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Il romanzo del Perù, a puntate 

Di Gabriele Poli

DISTRUZIONE DI UN IMPERO

(QUARTA PARTE)

“Le strade sono molto belle, tutte lastricate con pietre ben intagliate; i cavalli, pur con qualche difficoltà, possono percorrerle, ma non i carri perché dopo alcune leghe il cammino inizia a salire e il percorso è quasi tutto a gradoni, almeno fin dove siamo arrivati,” spiegò De Soto a Pizarro.

“Abbiamo visto anche parecchie fortificazioni e molti contingenti militari, ma nessuno ci ha infastidito,” aggiunse Hernando.

“Ho capito; questa impresa non sarà un gioco, ma vedrete che ce la faremo. Se gli indigeni avessero voluto attaccarci lo avrebbero già fatto.” commentò Pizarro.

“Credo proprio che questo Atahualpa ci voglia conoscere, per cui non penso che incontreremo grosse difficoltà fino a Caxamarca. Lì, poi, ci giocheremo il tutto per tutto. Ho già un’ideuzza in testa”.

 

La sera del 23 settembre 1532 Pizarro si recò a visitare fray Yepes. Il religioso giaceva sul pagliericcio, ammalato di malattia o di paura per l’impresa incipiente.

“Frate Yepes,” esordì il comandante, “domani è il gran giorno; siete pronto a fare quello che abbiamo accordato?”

“Don Francisco,” rispose Yepes, “non credo che sarò in grado di partecipare al viaggio, ma vi ho già preparato il vino. A questo barilotto ho aggiunto una buona dose di veleno; chi ne berrà il contenuto sarà preso da convulsioni un poco alla volta. L’effetto non sarà immediato, ma dopo tre o quattro ore al massimo non riuscirà più a stare in piedi e la morte lo coglierà in un paio di giorni”.

“Molto bene Yepes, buon lavoro. Domattina partiremo, ma lascerò con voi padre Pedraza e qualche guardia. Appena starete meglio ci raggiungerete, oppure attenderete l’arrivo di Almagro. Una cosa vi chiedo: dovrete dimenticare per sempre la faccenda del vino e non farne parola con alcuno!”, ordinò Pizarro.

 

Il mattino del 24 la comitiva si mise in marcia.

A san Miguel rimanevano i frati Pedraza e Yepes e nove uomini con cinque cavalli.

A uno dei soldati Pizarro raccomandò di occuparsi di Yepes e di fargli prendere, la sera stessa, il vino riscaldato di una certa borraccia. Avrebbe recato conforto all’ammalato e poi, meglio non rischiare…

Fray Yepes morì pochi giorni più tardi.

 

Centossessantaquattro uomini e un frate, 103 a piedi e 62 a cavallo, lasciarono San Miguel; ancora non lo sapevano, ma avrebbero conquistato il più ricco impero del mondo.

Con gli spagnoli partirono anche alcune decine di indigeni e un nobile di San Miguel.

Gli indios trasportavano i vettovagliamenti e le attrezzature per l’accampamento, mentre i cavalli, condotti per le briglie, erano stati caricati con armi e munizioni, oltre alle due spingarde sulle quali il comandante dell’artiglieria, Pedro de Candia, detto el Greco, vigilava quasi con amore.

 

Il primo tratto di strada, in falsopiano, fu percorso con relativa facilità, per quanto consentito dal carico, lungo un bel sentiero lastricato, ampio a volte anche oltre tre metri e con pareti di pietra su ambo i lati; al centro scorreva un canaletto per il drenaggio delle acque.

Attraversarono valli fertili e ben tenute, fino a raggiungere un villaggio ordinato.

Ora l’evidenza della ricchezza era più visibile; alcuni bei palazzi costruiti in adobe e pietra circondavano la piazza. La casa del kuraka era spaziosa e lussuosa, ma Pizarro preferì trincerarsi in un piccolo forte, a scanso di rischi.

In quel villaggio, Zarán, gli spagnoli soggiornarono oltre un mese.

Pizarro non si decideva a compiere l’ultimo balzo che, superando alti valichi, l’avrebbe condotto a Caxamarca. Ogni giorno inviava esploratori e spie a sincerarsi sulle condizioni del cammino e sull’entità delle forze nemiche, ma tardava a prendere la decisione definitiva.

A farlo decidere alla partenza fu una nuova ambasceria che lo fece arrabbiare.

Preceduto come consuetudine dal kuraka locale, il nuovo messaggero di Atahualpa, serio e altezzoso, si presentò al rifugio di Pizarro.

Il capitano generale, sfoggiando un aperto sorriso, accolse il dignitario Inca offrendogli del dolce vino moscato. Bevvero assieme, quindi il nobile indigeno riferì la propria ambasceria.

“Il mio signore ti invia alcuni doni con la raccomandazione di farne buon uso e di non dimenticare che il territorio che hai percorso sinora, così come quello che sta dinanzi a te, appartiene al suo impero. Atahualpa ha saputo che alcune delle sue vergini del Sole sono state violate dai tuoi uomini e che la tua truppa ha depredato magazzini e palazzi. Se desideri la pace e l’amicizia metti fine ai saccheggi e, quando sarai al cospetto del sovrano, fai ammenda, altrimenti questo è ciò che ti aspetta”.

Al termine del duro ammonimento il nobile Inca diede ordine ai servi affinché svelassero l’identità dei doni.

“Due miniature di fortezze in pietra per ricordarti la potenza dell’esercito che sta dinanzi a te e due anatre impagliate e decapitate per farti sapere che questa sarà la fine che tu e i tuoi uomini dovrete attendervi, se non farete come vi è stato ordinato”.

“Nobile amico,” esordì Pizarro di rimando, “so che alcuni dei miei, disubbidendo agli ordini, si sono mal comportati nei villaggi del regno, ma respingo le accuse di soprusi e violenze che sono invece dovuti alle barbare genti fedeli a Waskar che ci accompagnavano, ma che abbiamo punito con la morte”, mentì il comandante, ben sapendo che giorni addietro il fratello Hernando aveva sequestrato alcune donne per i servizi alla truppa e il piacere degli uomini.

“Reca ancora una volta al tuo sovrano il mio messaggio di pace e fratellanza,” proseguì lo spagnolo, “e rassicuralo che mai più nessuno gli recherà offesa”.

 

Partito l’Inca con una camicia di lino e due coppe di cristallo per Atahualpa, Pizarro si sfogò duramente col fratello Hernando, intimandogli di non prendere mai più alcuna iniziativa senza prima essersi consultato con lui.

“Bella figura di mierda!”, sbottò il comandante parlando agli ufficiali.

“Stiamo cercando di intimorire i nostri avversari e cosa ci capita per la noncuranza e la negligenza di qualcuno di voi, cabrones? Sono i selvaggi a intimorirci e a tomarnos el pelo[1]! Anatre decapitate! Carajo! Carajo! Basta, dopodomani si parte. Non possiamo lasciar passare un giorno in più; dobbiamo far capire a quegli indios che non li temiamo e che ce ne freghiamo dei loro regalucci stupidi!”

 

Poche volte nella sua vita Francisco Pizarro aveva perso la pazienza. Seppur analfabeta, era un uomo astuto e intelligente e sapeva che lasciarsi andare all’ira poteva essere causa di gravi conseguenze, ma quella volta non era riuscito a trattenersi.

“Hernando,” disse al fratello quella sera stessa, “tu sai quanto ti stimi e quanto apprezzi il tuo ardore e il tuo impegno, però, carajo, calmati e controlla la tua esuberanza; ho bisogno di te, ma voglio anche essere sicuro di potermi fidare, di saperti non solo un ottimo soldato, ma anche un buon diplomatico, mi segui?”

“Sì, Francisco, so che hai ragione. Mi rendo conto di essere troppo impulsivo a volte, ma ti prometto che d’ora innanzi, prima di agire, penserò a te e a quello che faresti tu. Abbi fiducia”.

 

Due giorni più tardi, l’otto novembre, gli spagnoli lasciarono Zarán e s’inoltrarono sulle Ande.

Superato il rio Saña, gli avventurieri iniziarono a inerpicarsi lungo le ripide scalinate; gli zoccoli dei cavalli spesso scivolavano sulla levigata pietra granitica, ma nel complesso il viaggio procedeva senza incidenti.

La sera del secondo giorno, tuttavia, il freddo iniziò a farsi sentire; a una quota prossima ai 4.000 metri i venti gelidi percorrevano sferzanti le desolate e aride montagne, infliggendo aspri tormenti agli spagnoli, abituati a ben altre temperature.

Si accamparono in una radura, relativamente protetta da due basse colline; Pizarro stabilì i turni di guardia e ordinò che fossero accesi i fuochi da campo.

Ma il poco combustibile a disposizione, qualche pezzo di legno e sterco di lama e alpaca, ben presto terminò, lasciando il piccolo esercito in balia del gelo notturno.

La magnifica volta celeste, animata da milioni di stelle e dalla nitida Via Lattea, non recava alcun conforto e per combattere il freddo gli spagnoli si strinsero gli uni agli altri, nel mezzo del cerchio formato dai cavalli.

 

Il giorno seguente, accompagnati da guide locali, giunsero a una biforcazione del Cammino Reale.

A destra, verso sud, la strada portava a Cusco, la capitale dell’impero, ma gli spagnoli proseguirono verso est, direzione Caxamarca.

Quella sera l’accampamento fu visitato da un nuovo messaggero dell’Inca che recava alimenti, bevande e qualche lama.

“Ringrazia il tuo sovrano per la generosità e torna a riferirgli che entro un paio di giorni saremo da lui,” disse Pizarro congedando l’ospite, ma diede ordine ai suoi di non toccare cibo, sospettando un possibile avvelenamento.

 

Il 14 novembre 1532, al tramonto, una fine pioggia ghiacciata accolse gli invasori mentre scendevano l’ultimo tratto ed entravano guardinghi in una Caxamarca che appariva deserta.

“Archibugieri e picchieri sui lati, in formazione di battaglia!”, ordinò il comandante.

“Greco, carica i cannoncini e puntali sulla piazza; la cavalleria con me, entriamo al galoppo!”

Ma non c’era bisogno di tante precauzioni; a parte qualche donna intenta a preparare la chicha in ampie anfore di terracotta, la città era davvero deserta.

La grande piazza era circondata da solidi palazzi ben costruiti e al centro si ergeva una piccola costruzione simile a una torre, l’ushnu.

Atahualpa e il suo potente esercito erano accampati a pochi chilometri di distanza, nei pressi delle terme dove il sovrano stava riposando e purificandosi dopo le ultime battaglie.

“Non mi piace questa storia” pensò tra sé don Francisco, poi rivolgendosi agli uomini impartì gli ordini.

“Perquisite i palazzi e accertatevi che siano vuoti. Greco, con i tuoi artiglieri sistemati sulla torretta, punta i cannoni sulla piazza e non ti muovere di lì per nessuna ragione! Voglio che i portatori indios entrino tutti in quelle due case laggiù, all’angolo della piazza e che vi restino. I fanti nel palazzo di fianco e all’erta; i cavalieri mantengano sellati i cavalli”.

Poi, rivolgendosi al suo luogotenente, “De Soto, con venti uomini vai all’accampamento dell’Inca, portagli i miei saluti e digli che lo aspetto per rendergli omaggio”.

“Francisco,” intervenne il fratello Hernando, “forse sarebbe bene che seguissi De Soto a poca distanza per prestargli aiuto in caso ne avesse bisogno”.

“Va bene. Parti De soto e subito dopo vai anche tu, Hernando, con altri venti soldati. Ricordate di tornare entro tre ore o almeno di farmi avere notizie al più presto”.

“Ach, dimenticavo,” aggiunse Pizarro, “portate con voi anche questo barilotto e questa bottiglia di vino e Felipillo come interprete. De Soto, offrirai il vino della bottiglia all’Inca, ma lo berrai tu per primo per fargli capire che è buono e dolce, Il barilotto, invece” -quello con il veleno-“lo affido a Felipillo. Ragazzo, fallo bere a tutti gli ufficiali Inca presenti perché anche loro assaporino la bontà delle nostre terre”.

Così i due giovani ufficiali partirono per il primo incontro con il sovrano del Tahuantinsuyu.

 

La residenza di Atahualpa, al termine di una lunga strada lastricata che la congiungeva a Caxamarca, era composta da due torri con quattro ampie stanze attorno a un cortile, nel mezzo del quale stava una grande vasca alimentata da tubature d’acqua calda e fredda proveniente da due sorgenti diverse.

Davanti alla casa si apriva un bel prato curato sul quale il sovrano era solito accogliere le ambascerie.

Figlio del grande Inca Wayna Capac e di una nobile di Quito, Atahualpa non era l’erede designato al trono.

Oltre un decennio prima dei fatti che stiamo narrando, Wayna Capac lasciò Cusco in compagnia dei figli Ninacuyuchi e Atahualpa, diretto a Quito, lasciando un altro figlio, Waskar, avuto dalla sorella-regina Raura Ocllo, a governare la capitale.

Mentre si trovava nella residenza di Tumipampa (l’odierna Cuenca in Ecuador), città fondata da Tupak Yupanki, l’Inca fu colpito da una grave quanto nuova malattia, il vaiolo, giunto in quelle lande con i primi viaggi dei conquistadores spagnoli.

Temendo per la propria vita, Wayna Capac nominò come suo successore il figlio Ninacuyuchi il quale, tuttavia, anch’egli ammalato, morì quasi contemporaneamente al padre. La successione spettava quindi a Waskar, figlio della regina di Cusco, ma poco amato dalla nobiltà. Approfittando della confusione politica e sociale prodotta dall’improvvisa morte del sovrano, i generali di Quito, Chalcuchima, Kiskis e Ruminawi temendo di perdere i propri privilegi, incitarono Atahualpa alla ribellione contro il fratellastro.

Dopo alcuni iniziali successi delle truppe di Cusco, gli eserciti di Atahualpa ebbero il sopravvento, Waskar fu catturato e Manko prese il suo posto al comando delle sbandate truppe del sud.

 

De Soto partì baldanzoso, ma a mano a mano che si avvicinava alla residenza reale la sua tracotanza diminuiva, tramutandosi in timore per ciò che vedeva: decine di migliaia di soldati armati di fionde, lance, mazze, palle di pietra incatenate.

Ciononostante aveva una missione da compiere e intendeva portarla a termine nel migliore dei modi. Spronò il proprio destriero e ordinò ai compagni di fare altrettanto.

“Non abbiate timore; avanziamo a testa alta guardando davanti a noi!”

Giunti a palazzo, gli spagnoli frenarono l’impeto dei cavalli e si guardarono attorno. Numerosi ufficiali indigeni, splendidamente agghindati, li osservavano seri, ma del sovrano nemmeno l’ombra.

Attesero.

Giunse anche Hernando Pizarro con i suoi. Trascorsero parecchi minuti in un imbarazzante silenzio e, finalmente, trasportato su una lettiga arrivò il re.

Vestito con una tunica bianca al ginocchio e un mantello di morbide piume colorate sulle spalle, portava in capo i segni della regalità, la Maska Paycha, una fascia legata in fronte dalla quale scendevano numerosi tubicini d’oro.

Gli occhi rivolti in basso, Atahualpa non degnò di uno sguardo i forestieri, né si rivolse loro direttamente, ma attraverso i suoi generali, con l’aiuto di Felipillo. Innervosito dall’atteggiamento dell’Inca, Soto costrinse il cavallo a impennarsi a pochi centimetri dal viso del sovrano che, per nulla impressionato, non si scompose.

Il colloquio, se così può essere chiamato, fu breve.

Il Sapa Inca diede il benvenuto agli spagnoli e comunicò loro che avrebbe incontrato il comandante il giorno successivo, nella piazza di Caxamarca.

Diede quindi ordine alle sue donne di offrire un boccale di chicha ai due ufficiali e a se stesso e accettò, infine, di provare il vino moscato che Soto, dopo averlo assaggiato, gli offriva.

Intanto Felipillo, senza saperlo, svolgeva la sua opera di morte con gli ufficiali.

[1] Prenderci in giro