Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(SECONDA PARTE)

Confuso, Paukar si avviò al quartier generale.
La storia di Topa Runa gli aveva lasciato un senso di vuoto; la delusione per il comportamento di Waskar si sommava alla mancanza di fiducia in un nuovo principe, del tutto incapace di guidare un esercito, come aveva affermato il vecchio comandante della guardia.
In quelle ultime ore, solo ascoltando i racconti dei volontari e osservando il penoso andirivieni di soldati malconci e donne piangenti, sentiva di aver perduto una stagione importante della vita.
L’adolescente Paukar non esisteva più; quello che si faceva largo fra la folla impaurita era un guerriero, ancora acerbo, ma determinato a combattere per la propria terra.
I bei discorsi dell’amauta sembravano filosofie d’altri tempi, argomenti inutili in un momento tanto drammatico. Le costellazioni, dimora delle divinità, Killa la luna, suggeritrice della semina, il sole nascente, il calcolo astronomico. Tutte balle! Cose senza senso, ora che il suo mondo stava crollando.
“Il futuro dipende dalle armi e dal coraggio”, pensava accelerando il passo.
“Le donne, i bimbi, la nostra società non sanno che farsene di lezioni retoriche. Conta solo riorganizzare l’esercito e combattere, attaccare il nemico e massacrarlo, niente altro.”
Paukar non poteva sapere che in quello stesso momento le truppe di Kiskis entravano a Cusco, massacravano la famiglia di Waskar, donne, bambini e servitori compresi, e bruciavano la mummia di Tupac Yupanki, che era stata dimenticata nella fretta.
L’ordine del massacro era stato dato da Atahualpa in persona, ma perché bruciare anche la salma del proprio glorioso antenato?
Nella sua crudeltà e seguendo un disegno programmato, il principe di Quito intendeva distruggere ogni possibilità di futura rivendicazione della Mascaypacha, la borla reale simbolo dell’imperatore; infatti, la discendenza della dinastia fra gli Inca si tramandava attraverso la famiglia materna e la madre di Waskar era del Cusco, della stirpe di Tupac Yupanki, mentre la sua di Quito…
Ma torniamo a seguire i tormenti di Paukar.
Il giovane capitano camminava brontolando fra masserizie, animali e uomini occupati in chissà che cosa; si mordicchiava le unghie e sputava di continuo con rabbia. Facendosi largo a spintoni, arrivò finalmente al quartier generale.
Quattro sporche capanne di paglia e fango disposte in cerchio: il caos assoluto.
Generali e servitori nervosi correvano qua e là, spaventando i miti cuy, i porcellini d’India che, di lì a poco, sarebbero finiti arrosto per la mensa del sovrano.
Paukar superò di slancio il primo sbarramento di guardie, ma venne presto fermato da due robusti guerrieri che lo spinsero indietro.
“Devo parlare col principe”, urlò sbavando, “Fatemi passare!”
“Manko non ha tempo da perdere con gli studentelli”, rispose una guardia. “Vattene prima che ti prenda a pedate”. Col coraggio dell’incoscienza, Paukar finse di obbedire, ma subito si girò di scatto e passò in mezzo ai soldati stupiti. “Figlio di una volpe zoppa, ora un grosso calcio nel culo non te lo leva nessuno”, gli urlò dietro il capoposto rincorrendolo. Ma ormai il giovane era entrato nel cortile e stava già in ginocchio dinanzi a Manko.
“Lasciate stare”, ordinò il re. “Dimmi che vuoi, ragazzo!”, chiese il sovrano.
“Sapa Inca”, iniziò a parlare Paukar senza levare lo sguardo, “arrivo da Cusco con molti guerrieri, tutti pronti a combattere. Prendici al tuo servizio; ci basta una tua parola e attaccheremo il nemico. Lo distruggeremo, ne sono certo”.
I generali risero di gusto, ma il re rimase serio.
“Perché ridete, sciocchi?”, li apostrofò Manko.
“Perché burlarsi di un giovane guerriero che non teme la morte e che dona la propria vita al suo imperatore? Quali migliori prove di lealtà avete saputo darmi voi?” “Raccontami, giovanotto, com’è la situazione a Cusco?”, chiese il principe, ma l’arrivo di un corriere impedì a Paukar di rispondere.
Il chaski recava con sé un quipu fonetico che sembrava contenere notizie importanti.
“Fatti dare una caraffa di chicha e attendimi. Più tardi parleremo, mio giovane soldato”, disse Manko e si affrettò all’interno di una capanna, seguito dal traduttore di quipu.
Il quipucamayoc studiò il messaggio e lo lesse al sovrano che ascoltava con attenzione.
“Un gruppo di uomini barbuti che montano strani grandi animali è entrato a nord nel Chinchaysuyu. Non parlano la nostra lingua, non sanno leggere né scrivere perché dimostrano di non comprendere i quipu. Vestono una corazza di metallo luccicante come le spade che portano. Non sembrano pericolosi, anche se hanno armi che tuonano come il dio delle tempeste, ma avvicinarli non è un piacere perché puzzano. Si sono accampati a poca distanza dalla costa e praticano strani riti. S’inginocchiano ogni mattina e ogni sera davanti a uno di loro, vestito in modo diverso; indossa una lunga tunica scura e alza un bastone a forma di croce”.
“Mmm”, mormorò Manko, “forse il dio Inti ci manda un segnale. Non so chi siano questi uomini, ma se sono arrivati proprio ora ci sarà un motivo. Chiama gli ufficiali, quipucamayoc.”
“Che ne pensate?”, chiese il re allo stato maggiore.
“Sono accampati a poche giornate di marcia dall’esercito dell’usurpatore”, commentò il generale più anziano “e potrebbero allearsi con Atahualpa contro di noi, oppure…” “Oppure potrebbero schierarsi dalla nostra parte se sapremo convincerli e saremo rapidi”, concluse Manko.
“Non c’è tempo da perdere. Capacocha, andrai tu a parlare con gli stranieri. Prometterai loro il governatorato di Quito, una volta sconfitto Atahualpa, e la gratitudine del Sapa Inca. Parti e porta con te alcuni dei miei mantelli come dono”, ordinò il principe.
Rimasto solo, Manko rivolse una preghiera a Inti, quindi uscì dalla capanna e vide Paukar che ancora stava aspettando.
Di buon umore grazie all’insperata notizia, il re chiamò a sé il ragazzo.
“Come ti chiami, guerriero?”
“Paukar, mio signore”.
“Ebbene Paukar, raccontami di te”.
Fra tanti anziani ufficiali, il principe e lo studente erano gli unici giovani e non faticarono a familiarizzare e a diventare amici.
Nei giorni che seguirono Manko volle conoscere gli altri ragazzi che facevano parte del gruppo, apprezzando la loro devozione e l’entusiasmo e, alla fine, gli venne un’idea.
“Paukar, amico mio, ti nomino Sinchi. Sarai il capitano comandante delle truppe studentesche. Andate per i villaggi e reclutate quanti più giovani potete; poi ti assegnerò alcuni istruttori che vi prepareranno al combattimento. Voglio fare di voi un contingente scelto di incursori, addestrati alla guerriglia”.
“Sapa Inca”, chiese Paukar, “potrei avere con me il comandante Topa Runa? È un guerriero valoroso e sono certo che saprà prepararci bene”.
“Concesso!”, replicò il sovrano.
Dopo due settimane trascorse fra addestramento e reclutamento, il nuovo battaglione di Paukar andava assumendo consistenza.
Ormai erano quasi mille i giovani che, agli ordini di Topa Runa, scalavano canaloni impervi, sfidavano le acque del Wilkamayu, il fiume sacro, imparavano a usare la fionda e a tendere imboscate.
Una sera, mentre si scaldava accanto al fuoco assieme agli amici, Paukar ricevette una visita.
“Sinchi, sono Koyllur e mi trovo qui perché anche noi ragazze vogliamo combattere. Prendici con te e non te ne pentirai. Ci siamo addestrate per conto nostro, spiando i vostri esercizi e ti assicuro che sappiamo cavarcela bene. Siamo molte e determinate”.
La ragazza, una brunetta niente male dalle lunghe trecce, parlava in fretta e aveva lo sguardo deciso.
Paukar era stupito; guardò i compagni che sogghignavano e infine scoppiò a ridere pure lui.
“Koyllur…sì, in effetti sei carina come una stella…ma si è mai sentito dire che una donna possa combattere? Tuttavia chi sono io per impedire a tante giovani ragazze di unirsi a noi? Se volete, potrete occuparvi della cucina e del trasporto dei rifornimenti quando andremo in battaglia, ti va?”
“Ach!”, esclamò la fanciulla sputando a terra.
“Prepareremo i pasti, porteremo i bagagli, ma non credere di fermarci. Noi combatteremo al vostro fianco e ti dimostreremo il nostro valore”.
“E va bene, accetto. Da domani vi unirete a noi negli esercizi e in più vi occuperete del cibo e di tutto il resto. Ma bada bene; al primo segno di cedimento non vi vorrò più fra i piedi”.0
“Così sia, Sinchi, però ho anch’io una condizione da porre”.
“Sentiamo”.
“Se fra quindici giorni saremo ancora al vostro fianco, toccherà a voi maschi preparare il cibo e trasportare il materiale. Ti va? E se non ce la farete, come la metteremo?”
“Mmm”, tossicchiò Paukar, “sei un bel tipo, Koyllur, però hai ragione. Facciamo così: esercitiamoci e occupiamoci assieme di tutto, poi si vedrà”.
“Affare fatto”, rise la ragazza e se ne tornò volteggiando dalle amiche.
Dopo aver placato la sete di sangue di Atahualpa e aver assunto il governatorato di Cusco, il generale Kiskis inviò staffette a Caxamarca annunciando il felice esito della campagna militare.
Restava ancora da incalzare le truppe del principe Manko che le notizie volevano stanziate nella Valle Sacra, ma il problema era trascurabile al momento perché non costituivano un reale pericolo.
Il comandante inviò alcune compagnie di armati a presidiare le vie di comunicazione, i ponti e le fortezze, più per scrupolo che per effettiva necessità.
Kiskis sapeva che Manko non sarebbe stato in grado di riorganizzare un forte esercito con le poche truppe di sbandati impauriti e malconci.
La prima necessità era di creare un governo stabile nella capitale e di riportare la serenità nella popolazione sottomessa. Per un uomo di guerra quale era, questo compito gli appariva complicato, ma il tempo del sangue era finito e ora doveva dar mostra di clemenza e diplomazia per riunificate l’impero.
Nonostante le difficoltà e la diffidenza degli abitanti di Cusco, il generale riuscì a poco a poco nel suo intento e, in qualche mese, la città riprese una parvenza di normalità, ma una terribile notizia giunse improvvisa a distruggere i suoi piani di pace: Atahualpa era stato catturato con l’inganno da un gruppo di stranieri.
Koyllur e le altre ragazze si comportavano davvero bene. L’addestramento era duro, ma le giovani guerriere compensavano i limiti fisici con la volontà e, pur penalizzate nei confronti dei maschi nelle prove di forza, sopperivano con l’intelligenza e l’intuito.
Appresero talmente bene l’arte della guerriglia da superare spesso gli stessi uomini; impararono a mimetizzarsi e a sferrare attacchi improvvisi e altrettanto velocemente a ritirarsi e sparire.
Molto presto, i loro compagni presero a stimarle e a tenerle in grande considerazione.
Nelle battaglie tradizionali in campo aperto non sarebbero certo state di grande utilità, ma, per il compito che attendeva il battaglione di Paukar, l’agilità, la rapidità e l’astuzia delle ragazze si dimostrarono importanti.
La guerriglia, più di qualsiasi altra azione militare, richiede coraggio, ma anche sacrificio e assoluta fiducia reciproca; sapere che chi combatte a fianco non abbandonerà il compagno in difficoltà infonde fiducia nel guerriero ed è il primo passo verso la vittoria.
Nel “mordi e fuggi” della lotta d’imboscata, la forza fisica ha importanza relativa, mentre è essenziale la precisione del colpo, il polso fermo che impugna la fionda, la velocità d’esecuzione e l’altrettanta rapidità nell’abbandonare il campo di battaglia e dileguarsi nella foresta o fra le rocce, senza lasciare al nemico il tempo di capire cosa stia accadendo.
In tutto questo le ragazze di Koyllur eccellevano e i maschi seppero apprezzare tali qualità, accogliendo le donne come compagne alla stregua di ogni altro combattente.
Rimaneva un altro problema, non semplice da risolvere. L’ammirazione per le doti guerriere è una cosa, ma l’attrazione sessuale è un’altra.
Il Sinchi Paukar si trovò di fronte a un doppio dilemma: limitare, per quanto possibile, le scaramucce amorose fra i maschi e le femmine evitando l’insorgere di dispute e gelosie fra i guerrieri e reprimere l’attrazione personale per la bella Koyllur.
Le due cose erano legate. Sempre più spesso si accorgeva di seguire con gli occhi i movimenti della ragazza e una forza ignota costringerlo ad avvicinarsi a lei. Notava nello sguardo della giovane una strana luce, a volte tenera, altre irridente, che gli provocava brividi piacevoli.
“Sì”, pensava, “è bella e mi piace, ma c’è qualcosa d’altro. Quando non la vedo penso a cosa stia facendo, con chi sia e non riesco a concentrarmi nel mio dovere di comandante, sono inquieto e nervoso e ho paura stia sorridendo a qualcuno. Quando sono vicino a lei, invece, mi sento ancora più idiota, mentre la guardo a bocca aperta”.
“E poi la vedo sorridere dolce e mi sciolgo come la neve degli Apu. Ach! Mi starò forse innamorando?”
“E lei, perché mi guarda così? Quando mi allontano, mi giro e mi sta osservando con gli occhi che brillano e se mi avvicino sorride ironica, poi però se distolgo lo sguardo fa di tutto per farsi notare”.
“Cosa vuole da me? Non ho tempo per queste stupidaggini, devo pensare alla guerra e ai miei uomini!”
Reprimere le passioni è però pura follia, oltre che una partita persa in partenza e Paukar lo capì molto presto.
Una sera, mentre se ne stava in disparte, nella confusione della sua mente, Koyllur si avvicinò e gli sedette accanto.
Il cuore di Paukar iniziò a battere veloce.
“A cosa stai pensando?”, gli chiese la ragazza.
“Alle esercitazioni di domani”, rispose troppo in fretta il giovane.
“Paukar, perché continuiamo a fingere? Tu mi piaci e anch’io a te. A cosa serve cercare di ignorarlo? Credi forse di risolvere così i tuoi problemi? Non è questo il modo. Se provi qualcosa per me è meglio dirlo e farlo sapere a tutti. Cosa c’è di male?”
Paukar, che non si aspettava una dichiarazione tanto immediata, rimase sconcertato e senza parole, ma dopo qualche minuto riprese forza e coraggio.
“È vero, Koyllur, credo di essermi innamorato di te e per questo è meglio che tu te ne vada. Devi lasciare il reggimento, altrimenti non riuscirei a farmi rispettare dai guerrieri e tutto il nostro addestramento sarebbe stato inutile. Sì, ti amo, mia bella stella, ma tutto deve finire qui. Ora basta, vattene subito, non dobbiamo vederci più”.0
“No Paukar, non me ne vado, scordatelo. Stai sbagliando. Cosa credi? Di poter far finta che non esista l’amore? Come potresti aiutare il nostro popolo, il Sapa Inca e i tuoi uomini se sarai infelice?”
“Ma non c’è altra soluzione, Koyllur, non capisci?”
“Non dire cretinate, Paukar. Quello che sta succedendo a noi due ora, capita anche a tanti altri. Ma guardati attorno, osserva! Non vedi come si guardano gli altri ragazzi e ragazze? Presto si formeranno tante coppie, che tu lo voglia o no, e questo non è un male, credimi. Vorresti forse che i guerrieri ti mentissero per farti piacere? A cosa servirebbe?”
“E cosa dovrei fare, allora, dimmelo!”, rispose Paukar stizzito.
“Semplice. Annunciamo a tutti il nostro amore e lasciamo che altri facciano altrettanto. Se ragazze e ragazzi formeranno coppie fisse, non ci sarà più alcun problema, anzi! Non ci saranno sotterfugi e i guerrieri saranno più tranquilli, combatteranno meglio sapendo di farlo a fianco della persona amata”.
“Credi? Lo credi davvero Koyllur?”
“Ne sono certa. E ora baciami, mio piccolo amato capitano e fallo qui, davanti a tutti. Che ci vedano!”
E vedendo che Paukar non si decideva, la ragazza gli prese la testa fra le mani e lo baciò con violenza. Poi si alzò, afferrò la mano del giovane e lo costrinse ad alzarsi.
“Guerrieri, il nostro sinchi Paukar ha qualcosa da dirci,” urlò Koyllur raggiante.
Fu la soluzione migliore e la più semplice.
Nei giorni successivi si formarono parecchie coppie di guerrieri innamorati e all’interno del reggimento si creò un’atmosfera nuova e bella, una grande famiglia di giovani combattenti.
Koyllur aveva trovato la formula giusta: un gruppo di soldati, maschi e femmine, determinati e sereni che avrebbero costituito il nucleo centrale della Resistenza Inca negli anni futuri.


