GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY
GABRIELEPOLI.NET
  • LIBRI
  • BLOG
  • CONTATTI
  • PRIVACY

Il romanzo del Perù, a puntate (SESTA PARTE)

Di Gabriele Poli

FONDAZIONE DI UN IMPERO

(SESTA PARTE)

Pachacutec
Pachacutec

I festeggiamenti per il felice esito della guerra contro i chanka e per il ritorno del principe Kusi Yupanqui erano durati per un’intera settimana, ma tra breve ce ne sarebbero stati altri.

Di lì a qualche giorno avrebbe avuto luogo la sacra cerimonia dell’incoronazione del nuovo Sapa Inca.

 

Inti, il sole, era da poco andato a riposare e ora il suo paggio, Chaska -la stella riccioluta e ribelle- faceva capolino fra le ombre della notte incipiente.

Soli, sulla vetta più alta delle colline di Tampu, Kusi e Ollanta osservavano assorti il sorgere delle stelle. A poco a poco il cielo si illuminò e migliaia di astri lo popolarono sorridendo.

Apparve Muyu, il lungo fiume bianco popolato di alberi, di coca e di mais, poi, più su, ecco il granaio delle sette sorelle, le Qolqa e Choquechinchay, il Giaguaro dorato.

Lo sguardo del principe, tuttavia, continuò a percorrere la grande via bianca, superò la figura del lama che allatta il suo piccolo e si fermò là dove i due rami del fiume venivano uniti da Chacana, la croce splendente, il ponte che permette alle anime dei morti di passare nel mondo superiore.

“Guarda, Olla”, ruppe il silenzio Kusi, “quelle stelle che tengono unito il grande fiume, siamo noi, giunti appena in tempo per ricucire lo strappo che avrebbe disperso il nostro popolo. E quel buco scuro, appena più sotto, rappresenta il male che Urku ha commesso, il fratello cattivo che finalmente è stato sconfitto e allontanato”.

Mentre l’amico parlava, Ollanta seguiva il discorso in silenzio e un brivido di emozione gli scosse il corpo. Le parole di Kusi avevano un significato profondo, esprimevano il sentimento di un sovrano deciso a far del suo popolo sbandato, una nazione potente.

“Osserva da quella parte, ora”, proseguì Kusi, indicando all’amico la vasta zona scura nel mezzo della Via Lattea, “Quella è Yacana, la madre lama che allatta il suo cucciolo. Vedi come i suoi occhi brillanti scrutano il mondo? Pare inquieta perché capisce che la nostra gente è disorientata e allunga il collo per bere i fluidi maligni che altrimenti ci sommergerebbero, distruggendo le nostre valli. Mio padre Inti lo ha ordinato e così sarà, almeno fino a che il dio sarà soddisfatto di noi. Non dobbiamo deluderlo, fratello mio. Domani torneremo a Cusco e, dopo l’incoronazione, prenderò in sposa mia sorella e come prima concubina Killa; tu avrai in moglie mia sorella Kusi Koyllur. La nostra amicizia diverrà indissolubile e, uniti anche dal legame di parentela, lavoreremo per costruire un impero”.

Una lacrima di commozione percorse la gota di Ollanta che, grato, abbracciò forte l’amico di sempre.

“Farò radere al suolo quello che resta della capitale”, continuò a parlare l’ispirato principe, “e dalle sue ceneri sorgerà la gemma più splendente delle Ande. Tu tornerai qui a Tampu e costruirai la tua città a immagine di Cusco. Farai erigere templi e palazzi ma, soprattutto, voglio che venga edificata una fortezza inespugnabile, un baluardo imponente a difesa dell’impero contro le selvagge tribù della selva. Da questa notte, Tampu cambierà nome e diverrà Ollantaytampu, la città del grande generale Ollanta, il primo difensore del suo Sapa Inca. Anch’io prenderò un nuovo nome. Sarò da ora e per sempre Pachakutek, il sovvertitore del mondo”.

 

Il disegno di Kusi Yupanki Pachakutek era splendido, ma difficile da realizzare.

Tuttavia, il nuovo Sapa Inca impegnò ogni risorsa per portare a termine l’impresa. Convocò i kuraka di tutti i villaggi a lui sottomessi e ordinò a questi signori di recarsi nei territori a loro affidati per reclutare la maggior quantità possibile di mano d’opera.

Il progetto di Pachakutek prevedeva, innanzitutto, la costruzione di fortezze nei punti strategici del nascente impero.

Olla stava già fortificando la zona di Tampu, a protezione delle possibili invasioni dei barbari della selva. Un’altra roccaforte Kusi ordinò che fosse edificata nella parte opposta della valle di Yucay, mentre una serie di fortificazioni meno imponenti furono costruite in breve tempo lungo tutti i confini del regno.

Ora, Pachakutek poteva finalmente dedicarsi alla ricostruzione della capitale.

Il re prese a passeggiare tutti i giorni nella regione compresa fra i fiumi Huatanay e Tullumayo, la valle che lo aveva visto crescere e sognare.

L’Inca, cordino alla mano, misurava strade, piazze e terreni, accompagnato dai suoi esperti costruttori.

Giunsero migliaia di operai da ogni parte del regno e, con loro, abili intagliatori di pietre, provetti muratori, architetti e ingegneri.

Mentre la vecchia Cusco veniva sgomberata dalle macerie, Pachakutek creava una rete di canali lastricati di pietre per allontanare il pericolo di inondazioni che, fino ad allora, avevano sempre sconvolto la valle durante il periodo delle piogge.

Anche i letti di Huatanay e Tullumayo furono rivestiti di lastre, per permettere all’acqua di scorrere limpida e chiara.

Kusi studiò pure la pianta della città e ordinò che seguisse il disegno di un felino, in onore di Choquechinchay, il “Giaguaro o Puma dorato”.

La testa in direzione nord, corrispondente al colle sul quale il Sapa Inca aveva progettato la costruzione di un tempio in onore di Illapa, il dio delle tempeste, e la coda orientata a sud, dove la valle si apre.

Seguirono giorni intensi dedicati a calcoli accurati, mediante misure precise; fra queste, la Rikra, distanza media fra i pollici di un uomo con le braccia allargate, la Sykia o mezza Rikra, il Cuchuch tupu, ovvero la distanza fra il gomito e l’estremità della mano, la Capa o palmo e la più piccola Yuku, corrispondente alla distanza fra pollice e indice con le dita allargate.

Finalmente, le opere di costruzione iniziarono e l’alacre lavoro delle migliaia di operai produsse risultati rapidi e stupefacenti. Le strade, un tempo disposte casualmente e spesso impraticabili a causa del fango, ora seguivano un ordine prestabilito, dritte e lastricate, con al centro un canale di scolo.

Le vie si intersecavano ad angolo retto e sfociavano nelle numerose piazze, la maggiore delle quali, Huacaypata, destinata alle feste e alle cerimonie. Erano trapezoidali e lungo i loro lati stavano sorgendo splendidi palazzi con porte, finestre e nicchie in forma di trapezio.

Gli enormi blocchi di pietra per le costruzioni provenivano da cave ricavate nei colli vicini, abili scalpellini le squadravano grossolanamente sul posto da dove venivano poi avviate a Cusco, con l’aiuto di rulli sopra i quali erano depositate servendosi di dossi di terra o ghiaia.

Giunti nella capitale, i blocchi erano sottoposti a un accurato lavoro di rifinitura, utilizzando scalpelli di rame e di bronzo e strofinando le pietre le une contro le altre. Sempre utilizzando piani inclinati e rulli, i massi venivano incastrati fra di loro e saldati mediante fango appiccicoso con l’aggiunta di paglia e lana. Fra i blocchi, rimaneva sempre un minuscolo spazio; in caso di sisma, infatti, le pietre si incastravano l’una nell’altra, rendendo la struttura solida e flessibile.

L’opera più maestosa di Pachakutek, tuttavia, fu il Coricancha, il tempio dedicato al dio Sole, suo padre e protettore.

Quando, finalmente, Kusi Yupanqui entrò nel tempio ultimato, una lacrima di commozione gli danzò per qualche istante fra le ciglia e poi scese lenta lungo gli zigomi e le gote. Il Sapa Inca lasciò che l’evidenza della sua emozione seguisse la linea del mento, poi alzò le braccia al cielo ad invocare il suo dio.

”Inti, padre mio, è ben poca cosa questa casa edificata per te; l’amore, la forza e le vittorie che mi hai donato mai potranno essere ricompensate a sufficienza. Padre Sole, ti prego, tuttavia, di accettare questo pegno della devozione mia e di tutti i sudditi dell’impero. Ogni conquista, ogni successo, ogni mia azione saranno dedicati a te e tutti i popoli che assoggetteremo ti adoreranno come meriti”.

 

Il tempio del Sole possedeva un tetto di paglia molto alto per il ricambio dell’aria e massicce pareti di pietra, interamente ricoperte da lastre e placche d’oro, il metallo dell’astro solare, generato dalle sue gocce di sudore.

La parete principale era occupata dal Punchaw, l’enorme e rotonda effigie solare d’oro finissimo, col volto – coronato da raggi – rivolto a est, di modo che il sole, quando sorgeva, si specchiasse in esso.

Di lato, un’altra immagine del Sole spiccava radiosa. Si trattava di una statua d’oro raffigurante un bimbo nudo. Il suo ventre vuoto, Pachakutek intendeva riempirlo con una pasta fatta di polvere d’oro e cenere del cuore suo e di tutti i sovrani, defunti, che avrebbero regnato dopo di lui.

Il tempio comprendeva altre stanze. Una era dedicata a Killa, la luna moglie di Inti, tutta rivestita d’argento; un’altra a Chaska Quyllur, la stella del mattino e del tramonto; una terza a Illapa e ancora all’arcobaleno, figlio del sole, mentre una quinta era riservata a Willaq Humu, il sommo sacerdote.

Il giardino, poi, era spettacolare. Riproduzioni di piante, fiori, uccelli, insetti e animali vari, tutti di metallo prezioso, popolavano gli splendidi vialetti del Coricancha, il recinto d’oro. Sul lato esterno un lungo fregio aureo splendeva maestoso.

Mentre l’amico Sapa Inca proseguiva con la sua opera di ricostruzione, il generale Ollanta erigeva la fortezza di Tampu ed edificava altri templi e palazzi nella cittadina.

A circa settanta chilometri da Cusco, Tampu, la città di Ollanta, stava sorgendo rapidamente, bella quasi come la capitale e protetta da fortificazioni formidabili.

Nei progetti del Sapa Inca, Ollantaytampu sarebbe dovuta diventare il baluardo inespugnabile a difesa dell'impero inca e anche la porta d’accesso alla futura città santa che Pachakutek desiderava costruire più a valle e che era destinata a custodire la sua memoria per l’eternità.

La costruzione di Ollantaytampu fu pianificata con attenzione. Numerosi architetti, i migliori, quali Apu Wallpa, Rimachi e Maricanchi disegnarono vie, canali e palazzi, piazze a livelli differenti, scalinate, portici, osservatori astronomici, ponti, granai.

Migliaia di operai scavarono enormi blocchi di pietra nelle cave di granito ricavate dalle colline al di là del fiume e poi, con l’ausilio di pali rotondi e piani inclinati, i massi furono trasportati fino alla città e lavorati con pazienza e perizia. Migliaia di andénes furono ricavate dai fianchi delle montagne e in tal modo, Ollantaytampu divenne il granaio della nazione.

Pachakutek concentrò poi i propri sforzi oltre i confini del dominio inca e in pochi anni, quello che era un piccolo regno, fragile e senza futuro, si trasformò in un potente impero, sottomettendo popoli e civiltà in ogni direzione.

 

Sotto la wiphala, bandiera dell’arcobaleno, lo stendardo multicolore che simboleggiava il sole che cancella il regno del caos, gli eserciti del Sapa Inca si spingevano lontano conquistando in pochi anni un territorio immenso.

L’esercito era suddiviso in decurie e centurie e ogni squadrone portava un solo tipo di arma.

C’erano i frombolieri, cari a Pachakutek, i mazzieri e i lanciatori di aste, gli arcieri e gli incursori, ma v’erano pure i musici che accompagnavano le truppe in marcia.

In battaglia prima attaccavano i frombolieri e poi i soldati armati di lance e asce, mentre gli incursori seminavano il panico fra i nemici. Anche molte donne seguivano l’esercito occupandosi dei vettovagliamenti e dei feriti.

 

Ormai Pachakutek iniziava a sentire il peso del tempo. Sapeva che Inti gli aveva concesso molti anni di vita, ma ora il suo compito stava per terminare e suo figlio Tupak Yupanki era pronto a prendere il suo posto. Due cose, tuttavia, il vecchio Inca aveva ancora in programma di fare. Una grande festa di ringraziamento al suo dio e il pellegrinaggio al tempio della costa, dove viveva il saggio profeta.

(SEGUE...)

Pachacutec