Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(SETTIMA PARTE)

Nei primi giorni del 1533, Hernando Pizarro si mise in marcia verso lo sconosciuto sud, accompagnato da venti uomini a cavallo.
Il suo incarico principale consisteva nel prendere contatto con Chalcuchima e convincerlo a recarsi a Caxamarca, ma l’inquieto spagnolo preferì seguire il proprio istinto di avventuriero.
Percorrendo il Cammino Reale, attraverso valichi e montagne, il drappello superò diversi villaggi dove fece incetta di provviste. Per alcuni giorni, gli spagnoli proseguirono verso sud, poi deviarono a ovest, con un ampio giro per evitare di imbattersi nelle truppe del generale nemico.
Attraversate le ultime asperità andine, giunsero infine alla costa dove ripresero a cavalcare verso meridione.
Il paesaggio era monotono: un deserto infinito, solo inframmezzato da poche oasi scarse di vegetazione.
“Se quello che dice la gente è vero, entro questa sera dovremmo arrivare al tempio”, disse Hernando soddisfatto rivolgendosi ai compagni.
“Immagino già il tesoro che troveremo. Ne hanno parlato come di un santuario molto importante. Troveremo offerte ricchissime e torneremo a Caxamarca da trionfatori”.
Ma i sacerdoti del tempio, avvisati dell’arrivo dei forestieri, avevano provveduto a nascondere in buche scavate nell’arida pianura circostante tutto l’oro, l’argento e le gemme.
Quando gli spagnoli arrivarono in vista del santuario dove Pachacutek aveva ricevuto la profezia dell’oracolo, spronarono i cavalli e, giunti che furono alla base della piramide principale, si arrampicarono correndo, invano inseguiti da alcuni sacerdoti che cercavano di spiegare che il tempio non poteva essere profanato da stranieri, per giunta non purificati dal previsto anno di digiuno.
Quanta delusione per quei cercatori d’oro!
Sulla piattaforma più alta stava una piccola costruzione di adobe e canne intrecciate: un angusto cunicolo buio e maleodorante.
Hernando e i suoi entrarono rischiarando l’edificio con alcune torce, ma ciò che trovarono non fu un tesoro, bensì un ammasso di carogne fetide e, al centro della stanza più ampia, un brutto idolo di legno, un semplice palo, piantato nel pavimento di terra, raffigurante, con una buona immaginazione, il volto di un uomo. Niente più.
A nulla valsero le esortazioni e le torture che gli spagnoli inflissero ai sacerdoti, né l’uccisione di due di loro; nessuna bocca parlò e nessun tesoro venne alla luce.
Così il giovane Pizarro dovette far buon viso a cattiva sorte e dedicare la propria attenzione al vero scopo del viaggio: la cattura di Chalcuchima.
Mentre a Caxamarca l’oro continuava ad arrivare sempre più abbondante e gli spagnoli erano impegnati a ridurlo in lamine, un altro gruppo di “eroi” raggiungeva Cusco dove il generale Kiskis, obbedendo agli ordini di Atahualpa, accolse con cortesia i nuovi arrivati che, violentate senza pudore alcune vergini del Korikancha, il Tempio del Sole, e asportate ben settecento lastre d’oro, ripresero la via del ritorno senza subire molestia alcuna.
Il tesoro che giungeva a Francisco Pizarro stava acquistando proporzioni inimmaginabili, creando anche non pochi problemi.
Messo da parte il primo carico destinato alla quinta parte in favore del re di Spagna, Pizarro procedette a dividere il tesoro in percentuali variabili, secondo il grado e l’importanza dei partecipanti alla spedizione; anche l’ultimo archibugiere, tuttavia, ricevette una quantità tale del prezioso metallo che, una volta in patria, gli avrebbe garantito una rendita cospicua per tutta la vita.
A Caxamarca, però, le cose andavano diversamente.
Ogni cavaliere ebbe oltre quaranta chili d’oro e ottantadue d’argento, mentre la metà andò agli uomini della fanteria. Al comandante andavano sette volte la quota di un cavaliere e la portantina d’oro di Atahualpa.
Anche i fratelli Pizarro e gli ufficiali ricevettero una ricompensa adeguata, però tanta ricchezza provocò una immediata inflazione, tanto che una coperta e un sacco di mais potevano venire a costare anche un chilo d’oro.
In seguito, quando l’oro del Perù iniziò a giungere in Spagna, anche l’economia del Vecchio Continente ne risentì in maniera tangibile, infatti, provocò un crollo del commercio, mettendo in gravi difficoltà il paese iberico e altri stati europei.
Preso da mille pensieri si trovava Francisco Pizarro, alla vigilia di Pasqua, il 14 aprile 1533, quando, dopo mesi di lunga attesa, giunse a Caxamarca il socio Diego de Almagro con centocinquanta uomini e ottanta cavalli.
Il comandante accolse il vecchio amico con la cordialità di sempre, rimproverandolo bonariamente per il ritardo.
“Diego, carajo, come sono felice di vederti! Mi hai fatto aspettare tutti questi mesi quando avrei avuto bisogno del mio socio e amico”.
“Hola, Pizarro,” rispose Almagro abbracciando il compagno.
“Il mio viaggio non è stato facile. Prima ho dovuto convincere tutti questi uomini a seguirmi, poi non arrivava mai il permesso del governatore, infine i venti contrari, le piogge e tutto questo schifo di strada per arrivare quassù. Ma vedo che non hai perso tempo. Da dove viene questo ben di Dio?”
All’ombra di un porticato del palazzo delle Vergini, Pizarro mise al corrente il socio sugli ultimi avvenimenti, riscatto compreso.
“Vedi, Almagro, ora mi metti in difficoltà”.
“Cosa intendi?”
“Speravo che potessi arrivare qualche mese prima”, continuò il comandante, “così mi sarebbe stato facile, mentre adesso non posso certo chiedere ai miei uomini di rinunciare a parte del bottino per dividerlo con voi. No, non agitarti e ascoltami. Questi soldati hanno combattuto, sofferto, mentre i tuoi arrivano a cosa finite; comunque, di oro in questo paese ce n’è quanto ne vuoi e vi sarà facile, quando lasceremo Caxamarca per Cusco, rifarvi abbondantemente. Credo che sia giusto così, ti pare? Per quanto ti riguarda, invece, non devi preoccuparti perché ho provveduto a mettere da parte un bel po’ di oro che ti spetta di diritto, così come una buona parte per padre Luque”.
“Va bene, se la metti così sono d’accordo, ma patti chiari, bada bene. Prendo quello che mi hai riservato, ma d’ora innanzi tutto dovrà essere diviso con equità. I miei hanno fatto un lungo viaggio e non accetterebbero di restare con un pugno di mosche”.
“Intesi, Diego e ora apriamo uno dei barilotti di vino che hai portato, ormai non ne ricordo quasi più il gusto”.
Nei giorni che seguirono, crebbe il malumore dei nuovi arrivati perché avevano fretta di proseguire il viaggio per conquistarsi la propria parte di bottino; tutto quell’oro che circolava nelle bisacce degli uomini di Pizarro li irritava, non potendone approfittare.
Una sera, spinto dalle lamentele dei propri compagni d’avventura, Almagro affrontò il comandante.
“Francisco, è già oltre un mese che siamo qua e i miei soldati fremono per andare a conquistarsi un tesoro a cui hanno diritto. Cosa aspettiamo? Ormai le carovane con l’oro non arrivano più; togliamo le tende e avviamoci!”
“Presto partiremo, Diego, non ti preoccupare. Dobbiamo solo aspettare il ritorno di Hernando e risolvere la questione di Atahualpa. Ho pensato di processarlo e poi di inviarlo in Spagna”.
“Perché tanti fastidi? Bruciamolo come un eretico e risolviamo la questione”.
“No, Almagro. Si tratta pur sempre di un sovrano e credo che re Carlo non approverebbe”.
“Carlo è lontano,” rispose il socio, “mentre noi siamo qua. E poi, di motivi per giustiziarlo ne possiamo trovare quanti ne vogliamo. È un pagano che rifiuta la religione cattolica…”.
“No, Diego, si è convertito e ha chiesto il Battesimo”.
“E chi lo sa? Basta convincere Valverde e il gioco è fatto. Non mi pare che il frate sia tipo da farsi troppi scrupoli”.
“Sì, ma quando re Carlo lo verrà a sapere, cosa succederà? Gli ho promesso che mi sarei comportato da nobile di Spagna e non ho intenzione di deluderlo”.
“E va bene; allora la soluzione te la trovo io. L’altro giorno è arrivata la notizia della morte del suo fratellastro Waskar, vero? Di certo lo ha fatto uccidere lui, quindi lo condanneremo per fratricidio, oltre che per eresia e bigamia. Non è forse vero che ha parecchie mogli?”
“Certo, hai ragione, però non vorrei sporcarmi le mani col suo sangue. In questi mesi ho imparato a rispettarlo e ad apprezzarlo. È una persona che vale, un uomo che merita stima”.
“Non dire stupidaggini, Pizarro! È solo un ostacolo per noi. Giustiziamolo e non se ne parli più”.
“Non saprei. Se proprio dovrà essere giustiziato,” rispose il comandante con pena, “voglio che abbia un processo regolare. Se la giustizia lo riterrà colpevole di tutte queste accuse, allora sarà quel che sarà, ma non prima, resti inteso”.
Qualche giorno più tardi, giunse a Caxamarca Hernando Pizarro. Non portava con sé né oro né argento, ma un carico ben più prezioso: il temuto generale Chalcuchima.
Dopo aver lasciato Pachacamac, la truppa agli ordini di Hernando aveva risalito le Ande e, nei pressi del villaggio di Xauxa, era venuta in contatto con gli esploratori del generale.
Come Kiskis, anche Chalcuchima aveva ricevuto l’ordine di non torcere un capello agli stranieri, così li accolse, seppur senza amicizia, e accettò di discutere con loro.
Dopo lunghi patteggiamenti, alla fine il giovane Pizarro riuscì a convincere il generale a recarsi assieme a lui a Caxamarca per parlare con il Sapa Inca.
Chalkuchia ordinò ai propri uomini di attestarsi lungo il Cammino Reale, quindi in portantina e accompagnato solo da pochi armigeri, seguì Hernando.
Giunti che furono in prossimità della città, Francisco Pizarro inviò loro incontro Hernando de Soto con l’ordine di trattare il generale come un ospite, per il momento, e di condurlo al cospetto di Atahualpa.
Prima di entrare nelle stanze del sovrano, Chalcuchima si fece consegnare da uno dei suoi uomini un carico di fascine che si pose sulle spalle, come richiesto dall’etichetta; si presentò quindi davanti al re, levando le mani in segno di saluto e, mentre Atahualpa manteneva il silenzio e il capo abbassato, il generale sfiorò il volto del sovrano e gli baciò mani e piedi, rimanendo inginocchiato in attesa.
“Generale, cose sei venuto a fare qui?” esordì il Sapa Inca. “Ora anche tu sei prigioniero di questi incivili, mentre avresti potuto introdurre i tuoi guerrieri di nascosto in città e liberarmi”.
“Mio imperatore, credevo che fosse tuo l’ordine di venire a presentarmi, ma capisco che mi sono sbagliato. Il mio esercito, tuttavia, circonda Caxamarca e sarà sufficiente una tua parola per sferrare l’attacco”.
Ma Chalcuchima si sbagliava; infatti, terminato il colloquio il generale fu preso in consegna da venti spagnoli che, da quel giorno, non lo avrebbero più perso di vista, impedendogli ogni comunicazione con l’esterno.
Intanto, i preparativi per il processo ad Atahualpa andavano a rilento. Francisco Pizarro poneva ostacoli continui, al fine di ritardare l’inizio del procedimento, nella remota speranza che qualche novità potesse fornirgli la scusa di risparmiare l’Inca.
Almagro e i suoi, sempre più spazientiti, da parte loro incalzavano il comandante.
La tensione era palpabile e le zuffe fra i soldati dei due soci erano sempre più frequenti.
Finalmente, il 20 luglio il processo iniziò. Ventiquattro giudici esaminarono le accuse, le valutarono e alla fine emisero la sentenza: morte sul rogo.
Undici di quei giudici rifiutarono di firmare la condanna, ma la maggioranza era stata raggiunta e nulla più avrebbe potuto salvare l’Inca.
Il mattino di sabato 26 luglio 1533, fray Vicente de Valverde si recò da Atahualpa. Ricordando la richiesta di conversione del re, portava con sé una piccola e artigianale fonte battesimale.
“Signore, è giunta l’ora. Questa sera sarete giustiziato e morirete bruciato sul rogo”.
Alle parole del domenicano, il Sapa Inca rabbrividì. Non temeva la sofferenza, quanto l’oblio. Se il suo corpo fosse stato bruciato, nulla sarebbe rimasto, mentre la tradizione -e la religione- del suo popolo riteneva che i corpi mummificati dei re, onorati e custoditi dalla famiglia, sarebbero un giorno risorti a nuova vita. Questo era il suo dramma.
La soluzione venne dallo stesso Valverde.
“Tempo fa mi avete chiesto di essere battezzato; lo volete ancora?”
“Se accetterò, mi verrà risparmiato il rogo?” chiese con voce flebile Atahualpa.
“Sì, non brucerete, ma sarete strangolato sulla pubblica piazza. Non dovete temere, tuttavia, perché non proverete alcun dolore, sarà questione di un attimo”.
“Battezzatemi, padre.”
Quella stessa sera, preceduto da araldi che gridavano alla città le accuse e la sentenza, il Sapa Inca, battezzato con il nome di Francisco, fu legato a un palo e garrotato.
Poco prima, un sinceramente dispiaciuto Francisco Pizarro aveva voluto dare l’ultimo saluto al re.
“Signore -esordì il comandante generale- sappiate che ho combattuto per salvarvi la vita, ma la giustizia ha deciso e nulla più è nelle mie possibilità. Mi dispiace”.
“Se questo è il mio destino -rispose Atahualpa-, che si compia in fretta!”
Poi, quasi mormorando fra sé, scagliò un terribile anatema.
“Io sono vinto e pagherò con la morte, ma i miei vincitori sono perduti. Moriranno tutti di morte violenta!”
Mentre la notte nascondeva case e palazzi, attorno al corpo di Atahualpa furono accesi falò, poi il cadavere fu ricomposto e condotto nell’improvvisata chiesa che sorgeva su un lato della piazza dove venne sepolto con tutti gli onori. Fuori dalla porta, migliaia di indigeni prostrati al suolo piangevano il proprio re.
Due giorni più tardi si perse ogni traccia del corpo; gli Inca avevano di nuovo il proprio sovrano. Trafugato dai guerrieri di Chalcuchima o dalla stessa popolazione di Caxamarca, il cadavere del re fu imbalsamato e nascosto in un luogo dimenticato.
Tanto è stato scritto sulla gloriosa campagna dei conquistadores: sconfissero un impero coprendosi di gloria, sottomisero un popolo fiero e lo convertirono al cristianesimo. Pochi uomini, eroi immortali, ebbero la meglio su migliaia di guerrieri: un’impresa irripetibile.
Ma la verità è un’altra.
Furono le circostanze fortuite e la superficialità di Atahualpa a consegnare l’impero a un branco di avventurieri senza scrupoli.
Il Sapa Inca avrebbe potuto facilmente avere ragione degli spagnoli se la sua curiosità e la stupida supponenza non l’avessero ingannato.
Poteva distruggerli, e non lo fece, sulla costa quando gli uomini di Pizarro, appena sbarcati, erano più vulnerabili. Poteva distruggerli, e non lo fece, a Caxamarca quando erano circondati e nelle sue mani. Poteva ordinare ai suoi generali, e non lo fece per paura, di attaccare in forze i pochi spagnoli mentre era prigioniero.
A favore degli europei, inoltre, giocarono altri fattori.
La fortuna, innanzi tutto: al momento del loro arrivo, era deceduto da poco Wayna Cápac, il grande condottiero che avrebbe certo saputo fronteggiare gli invasori e che teneva saldo il potere nelle proprie mani.
Pizarro giunse in Perù nel mezzo della guerra civile fra i due figli del defunto re: quale circostanza più favorevole per un uomo astuto come il comandante generale?
Poi, la furbizia di Francisco Pizarro che seppe stipulare alleanze con gli indigeni ostili agli Inca e usare al meglio il vino avvelenato che uccise alcuni generali di Atahualpa, ufficiali che forse avrebbero potuto meglio consigliare il sovrano.

