Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(TERZA PARTE)

Alcuni giorni più tardi, Paukar fu convocato dal Sapa Inca assieme ai comandanti degli altri reggimenti.
Manko appariva felice; prendendo egli stesso la parola, dimentico dell’etichetta regale, iniziò a dire: “Comandanti, oggi è finalmente un giorno sereno. È appena giunta la notizia che l’usurpatore Atahualpa è stato catturato dagli stranieri a Caxamarca e che il comandante dei forestieri ha accettato l’alleanza che gli abbiamo offerto”.
Un mormorio di approvazione si levò dal gruppo di militari, ma il principe non aveva ancora terminato.
“Quello che ci resta da fare ora è rendere difficile la vita alle truppe di Kiskis, cercando di intrappolarle a Cusco e di attaccare le staffette nemiche e le carovane di rifornimenti lungo il Capac Ñan. La strada Reale dovrà essere presidiata giorno e notte: niente e nessuno dovrà passare indenne!” “Generali -concluse- questa sera studieremo il da farsi; il quartier generale rimarrà a Ollantaytampu con due reggimenti. Tutte le altre truppe saranno dislocate in punti strategici a presidiare ponti e passi. Ora andate ad allertare i vostri uomini; domattina dovranno essere pronti a partire. Tu Paukar fermati; per te ho un incarico particolare”.
“Amico mio,” esordì il sovrano, “ora mi posso concedere di festeggiare con un buon boccale di chicha fresca. Bevi anche tu, Paukar; offriamo il tributo alla Pachamama e poi parliamo”.
I due giovani si alzarono, versarono a terra qualche goccia di chicha e quindi trangugiarono d’un fiato la bevanda gialla e forte.
“Sinchi,” riprese Manko, “nonostante le buone notizie non sono tranquillo. Non mi fido di questi stranieri perché ho imparato che chi è sporco di fuori lo è spesso anche nell’anima e mi dicono che questa gente che si fa chiamare españoles puzza peggio dei lama. Ricordi i racconti degli anziani? Hai letto i kipu storici?”
“Sì principe, il nostro amauta ci ha costretto a imparare a memoria migliaia di notizie. Credo di capire quello che mi vuoi dire. Ti riferisci ai chankas e al grande Pachakutec, vero?”
“Esatto. Come questi nuovi venuti, erano sporchi, puzzavano e…tradivano. Giurarono fedeltà all’Inca Viracocha e alla prima occasione invasero le nostre province. Temo che questa gente barbuta possa fare altrettanto; non fidiamoci!”
“E allora, cosa pensi di fare?” chiese Paukar.
“Non abbiamo molte armi a nostro favore. Il nostro esercito non è in grado di sostenere una doppia guerra contro le truppe di Kitu e gli españoles, quindi conviene allearsi con questi ultimi, ma allo stesso tempo organizzare un nuovo esercito potente ed efficiente all’insaputa di tutti, anche dei nostri generali”.
“Sapa Inca!” esclamò Paukar inginocchiandosi, “le confidenze che mi fai vanno oltre qualsiasi mio merito. Ti ringrazio per la fiducia: il mio braccio e il mio cuore sono tuoi e puoi disporne come desideri”.
“Ho fiducia in te perché mi assomigli e per questo ti affido l’incarico più difficile e segreto. Come si comportano le tue donne?” chiese Manko a bruciapelo.
Arrossendo un poco il sinchi elogiò la bravura delle ragazze e assicurò il sovrano che sarebbero state molto utili nella lotta di guerriglia.
“Molto bene, è proprio quello che speravo di sentirti dire”. ghignò il principe.
“Domattina, quando i reggimenti saranno partiti, anch’io me ne andrò nella fortezza di Ollanta. Ufficialmente tu rimarrai a presidiare i quartieri di Kalka, mentre in realtà nel pomeriggio partirai con i tuoi uomini…e le tue donne e ti dirigerai a Chokekirau dove rimarrai fino a nuovo ordine”.
“Farò in modo che la cittadella di Chokekiaru venga dimenticata, come il vecchio tempio della foresta. Quando lascerai il Cammino Reale per inoltrarti nella sierra, nascondi il sentiero, distruggi i ponti e blocca i passi di montagna. Voi e la cittadella dovrete sparire e solo io e il gran sacerdote Willak Umu sapremo della vostra esistenza”.
“Qual è lo scopo di tutto questo, Sapa Inca?”
“Non interrompermi Paukar! In tutti i villaggi che attraverserete durante il cammino dovrai reclutare quanti più uomini potrai, ma dovranno essere giovani decisi ed entusiasti, non voglio porcheria! Giunto a Chokekirau il tuo compito sarà di addestrare un esercito perfetto per la guerriglia e di attendere. Non dovrai intraprendere alcuna azione di guerra fintanto che non saremo io stesso o Willak Umu a ordinartelo e questo accadrà solo quando ormai tutto sembrerà perduto. Voi sarete l’arma micidiale che colpirà i nemici, chiunque essi siano, quando si sentiranno sicuri di aver soggiogato il nostro popolo. Sarete la scure di Inti che si abbatterà senza pietà”, concluse Manko.
“Ho capito. L’incarico che mi dai è delicato, ma metterò tutte le mie forze per essere pronto a rispondere alla tua chiamata in ogni momento”.
Il pomeriggio del giorno successivo, le truppe miste di sinchi Paukar si misero in viaggio verso l’oblio.
Cajamarca
Lasciato a Tumbez il tesoriere Riquelme con alcuni uomini a catalogare il bottino e ad attendere l’arrivo di Diego de Almagro, che avrebbe dovuto essere imminente, Pizarro con i fratelli e il resto della truppa si diresse a sud.
Era il primo maggio 1532.
Per sedici giorni gli avventurieri viaggiarono attraverso il deserto, inframmezzato da valli e oasi.
Furono giornate difficili a causa dell’aspra natura del terreno, del sole accecante e della scarsità d’acqua, ma finalmente entrarono in un’ampia valle, fertile e bene organizzata dagli indigeni, con terrazzamenti agricoli ordinati e ricchi di coltivazioni.
L’incontro con la popolazione locale fu pacifico e lo stesso kuraka del villaggio si affrettò a rendere omaggio ai nuovi venuti e a offrire i servigi della sua gente.
Pizarro, del quale tutto si può dire, meno che non fosse un abile diplomatico oltre che un guerriero intrepido, ordinò ai suoi di non molestare gli abitanti e donò al capo locale una coperta per ingraziarselo.
Gli spagnoli si insediarono in un tambo reale, costruito dai genieri Inca come magazzino e luogo di riposo per l’esercito.
“Bene compagni, sin qui siamo arrivati”, esordì Pizarro rivolto ai suoi.
“Fino ad ora è stato tutto molto facile, ma dobbiamo tenere gli occhi sempre aperti perché non mi convincono molto tutti questi salamelecchi dei selvaggi. Questa sera ci riposeremo, ma domani inizieremo a esplorare la zona per sapere con chi abbiamo davvero a che fare. Tu Hernando,” continuò rivolgendosi al fratello, “farai il primo turno di guardia. Prendi con te cinque cavalieri e cavalca attorno all’accampamento. Fate chiasso, urlate; l’importante è che gli indigeni ci temano e capiscano chi comanda”.
“Padre Valverde, voi e i vostri fratelli Pedraza e Yepes potete ritirarvi nel tambo a recitare le vostre orazioni, ma prima fate scaricare i barili di vino e le altre provviste”. “Padre yepes,” continuò il comandante, “del vino siete voi il responsabile. Sapete quanto sia importante”.
Al momento della partenza da Panama, Pizarro aveva fatto caricare sulla sua nave, la Santa Catalina, alcuni barilotti di vino moscato che aveva conservato gelosamente per tutto il tempo del viaggio; frate Yepes, infatti, gli aveva ispirato un’idea, non molto nobile in verità.
Il religioso domenicano era uno studioso di erbe medicinali, pozioni e altri intrugli.
Qualche giorno prima di imbarcarsi per l’avventura sudamericana, il comandante e il frate avevano avuto modo di scambiare qualche chiacchiera in gran segreto e Pizarro, uomo previdente, gli aveva chiesto di portare con sé del veleno che, in caso di necessità, sarebbe potuto tornare utile. Un paio di barili di vino avvelenato al momento giusto potevano fare più danno di una carica di cavalleria.
Il giorno seguente Hernando de Soto partì con dieci cavalieri per esplorare il territorio e tornò qualche tempo dopo con un ricco bottino, giusto in tempo per assistere alla fondazione della prima città spagnola in Perù.
Il 15 settembre, infatti, Pizarro decise che era giunto il momento di lasciare un’impronta concreta nel nuovo territorio e con una breve cerimonia, officiata da padre Valverde, fondò San Miguel de Tangararà, a breve distanza da Piura.
I giorni che seguirono furono intensi e decisivi per la conquista spagnola.
Il mattino di due giorni dopo il sole picchiava duro sull’arida campagna di San Miguel; la primavera tropicale era ormai alle porte.
Sin dalle prime ore del giorno, il comandante generale era intento a studiare una rudimentale mappa della zona, disegnata con approssimazione da padre Valverde sulle indicazioni del kuraka.
“Carajo!”, esclamò Pizarro rivolgendosi a De Soto, “Da quel poco che si può capire questo regno d’oro si dovrebbe trovare in mezzo a montagne altissime…vedo solo monti, monti e basta!”
“Gli indigeni dicono che occorrono molti giorni di cammino per arrivare alla prima città, ma tanti di più per raggiungere la capitale che chiamano Cusco,” commentò De Soto, “e tutto il tragitto sembra allungarsi a quote vertiginose. Ho paura che se sarà davvero così e se le strade non saranno più che buone dovremo abbandonare i cavalli qui e procedere a piedi.”
“Non se ne parla!” rispose il comandante.
“Rinunciare ai cavalli significherebbe cacciarci nei guai da soli. Siamo pochi e abbiamo di fronte un intero esercito. Le nostre uniche risorse sono le armi e la cavalleria per disperdere il nemico, non dimenticarlo Hernando. E poi come faremmo a trasportare i due cannoncini, le munizioni e i viveri? Avremmo già perso in partenza! No, impiegheremo mesi e avanzeremo di poche leghe al giorno, se sarà necessario, ma non regaleremo all’avversario metà delle nostre forze”.
“Facciamo così: domattina tu e mio fratello Hernando andrete in esplorazione. Salirete sulle montagne per un paio di giorni verificando la condizione delle strade e tornerete a riferire sulle forze nemiche, i posti di guardia e i fortini che incontrerete.”
“Francisco, abbiamo visite!” urlò Hernando Pizarro giungendo a gran carriera e completamente impolverato. Senza scendere da cavallo, proseguì: “Si sta avvicinando un lungo corteo; mi pare che ci siano alcuni guerrieri e un paio di portantine. Dovrebbe trattarsi di un personaggio importante, visto che lo stesso kuraka è corso incontro a questa gente e si è gettato in ginocchio a fianco di una delle due lettighe”.
“Questa è una buona notizia fratello”, sogghignò il comandante, “se ci inviano incontro dei dignitari significa che stiamo diventando famosi e temuti. Stiamo a vedere cosa succederà; intanto, De Soto avverti El Greco di tenersi pronto con i cannoni e schiera i moschettieri qui attorno. Hernando, allerta quindici cavalieri; che sellino i cavalli e si tengano pronti per ogni evenienza. Non voglio colpi di testa, sia chiaro! Non dovrete intervenire per alcun motivo, se non sarò io stesso a dare l’ordine”.
“Felipillo e Martín -ordinò ai fidi interpreti- fate venire i frati; voglio che siano presenti all’incontro assieme a voi due”.
Precedendo di alcune centinaia di metri i nuovi arrivati, il kuraka, fino a quel momento ossequioso e servile con gli spagnoli, si avvicinò a Pizarro con fare sgarbato.
“Comandante, è arrivato un nobile Inca a parlare con voi. Dovete rendergli omaggio e inginocchiarvi davanti a lui perché è il rappresentante del nostro sovrano, non lo dimenticate!”
“Gusano, stupido verme, chi sei tu per parlarmi in questo modo?”, sbottò il capitano, “Io sono il rappresentante di re Carlo, un sovrano ben più potente del tuo”.
“Hernando,” ordinò rivolgendosi al fratello, “spiega con parole tue chi siamo a questo stupido!”
Con un ghigno di soddisfazione, il giovane Pizarro afferrò una frusta e la calò tre, quattro volte sulla schiena del kuraka.
Per nulla impressionato da tanta crudeltà, il nobile Inca scesa dalla lettiga che nel frattempo si era avvicinata agli spagnoli.
Indossava una tunica bianca al ginocchio e una fascia di fine tessuto colorato gli ornava i fianchi. Dai lobi delle orecchie gli pendevano grandi orecchini d’oro e sopra ai capelli tagliati corti splendeva un diadema ugualmente d’oro e intarsiato di pietre preziose.
L’incontro fu breve; il nobile portava ai nuovi arrivati il saluto del sovrano Atahualpa, l’offerta di pace e alleanza e l’invito a raggiungere il re che li attendeva in una città chiamata Caxamarca.
Sbollita la rabbia contro il kuraka, Pizarro riacquistò serenità e con la diplomazia che gli era consueta, rispose: “Dì al tuo sovrano Atahualpa che suo fratello Carlo, che io rappresento, gli invia un messaggio di stima e amicizia. Siamo giunti in pace e il nostro desiderio è di proporre al grande Atahualpa un’alleanza per la gloria dei due più grandi imperi del mondo. Noi siamo solo l’avanguardia di un immenso esercito che presto approderà in queste terre per combattere a fianco del tuo re contro le truppe di Waskar che ci hanno attaccato giorni fa”, mentì Pizarro.
”Chiedi ad Atahualpa di pazientare; fra qualche giorno ci incammineremo per onorare l’invito del tuo re e incontrarci a Caxamarca”.
Ben presto Atahualpa fu informato che i barbuti invasori erano grezzi, mancavano di cultura, agivano senza pensare e con violenza, erano cattivi e pericolosi; possedevano grandi animali sui quali montavano percorrendo a grande andatura la pianura, ma potevano essere sconfitti senza grosse difficoltà, qualora il sovrano l’avesse ordinato.
Ma Atahualpa era curioso per natura e voleva vedere con i propri occhi.
Mentre Pizarro attendeva che il fratello e De Soto tornassero dalla missione esplorativa, giunse a San Miguel un nuovo personaggio, anche questo in lettiga, condotta a braccia da alcuni portatori, e vestito allo stesso modo dell’ambasciatore di Atahualpa, ma arrivava da un’altra direzione e recava un messaggio analogo, anche se di un altro sovrano.
Il portavoce di Manko fu ricevuto con grande soddisfazione.
“È proprio quello che ci voleva! Due schieramenti avversari che chiedono entrambi il nostro appoggio”, commentò Pizarro ai suoi quando anche quest’altro ambasciatore se ne fu andato.
“Abbiamo promesso alleanza a tutti e due i sovrani e ora dovremo giocare proprio sulla rivalità che li divide, sfruttandola a nostro favore e decidendo di volta in volta con chi stare. Al momento abbiamo le spalle coperte a sud, grazie all’alleanza con Waskar o Manko, non ho ancora capito bene come si chiami questo re”.
Pizarro non poteva ancora sapere della disfatta e prigionia di Waskar e dell’assunzione del comando da parte di Manko.
“Di fronte a noi”, proseguì il comandante, “c’è invece Atahualpa che ci aspetta, sembra, a braccia aperte. Sta a noi valutare la situazione ora. Appena torneranno gli esploratori partiremo per Caxamarca perché non ci resta altro da fare, al momento. Nei prossimi giorni si deciderà il nostro destino; diventeremo i padroni dell’impero, oppure moriremo”, concluse il capitano generale.

