Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(SESTA PARTE)

NELLA GIUNGLA
Choquekirao, la culla d’oro, sorge su un’ampia spianata e apparteneva al territorio della pianura sacra o Willkapampa, colonizzato dal grande Pachakutek per sfruttarne le ricche miniere d’oro e la produzione di coca.
Koyllur, Paukar e i loro guerrieri vi giunsero sul far di una sera calda e umida, affaticati dal difficile cammino, ma lieti di essere arrivati alla meta.
Con loro, il comandante Topa Runa, i fidi amici di sempre, Kori Atao e Suri Waman, il battaglione di incursori e qualche centinaio di nuove reclute, raccolte durante il lungo viaggio.
In quei luoghi sperduti, ai limiti della grande foresta, la notizia dei recenti avvenimenti era giunta ovattata e i pochi sacerdoti che con le Vergini del Sole abitavano Choquekirao erano a malapena a conoscenza di una disputa fra i figli di Wayna Capac e nulla sapevano degli spagnoli. Fu quindi con molto stupore e quasi con astio che ricevettero quel gruppo di giovani guerrieri che osavano invadere il luogo sacro.
Willa Kuntur, il sacerdote capo, ordinò alle sue guardie di sbarrare la strada agli intrusi e di ricacciarli indietro.
Fiero del compito assegnatogli da Manko e conscio dei propri doveri, Paukar affrontò il comandante della milizia che gli intimava di arrestarsi.
“Sono Paukar, sinchi delle forze guerrigliere. Il Sapa Inca Manko mi ha incaricato di prendere possesso della città” e, mostrando il kipu con gli ordini ricevuti, nel quale si raccontavano le ultime vicende e dove si nominava Paukar comandante generale della regione, si spinse innanzi.
Il capitano della guardia era confuso, nondimeno, vista la decisione del giovane sinchi, rinfoderò la spada, pregando Paukar di attendere che Willa Kuntur fosse informato dell’ambasceria.
Di lì a poco, pur con sospetto e fastidio, il gran sacerdote ricevette il nuovo arrivato.
Accompagnato da Topa Runa, Paukar consegnò il kipu a Willa Kuntur che lo lesse con diffidenza.
“Che storia è questa?”, esordì il religioso.
“Quando il principe Manko sarebbe succeduto al nobile Waskar?”
Per oltre un’ora i due guerrieri raccontarono al sacerdote gli sviluppi della drammatica situazione e, a mano a mano che proseguivano nella narrazione, Willa Kuntur si faceva sempre più cupo. Alla fine, il pur superbo sacerdote si convinse e offrì a Paukar il completo appoggio e la totale collaborazione.
“Bene, sinchi, se questi sono gli ordini vi do il benvenuto e possa Inti accordarvi la forza e l’ingegno per difendere l’impero. Potete prendere possesso dei quartieri militari e, quando sarete sistemati, darò ordine affinché i miei esploratori vi accompagnino a visitare la regione”.
“Grazie, gran sacerdote,” replicò Paukar, “avrò bisogno anche di tutti gli uomini validi disponibili per costruire avamposti e fortificazioni, allestire trabocchetti, nascondere ogni traccia del nostro passaggio e occultare tutte le strade che conducono qui”.
“Così sia,” commentò Willa Kuntur.
Nei giorni seguenti, la macchina organizzativa della cittadella si mise all’opera.
Mentre, sotto la supervisione di Topa Runa, operai reclutati nei piccoli centri abitati della provincia edificavano muraglie difensive, mimetizzandole fra il fogliame della foresta, scavavano buche dentro alle quali conficcavano pali aguzzi, raccoglievano grosse pietre che accatastavano sulle creste sopra a gole e canaloni, tagliavano alberi secchi per farne legna pronta da ardere per incendiare, in caso di necessità, parte della foresta e impedire, nell’eventualità di un attacco, l’avanzata del nemico ostacolandone la ritirata, fabbricavano armi e approntavano nuovi tampu che riempivano di viveri, utensili e armi, Paukar procedeva all’addestramento della truppa.
Ogni mattina, prima dell’alba, i guerriglieri carichi di armi e viveri partivano di buona lena per lunghe marce. Non seguivano quasi mai le strade o i sentieri tracciati, ma s’inoltravano nell’intrico della vegetazione, ferendosi a ogni passo fra il fogliame irto di spine, rovinandosi i piedi sulle rocce appuntite e combattendo contro insetti fastidiosi.
Una sera, di ritorno alla cittadella, Paukar radunò i suoi ufficiali, Koyllur compresa, e parlò loro a cuore aperto.
“Amici miei, siamo tutti sanguinanti, esausti e forse anche arrabbiati, ma tutto quello che stiamo sopportando ha uno scopo ben preciso e sono certo che lo comprenderete anche voi”.
Gli uomini attorno lo guardavano con occhi stanchi, qualcuno addirittura con astio.
Alcuni non comprendevano la necessità di tutto quel tormento, di quelle lunghe marce sotto il sole e la pioggia, in condizioni impossibili. Avevano seguito il loro sinchi per combattere e difendere l’impero; volevano lasciare quei luoghi inospitali e gettarsi ad affrontare le truppe di Kiskis che occupavano le loro case a Cusco. Non era quella la vita che avevano immaginato.
“Compagni,” proseguì Paukar, “dovete avere fiducia. Il Sapa Inca ci ha ordinato di addestrarci e attendere; Manko conta molto su di noi. Fra qualche settimana non sentiremo più la fatica, saremo così ben preparati che le difficoltà di oggi ci sembreranno semplici passeggiate e allora significherà che avremo raggiunto il massimo grado di efficienza e saremo pronti a fronteggiare qualsiasi nemico. Ma dovremo rimanere qui perché questa regione potrà diventare la nuova Cusco e noi le truppe scelte di un impero ancora più grande e potente”.
“Affrontare in campo aperto le milizie di Atahualpa,” intervenne Koyllur, “ci porterebbe sicuramente alla distruzione…”
“Ma salveremmo il nostro onore! Moriremmo per la patria e non esiste morte più nobile,” l’interruppe un ufficiale.
“Hai ragione, Puka Sonqo,” soggiunse Koyllur,” niente è più onorevole di una morte in battaglia, tuttavia sarebbe un sacrificio inutile per l’impero. Pazientiamo e le occasioni per combattere non mancheranno, così come di morire con onore, ma seguendo il nostro sinchi avremo anche la possibilità di sconfiggere il nemico e rendere un utile servizio al Sapa Inca”.
“Vedete,” iniziò a parlare il saggio Topa Runa che fino a quel momento si era limitato ad ascoltare, “l’irruenza, la passione e l’onore sono spesso inutili e potrebbero portare al disastro. Vi ho raccontato quello che successe al nostro esercito? Affrontò il nemico in campo aperto, come si conviene a guerrieri leali, ma venne preso in trappola e sconfitto”.
Il vecchio comandante si prese una pausa e passò, con intensità e decisione, lo sguardo sugli occhi di ognuno dei presenti. Non uno degli ufficiali osò intervenire; troppo grande la stima per quel guerriero temprato da tante esperienze.
Quindi, Topa Runa continuò.
“In questo momento l’errore più grande sarebbe scagliarsi contro il nemico; significherebbe andare incontro alla distruzione e consegnare in un piatto d’oro il nostro popolo e la nostra patria all’usurpatore. L’unica possibilità di vittoria, invece, consiste nel pazientare e addestrarci alla guerriglia per essere pronti, al momento decisivo, a sbaragliare il nemico. Dovremo imparare a essere invisibili, ombre che scompaiono nella notte, che frusciano fra il fogliame. Spettri che nemmeno la luce del giorno possa rendere visibili. Come vi ha detto il nostro sinchi, questa regione sarà probabilmente la nuova culla dell’impero e noi dovremo imparare a conoscerne ogni anfratto, ogni metro e ogni più piccolo crepaccio. Se arriveremo a questo, qualsiasi invasore non avrà scampo perché sarà attaccato, ferito, ucciso da noi, tenebre silenziose e implacabili. Sentiranno arrivare sulle loro teste i proiettili delle nostre fionde, conficcarsi nella carne le lance e le lame, senza mai vedere né capire da dove provenga il colpo che li uccide. Ecco, amici, il nostro primo scopo è proprio questo: colpire e terrorizzare il nemico che sarà costretto allo sbando. A quel punto, da difensori diventeremo attaccanti, incalzando l’invasore in fuga, decimandolo senza pietà e inesorabilmente ricacciandolo da dove è venuto. Ma non finirà qui! Toccherà poi a noi invadere il suo territorio, spingendoci fino a Caxamarca e oltre, a Tumipampa e addirittura a Quito. E allora sarà gloria eterna. Ora ditemi,” aggiunse Topa Runa dopo una breve pausa, “cosa vale la pena fare?”
Dapprima un leggero mormorio, poi una vera ovazione accompagnò la fine del discorso del comandante.
“Topa Runa ha ragione!” esclamò Kori Atao balzando in piedi.
“Sì! Che venga Kiskis, che vengano gli invasori. Li umilieremo! Sinchi Paukar, ti seguiremo ovunque vorrai,” gridarono in coro gli ufficiali.
“Non avevo dubbi, miei guerrieri,” riprese la parola Paukar. “Ora andate dai vostri uomini e spiegate loro perché stanno faticando. Dovete far capire quale sarà il futuro di gloria che ci attende!”
CAXAMARCA
Il giorno successivo al massacro, gli spagnoli si svegliarono presto.
Dalla porta della Casa delle Vergini potevano scorgere l’intera piazza disseminata di cadaveri. La sete di sangue della sera innanzi s’era smorzata e più di qualcuno rabbrividì di fronte a migliaia di corpi mutilati, dilaniati da condor e gallinacci.
Hernando de Soto cadde in ginocchio e pianse; lo stesso comandante generale era attonito.
Francisco Pizarro si tolse l’elmo e si afferrò la barba con dita tremanti.
“Dio mio, cosa abbiamo fatto!”, mormorò fra sé. “È giusto tutto questo?”
Poi guardò all’interno della casa e vide che padre Valverde era pronto per la messa. Si avvicinò all’altare costruito con vecchie assi, seguito in silenzio dai suoi uomini.
Il domenicano alzò l’Ostia; la truppa spagnola s’inginocchiò, ogni uomo raccolto in se stesso, immerso nella preghiera con la speranza che Dio si commovesse, cancellando dalla memoria l’ignobile brutalità che macchiava l’anima e l’onore.
L’intelligente Valverde volse lo sguardo su quegli uomini vergognosi e comprese il pericolo. Il rimorso per le atrocità commesse poteva portare alla disperazione, preludio della rovina. Così si fece forza e a voce alta iniziò il suo sermone.
“Soldati di Dio, levate il capo!Cosa sono alcune migliaia di morti di fronte alla redenzione di un popolo intero? Abbiamo combattuto una battaglia santa, sconfitto il demonio che soggiogava i selvaggi e ora il futuro arriderà a queste genti che ancora non conoscono la Buona Novella. Non è un massacro quello che abbiamo compiuto ieri sera, ma il volere di Nostro Signore e non sono uomini quelli che giacciono nella piazza, ma fantocci del diavolo. Nessuno di noi è stato ucciso, non un ferito; vi siete chiesti perché? Perché le nostre spade sono le armi di Iddio e le nostre braccia le ha guidate Santiago! Non abbattetevi, dunque, ma gioite perché voi, strumenti dell’Eterno, avete sconfitto l’inferno e porterete il vero Credo a questo popolo da troppo tempo in balia del signore del male. Io vi benedico, in nomine Patri et Filii et Spiritui Sancti”.
“Amen,” risposero in coro gli armigeri sollevati.
“Ed ora al lavoro!” ordinò Pizarro.
“Rastrellate tutti gli indigeni che potete e fate sgomberare i cadaveri. Che siano bruciati e nulla rimanga di questi demoni”.
“Dove sono i miei fratelli?” soggiunse il comandante dopo aver dato un’occhiata attorno.
In un angolo del dormitorio, Hernando, Gonzalo e Juan si stavano stiracchiando dopo l’impresa notturna, ma al sentire la voce del fratello, scattarono in piedi e sogghignando soddisfatti uscirono nel patio.
“Eccoci qui, Francisco, stavamo controllando l’equipaggiamento”.
“Bene,” proseguì Pizarro. “Forza, oggi c’è lavoro per tutti!”
Il comandante spagnolo non era ancora tranquillo; sapeva che l’esercito di Atahualpa non era sconfitto e i generali dell’Inca si stavano organizzando per la battaglia.
Certo, tenere prigioniero il re era una garanzia, tuttavia un colpo di mano era sempre possibile, pertanto predispose una stretta sorveglianza per l’ostaggio e inviò drappelli a controllare di continuo le mosse del nemico.
Gli era stato riferito che il generale Rumi Nawi -così chiamato per il suo occhio di pietra ricordo di duelli passati- disponeva di truppe fresche e preparate che avevano circondato tutta la valle di Caxamarca.
Un nemico tanto pericoloso a due passi lo preoccupava, così prese la decisione di mettere alle strette Atahualpa: o ordinava alle sue truppe di allontanarsi, oppure l’avrebbe minacciato di morte.
Di lì innanzi, inoltre, avrebbe egli stesso trascorso la maggior parte del proprio tempo in compagnia del re, sia per controllarlo strettamente, sia per tranquillizzarlo, promettendogli salva la vita se avesse obbedito a ogni suo ordine.
Si trattava, tuttavia, pur sempre di un sovrano, così Pizarro ordinò che fosse concesso alle sue donne di accudirlo e servirlo come conveniva al suo rango.
Atahualpa era un bell’uomo sui trent’anni, un poco basso di statura e tarchiato, forse, ma elegante nelle movenze e raffinato. Il volto era largo, con gli zigomi pronunciati, ma dai lineamenti delicati; parlava pacato, sottotono e si intuiva, ascoltandolo, che era un uomo istruito e pure allegro. Amava la conversazione ed era curioso di novità; ben presto l’Inca imparò a giocare a scacchi, trascorrendo lunghe ore in appassionanti partite con il comandante spagnolo.
“Maestà, se continuate così diverrete più bravo di me,” rise Pizarro rovesciando il re sulla scacchiera. “È già la terza volta che mi battete. Per questa sera basta così, vi prego”.
Sorridendo lievemente, Atahualpa batté le mani e subito due donne entrarono nella stanza recando boccali di chicha e mais tostato.
I due nobili bevvero di gusto, poi le serve portarono grandi vassoi d’oro e d’argento colmi di varie pietanze.
Durante i pranzi consumati col Sapa Inca, Pizarro aveva imparato ad apprezzare cibi a lui sconosciuti, quali uno strano tubero servito in zuppe o semplicemente bollito. Quando mangiava seduto su uno sgabello, il capo coperto per nascondere le orecchie, una delle quali gli era stata tagliata dai seguaci di Waskar, Atahualpa riceveva il cibo dalle mani delle sue donne e se lo portava con delicatezza alla bocca.
Pizarro era meravigliato, lui rozzo uomo di campagna, dal rito del pasto; più di una volta, frammenti di cibo erano scivolati dalla mano al vestito del re che, senza dar segno di fastidio, accompagnato per mano da una serva, si alzava, cambiava l’abito e riprendeva il pranzo interrotto.
I vestiti del sovrano erano tutti di squisita fattura, confezionati dalle Vergini del Sole con piume di uccelli rari o con la pelle dei pipistrelli; Atahualpa indossava gli abiti una sola volta, poi questi, come i resti del cibo, venivano bruciati e le ceneri sparse al vento.
“Quanto spreco!” pensava Pizarro accarezzandosi la lunga barba ormai grigia. “Tuttavia, tutto questo lusso è un buon segno. Vasellame d’oro e argento, orecchini intarsiati di pietre preziose, abiti tempestati di gemme. Un poca di pazienza e tutto questo sarà nostro”.
Ciò che più stupiva e al tempo stesso divertiva il comandante avveniva a fine cena.
L’Inca, dopo aver mangiato a sazietà e ruttato di gusto, si passava la lingua fra i denti e quindi sputava soddisfatto sulla mano protesa di una delle donne; un’altra raccoglieva i capelli caduti al sovrano ed entrambe si portavano alla bocca i rifiuti e li deglutivano.
“Ah, ah, ah,” sghignazzò lo spagnolo, “nemmeno i miei maiali arriverebbero a tanto!”
Ma non era per pura reverenza che le donne si comportavano in quel modo, quanto per preservare il loro signore da malefici che qualche stregone, seguace di Waskar, avrebbe potuto praticare, usando sostanze e tegumenti appartenuti al re.
Trascorsi i primi giorni di prigionia, i comandanti delle due opposte fazioni giunsero a un accordo.
Atahualpa accettò le condizioni di Pizarro, impose a Rumi Ñawi di rompere l’accerchiamento della città e di lasciare il territorio, ordini che il generale eseguì dirigendosi con l’esercito a Quito.
Anche se il clima ora era più tranquillo, il Sapa Inca non si sentiva sicuro; le promesse di libertà da parte di Pizarro non lo convincevano, così, nella speranza di assicurarsi salva la vita, commise il secondo grave errore, dopo aver permesso agli spagnoli di raggiungerlo a Caxamarca.
“Capitano generale, penso che ormai vi siate reso conto della mia volontà di ubbidire agli ordini di re Carlo e mi possiate considerare suo devoto suddito,” esordì il sovrano Inca una sera.
Pizarro lo guardò incuriosito.
“Apprezzo molto il vostro atto di fedeltà, maestà,” rispose.
“Ebbene, don Francisco,” proseguì Atahualpa, “ora possiamo chiamarci amici e per dimostrarvi quanto tenga a voi, vi farò un dono, anzi due, uno per il mio amico comandante e uno per tutti i miei alleati spagnoli e per re Carlo”.
“In cosa consistono i doni?” chiese impaziente Pizarro.
Senza rispondere, l’Inca batté le mani e da oltre l’uscio della stanza comparve una bellissima fanciulla.
“Ecco, don Francisco, questo è il mio dono per voi, mia sorella Kispe Sisa, giovane come l’alba, dolce come il mais maturo e calda come il tepore di primavera. Prendetela in moglie o come concubina; è vostra, fatene ciò che volete”.
“Mio sovrano,” rispose lo spagnolo inginocchiandosi, “vi ringrazio per il bellissimo regalo che accetto con gioia. Consideratemi da questo momento vostro fratello, oltre che amico”.
“Kispe Sisa”, aggiunse dopo un momento rivolgendosi alla ragazza, “da questo istante siete mia moglie e vi amerò come si conviene a una principessa quale siete. Ora, vi prego, andate e attendetemi nelle mie stanze”.
Senza una parola, la ragazza abbozzò un inchino e scomparve.
Poi, Pizarro si rivolse ancora una volta al re.
“E ora, fratello mio, qual è il secondo dono?”
Atahualpa, lusingato dalle parole del comandante, ma non ancora tranquillo, si schiarì la voce e iniziò un difficile discorso.
“Signore, prima di rivelarvi la natura del dono, devo farvi una richiesta. Ciò che riceverete ha valore incalcolabile e renderà voi e i vostri uomini ricchi come non avreste mai immaginato. Ebbene, in cambio vi chiedo una promessa, il pegno, sul vostro onore, di concedermi la libertà, se sarete soddisfatto”.
Francisco annuì pensieroso, pregando l’Inca di continuare.
“Domani stesso darò ordine affinché da tutto il mio regno giungano a Caxamarca oro e argento in quantità tali da riempire una volta questa stanza del primo metallo e due volte del secondo. Se accetterete la mia offerta, entro due mesi a partire da oggi vedrete arrivare una moltitudine di carovane con lama carichi di oggetti preziosi. Dal sud, dal nord, dalla selva e dalla costa, statuine, vasellame, bracciali, orecchini e ogni genere di manufatto dei due metalli riempirà questa stanza. Quando avrò compiuto la mia promessa, mi lascerete libero di andare; mi trasferirò a Quito o a Cusco, come vorrete, e sarò per sempre il più fedele vassallo di re Carlo e il vostro amico più sincero”.
Controllando a stento lo stupore e nascondendo la felicità, Pizarro rispose troppo in fretta.
“Fratello mio, già ora siete praticamente libero e se vi trattengo è solo per non privarmi del piacere della vostra compagnia; tuttavia, se è questo che desiderate, avete la mia parola di gentiluomo: quando le stanze saranno riempite d’oro e d’argento, avrete il mio permesso di lasciare Caxamarca”.
Ma l’Inca non conosceva ancora abbastanza la cupidigia di quegli spagnoli; non poteva immaginare che la sua generosità avrebbe scatenato una sete di ricchezza senza fine e segnato la sua sorte.
E così trascorsero i giorni successivi, Atahualpa nella speranza di libertà, gli spagnoli nell’attesa di Diego de Almagro con i rinforzi e dell’immenso tesoro promesso dall’Inca.
Finalmente iniziarono ad arrivare le prime carovane.
Verso la fine del novembre 1532, giunsero da Quito e Tumipampa i primi carichi di oggetti preziosi.
Gli occhi degli spagnoli brillavano, mentre le mani afferravano collane e diademi, anfore e piatti, cinture e pettorali, tutti d’oro luccicante, lavorati con la perizia e la fantasia di abili artisti.
La brama di ricchezza e l’ignoranza di quei rozzi conquistadores, tuttavia, impedirono agli uomini di Pizarro di apprezzare le raffinate elaborazioni, così allo scopo di guadagnare spazio nella famosa stanza del riscatto, gli europei distrussero il tesoro a martellate, riducendolo a lamine informi.
“Perché distruggete l’arte e il lavoro di fini cesellatori?” chiese stizzito Atahualpa. “Posso procurarvi tanto oro da saziare la cupidigia di un regno intero, frenatevi!”
Le sue parole, tuttavia, rimasero inascoltate.
Durante le settimane seguenti, i carichi d’oro e d’argento giunsero sempre più numerosi, sia da nord, sia da sud, ma gli spagnoli, esaurita la prima euforia, iniziarono ad annoiarsi e anche un poco a preoccuparsi per le notizie che parlavano di un forte esercito Inca, a sud di Caxamarca, comandato da un generale di nome Chalcuchima.
Nel frattempo, Atahualpa si ammansiva sempre più e raccontava a Pizarro le ricchezze di Cusco e del tempio di Pachacamac.
Queste rivelazioni e le notizie di consistenti forze nemiche consigliarono il comandante generale di inviare il fratello Hernando in esplorazione.
“Hernando, il tuo compito è di recarti a sud a verificare le informazioni sull’esercito nemico e, già che ci sei, prosegui fino alla costa e vediamo cosa c’è di vero sulle ricchezze di quella Pachacamac. Prendi con te venti uomini a cavallo e torna con tutto l’oro che puoi. Se nel cammino dovessi incontrare quel generale di cui si parla tanto, digli che il suo re è nostro prigioniero e chiede di parlargli”.
“Farò il possibile, Francisco. Se mi riuscisse di condurlo a Caxamarca avremmo risolto il problema: con lui e Atahualpa prigionieri non avremmo più nulla da temere”.
Atahualpa, sovrano borioso, non era uno sciocco. Colto e raffinato, educato alla scuola eccelsa degli amauta, come tutti i nobili possedeva un’istruzione di ottimo livello e una buona capacità critica.
Aveva studiato i suoi carcerieri, riconoscendo in quegli uomini rozzi una grande determinazione, ma anche poco acume e una sostanziale grettezza nei modi. Trattare con persone istruite al pari suo sarebbe stato facile perché la comunicazione fra esseri dotati di buona capacità intellettiva e senso critico non avrebbe incontrato gravi ostacoli. La sua situazione, viceversa, lo preoccupava. Aveva presto intuito che questi bianchi arroganti erano attratti solo dall’oro e discutere con loro era quantomeno problematico. Per tale ragione aveva cercato di ammansirli con promesse di ricchezza, certo di ottenere più successo che con le parole; ma ora temeva, a ragione, di aver commesso un errore.
A mano a mano che giungevano i carichi col tesoro, infatti, vedeva crescere negli spagnoli la cupidigia. Fu allora che, nonostante le rassicurazioni di Pizarro, tornò a temere per la propria vita.
Circondato dai propri ragionamenti, cercava di analizzare freddamente la situazione. Tutto sommato, l’uomo che temeva di più era l’unico che non portava armi. Riconosceva in fray Valverde una certa intelligenza e un sufficiente grado di istruzione, ma capiva pure che il domenicano era invaso da una strana esaltazione mistica e da una eccessiva considerazione di sé.
Aveva visto, inoltre, che il solo comandante era in grado di tenere testa al religioso che possedeva un forte ascendente sul resto della truppa. Sapeva di dover guardarsi da quest’uomo e avrebbe cercato di fare il possibile per assecondarlo; innanzi tutto, doveva fingere.
Fingere di interessarsi ai dogmi della nuova religione, di abiurare gli dei andini, di adorare questo Gesù Cristo di cui tanto parlava Valverde. D’altronde, pensava, la Parola del Figlio di Dio, come la raccontava il frate, non era priva di senso, anzi affascinava.
Gli creava però una grande confusione e faticava a coniugare le prediche del religioso con il comportamento degli invasori.
“Se il dio che questo frate dipinge è buono, misericordioso e predica la pace, che senso ha tutto questo?” pensava Atahualpa.
“Se siamo tutti fratelli, perché hanno massacrato il mio popolo? Se condanna la violenza, perché hanno stuprato le mie donne? O forse Valverde e Pizarro predicano due religioni diverse? Per come agiscono, non dovrebbero essere alleati, ma acerrimi nemici! Ciò che insegna il frate è distrutto dal guerriero! Eppure Pizarro e gli altri adorano la croce, simbolo del loro dio. Come si concilia tutto ciò?”
Qualcosa di importante sfuggiva alla sua comprensione, come sarebbe sfuggito a milioni di persone, in futuro.
Nonostante le ore trascorse a meditare, l’unica conclusione a cui il sovrano Inca riuscì a giungere fu quella di assecondare i suoi carcerieri e far loro credere di essersi convertito alla religione cattolica, pur in realtà continuando
ad adorare le divinità degli antenati.
Ascoltò per giorni gli insegnamenti di Valverde, imparò il catechismo, frequentò le funzioni religiose e, infine, chiese il battesimo; ma tutto ciò non gli salvò la vita.

