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Il romanzo del Perù, a puntate )

Di Gabriele Poli

IL GUARDIANO DI PORCI

 

Francisco Pizarro

“Evviva Isabella, evviva Ferdinando!”

 

L’Estremadura è una terra arsa dal sole, polverosa e poco adatta alle coltivazioni.

Alla fine del XV secolo, le differenti città della regione, come Trujillo, Medellín o Cáceres, assomigliavano più a feudi indipendenti che a centri appartenenti alla stessa nazione.

Mura possenti e alte torri proteggevano le città, governate da famiglie di antica e nobile stirpe e difese da cavalieri impavidi e orgogliosi, sempre pronti a battersi per l’onore del proprio borgo.

Così appariva la situazione negli ultimi anni del 1400 in questa regione della Spagna, fino a quando la definitiva cacciata dei Mori dall’ultima roccaforte andalusa di Granada, diede ai re cattolici, Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, pieni poteri.

Era il 1492.

Il dodici ottobre dello stesso anno, la scoperta di un nuovo continente avrebbe aperto alla Spagna nuovi orizzonti.

 

Già alcuni anni prima, Isabella e Ferdinando avevano cercato di por ordine nel loro caotico reame.

Una delle prime decisioni dei sovrani riguardava le città stato dell’Estremadura.

Con effetto immediato, fu proibito l’uso delle armi, le torri furono ridotte di un terzo e le porte d’accesso alle città aperte ai viandanti.

All’inizio, i membri delle tre famiglie più in vista di

Trujillo, gli Añasco, gli Altamirano e i Bejaranos, non accettarono di buon grado le nuove imposizioni ma, infine, anch’essi dovettero ubbidire e la vita della cittadina subì un brusco cambiamento.

 

1476

Don Hernando Alonso Pizarro, capostipite di una delle famiglie alleate degli Altamirano, era preoccupato.

Per lui, ormai molto in là con gli anni, la novità aveva poco valore, poiché già da qualche tempo aveva smesso di battersi per dedicarsi, non senza qualche successo che lo riempiva d’orgoglio, all’arte della diplomazia.

Il problema, tuttavia, riguardava i figli, abituati a risolvere le controversie a colpi di spada e sempre pronti a cacciarsi nei guai.

In qualche modo, pensava, sarebbe riuscito a tenerli a freno, esercitando la propria riconosciuta autorità. Nonostante ciò, non era tranquillo.

Il suo pensiero andava costantemente a Gonzalo, il figlio più giovane e anche il più irrequieto. Più di qualche volta il padre era dovuto intervenire per tirarlo fuori dai guai e sempre quella testa calda gli aveva promesso di comportarsi con saggezza e maturità, ma…

“E va bene”, -pensò tra sé Hernando Alonso- “se per essere certo di tenerlo lontano dai tribunali dovrò prendere decisioni drastiche, così farò, almeno fino a quando potrò arruolarlo come ufficiale nell’esercito della regina”.

 

Le guardie di Isabella e Ferdinando pattugliavano giorno e notte le strade della città, decise a far rispettare l’editto dei loro re.

Se avessero trovato alcuni hidalgos intenti a battersi, costoro sarebbero finiti davanti all”audiencia”, il tribunale della nobiltà, e tale fatto avrebbe costituito un disonore per le famiglie.

Il vecchio Pizarro prese la decisione di affidare il figlio alle cure dei frati domenicani che gli avrebbero consentito di raggiungere un buon grado di istruzione, molto utile fra l’altro per aspirare a una carica di prestigio presso la Corte itinerante.

Lo scopo non dichiarato, tuttavia, era di tenere Gonzalo lontano dalle tentazioni, nell’attesa dell’età giusta per entrare nell’esercito.

“Sarebbe un grande onore per la famiglia” –rimuginava in cuor suo Hernando Alonso- “se quello scavezzacollo, accettando il mio consiglio d’applicarsi nello studio, entrasse a far parte del Consiglio Reale. Purtroppo, però, Gonzalo ragiona con l’elsa della spada, non col cervello. Sia come sia, se non diverrà un consigliere, sono deciso a farne un buon capitano, leale e degno del nome che porta”.

Così, pur recalcitrante, il giovane rampollo si trasferì presso il collegio dei frati, ospitato in un dormitorio comune, assieme ad altri giovani del suo lignaggio.

 

“Maricita”, -chiese Juan prendendosi il capo fra le mani- “cosa possiamo fare?”

Juan Mateos era un uomo non ancora anziano, ma minato nel fisico dal duro lavoro di muratore, intrapreso fin dalla tenera età. Già da qualche tempo i violenti accessi di tosse, comparsi alcuni anni addietro, si erano intensificati tanto da impedirgli il lavoro.

Più volte durante il giorno, fiotti di sangue frammisti a secrezioni bronchiali gli salivano dai polmoni, rendendogli difficile la respirazione. Intuiva, ormai, di avere i giorni contati e la sua maggiore preoccupazione riguardava la sorte delle due figlie, Catalina e Francisca, e della moglie.

Il lavoro di sarta dell’amata María Alonso non era certo sufficiente a garantire la sopravvivenza della famiglia. Occorreva trovare una soluzione, prima che fosse troppo tardi; non voleva morire con quest’angoscia nel cuore.

“Dobbiamo trovare un marito alle nostre figlie, ma non sarà facile. Abbiamo poco da offrire come dote, solo il nostro amore e la nostra disperazione”, rispose María Alonso, asciugandosi una lacrima.

“Lavorerò anche di notte” –proseguì la donna, mentre il marito, vinto dalle convulsioni, iniziava a tremare-, “cucirò e ricamerò per preparare un minimo di corredo per Catalina. Non crucciarti Juan, vedrai che ce la faremo. Catita si sposerà presto; il giovane Felipe l’ha chiesta in moglie. È un ragazzo ragionevole, sa di non poter pretendere grandi cose”.

Juan Mateos si alzò a fatica dalla sedia, raggiunse la porta e sputò uno spesso grumo di sangue sulla strada polverosa. Asciugandosi le labbra con la manica della lisa giacca di sacco, l’uomo si avvicinò a María Alonso e, abbracciandola, prese a singhiozzare, “Francisca…”, fu la sola parola che riuscì a pronunciare, prima che la donna, accarezzandogli i capelli con dolcezza, lo interrompesse: “Francisca è troppo giovane per prendere marito. Ancora nessun pretendente ha chiesto di lei; ma ho pensato anche a questo. Domattina andrò a trovare la madre badessa, al convento delle sorelle della Puerta. Vedrai, quella santa donna ci aiuterà a trovare una soluzione”.

 

L’indomani, infatti, María si alzò di buon’ora e si avviò lungo le stradine della cittadina, animate solo dai primi canti dei galli e da qualche raglio isolato.

Camminando con passi brevi, ma veloci, scivolò rapida rasentando i muri delle case, giungendo alla porta del convento giusto nel momento in cui la campanella annunciava l’inizio della funzione mattutina.

Il sole non aveva ancora iniziato la sua infuocata corsa giornaliera e la fresca brezza dell’alba costrinse María a stringersi nello scialle, prima di trovare la forza per bussare al massiccio portone di legno. L’uscio si aprì cigolando e la figura scura e velata della sorella guardiana invitò la donna ad entrare.

“Madre mia” –implorò la disperata María Alonso, baciando la veste della badessa-, “aiutatemi, vi prego. Mio marito, ormai, se lo prenderà Iddio e con le mie sole forze non potrò mantenere a lungo la famiglia. Catalina si sposerà presto, ma Francisca è ancora troppo piccola. Vi scongiuro, accoglietela come inserviente nel vostro eremo di pace”.

 

Le monache della Puerta de Coria provenivano tutte da famiglie nobili o agiate, donne spesso deluse dalla vita e prive di un’autentica vocazione religiosa; molte delle sorelle, tuttavia, avevano scelto liberamente la vita contemplativa, spinte da un forte sentimento d’amore verso Dio e il prossimo.

La madre badessa, donna energica e risoluta, costituiva un caso a parte. Proveniva da una delle famiglie più ricche e nobili di Trujillo e ne andava fiera, sfoggiando le maniere eleganti e altezzose proprie dell’educazione ricevuta e possedendo, allo stesso tempo, una bontà d’animo non comune, oltre a una spiccata intelligenza, doti queste che l’avevano portata ai vertici della congregazione.

Una ragazzina di umili origini non avrebbe mai potuto aspirare ad entrare nel loro convento come novizia, ma un’inserviente giovane e forte avrebbe fatto comodo. Prendere a servizio una giovane come Francisca, inoltre, oltre a costituire un doveroso atto d’amore e di carità, comportava un onere economico minimo da parte dell’ordine religioso, che avrebbe dovuto affrontare solo le spese per il mantenimento e per una piccola gratifica settimanale.

“Vieni, figlia mia, accompagnami in chiesa. Pregheremo assieme alle altre sorelle e vedrai che qualcosa riusciremo a fare”, rispose la madre badessa alla donna in lacrime.

 

Il collegio dei frati domenicani sorgeva poco discosto dal centro della cittadina, a ridosso della chiesa dell’ordine che lo divideva dall’adiacente convento delle monache della Puerta de Coria.

I frati e gli studenti a loro affidati entravano nel tempio direttamente attraverso una porta interna e altrettanto facevano, dal lato opposto, le suore. Queste ultime accedevano in una spaziosa cappella chiusa da una lunga grata che impediva il contatto con gli altri fedeli.

Ogni mattino e ogni sera, frati, suore e giovani si incontravano nella chiesa per assistere alle liturgie, ma senza possibilità di comunicare tra loro. O quasi.

Per Gonzalo, la vita di collegio equivaleva a una prigionia. Il suo sangue caldo e l’impossibilità di sfogare le giovanili energie gli facevano odiare lo studio e le altre attività cui lo costringevano i frati.

Sin dal primo giorno di internato aveva cercato complicità in alcuni degli altri studenti, legando in particolar modo con Miguel e Diego, anch’essi ben più predisposti all’uso delle armi che a scaldare i banchi di scuola.

Con i due amici Gonzalo trascorreva tutto il poco tempo libero a studiare piani per rendere meno opprimente la vita monastica.

Neanche a parlarne di arrischiarsi a saltare il muro del collegio per correre a divertirsi nelle posadas, troppo severa sarebbe stata la punizione da parte dei religiosi e delle famiglie. Tuttavia, oltre alle solite e ormai insipide burle ai danni dei compagni, i tre giovanotti chiedevano novità e diversivi. Nulla di meglio, a questo proposito, che cercare in qualche modo di avvicinare le giovani servette, alcune davvero graziose, che si intravedevano oltre la grata, durante le cerimonie in chiesa. Come fare?

Una fredda sera del dicembre 1476, gli studenti entrarono in chiesa per assistere alla funzione vespertina. Il tempio era avvolto dalle tenebre, solo illuminato da poche candele che emanavano una luce fioca e tremula.

Avvolti negli scuri mantelli, i giovani si disposero nei banchi a loro assegnati. Il padre priore sedeva assorto a lato dell’altare, intanto che il coro intonava l’inno del ringraziamento.

La cappella oltre la grata prese ad animarsi delle scure figure monacali che, silenziosamente, s’inginocchiavano in raccoglimento. Dietro alle suore entrarono le inservienti che, a capo chino, andarono a occupare l’angolo più lontano dall’altare.

Era giunto il momento di entrare in azione.

Gonzalo e i compagni si spostarono con cautela verso il lato destro della chiesa, avvicinandosi all’angolo delle servette. A turno, due degli amici coprivano le manovre del terzo, allargando i mantelli, intanto che quest’ultimo strisciava verso la grata.

Dapprima i movimenti furtivi preoccuparono le ragazze, ma ben presto il sangue caldo delle giovani fanciulle fece loro dimenticare il pericolo d’essere scoperte e presero il sopravvento il divertimento e la curiosità.

Gli incontri silenziosi, fatti di sguardi e di sorrisi, proseguirono per parecchi giorni, facendosi a mano a mano più audaci.

Ognuno dei tre giovanotti prese di mira una ragazza, ma il più temerario fu come sempre Gonzalo, attratto dal sorriso della bella Francisca, la giovane figlia di Juan Mateos e María Alonso.

 

Un paio di settimane più tardi, ben oltre la mezzanotte, un’ombra silenziosa sgattaiolò fuori della camerata, oltrepassò la porta che dava sul cortile, annusò l’aria fresca della notte, percorse con lo sguardo il muro di cinta e lo spazio aperto che la separava dalla chiesa, quindi, rassicurata, riprese a strisciare lungo il perimetro del patio, fermandosi di tanto in tanto nelle zone più nascoste ad ascoltare.

Finalmente, Gonzalo raggiunse l’angolo più lontano che divideva il collegio dal convento delle monache e, con un balzo deciso, superò di slancio il divisorio di mattoni e fango, ricadendo senza far rumore nel cortile adiacente. Era la prima volta che il giovane nobile metteva piede in un convento di suore e, per un momento, si trovò spaesato, ma una mano delicata gli afferrò il mantello ed egli si trovò fra le braccia della bella Francisca.

 

Sei mesi più tardi uno scandalo sconvolse il convento della Puerta de Coria e la giovane servetta Francisca, piangente e col ventre ingrossato da un’evidente gravidanza, fu scacciata con ignominia.

A nulla valsero le suppliche della ragazza e i lamenti della madre, né le implorazioni e le richieste di riparazione fatte alla famiglia di Gonzalo.

Il giovane negò ogni responsabilità e Francisca fu costretta a trasferirsi in casa del patrigno Juan Casco, dove, alcuni mesi più tardi, dette alla luce un maschietto cui impose il nome di Francisco.

 

 

 

1494

 

La lunga colonna dell’esercito si svolgeva a perdita d’occhio, come un enorme serpente.

I carriaggi con le vettovaglie procedevano in coda, protetti da una nutrita retroguardia formata da balestrieri, al centro il “tercios”, la migliore truppa del mondo: picchieri e archibugieri divisi in dodici compagnie da duecentocinquanta uomini; seguivano i pezzi d’artiglieria trainati da buoi.

Ai lati, gruppi di cavalieri vigili e, in testa, il fiero comandante sul suo bianco destriero: Francisco Pizarro, altero e imponente, con l’ampio cappello piumato, incitava gli uomini a proseguire.

Grandi imprese attendevano i leggendari soldati spagnoli. Era lui il capitano, il condottiero e conquistatore; presto sarebbe tornato in patria carico di gloria e la regina di Castiglia lo avrebbe elevato al rango di nobile, anzi, lo avrebbe nominato marchese!

“Panchito, Panchito, dove sei? Rispondimi, Panchito”.

Il tempo stava cambiando; densi nuvoloni si stavano affacciando all’orizzonte e Francisca Mateos, madre di Francisco, era preoccupata, non avendo ancora visto rientrare il figlio dal pascolo.

“Eccomi, madre;” rispose Panchito destandosi dai sogni di gloria, “non preoccuparti. Ora raduno i maiali e li riaccompagno al recinto.”

Infastidito, il guardiano di porci raccolse il bastone e si levò in piedi.

A diciassette anni Francisco si sentiva ormai un uomo, pronto a seguire le orme del padre, che mai lo aveva riconosciuto, e deciso ad arruolarsi nell’esercito per intraprendere la carriera di soldato che, era convinto, gli avrebbe riservato grandi soddisfazioni.

Per il momento, tuttavia, era ancora costretto a pascolare i maiali del padrino nella campagna alle porte di Trujillo.

Il ragazzo era insoddisfatto; quel lavoro lo frustrava e, inoltre, ci si metteva anche la madre a renderlo ridicolo, ostinandosi a trattarlo come un bimbo e a chiamarlo con quel nomignolo infantile che lo mortificava. ”Panchito…, ma quale Panchito! Io sarò il grande Francisco, il condottiero, l’impareggiabile capitano che si farà onore in tutti i campi di battaglia d’Europa”.

 

La grande occasione si presentò alcuni mesi più tardi. Francisco non aveva frequentato alcuna scuola e, pertanto, non sapeva leggere né scrivere, ma possedeva un ottimo intuito, grandi ambizioni e la dote di saper ascoltare e ubbidire.

Venuto a conoscenza che il padre Gonzalo si stava armando per unirsi all’esercito del Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba, vincitore dei Mori a Granada e diretto in Italia, Francisco salutò la madre e si unì alle truppe con le quali avrebbe trascorso i successivi cinque anni di vita.

Il giovane Pizarro imparò ad ammirare il Gran Capitano, del quale copiò gli atteggiamenti e persino il modo di vestire. Negli anni della campagna italiana, durante la quale si spinse fino a Napoli e poi ancora più a sud, in Calabria e Sicilia, Francisco apprese i segreti della guerra e imparò l’arte del comando.

 

Forte delle sue esperienze militari e attratto dalle notizie provenienti dal Nuovo Mondo, nel 1502, all’età di venticinque anni, Francisco Pizarro salpò alla volta delle Americhe, assieme a Fray Nicolás de Ovando, anch’egli originario dell’Estremadura, incaricato dai Re Cattolici del governo presso l’isola di Hispaniola.

Seguirono anni bui durante i quali il giovane Pizarro cercò in ogni modo di mettersi in luce.

Il 25 novembre del 1513, Vasco Nuñez de Balboa scoprì la “Grande Acqua”, l’Oceano Pacifico, battezzata col nome di “Mare del Sud” e, nel 1519, Pedrarias, assieme a Pizarro fondò la città di Panama.

In quello stesso periodo, il “conquistador” Hernán Cortés distrusse l’impero Azteco in Messico e si appropriò di un favoloso tesoro.

 

Nel 1523, a quarantasei anni, Franciso Pizarro aveva accumulato un discreto patrimonio, grazie all’allevamento di bestiame, in collaborazione col socio Diego de Almagro, un uomo di costituzione apparentemente gracile, ma in realtà tenace e resistente. L’antico guardiano di porci era tornato al mestiere dell’infanzia, accantonando i sogni di gloria.  

Ma la storia aveva in serbo un destino diverso per il maturo analfabeta.