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Il romanzo del Perù, a puntate 

Di Gabriele Poli

DISTRUZIONE DI UN IMPERO

Chasqui suona il pututu

Cusco - Capitale dell’Impero Inca-

18 agosto (Chakrayapuy) 1532

 

 

Paukar amava quel periodo dell’anno.

Faceva freddo la notte, durante la stagione del Chiraw, ma non pioveva e il sole si alzava fulgido al mattino, portando nella santa città di Cusco un allegro tepore.

A quattordici anni non gli era stato permesso di seguire l’esercito impegnato nella dura campagna militare contro i ribelli di Quito.

Da alcuni mesi il Sapa Inca Wáskar aveva abbandonato la capitale guidando le armate contro i generali del fratellastro Atahualpa che minacciavano da vicino la stabilità dell’impero.

Paukar capiva poco di politica, ma l’amauta, il maestro, aveva spiegato a lui e agli altri studenti che un morbo sinistro aveva colpito i sudditi del nord, dividendo il Tawantinsuyo e portandolo alla sanguinosa guerra civile.

In città ormai era rimasta solo una piccola guarnigione formata perlopiù da guerrieri padri di famiglia, in un’età compresa fra i quaranta e i cinquant’anni, dalle loro donne, dai fanciulli e dai vecchi.

Il ragazzo non si sentiva più un bambino.

“Il Sapa Inca ha bisogno anche di noi,” commentava Paukar ai suoi compagni.

Lungo la salita che attraversava il quartiere di Karmenka, diretta al tempio fortezza di Sacsayhuaman, gli amici di Paukar, Cori Atao e Suri Waman ascoltavano e annuivano.

 

L’organizzazione dello stato prevedeva delle fasce di età articolate, ma ben distinte.

Esistevano dieci classi.

I maschi fra i venticinque e i cinquant’anni appartenevano al gruppo dei guerrieri; oltre tale età, gli uomini erano dediti ai lavori agricoli e, dopo i sessant’anni, alla custodia delle case e dei palazzi.

V’era quindi la categoria degli invalidi, accuditi dalle donne e dai fanciulli.

I giovani fra i diciotto e i venticinque anni servivano da scudieri dei soldati in guerra, mentre quelli fra i dodici e i diciotto badavano alle greggi.

I ragazzini fra i nove e i dodici avevano l’incarico di cacciare gli uccelli per procurare le preziose piume che ornavano le vesti dell’Inca e dei dignitari.

Dai cinque ai nove anni i fanciulli erano utili nel governo delle abitazioni; poi v’erano i bimbi e i lattanti.

Anche le femmine erano divise in classi.

Le donne fra i venticinque e i cinquant’anni comprendevano il gruppo delle madri, vedove e mogli che, spesso, accompagnavano i mariti nelle campagne militari; quelle in età compresa fra i cinquanta e i sessanta si occupavano dei lavori domestici e le anziane oltre i sessanta erano esenti da ogni lavoro.

Poi v’erano le inferme e le disabili.

Le giovani fra i diciotto e i venticinque erano pronte per il matrimonio, altre risiedevano nei templi come vergini del Sole.

Le più piccole aiutavano nei lavori domestici, raccoglievano vegetali per la preparazione di medicamenti, tisane e delle tinte per le ceramiche e gli abiti.

Fra le bambine in giovane età venivano scelte quelle che sarebbero diventate le aqlla, le sacerdotesse del dio Inti.

 

“Il nostro esercito ha sconfitto i ribelli più volte”, continuò Paukar, “ma nonostante questo, le truppe di Quito sono pericolosamente vicine a Cusco. Non possiamo restarcene qui a studiare astronomia e architettura, mentre i nostri fratelli e padri muoiono e la città è minacciata”.

“Sono d’accordo con te”, intervenne Suri Waman “Sono alcuni giorni che non riceviamo più notizie dal fronte e la cosa mi preoccupa”.

“L’amauta sembra non far caso alla gravità della situazione”, aggiunse Cori Atao, “e sorride delle nostre preoccupazioni”.

“Dobbiamo radunare tutti gli studenti e recarci dal comandante della guarnigione a offrirgli il nostro aiuto”, riprese Paukar, “Potremmo aiutare la guardia a rafforzare le difese e recarci nei villaggi a radunare tutti i giovani disponibili e prepararli alla difesa della città”.

 

La radura di fronte a Sacsayhuaman era deserta; solo poche guardie presidiavano le entrate della fortezza e sopra ad una di queste sventolava la bandiera policroma dell’impero.

Inti si era levato alto nel cielo e baciava i colori del vessillo reale.

Il rosso rappresentava il mondo, l’arancio la cultura, il giallo l’energia e la legge, il bianco il tempo, il verde le ricchezze della natura, l’azzurro lo spazio e il violetto la

società.

Il rispetto che gli studenti -tutti appartenenti alla nobiltà- dovevano all’anziano insegnante era incondizionato e mentre l’amauta allargava le braccia, quasi a voler catalizzare il cielo infinito, i tre amici interruppero la conversazione.

“Oggi è un giorno importante e desidero che mi seguiate con attenzione”, prese a dire il maestro. “Quando Inti, questa sera, si appresterà a concludere il suo cammino nel cielo, noi torneremo a Hwakaypata e, servendoci della stele Usno che sorge nella piazza, individueremo i due pilastri assisi sulla collina di Picchu a sud est, laggiù in fondo. Osserverete il sole tramontare fra le due colonne e quello sarà il segnale perché i contadini inizino a seminare il mais. Fra otto mesi, l’astro tornerà a passare per lo stesso punto, indicando il momento del raccolto”.

“Dovrete imparare a individuare i segni del dio Inti, perché sarà vostro compito, in futuro, avvisare il popolo che è giunto il momento propizio per fecondare la terra”.

“Non dimenticate mai di farlo,” proseguì l’amauta, “in caso contrario, e se la semina dovesse essere ritardata o anticipata, il raccolto risulterà insufficiente e la conseguenza sarà una grave carestia. Trascorreremo queste ore che mancano al tramonto visitando il santo tempio di Q’enqo perché intimamente connesso con il sacro evento che questa sera osserveremo”.

Continuando il cammino verso nord ovest, il saggio insegnate proseguì la lezione fino al tempio della fertilità. Q’enqo era il luogo sacro dedicato al culto della procreazione e del matrimonio.

I giovani allievi percorsero in silenzio i passaggi sotterranei, lungo canali e nicchie, fermandosi in raccoglimento a pregare il dio nella cappella centrale.

Era importante, spiegava il maestro, compiere questo breve pellegrinaggio al tempio per ingraziarsi la divinità e per chiedere fertilità per il popolo, le greggi e le messi.

 

Ma Paukar e i suoi amici avevano altro per la testa.

La sera, congedatisi dall’amauta, i tre amici convinsero gli altri compagni ad appoggiare la loro iniziativa.

Il mattino successivo, prima dell’alba, gli studenti si prepararono all’udienza con il comandante della guarnigione.

Forti del loro rango di nobili virgulti, i giovani si addobbarono da ufficiali della guardia. Indossarono la wara che ricopriva le parti intime e l’unco, l’ampia camicia senza maniche che scendeva fino al ginocchio. Calzarono le ojotas, i sandali morbidi adatti ai lunghi spostamenti e l’elmo di legno ricoperto di piume sgargianti; legarono ai polpacci corte frange colorate e si avviarono all’appuntamento risalendo il pendio verso Sacsayhuaman.

Le guardie all’ingresso della fortezza osservarono con un misto di stupore e divertimento il manipolo di fanciulli agghindati come guerrieri, ma non esitarono a ubbidire quando Paukar chiese loro di avvisare il comandante che un’ambasceria di giovani patrioti desiderava comunicare con lui.

Yapu, il capitano, accolse con accondiscendenza i volenterosi studenti; provava grande orgoglio per quei ragazzi coraggiosi e fieri.

“Giovani guerrieri,” esordì Yapu, “questo è un gran giorno per il nostro popolo. Il vostro amor patrio vi fa onore e fa onore a noi, vostri padri. Sapete bene di non aver ancora raggiunto l’età per combattere. Il vostro compito è quello di prepararvi e di studiare per acquisire le conoscenze che un giorno non lontano vi porteranno a prendere il nostro posto e a guidare il popolo verso nuove conquiste. Apprezzo molto la vostra iniziativa, ma non è ancora giunto il vostro momento. Tuttavia, tenetevi pronti, con la mente concentrata sugli insegnamenti del maestro e nella lettura dei quipu e allo stesso tempo mantenete il corpo allenato e pronto a prendere le armi in qualsiasi momento”.

Il comandante stava ancora cercando qualche parola di conforto per allontanare dai giovani volti la smorfia di delusione, quando dall’alto di uno dei torrioni si udì il suono del pututu, lo strumento ricavato da una grossa conchiglia, che annunciava l’arrivo di un messaggero.

Veloce e trafelato, il chaski giunse al cospetto di Yapu.

Pur non potendo ascoltare l’ambasceria del nuovo arrivato, gli studenti intuirono dall’espressione del comandante che qualcosa di grave era accaduto.

 

Dopo una serie di effimere vittorie in altrettante battaglie, una decina di giorni prima dell’incontro fra gli studenti e il comandante della guarnigione di Cusco, le truppe ribelli avevano sconfitto l’esercito del Sapa Inca nei pressi di Riobamba.

Waskar aveva ordinato ai suoi di ripiegare verso il rio Apurimac per riorganizzarsi e sferrare la controffensiva, ma nella piana di Kotabamba, nei pressi del grande fiume parlante, una nuova disfatta s’era abbattuta sull’esercito della città santa.

Kiskis, il generale di Atahualpa, aveva circondato gli avversari decimandoli e catturando lo stesso sovrano. Solo pochi uomini, agli ordini di Manko Inca, erano riusciti a rompere l’accerchiamento e ora si dirigevano in gran fretta a Cusco, incalzati dal nemico.

 

Yapu richiamò a sé i ragazzi che si erano attardati presso le mura. Le spalle gli si erano incurvate come se, nell’ultima mezz’ora, fosse invecchiato di dieci  anni; la luce che gli brillava negli occhi s’era spenta all’improvviso.

“Ragazzi miei, il vostro momento è già arrivato. Inti vuol mettere alla prova il nostro popolo e noi tutti dovremo dimostrare di essere degni dell’amore che per lunghi secoli ci ha accordato”.

Il comandante fece una pausa, ricacciando verso il basso l’angoscia martellante che gli saliva alla gola.

“L’esercito è in rotta -riprese il guerriero- e il nostro re è caduto prigioniero delle orde dell’usurpatore. È ormai solo questione di ore e Cusco cadrà nelle mani del nemico. Al momento sembra non esserci più speranza di salvare la città santa, tuttavia non possiamo disperare. Ho già provveduto a inviare esploratori a verificare la situazione e, se al loro ritorno le notizie saranno confermate, dovremo essere pronti ad agire. Tutti gli uomini validi dovranno evacuare la capitale e prendere la via della Valle Sacra dove riorganizzeremo l’esercito unendoci a quel che resta del contingente in ripiegamento da Kotabamba. Il compito che vi affido è di radunare i giovani guerrieri della città e condurli qui. Appena pronti, partirete senza indugio per la valle del Wilkanota. Paukar, ti nomino comandante delle truppe studentesche. E ora affrettatevi, guerrieri!”

Yapu abbassò il capo asciugandosi le gocce fredde di sudore che scendevano dalla fronte sotto l’elmo di legno. Aveva ben chiaro il suo compito e l’avrebbe portato a termine con onore.

Tutti gli uomini validi, le greggi e i rifornimenti sarebbero partiti con Paukar verso la Valle Sacra ma egli, comandante della guarnigione, sarebbe rimasto con pochi guerrieri a presidiare la città e a difendere la reale famiglia del re Waskar che mai avrebbe abbandonato la capitale, se non altro per salvaguardare l’onore del sovrano catturato e ora alla mercé delle truppe di Kiskis.

 

“Waw!” -esclamò Paukar mentre con i compagni scendeva in fretta verso la città- “Non è possibile! Come siamo arrivati a questo?”

“Che facciamo ora, Paukar?” -chiese angosciato Cori Atao- “La situazione è precipitata e adesso ci troviamo in balia di quel aka, quell’escremento di Atahualpa”.

“E che cosa possiamo fare? Ubbidiamo agli ordini di Yapu, raduniamo tutte le persone valide disponibili e affrettiamoci verso la Valle Sacra. Il principe Manko saprà certo come comportarsi. Muoviamoci; entro domattina dovremo già essere in marcia!” rispose Paukar.

 

Quella notte la città di Cusco non andò a dormire. Uomini, donne, ragazze, fanciulli, storpi, vecchi e sacerdoti si aggiravano per le strade della capitale, in silenzio, il cuore in gola per la tragedia incombente, caricando i lama di armi e vettovaglie, idoli e insegne.

Le mummie dei sovrani trapassati furono avvolte in preziosi tessuti e trasportate fuori dai templi in portantine pronte a partire verso l’esilio; occorreva salvarle dalla profanazione dei ribelli del nord.

Al mattino, una densa coltre di nubi e una fitta pioggia accompagnarono la lunga carovana che si muoveva verso oriente; anche Inti piangeva l’abbandono della Sacra Città. In poco tempo Cusco rimase deserta, popolata solo da vecchi impossibilitati a muoversi e da qualche sacerdote rimasto di guardia ai santuari; anche le Vergini del Sole erano partite.

 

La possente fortezza di Ollantaytambo brulicava di gente indaffarata ad approntare le difese contro un possibile attacco del generale Kiskis, già pronto ad entrare in Cusco, e tutta la Valle Sacra era percorsa da uomini e armenti.

I resti dell’esercito di Waskar, guidati da Manko, dopo la sconfitta avevano compiuto un lungo giro in direzione della capitale ma, a poche decine di chilometri da Cusco, avevano dovuto deviare verso la valle dell’Urubamba per evitare l’esercito nemico che incalzava e che, in linea retta, si avvicinava alla città santa.

Il giovane principe Manko guidò i suoi al villaggio di Kalka e lì stabilì il quartier generale, in attesa di compiere l’ultimo tratto di strada verso Ollantaytambo.

La sosta avrebbe permesso ai medici di curare, pur sommariamente, i feriti e ai guerrieri, ancora abili, di rastrellare uomini validi nei villaggi della valle per rimpinguare le fila dell’esercito.

Fu lì che Paukar e i suoi fuggitivi raggiunsero l’armata sconfitta di Waskar.

La carovana di Cusco giunse a Kalka sul far della sera e si accampò lungo il fiume Urubamba o, come preferivano chiamarlo, Wilkanota, in mezzo alla confusione regnante. Paukar, ormai investito del ruolo di comandante, si diresse invece verso il quartier generale.

Man mano che si avvicinava alla residenza di Manko, il giovane studente-guerriero incontrava sempre più spesso capannelli di ufficiali intenti a discutere animatamente. Riconosciuto in uno di questi gruppi un vecchio comandante della guardia, Paukar si fermò e stette ad ascoltare il racconto delle ultime terribili giornate di guerra.

“Appena giunti a Tumipampa ci apparve dinanzi l’esercito dell’usurpatore Atahualpa. Il Sapa Inca Waskar odinò al generale Atoc di ingaggiare subito battaglia, intanto che il re studiava la situazione nelle retrovie”, raccontava l’anziano Topa Runa.

“I frombolieri lanciarono i loro dardi con forza, protetti sui fianchi dagli arcieri della selva e gli incursori si gettarono con rabbia contro il nemico, disperdendolo. Credevamo di avere già vinto vedendo le truppe dei generali Kiskis e Chalcuchima fuggire, così sospendemmo l’attacco. Sul campo di battaglia erano rimasti molti avversari, alcuni ancora vivi che passammo a fil di spada.”

“Perché non li avete rincorsi e annientati?”, s’intromise un capitano della guarnigione di Kalka.

“Ci parve tutto troppo facile e temevamo una trappola. L’esercito nemico era la metà del nostro e ciò non corrispondeva alle informazioni che avevamo. Inoltre”, aggiunse Topa Runa, “non c’era traccia dei bastardi cañari che sapevamo essersi alleati con Atahualpa. No, non fu quello l’errore commesso, quanto piuttosto il non inviare esploratori prima di sferrare l’attacco e di essere troppo convinti della nostra forza. Se fossimo stati a conoscenza della disposizione del nemico, avremmo certo potuto attaccare con maggior impeto e, forse, distruggere una volta per tutte gli avversari.  Ma ormai è inutile piangere, il danno è fatto”, concluse il comandante.

“Continua a raccontare, per favore”, lo invitò Paukar, facendosi largo fra gli ufficiali, “Cos’è accaduto in seguito?”

Topa Runa sospirò gravemente, guardandosi attorno come se volesse assicurarsi di calamitare l’attenzione di tutti i presenti, poi proseguì il racconto.

“La sera ci radunammo attorno al re e accendemmo i fuochi, ma senza festeggiare. Le spie, inviate successivamente in perlustrazione, tornarono prima dell’alba, informandoci che, in effetti, l’esercito nemico era molto più numeroso, pur se inferiore al nostro e che i feroci cañari erano accampati a poca distanza. La cosa migliore a quel punto sarebbe stata probabilmente effettuare una breve ritirata per attestarci fra le colline da dove avremmo potuto controllare meglio il nemico e sopraffarlo una volta che si fosse trovato sotto di noi, in campo aperto. Ma il generale Atoc era un uomo d’onore e preferì schierare le nostre truppe nella pianura, per uno scontro leale”.

“Perché dici era?”, lo interruppe Paukar.

“Taci e ascolta”, lo rimproverò il comandante.

“Ci schierammo quindi nella piana e, quando apparve di fronte a noi il contingente nemico, i guerrieri della guardia iniziarono a picchiare gli scudi con le spade e a lanciare urla minacciose e frasi di scherno. I generali di Atahualpa, però, non sono leali quanto Atoc”, soggiunse Topa Runa con sdegno.

“Intanto che i due schieramenti avanzavano l’uno contro l’altro, i cañari da una parte e gli incursori nemici dall’altra compivano non visti una deviazione sui fianchi, attaccandoci di sorpresa. Nemici di fronte, nemici a destra, nemici a sinistra. Che massacro!”

La voce dell’anziano guerriero si incrinò ma, riprendendo il dominio di se stesso, il comandante continuò a narrare.

“In breve, fu la disfatta e solo un miracolo permise al Sapa Inca e a pochi di noi di ritirarci, sfuggendo alle bestie di Atahualpa. Atoc, tuttavia, non ebbe la nostra stessa fortuna. Fu catturato e non lo vedemmo mai più. In seguito, apprendemmo che il generale Chalcuchima lo aveva ucciso con la propria spada e aveva ordinato di confezionare una coppa con il cranio del nostro comandante e di strappargli la pelle per farne tamburi”.

“Ripiegammo in gran fretta verso sud e distanziammo il nemico. Waskar nominò Wanka Auki nuovo comandante e quest’ultimo riuscì in breve a reclutare altri guerrieri fra i villaggi vicini e dopo pochi giorni fummo di nuovo in marcia contro il nemico”.

“Dividemmo l’esercito in due contingenti e, dopo qualche tempo, giungemmo a Cotabamba da direzioni diverse. Comunicavamo costantemente fra di noi con i fuochi e il suono del pututu e, questa volta, esploratori e spie furono dispiegati in gran misura. I chaski facevano la spola fra i due rami dell’esercito e le avanguardie, aggiornando di continuo il generale. Tutto sembrava procedere per il meglio, soprattutto quando giunse la notizia che il generale Chalcuchima avanzava a fatica lungo un canalone al comando di un reggimento. Wanka Auki ordinò al primo contingente di attaccare senza indugio le truppe nemiche di fronte e al secondo di compiere una deviazione per bloccare la ritirata a Chalcuchima, attestandosi presso il lato opposto del canalone, per intrappolare il comandante di Atahualpa fra la gola stessa e il rio Cotabamba.

“Ignaro del pericolo, anche l’altro reggimento nemico, guidato da Kiskis, si stava intanto avvicinando alla radura lungo il fiume”.

“Io ero vicino a Wanka Auki e lo guardavo con ammirazione. Era tranquillo, sicuro di sé; sapeva che quel giorno poteva essere l’ultimo per Atahualpa e il suo esercito, ma non si lasciava prendere dalla frenesia, voleva che tutto procedesse secondi i piani e che nulla fosse lasciato al caso. Aveva fatto preparare dei falò pronti per essere accesi; una volta che il nemico fosse stato costretto a ridosso del fiume, intendeva appiccare il fuoco alla sterpaglia per costringere l’esercito avversario a cercare scampo nell’acqua dove avremmo attaccato con ferocia. Tutto andò esattamente come previsto. In cima al canalone il nostro primo reggimento respinse Chalcuchima che ripiegò nella radura, unendosi alle forze di Kiskis. Wanka Auki diede ordine di bruciare le sterpaglie e ai frombolieri di investire di pietre il nemico. In breve, tutta la piana andò a fuoco e noi urlammo di gioia quando vedemmo l’avversario, affumicato e con il fuoco appiccicato al culo, gettarsi nelle acque del fiume. Finalmente pareva il momento di farla finita per sempre; il comandante fece disporre gli incursori in ordine di attacco, i frombolieri continuavano il massacro, gli indigeni della selva avevano sete di sangue, ma…”.

Topa Runa, che durante gli ultimi minuti aveva parlato infervorandosi sempre più per le ammirevoli doti del suo condottiero, all’improvviso tacque e iniziò a tremare di collera.

Guardò a uno a uno negli occhi i compagni che lo stavano ad ascoltare e quindi sbottò: “E cosa credete che successe? Niente, assolutamente niente e per questo ora siamo qui, sconfitti, e la nostra capitale è ormai in mani nemiche”. “Cosa vuoi dire?”, lo interrogò Paukar, “Non è possibile che un generale valoroso come Wanka Auki abbia perduto il momento propizio”.

“No, non è possibile”, urlò Topa Runa gonfio di rabbia, “Il generale era pronto a sferrare l’attacco decisivo, ma giusto in quel momento intervenne il Sapa Inca. Waskar ordinò al comandante di arrestare l’esercito perché intendeva catturare vivi i generali nemici. E così perdemmo la guerra. Il nemico si riorganizzò rapidamente e quando, il giorno dopo, Waskar ordinò a Wanka Auki di attaccare, quest’ultimo fu preso in trappola, ucciso e i suoi uomini massacrati.”

“Ci siamo salvati in pochi, molto pochi”, aggiunse Topa Runa con voce scsossa dal dolore.

“Non sapevamo cosa fare; volevamo congiungerci con le forze del re, ma di questi non c’era più traccia; era battuto in ritirata subito dopo aver impartito l’ordine di attacco e chissà dove si era cacciato. Con i miei compagni superstiti, decisi di seguire la probabile rotta dell’imperatore. La stessa cosa, purtroppo, fece Chalcuchima, mentre il generale Kiskis, assieme ai veloci incursori, tagliava la strada al sovrano.”

“Quando, infine, raggiungemmo l’esercito di Waskar”, concluse Topa Runa a mezza voce, “trovammo solo cadaveri. Il Sapa Inca era stato risparmiato, ma ora giaceva prigioniero di Atahualpa. Fra noi vi era anche il giovane principe Manko, fratello dell’imperatore. Ciò che restava dell’esercito acclamò immediatamente il nobile Manko quale Inca reggente e ora siamo qua ad attendere non si sa bene cosa. Il principe è troppo giovane e inesperto per guidare un esercito in battaglia e, inoltre, le nostre forze sono decimate e ci vorrà molto tempo prima di essere in grado di riprendere la guerra”.