Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(QUINTA PARTE)

“Missione compiuta, comandante”, riferì Soto a Pizarro, “Domani l’Inca verrà qui a visitarci”.
“E domani si deciderà la nostra sorte”, commentò Francisco.
“L’esercito nemico è immenso”, proseguì l’ufficiale, “e sarà dura averne ragione”.
“Non abbiamo molte soluzioni, Soto”, rispose Pizarro. “Dobbiamo agire d’astuzia e con rapidità, prevedendo le mosse nemiche. Se riusciremo ad avvicinarci all’Inca e a farlo prigioniero avremo vinto, altrimenti… Ma non ci sarà un altrimenti. D’ora in poi, doppio turno di guardia. Chi riposa dovrà farlo vestito e armato, pronto a entrare in azione. Domattina prima dell’alba voglio tutti gli ufficiali a rapporto e pure padre Valverde. Ora andate a riposare, l’avete meritato”.
Il comandante quella notte non dormì. Studiò ogni possibile soluzione per avere ragione del nemico, ma alla fine giungeva sempre alla medesima considerazione: centosessantaquattro uomini armati contro migliaia di indigeni, un rapporto di cento a uno, perlomeno!
La forza, la determinazione e le armi non sarebbero bastate, occorreva l’aiuto di Dio e una grande dose di fortuna.
“Possiamo contare su tre fattori a nostro favore,” pensava, “le armi e le corazze d’acciaio, gli archibugi e i cannoni che, pur senza far troppo danno, incutono terrore e la carica di cavalleria per disperdere il nemico e falciarlo mentre fugge. Appena riorganizzati i ranghi, però, per noi sarebbe comunque la fine. A loro sarebbe sufficiente assediarci e prenderci per fame e sete, oppure martellarci con le pietre e incendiare i nostri ripari per farci uscire allo scoperto. Molto probabilmente, domattina il primo scontro sarà a nostro favore, ma poi? No, sono troppe le variabili a nostro sfavore, occorre escogitare qualcos’altro. Abbiamo ancora alcuni cani da combattimento e potremmo aizzarli in un secondo momento, oppure gettare nella mischia tutte le risorse che abbiamo per creare il maggiore scompiglio possibile e isolare il re. Sì, questa è senza dubbio la nostra unica possibilità,” concluse, “sperare di creare un vuoto attorno ad Atahualpa e attaccare la portantina del re per prenderlo prigioniero. Se lo cattureremo, le sorti della battaglia dovrebbero decidersi a nostro favore. Ma non sarà facile. Con quanti guerrieri arriverà l’Inca? Sarà possibile avvicinarlo senza essere massacrati? Mierda! Ricominciamo a studiare il piano daccapo”.
Pizarro non era il solo a vegliare. Nessuno spagnolo poteva chiudere occhio; la paura attanagliava tutti e più d’uno di quei fieri conquistadores trascorse le ore che separavano dall’alba in ginocchio, pregando la Vergine e i Santi.
Quando ancora le tenebre avvolgevano la città, Pizarro convocò gli ufficiali e padre Valverde.
“Allora, ho studiato il piano di battaglia e ora lo rivedremo assieme. Sono certo che tutto andrà bene e prima di sera saremo padroni del campo”, esordì il comandante generale ostentando una sicurezza che non provava.
“Il nostro scopo è catturare Atahualpa prima che gli indios ci attacchino, però prima è necessario seguire le istruzioni del nostro re e offrire al nemico la possibilità di arrendersi e di riconoscere Carlo come imperatore e Gesù Cristo come Dio supremo. Questo compito tocca a padre Valverde che sarà accompagnato da Martinillo come interprete per rivolgere ad Atahualpa le nostre richieste. Ora vediamo il resto”.
Dopo mezz’ora di discussione, gli ufficiali approvarono il piano del comandante.
“Pedro de Candia, El Greco, con nove archibugieri e i due pezzi d’artiglieria sparerà sui soldati nemici appena Valverde darà il segnale urlando Santiago. Greco, spara per aprirci la strada verso l’Inca; focalizza bene la nostra posizione e comportati di conseguenza. Come avete visto”, proseguì Pizarro, “le vie scendono in piazza sboccando fra i vari edifici; in queste costruzioni si nasconderanno i fanti, pronti a sparare con gli archibugi e ad attaccare con le picche e i cani, appena l’artiglieria avrà seminato il panico. La cavalleria farà altrettanto, gettandosi nella mischia da tre punti diversi, ma convogliando tutta verso la portantina di Atahualpa. Il primo contingente sarà composto da Hernando de Soto e diciotto cavalieri, il secondo da mio fratello Hernando e il terzo da Benalcazar, anch’essi con diciotto uomini a cavallo. Nel mezzo starò io con padre Valverde, i due interpreti Felipillo e Martinillo, quattro cavalieri e venti fanti. Ricordate: tutti dovremo stare nascosti fino al segnale di Valverde. Domande?”
Dubbi non ce ne furono; quello di cui gli uomini necessitavano era una grande iniezione di fiducia che il loro capo cercava di infondere garantendo la vittoria.
“In nome di Dio e nella sua infinita misericordia, io vi benedico e che la vittoria sia con noi, per il bene nostro e della Santa Chiesa Cattolica,” con queste parole padre Vicente Valverde benedì il piccolo esercito spagnolo, quindi prese crocifisso e breviario, raccogliendosi in meditazione.
Il sole era da poco apparso nel cielo, scacciando le nubi del giorno prima; i soldati spagnoli, nascosti fra le mura dei palazzi, attendevano nella morsa della paura, ma del nemico nessuna nuova.
Trascorsero le ore in un silenzio surreale, senza che nulla cambiasse, finché, dopo mezzogiorno, si levò una melodia cantata da centinaia di uomini, vestiti di bianco e di rosso, che avanzavano lenti ripulendo il terreno e, dietro a loro, altre persone occupate a spargere petali di fiori.
Infine, accompagnato da alcune migliaia di guerrieri armati solo di piccole scuri e fionde, ecco apparire Atahualpa, il Sapa Inca, su una portantina dorata incastonata di pietre preziose e sorretta da dignitari della famiglia reale.
Quanta arroganza nel comportamento del re! Con un solo gesto, un breve ordine, in pochi minuti avrebbe potuto spazzar via per sempre quell’accozzaglia di avventurieri e invece eccolo, sciocco e sicuro di sé, regalarsi al nemico e a far crollare tutta la sua effimera potenza.
Pizarro non poteva sperare in maggior fortuna.
Con incedere solenne, il corteo affollò ben presto la piazza, proprio come aveva sperato e pregato il comandante generale.
I portatori fermarono la lettiga quasi al centro della piazza, nei pressi dell’Ushnu dove Pedro de Candia e i suoi stavano nascosti.
Era giunto il momento di Valverde.
Con le gambe molli, il domenicano, accompagnato da Martinillo, si fece strada tra i guerrieri Inca e s’avvicinò alla portantina decorata con multicolori piume di pappagallo. Vestito del suo ormai sporco abito bianco, la tonsura del cranio bruciata dal sole, crocefisso in una mano e breviario nell’altra, il frate iniziò a parlare al sovrano esponendo la richiesta di fedeltà verso il re di Spagna e la religione cattolica.
“Chi mi ordina tutto questo? Con quale diritto venite qui, nella mia terra, a dettare legge, dopo aver distrutto, violentato, rubato per mesi? Perché dovrei sottostare alle vostre richieste? Guardatevi attorno, aqo!, cani, chi siete voi?”, chiese infuriato Atahualpa.
Per tutta risposta, Valverde sollevò il breviario esclamando: “La risposta alle tue domande è scritta nel libro sacro; qui c’è la parola di Dio e Dio stesso ti ordina di ubbidire!”
E l’Inca, afferrato il libro proteso dal frate, lo guardò un momento con disgusto e lo scagliò al suolo con violenza. Offeso, Valverde si ritirò di due passi, quindi si girò su se stesso, raccolse forze e saio e, fuggendo a gambe levate irlò: “Sacrilegio! Santiago, Santiago!”
E si scatenò il massacro.
Pedro de Candia aprì il fuoco, seminando più panico che morti, ma provocando un fuggi fuggi generale che aprì la strada alla cavalleria, mentre dall’altro lato gli archibugieri sparavano e aizzavano i cani.
Pizarro e i suoi, trovando il varco aperto, si lanciarono verso la portantina dove, un Inca sbalordito stava assiso senza reagire.
Con le spade sguainate, gli spagnoli menavano colpi a destra e a manca, mutilando, sventrando, uccidendo, intanto che Francisco Pizarro afferrava il braccio di Atahualpa tirandolo a sé e trascinandolo dietro le linee spagnole.
Accortisi della cattura, gli indigeni rinunciarono a qualsiasi reazione per tema di recar danno al principe, preferendo la morte.
E morte fu.
Per ore, sino a sera, gli spagnoli continuarono a macellare con rabbia gli inca che fuggivano spaventati. Alla fine, sul terreno rimasero i corpi di migliaia di guerrieri; nessun europeo perse la vita.
Calmata l’orribile sete di sangue, Pizarro raggiunse il prigioniero nel palazzo delle Vergini del Sole e, assumendo un atteggiamento cortese, si rivolse al sovrano Inca.
“Grande Atahualpa, ciò che è accaduto non sarebbe dovuto succedere, ma tu hai offeso il nostro Dio, il nostro re e non mi è stato possibile frenare l’ira dei miei uomini”.
“E ora, quando mi farai uccidere?” chiese amareggiato il sovrano.
“Non è mia intenzione spargere altro sangue”, rispose il comandante, “ i cristiani non ammazzano a sangue freddo, ma solo nell’impeto dell’attacco, quindi rassicurati e non temere per la tua vita. Rimarrai con noi, ospite di re Carlo, fino a quando il tuo popolo avrà giurato obbedienza e tu stesso avrai fatto atto di sottomissione al nostro sovrano. Dopo di allora sarai libero, suddito e alleato di Spagna. Il nostro sovrano è un re giusto e clemente e i miei soldati sono uomini d’onore; nulla avrai da temere se i tuoi eserciti e la tua gente obbediranno e deporranno le armi”.
Appena pronunciate quelle parole, Atahualpa poté comprovare di persona la giustezza delle affermazioni di Pizarro.
Lasciati alcuni fanti a presidiare le porte del palazzo e altri a badare ai cavalli, Hernando, Soto, Pedro de Candia e tutti gli armigeri più alti in grado entrarono schiamazzando e ridendo nella stanza dove l’Inca e il comandante discutevano.
Bianchi di polvere, sudati, con le barbe, le braccia, il viso e i corpetti imbrattati di sangue coagulato, alcuni tenevano in mano persino orecchi umani dai quali pendevano grandi orecchini d’oro e pietre preziose.
Atahualpa lanciò una rapida occhiata ai nuovi venuti, quindi distolse lo sguardo e mormorò fra sé: “Se questi sono uomini d’onore, che aspetto avranno i delinquenti?”
L’accesso alla Casa delle Vergini del Sole era consentito solo all’Inca e al Gran Sacerdote.
Alcune mamaconas, già in là con gli anni, vegliavano sulle figlie più belle di Caxamarca, scelte per onorare il culto di Inti, per confezionare gli abiti e per preparare il cibo al sovrano.
Fra queste giovanissime fanciulle, le più belle erano destinate all’alcova dell’Inca o ai dignitari di maggior prestigio.
Quella sera, tuttavia, una torma di uomini sporchi e maleodoranti aveva invaso il luogo sacro. Le vergini, obbedendo all’ordine di Atahualpa, iniziarono a servire il pasto agli spagnoli grufolanti con lo sguardo rivolto in basso, mentre un fremito di paura percorreva il loro corpo.
“Amici,” urlò Pizarro per farsi ascoltare, “Dio e Santiago ci hanno dato la vittoria; ora comportiamoci da cavalieri. Sedetevi e fatevi servire da queste graziose ragazze”, continuò sogghignando, “e per festeggiare apriremo quest’ultimo barilotto di moscato; ce lo siamo meritato”.
L’angoscia del mattino fu presto dimenticata. Fra lazzi, oscenità, brindisi e dichiarazioni d’onnipotenza, trascorse buona parte della serata, fin quasi a notte fonda, quando il comandante diede l’ordine di ritirarsi a riposare.
Hernando Pizarro e i fratelli Gonzalo e Juan non avevano sonno.
L’eccitazione della battaglia li elettrizzava ancora. Una vittoria leggendaria; si sentivano eroi invincibili e nulla avrebbe potuto fermarli.
Sdraiati sull’erba del giardino interno al palazzo, le mani incrociate sulla nuca, osservavano il cielo libero da nubi. Un universo di stelle attraversato dal candore della Via Lattea faceva sognare i tre giovani; era il loro cielo e si sentivano immortali.
“L’unica cosa che mi manca della Spagna in questo momento è il vino di Jerez. Il moscato di prima mi ha solo solleticato la gola”, sospirò Hernando stirando i muscoli delle gambe. “Mi sento davvero bene; un altro paio di boccali di quel vino e la notte sarebbe perfetta”.
Gonzalo ruttò, si alzò su un gomito e rispose ghignando: “A me, più che il vino manca una di quelle puttanelle di Siviglia. Quelle, sapete, che non dicono mai di no, ti afferrano per le brache e ti costringono a seguirle nel letto”.
“E poi ti mettono le mani dentro, ci infilano la bocca e succhiano fino a spremerti”, continuò Juan ridendo.
“Sì, proprio una così ci vorrebbe ora,” riprese Gonzalo. “Vi immaginate se adesso arrivassero tre di quelle troiette e cominciassero a lavorarci? Aah! Noi qui sdraiati a continuare a parlare e a guardare il cielo e loro ad armeggiare con i fili della patta, a leccare la mazza e poi, paf, ci si siedono sopra, se lo infilano fino in fondo e iniziano a muoversi lentamente, piano piano…”
“Poi un poco di riposo”, proseguì Hernando, “e un bicchiere di vino -vi avevo detto che ci voleva ancora vino!- Quindi, adelante muchachos, ce le scambiamo, le voltiamo e via, dentro para atraz”.
I fratelli irruppero contemporaneamente in una grassa risata e iniziarono a prendersi a pugni sulle spalle, sforzandosi di frenare le risa.
“Zitti, non facciamoci sentire, altrimenti Francisco ci prende a calci”, ammonì Hernando, “meglio calmarsi e andare a dormire”.
“E chi può dormire adesso? Guardate, ce l’ho così duro che quasi mi esce dalle brache”, rispose Juan.
“Ho un’idea,” intervenne Gonzalo scattando a sedere, “Che ne dite di sbatterci qualcuna di quelle verginelle di prima?”
“Stai scherzando? E se lo viene a sapere Atahualpa?”
“Ma dai, Juan, non avrai paura di quel fantoccio, vero? Se vogliamo gli possiamo anche cagare in bocca, ormai; è nostro prigioniero e qualcosa mi dice che presto ce lo toglieremo di mezzo. Basta un bel fuocherello o una garrota ed è fatta.”
“Gonzalo, la tua idea non mi dispiace e se anche Juan è d’accordo, credo che una capatina nelle stanze di quelle sguardinelle non sarebbe poi tanto male,” approvò Hernando.
La Casa delle Vegini di Caxamarca era un grande palazzo di grosse pietre squadrate e incastrate perfettamente le une sulle altre.
L’edificio, di forma rettangolare, disponeva di un ampio giardino interno, in quel momento occupato dai tre Pizarro e di quattro ali comunicanti, due delle quali adibite ad alloggio per le donne e le altre due a laboratori di confezionamento degli abiti e della chicha.
Quel giorno, tuttavia, tre lati della costruzione erano occupati dagli spagnoli e le donne inca si erano ritirate tutte nell’ultimo padiglione: cinquecento ragazze fra le più belle dell’impero.
Pur differendo anche in modo notevole le une dalle altre, alcune caratteristiche fisiche le rendevano simili. Capelli corvini lunghi e lucidi, a volte raccolti in numerose piccole trecce, zigomi leggermente sporgenti, occhi a mandorla neri e penetranti, ciglia lunghe, naso solo un poco pronunciato, più largo che lungo, bocca carnosa e sensuale. Le spalle larghe e il petto ampio contrastavano deliziosamente con la vita stretta, i fianchi generosi, i glutei sodi e sporgenti, le gambe tornite.
Anche gli abiti contribuivano a esaltare la figura delle fanciulle. Indossavano tutte una tunica chiara, lunga fino ai piedi, con un ampio spacco laterale a scoprire voluttuosamente le gambe a ogni passo; una larga fascia colorata e ornata da motivi religiosi stringeva la veste alla vita, risaltando le forme sinuose. Sulle spalle, un mantello scuro cadeva libero sino a mezza gamba, trattenuto sul petto da uno spillone d’oro. Ai piedi un paio di semplici e morbidi sandali di pelle avvolgevano le estremità piccole e perfette.
Sì, perché le Vergini del Sole possedevano anche un’altra caratteristica: rasentavano la perfezione.
Difficile per un uomo non notare tanta bellezza; quasi impossibile non destare gli appetiti di giovani maschi da troppo tempo senza donne e inebriati dal sangue.
Strisciando lungo il muro di pietra, i tre giovanotti si muovevano in silenzio; si erano tolti gli stivali per non far rumore e con una mano tenevano stretta al fianco l’elsa della spada per impedire che cozzasse contro l’armatura. Ombre furtive superarono l’ultimo dormitorio spagnolo e si avvicinarono al padiglione delle Vergini.
Un’occhiata alle spalle, oltre il muro nero della notte e i fratelli Pizarro infilarono la porta trapezoidale, entrarono in un vestibolo buio, solo illuminato dalla luce di una torcia balbettante.
Nessuno! Percorsero uno stretto corridoio tastando le pareti con le mani; la tensione saliva, di pari passo all’eccitazione. Il profumo di giovani vergini invadeva le narici degli spagnoli, li inebriava e sconvolgeva. Ormai nulla poteva frenare l’impulso animale.
Posarono gli stivali presso l’uscio di una nuova porta; nessun rumore. All’improvviso, forse destata dal puzzo dei forestieri, una mamacona si parò dinanzi agli intrusi e, imprecando atterrita in quechua, si gettò con furia contro i fratelli, graffiando e colpendo, ma Gonzalo aveva fretta e picchiò la vecchia guardiana con una manata che la mandò a sbattere contro la parete. Il corpo della sfortunata donna si accasciò e Juan approfittò per colpire con un calcio la testa che produsse uno schiocco secco, nel momento in cui il collo si spezzava.
Svegliate dal rumore della lotta, le Vergini del Sole si strinsero le une alle altre, emettendo solo un brusio di paura; erano state educate al silenzio e anche in quell’occasione non mancarono al voto.
Afferrata una torcia, i Pizarro illuminarono il dormitorio e, passando la sguardo sulle ragazze più vicine, sentirono crescere l’impazienza; senza indugio, trascinarono nel vestibolo le prime tre vergini a portata di mano, fulminando con lo sguardo le altre donne che non osarono protestare. Gonzalo spinse a terra la ragazzina che teneva stretta, le si inginocchiò sopra e, afferrato il collo del vestito, lo lacerò fino alla vita. I seni pallidi sobbalzarono liberi e lo spagnolo li afferrò con voluttà, strizzandoli con forza, mentre la fanciulla, immobile, piangeva sommessamente.
Intanto che una mano continuava a stringere il petto, l’altra scese impaziente sino al pube; con uno strappo feroce spogliò la donna, senza indugio estrasse il pene e lo guidò fra le mucose aride della vagina.
Senza pietà, Gonzalo spinse con violenza, strappando alla giovane un lamento e un singhiozzo disperato.
Il Pizarro rideva, spingeva, premeva, schiacciava; il martirio durò pochi istanti, troppo. Poi, con un rantolo Gonzalo eiaculò inarcando le reni e sprofondando due, tre volte dentro al corpo della ragazza, quindi si accasciò ansimando e mordendo il capezzolo della vergine.
Juan e Hernando non avevano perso tempo e ora pure quelli sorridevano beati, sazi, per il momento.
Ma la notte era ancora giovane e altre ragazze presero il posto delle prime. I Pizarro si concessero ogni tipo di lussuria, fino a quando le prime luci del giorno consigliarono ai fratelli un rapido ritorno al dormitorio spagnolo.

