Il romanzo del Perù, a puntate
Di Gabriele Poli
DISTRUZIONE DI UN IMPERO
(OTTAVA PARTE)

Durante i giorni che seguirono, la comunità inca mantenne il lutto.
Le strade di Caxamarca erano percorse solo da soldati spagnoli, mentre la popolazione indigena rimaneva nascosta nelle proprie abitazioni o si raccoglieva in sparuti gruppi a piangere il sovrano scomparso.
Anche nelle stanze di Francisco Pizarro non regnava l’armonia.
Quispe Sisa, i capelli sciolti e il volto in lacrime, osservava il comandante che, irrequieto, misurava a grandi passi lo stretto porticato che dava sulla camera da letto.
“Quispe, smettila per favore!”, chiese lo spagnolo spazientito, rivolto alla giovane concubina.
“Ho tentato di tutto per salvare la vita a tuo fratello, lo sai. Non mi è stato possibile. Che dovevo fare? Mettermi contro ai miei uomini e al mio socio?”
“Gli avevi promesso salva la vita…”, rispose sottovoce la ragazza.
“Lo so, carajo, ed è per questo che non mi do pace! Avrei fatto qualunque cosa per mantenere la promessa, ma il tribunale ha deciso così e io non ci posso fare niente. Comprendimi. Su, vieni qua e pensa che Atahualpa è morto nella fede e ora ha raggiunto la felicità eterna. Dovresti gioire, non piangere”.
“Se è questo che desideri, mio signore, così sarà, però ti prego di permettermi di andare a onorare il mio re. Andrò in chiesa e pregherò per lui come mi hai insegnato”, rispose Quispe Sisa.
“A proposito”, riprese Pizarro fermandosi all’improvviso, “c’è ora una questione urgente da sistemare. Prima di andare a cercarci altre grane, sarà bene che tu riceva il Battesimo. Non puoi andare in chiesa se sei una pagana. Chiamerò subito Valverde”, concluse Pizarro uscendo in fretta.
In via del tutto eccezionale, trattandosi della concubina del comandante, il frate domenicano acconsentì a battezzare Quispe Sisa la sera stessa e da quel giorno la donna inca assunse il nome di Doña Inés Huaylas Yupanqui.
“Bene, Francisco, anche questa è fatta. Ora non abbiamo più motivo di attendere. Partiamo subito e non pensiamoci più”.
Almagro fremeva.
Gli ultimi ostacoli erano stati abbattuti e nulla impediva ora agli spagnoli di iniziare la marcia verso la capitale dell’impero.
“Sta bene, Diego, partiremo la prossima settimana. Prima dobbiamo sistemare la questione della successione e dovremo farlo con intelligenza”.
“Che intendi dire?”
“Ti ho pur detto che quando eravamo ancora a Tangarara ho ricevuto la visita dell’emissario di un certo Manko”.
“E allora?” chiese Almagro spazientito.
“Come, allora? Gli ho promesso alleanza e che avrei riconosciuto il suo signore quale nuovo Inca”.
“Mm…non capisco dove intendi arrivare”.
“Te lo spiego subito. Se manterremo la mia promessa, potremo arrivare a Cusco senza problemi, anzi, entreremo
in città come liberatori, riuscendo a impadronircene con facilità e ad appropriarci di tutti i suoi tesori”.
“Ebbene? Nomina re questo Manko e partiamo, una buona volta”.
“Non è così semplice. Manko è a Cusco, credo, e finché non vi arriveremo non saremo al sicuro. In tutti i villaggi che attraverseremo troveremo gente ostile, se non agiremo con astuzia. Abbiamo bisogno di un nuovo re che ci accompagni nel viaggio e dovrà essere della fazione di Waskar. La sua presenza ci proteggerà perché nessuno oserà attaccare un Sapa Inca”.
“Mi stai facendo girare la testa e anche qualcos’altro con tutte queste storie!”, rispose Almagro.
“Ascoltami: dobbiamo far vedere a questi barbari che manteniamo la promessa di alleanza nominando subito un nuovo re. Però c’è un problema: se noi eleggiamo un Inca qui a Caxamarca -e so già chi potrebbe essere- come ce la caveremo poi con Manko?”
“Continua. Ho capito che hai un’idea in testa”, rispose il socio incuriosito.
“Infatti. Non so da dove sia sbucato, ma ci è capitato fra le mani uno dei fratelli di Manko e Waskar, un certo Tupak Wallpa. Stammi bene a sentire: lo nominiamo Sapa Inca con tutti gli onori e partiamo. Ci porteremo dietro anche Chalcuchima perché ci sarà molto utile sia per tenere buoni i suoi, sia per il mio piano. Quando avremo percorso la maggior parte del cammino, Tupak Wallpa si ammalerà e morirà”.
“Sì, ma allora gli indigeni si ribelleranno perché penseranno che lo abbiamo ucciso noi”, commentò Almagro.
“Qui viene il bello, Diego. Spargeremo la voce che è stato il generale di Atahualpa a ucciderlo! Processeremo in fretta Chalcuchima e lo giustizieremo. Così, senza fatica, avremo raggiunto tre obiettivi: ci libereremo di un nemico potente, elimineremo un personaggio scomodo e potremo mantenere la mia promessa offrendo il regno a Manko”.
“Geniale! Da dove ti vengono queste idee raffinate?”, rise Almagro.
Ormai era tutto pronto per la partenza.
Restava da fare ancora una cosa importante: spedire il quinto del tesoro in Spagna per consegnarlo al re.
Pizarro affidò l’incarico al fratello Hernando che partì immediatamente per la costa dove si imbarcò con un notevole carico d’oro e una lettera del comandante per re Carlo, nella quale si giustificava l’esecuzione di Atahualpa con le argomentazioni false proposte da Almagro.
L’undici agosto del 1533, una lunga carovana si mise in marcia verso sud, seguendo il maestoso Cammino Reale. Le truppe spagnole coprivano l’avanguardia e la retroguardia, mentre nel mezzo andavano le portantine del novello Sapa Inca, delle donne nobili, dei notabili imperiali e le salmerie, scortati da alcune migliaia di indigeni alleati.
Il corteo si snodava per parecchie centinaia di metri, arrampicandosi su per i perfetti gradini di pietra, attraversando gallerie, oltrepassando torrenti impetuosi su ponti oscillanti e teleferiche artigianali.
Tutto procedeva per il meglio, eccetto qualche piccola scaramuccia con gli uomini di Kiskis che, venuto a conoscenza dei movimenti spagnoli, aveva abbandonato Cusco per far fronte al nemico.
Dopo quasi due mesi di viaggio tranquillo, la comitiva raggiunse un’altura nei pressi di Xauxa, dove Chalcuchima aveva il proprio quartier generale.
La pioggia, il freddo e l’altitudine avevano minato il morale degli spagnoli, ma Pizarro non poteva permettere di assecondare la sfiducia, né la depressione; troppo grande era il pericolo incombente. Infatti, i suoi esploratori gli avevano appena riferito che consistenti truppe nemiche occupavano la città e un intero esercito era appostato ad alcune decine di chilometri di distanza, sulla riva opposta del fiume Mantaro.
“Questa notte dormiremo solo un paio d’ore e a turno”, arringò i suoi il comandante, “e terremo i cavalli sellati. Prima dell’alba ci avvicineremo in silenzio alla città e, appena spunterà il sole, attaccheremo al galoppo da due lati. Almagro e Hernando de Soto guideranno la carica da est, mentre io e El Greco da sud. Gli alleati cañari seguiranno la cavalleria. Piomberemo sul nemico come furie e lo disperderemo. Nessuna pietà, nessun prigioniero!”
La semplice tattica di Pizarro diede i frutti sperati e il contingente inca, preso alla sprovvista, fu disperso con facilità e il comandante poté fondare, in ottobre, la prima capitale spagnola del perù: Jauja.
Quasi nello stesso momento, nel suo quartier generale di Ollantaytambo, Manko ricevette le ultime notizie.
Con entusiasmo, convocò lo Stato Maggiore.
“Generali, l’usurpatore ha pagato. I nostri alleati stranieri lo hanno giustiziato, facendogli espiare l’assassinio di Waskar e ora è giunto per noi il momento di incontrare i nostri amici che sono già arrivati a Xauxa. Ci congiungeremo a loro lungo la strada e attaccheremo Kiskis prima di liberare Cusco!”
Così gli Inca della Valle Sacra si misero in marcia di buona lena, diretti all’appuntamento con Pizarro.
“È giunto il momento di dare il via al piano,” pensò Pizarro che già aveva architettato ogni cosa.
“Fray Yepes mi è utile anche da morto; sapevo che i suoi intrugli mi sarebbero serviti ancora”.
Il comandante afferrò una brocca di chicha, versò dentro una buona dose di arsenico, quindi, senza farsi notare, portò il recipiente nella stanza di Tupak Wallpa.
“Comandante, il nuovo Sapa Inca è morto all’improvviso!” esclamò Hernando de Soto precipitandosi nella stanza dove Almagro e Pizarro stavano seduti.
“Che storia è questa?”, disse di rimando quest’ultimo. “Ieri sera stava bene, non è possibile!”
Mentre, sogghignando, il socio osservava la scena di sottecchi, il comandante finse incredulità e nervosismo.
“Non ci posso credere, accompagnami da lui, Soto”.
Padre Valverde, che già si trovava al capezzale del morto, osservò Pizarro entrare a grandi passi nella camera del sovrano.
“Guardate, Francisco,” disse, “è scuro in volto e ha le bave alla bocca”.
“Come può essere accaduto?” chiese il capitano generale.
“Da quel poco che ne capisco, è stato avvelenato”.
“Questa è certo opera di quel bastardo di Chalcuchima”, intervenne Almagro. “Mandiamo a prenderlo e costringiamolo a confessare”.
Nella pubblica piazza e alla presenza di gran parte della popolazione, il generale di Atahualpa fu legato a un palo e martoriato per ore.
I suoi aguzzini gli strapparono le unghie, lo ferirono con lame e col fuoco, ma il valoroso guerriero non si lasciò sfuggire nemmeno un lamento e, assecondando involontariamente il piano di Pizarro, non disse nulla a sua discolpa. Fu facile così per gli spagnoli avvalorare l’accusa di assassinio e condannarlo al rogo.
Il pomeriggio di quello stesso giorno, Chalcuchima fu condotto al patibolo.
La pelle scura, il viso ovale, gli arti muscolosi, il generale affrontò il supplizio con dignità.
Fray Valverde, un attimo prima che i carnefici cañari appiccassero fuoco alle fascine di legna, si avvicinò al condannato per assicurargli la salvezza eterna in caso di conversione al cristianesimo, ma, sprezzante, il guerriero ignorò l’uomo dall’abito bianco. Invocando il dio Sole e la Madre Terra e incitando Kiskis e i suoi a vendicarlo, Chalcuchima spirò, dilaniato dalle fiamme.
Di lì a qualche giorno, gli spagnoli, al seguito di Francisco Pizarro e Diego de Almagro, lasciarono la cittadina e presero la strada di Cusco. A Jauja rimasero circa ottanta soldati, il tesoriere Riquelme e doña Inés, incinta del comandante e impossibilitata a intraprendere il faticoso viaggio.
Le truppe iberiche, rinforzate da migliaia di indigeni ostili ai seguaci di Atahualpa, incontrarono non poche difficoltà a causa dell’altitudine e del clima impietoso, ma soprattutto per le imboscate che i guerrieri di Quito tendevano lungo il cammino.
Più di una volta gli spagnoli rischiarono di essere sopraffatti, perdendo uomini e cavalli, ma la fortuna continuò ad assisterli.
L’esercito di Kiskis combattè eroicamente, ma alla fine il generale dovette desistere, sconfitto dalle armi europee e dal numero crescente di nemici; l’abile stratega indigeno comprese, infine, che non gli sarebbe stato possibile vincere la guerra e ripiegò verso il nord per ricongiungersi a Rumiñawi.
Cusco ora era libera e Manko poteva riprenderne possesso.
A poche decine di chilometri dalla capitale dell’impero, avvenne lo storico incontro.
Le armate spagnole erano accampate in una radura quando il suono di numerosi pututu annunciò l’arrivo del principe Manko.
Preceduta da un corteo di servitori e notabili, la portantina del giovane Inca avanzò al ritmo dei flauti. Pizarro, preparato a ricevere l’alleato, attendeva in piedi sfoggiando l’armatura ripulita. Attorno a lui, Padre Valverde, la fanteria e la cavalleria facevano ala alla processione.
“Finalmente ci incontriamo, principe Manko,” esordì il comandante.
“Come vedi, ho mantenuto la parola. Il tuo nemico Atahualpa è stato giustiziato e la stessa sorte è toccata al suo generale Chalcuchima. Ora sta a te!”
“Comandante, ti sono grato per quanto hai fatto. Abbiamo sconfitto un nemico spietato e ora il regno è libero. Cusco, la mia capitale, ti aspetta per riceverti come merita un alleato prezioso. Entreremo in città assieme già domani e il giorno seguente daremo inizio alle celebrazioni per la vittoria e per la mia investitura ufficiale a Sapa Inca”.
“Sarà per me un grande onore assistere alla tua incoronazione”, tagliò corto Pizarro.
Quella sera cenarono assieme attorno ai fuochi del campo e il mattino successivo, inca e spagnoli entrarono a Cusco. Era il quindici novembre del 1533.
I mesi che seguirono furono spesi per dare la caccia all’esercito di Kiskis, il quale, tuttavia, non fu mai catturato, nonché per rafforzare l’amicizia fra i due comandanti.
A Quito gli eventi precipitarono.
Nei primi mesi del 1534, il governatore del Guatemala, Pedro de Alvarado, attratto dalle immense ricchezze del regno inca, sbarcò sulle coste sudamericane alla testa di un esercito di cinquecento uomini. La sua meta era Quito, città non ancora conquistata dai compatrioti.
Venuto a conoscenza dei piani del governatore, il luogotenente di Pizarro, Sebastian de Benalcázar, di stanza a San Miguel, inviò un messaggero a Cusco per avvisare il comandante generale e contemporaneamente si apprestò a partire per tagliare la strada ad Alvarado.
Nella capitale del nord, intanto, i generali di Atahualpa, Kiskis e Rumiñawi, informati dell’imminente arrivo degli spagnoli di Benalcázar, si apprestarono a predisporre un piano di difesa.
Il primo condusse le sue truppe a sud, compiendo un largo giro nella speranza di sorprendere il nemico alle spalle, mentre Rumiñawi con i suoi si fece incontro agli stranieri con l’intento di attrarli fra i canaloni della sierra dove meglio avrebbe potuto combatterli.
Alle falde del vulcano Cotopaxi avvenne lo scontro fra la truppa di Benalcázar, rinforzata da alcune migliaia di indigeni ostili agli inca e il generale dall’occhio di pietra. Nonostante i cavalli e il numero cospicuo di avversari, Rumiñawi riuscì a cogliere in trappola gli spagnoli, ma ancora una volta la sorte arrise al nemico: un’improvvisa eruzione del vulcano paralizzò i superstiziosi guerrieri di Quito che fuggirono spaventati.
Rumiñawi, catturato, fu torturato e bruciato vivo da Benalcázar.
Il capitano spagnolo si diresse quindi a Quito, ma trovò la città abbandonata e in fiamme. In preda all’ira per la perdita di un ricco bottino, Benalcázar raggiunse il villaggio abitato più vicino, dove assassinò senza pietà donne e bambini.
Nel frattempo, per ordine di Pizarro, Almagro era partito da Cusco per raggiungere Benalcázar e contrastare, assieme a questi, l’avanzata di Alvarado e nell’agosto del 1534 avvenne l’incontro fra il socio del comandante generale e il governatore del Guatemala.
Un mese più tardi, quando i due comandanti spagnoli si furono riuniti con Benalcázar, Kiskis attaccò.
Il generale di Atahualpa diede agli spagnoli una dura lezione di tattica, riuscendo a dividere le truppe di Alvarado da quelle di Almagro e a simulare la fuga, inseguito da quest’ultimo.
Sulle aspre montagne della sierra, dove la cavalleria spagnola non aveva spazio per manovrare, Kiskis sorprese il nemico attaccandolo da due lati e dall’alto e solo il provvidenziale arrivo di Alvarado salvò Diego de Almagro da morte certa.
Fu la prima vera vittoria delle truppe inca che inflissero pesanti perdite all’avversario: oltre cinquanta morti e molti feriti; ma anche per Kiskis il sogno di gloria tramontò, questa volta a causa del tradimento di uno dei tanti figli di Wayna Kapac che lo uccise per poi arrendersi agli spagnoli.
Anche Quito e il regno del nord cadevano nelle mani dell’invasore.

