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Il mitico El Dorado, l’oro del Perù

Gabriele Poli

Gli avventurieri spagnoli, capitanati da Francisco Pizarro, nel 1532 catturarono con l’inganno il principe Atahualpa, lo costrinsero a pagare un sontuoso riscatto, uccisero l’ostaggio, fusero i meravigliosi manufatti d’oro e inviarono a Siviglia i lingotti che vennero marchiati con il sigillo di Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna.

Con la speranza di aver salva la vita, Atahualpa aveva ordinato ai suoi di riempire una stanza con oggetti d’oro e altre due d’argento, commettendo il secondo grave errore: aveva alimentato la cupidigia dei carcerieri.

Il primo sbaglio, pagato con la cattura, era stato di ritenersi invincibile, recandosi disarmato all’appuntamento con gli spagnoli nella piazza di Cajamarca.

Consegnato a Pizarro il riscatto pattuito, il re inca fu ucciso, probabilmente il  luglio 1533.

Sin da epoche antiche, l’oro era abbondante e veniva raccolto nei fiumi allo stato naturale o sotto forma di pepite. Fu il primo metallo usato nella metallurgia peruviana perché malleabile e duttile; inoltre possiede un basso punto di fusione e una notevole bellezza.

In seguito, si lavorarono anche l’argento e il rame. Il ferro, pur conosciuto, non era utilizzato in quanto inesistente allo stato puro e perché, con gli strumenti dell’epoca, era impossibile raggiungere la temperatura di fusione. Gli antichi peruviani utilizzavano anche il platino –in Europa conosciuto solo dopo il 1730- e adoperavano leghe di rame e stagno per ottenere il bronzo. Poco usati erano il piombo e il mercurio.

Nell’epoca più remota, l’oro si lavorava con martelli e incudini di pietra; veniva ridotto in lamine sottili e intarsiato d’immagini zoomorfe e antropomorfe.

Con la cultura Chavín (1500-150 a.C.) la lavorazione divenne più accurata, espressione della casta sacerdotale dominante. Medaglioni, bracciali, pettorali e altri ornamenti erano decorati con raffigurazioni di divinità feline come il giaguaro e altre antropomorfe, connubio che dette origine a esseri fantastici.

È il caso della figura scolpita sulla Stele Raimondi che rappresenta un felino con zampe prensili, ali d’uccello, corpo umano e una testa con raggi serpentiformi.

Durante il I secolo a.C., il culto sacerdotale regredì e, in epoca Moche, acquistò importanza la realizzazione di oggetti con il fine di produrre bellezza, di valorizzare i re guerrieri o, semplicemente, di raccontare scene di vita quotidiana. Giunse all’apice il culto della persona.

Scoperte archeologiche recenti hanno portato alla luce oggetti d’oro di straordinaria bellezza che si sono aggiunti ad altri conservati nei musei di Lima. Quasi tutti i gioielli, tuttavia, risalgono a civiltà antecedenti gli Inca.

Nel 1987, la polizia avvisò l’archeologo Walter Alva, direttore del museo Brüning di Lambayeque, del ritrovamento di oggetti d’oro nelle bisacce di alcuni tombaroli. In quegli anni, persone senza scrupoli avevano saccheggiato l’area della Huaca Rajada, un tempio Moche, trafugando tesori di inestimabile valore, senza che mai le autorità riuscissero a frenare lo scempio. Questa volta, tuttavia, la fortuna aiutò le forze dell’ordine. Grazie al ritrovamento della refurtiva, si risvegliò l’entusiasmo di Alva e, nel settembre dello stesso anno, l’archeologo scoprì la ricchissima e intatta tomba del Señor de Sipán.

Fra i gioielli rinvenuti, i più strabilianti sono gli orecchini d’oro, decorati con lapislazzuli e raffiguranti un nobile mochica, probabilmente il defunto stesso. Il tesoro è completato da molti altri oggetti d’oro (maschere, collane, una corona, ecc.) e vesti raffinate ricoperte da lamine del prezioso metallo e di forma diversa. Si trattò del più ricco ritrovamento dalla scoperta della tomba di Tutankamon in Egitto.

Ormai in epoca recente, non molto lontano dall’antica zona di influenza moche, fiorì il regno Chimú. Fini cesellatori, gli artigiani della capitale Chan Chan produssero oggetti di squisita fattura che stimolarono la curiosità dei loro vincitori, gli Inca.

Túpac Yupanqui, figlio del re Pachacutec, inviò al Cusco, la sua capitale, centinaia di artisti chimú che ebbero una parte di rilievo nella costruzione del Coricancha, il “giardino d’oro”, tempio del Sole.

Il tempio del Sole sorgeva nell’area oggi occupata dal convento di Santo Domingo. L’erba, le piante, I fiori, gli animali, i frutti erano d’oro, così come le statue di uomini, donne e bambini: un palazzo sontuoso con un ancor più bel giardino per rendere omaggio a Inti, il dio sole che aiutò Pachacutec a sconfiggere gli invasori Chanka.

I gioielleri lavoravano il prezioso metallo utilizzando una tecnica comune anche in Europa. Fabbricavano il modello con la cera e lo ricoprivano di argilla sulla quale praticavano un foro. Quando la terra seccava, riscaldavano lo stampo in modo da permettere alla cera fusa di uscire dall’apertura. In un crogiolo di terracotta, fondevano l’oro, soffiando sulle fiamme attraverso lunghi tubi e, per accrescere il volume e conferire durezza la metallo –oltre che per abbassare il punto di fusione-, aggiungevano leghe di rame.

Gli artigiani versavano, poi, l’oro fuso attraverso il foro, in sostituzione della cera, lasciando raffreddare e, rotta l’intelaiatura, estraevano il gioiello. Saldavano l’oggetto usando resine fondenti e sali di rame, quindi completavano il lavoro con la lucidatura. La caratura dell’oro variava da zona a zona; al nord arrivava anche oltre i 20 carati, mentre a Cusco oscillava fra i 12 e i 16.

Per ornare gli oggetti, gli antichi peruviani utilizzavano vari tipi di preziosi. Dalle spiagge del nord arrivavano le perle, gli smeraldi, I turchesi, conchiglie rosa e altre di diverso colore (spondylus), mentre dal sud i topazi, i lapislazzuli, il cristallo di rocca e la malachite.

Il 1527 d.C. segnò l’inizio della fine per l’artigianato orafo inca. Bartolomé Ruiz, pilota di Francisco Pizarro, incrociò una strana imbarcazione di giunco. L’abbordò, imprigionò gli occupanti e lanciò un urlo di gioia. Dopo mesi di navigazione infruttuosa, finalmente aveva incontrato la prova dell’esistenza del mitico El Dorado. Nella barca, infatti, oltre a indumenti, cibarie e utensili, il pilota trovò alcuni splendidi oggetti d’oro e d’argento. A vele spiegate, diresse la prua verso Panamá.

Quell’incontro infuocò gli animi dei “colonizzatori”, avidi di tesori e minò le fondamenta del Tahuantinsuyu, l’impero Inca.

 

Gabriele Poli e Walter Alva