle giovani donne, i novizi si lanciarono con impeto lungo la pericolosa gola, ferendosi, ruzzolando, scorticandosi pur di raggiungere per primi il traguardo. Parecchi ragazzi caddero male fratturandosi gli arti, alcuni morirono sfracellandosi il capo contro le rocce aguzze, ma i più arrivarono alla meta conquistandosi la bevanda sacra. Kusi fu il più veloce, seguito da Ollanta e Urku, ottenendo di bere la chicha dall’otre che gli porgeva la sorridente Killa.

Non si accorse, però, dello sguardo carico d’invidia del fratellastro.

 

La sera, in piazza grande, mentre i sacerdoti sacrificavano cinque lama alle divinità, i giovani eroi ricevettero l’ambita wara, la fascia inguinale dei maschi adulti.

Per l’ultima volta, i novizi subirono la fustigazione da parte dei parenti che li esortavano a essere sempre forti, di sani principi e a non indietreggiare di fronte al nemico.

 

Ora potevano iniziare i festeggiamenti.

Abili musici presero a intonare melodie allegre e i novelli guerrieri, fieri del nuovo stato, invitarono le giovani donne a partecipare alla danza della gioia.

Cinque giorni e cinque notti durò la festa. La chicha scorse copiosa nelle gole di uomini e donne e Kusi approfittò dell’atmosfera spensierata per avvicinare l’amata Killa e non lasciarla un istante, dimenticando per tutto il tempo parenti e amici, ma spiato di continuo da Urku, la cui mente andava studiando un piano meschino per offuscare la gloria del fratellastro.

 

Novembre ormai volgeva al termine.

Prima della giornata finale, i giovani guerrieri, accompagnati dai sacerdoti e dai familiari, raggiunsero i campi coltivati alla periferia della città e lì sopportarono con orgoglio l’incisione dei lobi auricolari che avrebbero accolto i dischi d’oro, segni distintivi della panaka, la famiglia di appartenenza.

Il sangue di tanti giovani nobili bagnò la terra; fu questa l’ultima offerta prima del gran giorno: l’omaggio alla Pachamama per rinnovarne la fecondità.

Alla fine si arrivò alla prima luna di dicembre e i novizi combatterono fra loro una finta battaglia e, a sera, ruppero definitivamente il digiuno, cibandosi di cibi conditi con sale.

Quella sera, mentre le note della musica rallegravano l’aria invitando la popolazione a dimenticare i disagi della difficile esistenza e la chicha inebriante annebbiava i sensi di giovani e anziani, Kusi strinse la mano di Killa e, assecondato dallo sguardo della ragazza, la condusse lontano dal clamore della festa.

Ai margini della grande piazza, nell’oscurità appena rischiarata dal lontano riverbero dei fuochi, accoccolati sui talloni i due giovani si sorridevano scambiandosi timide carezze.

“Dolce Killa”, balbettò il principe cercando parole adatte che non riusciva a trovare, “ora, ma era tanto tempo che volevo dirtelo, ora…”, si interruppe ancora una volta Kusi abbassando il capo.

“Vuoi forse dirmi che mi ami, mio caro?”, lo aiutò la ragazza toccandogli lievemente la guancia con la palma fresca e costringendo il giovane a fissarla negli occhi.

A quel contatto, i muscoli del ragazzo si distesero e il volto si aprì in un caldo sorriso, “Sì, meraviglioso amore mio”, urlò Kusi, subito ripreso da Killa che, ridendo felice, lo zittì appoggiandogli un dito sulle labbra.

“Tu non sai quante volte ti ho sognata, quante appassionate notti d’amore ho trascorso con te, mio tesoro, immaginandoti al mio fianco”, proseguì il principe in tono più sommesso, “e quanto ti ho desiderata inutilmente, sempre costretto a soffocare il devastante sentimento che provo per te”.

“Ma ora è tutto finito”, lo interruppe la ragazza abbracciandolo, “ora siamo insieme e potremo vederci ogni giorno, prenderci per mano e passeggiare per la piazza alla luce del sole, fino a quando l'Inca tuo padre deciderà che è giunta l'ora del matrimonio”.

“Non spazientirti, mio caro”, proseguì, “la vita ci sorride e nessuno mai potrà più separarci”.

 

 

La tradizione prevedeva che l’erede al trono prendesse come prima moglie una delle sorelle, al fine di garantire la purezza del sangue del futuro Sapa Inca.

Lo stesso Kusi, infatti, era figlio di Wirakocha Inca e di una sorella del re. Tutto ciò, tuttavia, non avrebbe impedito al futuro imperatore di impalmare l’amata Killa, figlia, come Ollanta, di un generale delle guardie discendente in linea secondaria dalla dinastia di Manco Capac.

La ragazza non avrebbe goduto del privilegio di fregiarsi del titolo di prima donna del regno, ma essendo, di fatto, la moglie scelta dall’erede al trono, avrebbe comunque assunto una posizione di prestigio nella Panaka imperiale.

Questo fatto, pertanto, non preoccupava i due innamorati.

La legge obbligava il popolo alla monogamia e solo alla casta nobiliare era consentito di legarsi in matrimonio con più donne, sempre comunque appartenenti al lignaggio dominante.

 

“Kusi, Kusi”, il richiamo di Ollanta distolse i giovani dalle loro tenerezze e li costrinse a uscire dall’ombra.

“Perché urli?” chiese il principe sbucando alle spalle dell’amico, “Sono qui. Siamo qui”, continuò Kusi attirando a sé Killa che era rimasta in disparte “e questa è la mia promessa sposa, colei che diverrà la Qoya, la futura regina”.

Ollanta rimase in silenzio solo pochi istanti, poi, allargando le braccia, strinse a sé i due innamorati.

“E io, amico mio, benedico il futuro Inca e mia sorella, benedico il vostro amore, e ora…andiamo a bere, abbiamo una ragione in più per festeggiare”.

Ridendo felici e tenendosi per mano, i tre ragazzi tornarono di corsa verso il centro della piazza e si lasciarono trasportare dentro l’onda della festa.

Amauta