Il romanzo del Perù, a puntate.
Di Gabriele Poli
Il popolo del Giaguaro
PRIMA PARTE

300 a.C.
Attraversando la piazza quadrangolare, gremita di gente preoccupata, Ninakuychi si chiedeva cosa avrebbe dovuto attendersi dall’improvvisa convocazione ricevuta il mattino presto, mentre, ancora sveglia a causa della grande agitazione, si rigirava ad occhi aperti sullo scomodo pagliericcio.
Qualche mese prima gli eventi erano precipitati.
301 a.C.
Ormai da alcuni anni i pellegrinaggi nella città santa, situata nella vallata del fiume Mosna, a oltre tremila metri d’altitudine, s’erano fatti più radi e sempre meno gente giungeva a recare offerte e tributi al Giaguaro Volante, il Dio potente e terribile.
Da molti secoli i popoli della Cordigliera, provenienti dalle valli più lontane, compivano il pellegrinaggio annuale verso il tempio del Dio, recando con sé oggetti preziosi, mandrie di animali e giovani ragazzi da donare al terrificante essere supremo per placare la sua ira distruttrice.
I viandanti intraprendevano viaggi lungo percorsi difficili, valicando alte vette, costeggiando nevai eterni, attraversando valli e fiumi e patendo il freddo, la stanchezza e la disperazione pur di giungere ad onorare il Giaguaro.
Attorno alle mura formate da pietre gigantesche sulle quali erano incastonate grosse teste modellate con tratti umani e animali, si apriva una lunga distesa di campi coltivati inframmezzati da capanne costruite con paglia e fango, modeste residenze del popolo.
La vita quotidiana era regolata dalle esigenze del felino piumato, il Giaguaro. Il gradino più basso della scala sociale era occupato dai contadini, il cui compito consisteva nel mantenere costante la produzione agricola, nel preparare nuovi terrazzamenti da destinare alla semina e nel tenere puliti i canali d’irrigazione. Agli artigiani era chiesto di preparare i grossi blocchi per la costruzione e la riparazione dei templi, mentre i maestri scultori si occupavano di creare opere raffinate per abbellire le piazze e le pareti dei palazzi.
Poi c’erano i sacerdoti.
Fin dalla tenera età Ninakuychi sapeva che la vita per lei sarebbe stata differente da quella delle sue coetanee. Pur essendo una ragazzina allegra e vivace, spesso disdegnava i consueti giochi infantili per vagare con la mente nella fantasia; molte notti vegliava a lungo, distesa al di fuori della soglia di casa, con gli occhi curiosi a scrutare le mille luci del firmamento.
Si chiedeva se qualcuno abitasse quei luoghi tanto lontani, se veramente gli spiriti degli antenati popolassero le stelle. Studiava i movimenti del cielo, i disegni delle costellazioni e, mentre s’immergeva nelle profondità della volta celeste, si sentiva invadere da un acuto sentimento di gioia e al tempo stesso di frenesia, nonché dalla voglia di conoscere e dal desiderio di scoperta. Era consapevole che la sua vita non sarebbe stata simile a quella di sua madre o della maggioranza delle donne, attente al focolare domestico, ma qualcosa di diverso avrebbe riempito il suo mondo e arricchito lo spirito.
Quando, a dieci anni, era stata accolta come educanda nel Tempio della Preparazione Spirituale, aveva capito che il suo sogno si stava avverando, che le porte della conoscenza si stavano schiudendo e ora ogni cosa sarebbe dipesa solo da lei.
I primi anni erano stati difficili; lo studio era stato la base della sua esistenza e gli svaghi erano ridotti al minimo, solo qualche passeggiata con le compagne nel giardino del tempio. Ma non aveva importanza. Stava apprendendo nozioni importanti, il suo sogno infantile si stava realizzando e Atawmari, il gran sacerdote, si stava interessando a lei, attratto dalle sue doti spontanee d’intuizione e dal suo immenso desiderio di conoscenza.
A tredici anni era già la novizia prediletta del gran sacerdote che, almeno due notti la settimana, la convocava per osservare assieme a lei le affascinanti figure del cielo. Così, a poco a poco, Ninakuychi aveva imparato a dare un nome alle varie stelle e un significato ai mutamenti degli astri, interpretandone i movimenti e correlandoli agli avvenimenti sulla terra.
La novizia aveva presto assimilato i concetti espressi dal suo insegnante e i misteri racchiusi nella volta celeste iniziavano a svelarsi alla sua necessità di conoscenza. Il grande fiume bianco delimitava il mondo dei vivi da quello dei morti; era la strada che le divinità avevano tracciato per le anime che abbandonavano la terra.
Il gran sacerdote, sempre tenero e indulgente con lei, l’accolse verso le otto della sera, quando Chaska Koyllur, la capricciosa stella ricciuta, brillava prepotente, anticipando tutte le altre compagne.
“Entra Ninakuychi, coraggio. Sono molti i segreti che devi ancora conoscere, seguimi!”
La ragazzina seguì Atawmari lungo la ripida scalinata, inciampando più volte nella veste troppo lunga per le esili gambe. La via per raggiungere il migliore punto d’osservazione le sembrava sempre troppo lunga a causa dell’impazienza e poco le importavano le spiegazioni del maestro, a mano a mano che procedevano, prima lungo la grande piazza quadrata, quindi inerpicandosi sulla scalinata fino a raggiungere il primo, ampio terrazzo, dal quale, attraverso un portale, si accedeva al Tempio Antico.
Atawmari, come sempre, procedeva lento, ripetendole di continuo le stesse frasi, descrivendo le figure scolpite sulle pareti, il significato dei luoghi attraversati, i motivi dipinti e gli edifici che componevano la Città Santa.
La grande piazza quadrata, che fungeva da luogo di raccolta per i dignitari, sorgeva ad un livello inferiore rispetto ai templi e ai terrazzamenti adiacenti. Per accedervi, infatti, i notabili dovevano scendere una serie di scalini che dipartivano dai quattro lati dello spiazzo. Seduti sui gradini, o in piedi sul lastricato, i funzionari del governo discutevano sommessamente per non turbare l’armonia sacra del luogo e per non irritare il dio giaguaro. In quella depressione, creata ad arte in secoli remoti, i principi attendevano ogni mattina le direttive imposte dal “felino volante” che giungevano perentorie, trasportate dal vento, risalendo il ventre della terra e uscendo da feritoie segrete. I dignitari avevano come unici privilegi quelli di poter ascoltare direttamente la parola del dio e di non essere costretti a lavorare la terra per produrre le messi necessarie al sostentamento della nobile casta sacerdotale e del popolo. Il loro compito, però, era d’importanza vitale per la società sacra del giaguaro e svolgerlo adeguatamente dava diritto ad una sola ricompensa: la vita.
I funzionari vivevano nel terrore continuo, nell’ansia di non riuscire a svolgere nel modo migliore il compito ad essi affidato, pertanto lavoravano alacremente, quanto e forse più delle genti di ceto inferiore. Essi controllavano il lavoro dei contadini e di tutti gli altri, vigilavano sulle colture, verificavano i canali d’irrigazione e i terrazzamenti delle coltivazioni; studiavano le fasi della luna, osservavano la posizione delle Qolqa, le Pleiadi vergini del Giaguaro che lassù, lontano nei cieli, indicavano loro i momenti propizi per la semina. Ogni mattina, scese le scale, si ritrovavano tutti nella piazza seminterrata e ascoltavano gli ordini del terribile dio. I corpi tremavano al suono agghiacciante che sembrava provenire da profondità lontane e gli sguardi andavano al Tempio che incombeva sopra di loro e anch’esso, in quegli istanti, appariva spaventoso con le sue forme che si stagliavano contro il cielo a disegnare un’enorme bocca sormontata da zanne pronte a dilaniare le carni degli intimoriti funzionari.
Essi sapevano che da un loro errore poteva dipendere la vita del Tempio e che ogni più piccola mancanza sarebbe stata punita con la più terribile delle morti.
Come sempre, comunque, quella sera la piazza era vuota e buia. Solamente poche fiaccole illuminavano il cammino di Ninakuychi e del suo maestro, mentre i due si accingevano a salire verso la bocca del giaguaro ed entravano nel Tempio.
La ragazza non aveva paura, perché sapeva che il dio l’amava ed era sempre disposto ad accoglierla nel suo seno, pronto a rivelarle i segreti che le avrebbero permesso di crescere nella conoscenza.
Il destino di Ninakuychi era già scritto nel cielo brulicante di stelle: ella sarebbe divenuta sacerdotessa e un giorno sarebbe succeduta ad Atawmari stesso, come il Grande Servitore del felino volante spesso le ripeteva.
Giunsero alla porta della maestosa cattedrale, accolti dalle inquietanti immagini scolpite sull’architrave.
Due colonne cilindriche, simili a zanne gigantesche, sostenevano un paio di enormi blocchi di pietra lavorati dagli scultori. La parte superiore del portale recava scolpite due serie di otto uccelli ciascuna che parevano confrontarsi fra loro; rappresentavano il giorno illuminato dal Sole, in evidente contrasto con la zona sottostante, buia e misteriosa, immagine della notte magica. Queste raffigurazioni, Ninakuychi ben lo sapeva, rappresentavano il mondo religioso di Chawpìn, l’eterno alternarsi degli dei del giorno e della notte, pronti a rammentare al popolo il loro potere e dominio assoluti.
Atawmari raggiunse il limite estremo della piattaforma e, senza una parola, rivolse il capo al cielo notturno, allargando le braccia verso il firmamento. Ninakuychi rimase in disparte in attesa, mentre osservava la sacra figura del sacerdote ondeggiare, con le scure vesti scomposte dal vento che sembravano fluttuare leggere contro le stelle.
Dopo qualche minuto, il vecchio chiamò a sé la ragazza e, poggiatole un braccio sulle spalle, iniziò a parlare.
“Pura Vergine del Giaguaro, è giunto il momento tanto atteso. Fra poco unirai la tua mente alla mia e, assieme, saremo accolti dall'essenza eterea delle divinità.
La nostra civiltà si è sviluppata in questo luogo nella notte dei tempi, perché è qui che le forze della magia, scaturite dalla volontà degli dei, si sono concentrate. Chawpìn, il centro del mondo, la nostra sacra città, è nata per volere del Felino Volante e qui noi riceviamo i suoi insegnamenti e i suoi comandamenti. Osservando i mutamenti del cielo possiamo comprendere il destino che ci attende, l’ordine delle cose, i comportamenti da adottare”.
“Da laggiù, fra qualche ora, nascerà l’astro infuocato che riscalda la terra”, proseguì il sacerdote, “ma ora solleva lo sguardo alla tua sinistra, poniti con tutto il corpo rivolto a nord e scruta con i tuoi occhi. Osserva il cielo dritto sopra di te, poi abbassa la vista fino a perderla nell’orizzonte. Ripeti più volte lo stesso esercizio, lasciando vagare libera la mente, togliendo il freno ai pensieri. Questa è la notte ideale, la migliore dell’anno per perdersi nel firmamento perché, pur essendo la notte più breve, è pure la più luminosa e ricca di stelle; è la notte preferita dalle divinità e pertanto non devi trascurare l’opportunità che ti è concessa”.
Ninakuychi seguì gli ordini del sacerdote e, in breve tempo, tutta la sua attenzione fu catturata dal magnifico spettacolo della notte scintillante. La giovane riconobbe senza fatica gli astri che riempivano i suoi occhi.
Alta sopra la sua testa, appena un poco discosta dal grande fiume, brillava Choquechinchay, il superbo giaguaro dorato, la stella più luminosa del firmamento, il grande dio controllore del mondo. Abbassando piano lo sguardo, Ninakuychi scorse altre due luminose stelle, separate da una chiara barriera formata da tre astri più piccoli; la ragazza, però, non si soffermò a lungo su quell’immagine, perché aveva fretta di osservare, dritte di fronte a sé, le sette gentili sorelle, le vergini del Giaguaro. Erano le sue stelle; ella sentiva di appartenere all’armonia delicata di quelle ridenti gallinelle, stelle sbarazzine e allegre, in tutto simili a lei e alle sue compagne, vergini del Giaguaro anch’esse, riflesso terreno delle dolci sorelle celesti.
Ninakuychi rivolse un sorriso e un cenno d’intesa alle sue amiche lontane nel cielo, quindi percorse con lo sguardo il ramo del grande fiume illuminato dal Giaguaro Dorato; ruotò su se stessa e, volgendo gli occhi verso sud, distinse il guado che separava il braccio di fiume illuminato dall’altra grande stella, il Serpente Piumato.
Scendendo lungo la grande strada bianca, la giovane sacerdotessa riconobbe Chakana, il ponte di passaggio verso la terra dei morti, formato dalle quattro luminose stelle disposte a guisa di croce che delimitavano il sinistro antro oscuro dove le anime dei morti andavano a riposare. Ancora più in basso, splendevano radiosi i due astri corrispondenti agli occhi di madre lama, intenta ad allattare il suo piccolo.
Atawmari interruppe il viaggio virtuale di Ninakuychi attraverso il firmamento e proseguì la lezione.
“A poco a poco, la mappa del cielo cambierà in modo significativo tanto che, fra qualche mese, le stelle avranno completamente mutato posizione; alcune fra esse viaggeranno verso luoghi remoti e sconosciuti, scomparendo alla nostra vista, mentre altre appariranno dal nulla. È questo il ciclo della vita e, come il cielo così la natura ripete con regolarità il proprio cammino. Le divinità ci mostrano in questo modo la via da percorrere perché anche le vicende umane, il destino e la storia dell’uomo, si succedono senza fine. Fino a quando il ritmo delle cose procederà in armonia, non avremo nulla da temere perché significherà che il Giaguaro Volante è soddisfatto del suo popolo, ma se qualche evento anomalo dovesse turbare il movimento degli astri, gravi calamità colpiranno Chawpìn, le stagioni impazziranno e il ciclo naturale della vita apparirà sovvertito. In questo caso, dovremo temere il peggio e pregare le divinità con tutte le nostre forze offrendo loro un maggior numero di sacrifici per placare il rancore divino”.

