Il romanzo del Perù, a puntate )
Di Gabriele Poli
IL GUARDIANO DI PORCI
SECONDA PARTE

Non era facile la vita a Panama.
La cittadina, sporca e maleodorante, era stata edificata in fretta, senza seguire un piano razionale.
Le case e le strade erano state costruite lungo l’asse est-ovest e, per tale motivo, il sole cocente dei tropici imperversava durante tutta la giornata sugli abitanti, costretti a barricarsi in casa per trovare un minimo di refrigerio.
In tutta la città non esisteva una sola oasi d’ombra e chiunque si attardasse all’aperto per qualche ora, rischiava la vita. La polvere, la sporcizia e gli insetti facevano il resto.
Pizarro vegetava in quel clima malsano, uscendo da casa solo verso sera, per recarsi a visitare i suoi allevamenti o per conversare con gli amici, quando la soffocante calura era appena mitigata dalla leggera brezza che si levava dal mare.
“Pizarro, esci da casa, ti devo parlare”, vociò padre Luque dalla strada.
Era ormai sera e il maestro di scuola Hernando Luque, un religioso interessato più agli affari che ai fatti di Dio, appariva affannato ed eccitato, mentre misurava a lunghi passi il tratto di strada su cui si affacciava la dimora di Francisco.
Incuriosito, l’allevatore di bestiame uscì di casa, calandosi l’ampio cappello bianco sugli occhi.
“Che succede Luque? Da dove ti viene tutta questa energia? Calmati, caramba, che stai sudando come un pesce cotto al vapore”, rise Pizarro.
“Vieni con me, andiamo alla taverna a bere un boccale di vino. Ho grosse novità”, rispose il padre ignorando la burla del compagno.
“Il governatore Pedrarias mi ha mandato a chiamare. È convinto che le voci che corrono su El Dorado siano vere ed è intenzionato a promuovere una nuova spedizione”, sussurrò Luque, avvicinando il viso a quello dell’amico. Pizarro lo fissò perplesso, bevve un lungo sorso di vino, ruttò soddisfatto e, interrompendo il fiume di parole del religioso, obiettò: “Andagoya ha già esplorato il sud e non ha trovato alcunché di interessante, meno che meno ricche città o tesori. Perché pensi che una nuova spedizione potrebbe avere un esito migliore?”
“Non sono solo io che lo penso, è soprattutto il governatore e anche il giudice Espinoza. Dicono che non è possibile che continuino a giungere a noi racconti di tesori immensi, di città tutte d’oro, di miniere di pietre preziose, se non ci fosse qualcosa di vero”, riprese Luque concitato.
“Espinoza e Pedrarias mi hanno incaricato di trovare dei soci che si assumano l’incarico di organizzare una nuova spedizione, entrambi faciliterebbero le pratiche per ottenere i permessi e finanzierebbero in parte l’impresa. Che ne dici? Tentiamo?”
L’apatia che aveva contrassegnato la vita di Pizarro negli ultimi tempi parve dissolversi all’istante e il suo sguardo s’illuminò, la mente iniziò a lavorare, i sogni dell’infanzia tornarono ad alimentare i suoi pensieri.
“Quale sarebbe il mio ruolo in tutto questo…e il tuo?”, interrogò Francisco.
“Tutto dovrà essere molto chiaro”, rispose il prete. “Tu dovrai organizzare la spedizione, trovare gli uomini disposti a seguirti nell’impresa e, possibilmente, un altro socio che possa finanziare in parte la spedizione; da parte mia m’incaricherò di ottenere i prestiti necessari”.
“Potrei chiedere ad Almagro,” commentò Pizarro, “è il mio socio in affari, ha qualche soldo da parte e possiede lo spirito giusto per gettarsi nell’impresa.”
“Fai come credi.”, tagliò corto il prete. “ L’importante è che facciamo presto, prima che il governatore decida di affidare l’incarico ad altri.”
Pizarro vuotò il bicchiere, si asciugò il mento inumidito dal vino con la manica della camicia e si alzò, seguito da Luque.
L’impresa era possibile: non sarebbe stato difficile convincere Diego de Almagro, assetato anch’egli di novità.
L’indomani, il prete, l’antico guardiano di porci e il suo socio in affari, si recarono molto presto a casa del notaio del popolo.
In breve il funzionario stilò le regole della nuova società, specificando per iscritto i compiti di ognuno dei tre firmatari.
La parola firmatari, che figurava nell’atto notarile, era un eufemismo, poiché il solo Luque era in grado di apporre la propria firma, mentre Pizarro e Almagro sigillarono l’accordo con una croce.
Il religioso si sarebbe occupato della parte amministrativa, Francisco aveva il compito di reclutare gli uomini e di organizzare la prima ricognizione a sud dell’istmo, mentre Almagro avrebbe provveduto ad armare una nave completa di viveri e di tutto il necessario.
I pochi vascelli a disposizione, tuttavia, dovevano essere pagati a peso d’oro e i soci dovettero fare i salti mortali per procurare il denaro necessario ad acquistarne uno e ad assoldare i carpentieri per le riparazioni.
Dieci mesi più tardi, indebitati per seimila pesos d’oro, i soci ultimarono i preparativi. Stava ormai per iniziare la stagione delle piogge, il periodo meno opportuno per avviarsi verso un mondo sconosciuto, ma Pizarro non desiderava indugiare oltre.
Con centododici uomini e quattro cavalli, il 14 novembre 1524, il capitano Francisco Pizarro finalmente salpò. L’amico Diego l’avrebbe seguito più tardi, con generi alimentari freschi e l’equipaggiamento per le eventuali riparazioni.
La piccola nave, alla quale erano assicurate due barcacce d’emergenza, prese il largo quasi ignorata dalla popolazione di Panama.
Seguendo la rotta percorsa da Andagoya, gli esploratori oltrepassarono le Isole delle Perle e doppiarono il Capo de Piñas, limite del mondo conosciuto, per perdersi nell’ignoto.
Pizarro trascorreva i giorni e le notti sul ponte, irrequieto e impaziente. Scrutava l’orizzonte in cerca di qualche segno di vita, di terre abitate, di dare realtà ai sogni. Ma il viaggio procedeva a rilento per la mancanza di vento; pareva quasi che una forza sconosciuta si opponesse ai progetti dei temerari.
L’imbarcazione navigava costeggiando il continente, ma ogni miglio percorso richiedeva ore di viaggio.
“Un fiume! Un fiume!” La vedetta urlò a squarciagola, sbracciandosi dal pennone più alto del veliero.
“Dove? Dove l’hai visto questo benedetto fiume?”, urlò di rimando lo spazientito Pizarro.
“Laggiù, capitano, oltre quella macchia d’alberi”, rispose il marinaio.
L’euforia s’impadronì dell’equipaggio. Un fiume significava acqua potabile, l’acqua significava vita, animali, cibo, forse anche civiltà.
“Dio mio, ti ringrazio”, mormorò Pizarro inginocchiandosi. Ma la gioia fu breve. Quando ancora la nave non aveva dato alla fonda, all’orizzonte comparvero minacciosi nuvoloni carichi di pioggia e in breve tempo un fitto acquazzone sommerse uomini e animali.
Le piogge tanto temute erano infine giunte e non avrebbero più abbandonato gli sfortunati esploratori.
Per tre giorni ancora gli spagnoli navigarono verso sud, nella speranza di incontrare un buon rifugio. Infine ancorarono l’imbarcazione in una baia riparata e tutti gli uomini scesero a terra in cerca di un riparo.
“Gonzalo –urlò il capitano- prendi cinquanta uomini e costruisci delle capanne al riparo dal vento, muoviti! Manuel, con trenta uomini vai in ricognizione qui attorno e assicurati che non vi siano pericoli”.
Dopo molti giorni d’inedia Pizarro era tornato a vivere, ma i guai erano solo all’inizio. La pioggia seguitava a cadere e le speranze di cacciare animali o di trovare villaggi dove reperire gli alimenti, che ormai scarseggiavano, andarono ben presto deluse.
Gli unici generi commestibili a disposizione erano i molluschi che si arenavano nella battigia e i cuori di palma ricavati dagli alberi che crescevano abbondanti nei dintorni. Troppo poco per un’alimentazione adeguata e infatti, di lì a qualche giorno, parecchi spagnoli iniziarono ad ammalarsi e a morire.
Pizarro, tuttavia, non intendeva rinunciare all’impresa, al sogno di tutta una vita.
“Montenegro –esordì il capitano rivolgendosi al suo primo ufficiale- stabiliremo qui il campo, in attesa di tempi migliori. Nel frattempo prenderai con te alcuni marinai e tornerai alle Isole delle Perle a fare rifornimento. Abbiamo urgente bisogno di viveri per frenare le malattie e rimettere in sesto gli uomini”.
“Bene, comandante -accondiscese Montenegro- . Dovrei farcela in una decina di giorni, fra andata e ritorno. Tenete duro, partirò oggi stesso”.
L’ottimismo di Montenegro era fuori luogo. Dovettero infatti trascorrere ben quaranta giorni, perché Pizarro e la sua truppa, accampati in quel luogo maledetto, battezzato col meritato nome di Porto della Fame, scorgessero all’orizzonte le vele del vascello del primo ufficiale. Durante tutto quel tempo, la morte aveva mietuto altre vittime e gli spagnoli erano allo stremo delle forze. Fortunatamente, Montenegro portava con sé mais e maiali in abbondanza, oltre a frutta fresca e ortaggi, che ridiedero speranza agli uomini debilitati.
Pizarro decise di trascorrere ancora qualche giorno al Porto della Fame per dare tempo ai compagni di rimettersi in sesto; quindi diede l’ordine di proseguire il viaggio.
Altri ottanta chilometri di navigazione, sempre costeggiando il continente e sempre sotto una pioggia sferzante e crudele.
Un mattino, all’alba, Pizarro, che non era riuscito a chiudere occhio durante tutta la notte, credette di scorgere qualcosa all’orizzonte.
Lentamente, sempre scrutando con attenzione verso terra, il capitano raggiunse la prua del veliero.
Sì, non poteva sbagliarsi; quello che s’innalzava laggiù in fondo era fumo, fumo!
“Un villaggio –urlò con tutte le sue forze- un villaggio! Uomini, accostiamo!”
A terra, il capitano dispose gli uomini in ordine di battaglia; gli archibugieri pronti da un lato, i balestrieri dall’altro e i soldati armati di picche ad avanzare a gomito a gomito.
Gli indigeni del villaggio, tuttavia, avevano assistito allo sbarco degli europei e, terrorizzati, avevano abbandonato in gran fretta le misere capanne e i fuochi accesi. Le donne e i bambini si erano rifugiati nel profondo del bosco, mentre gli uomini, agricoltori di mais, proteggevano la fuga, nascosti al limitare della foresta.
“Avanti i picchieri!” ordinò Pizarro sguainando la spada. Gli spagnoli entrarono nel villaggio deserto, ma ricco di alimenti.
Pannocchie di mais, frutta, pesce essiccato, ogni ben di Dio si presentava agli occhi affamati degli europei.
“Montenegro, setaccia la foresta e accertati che non ci siano pericoli”, dispose Francisco rivolgendosi all’ufficiale.
I soldati rimasti nell’accampamento esplorarono le capanne, svuotandole dei viveri, intanto che il comandante si aggirava tra le pentole di terracotta e i recipienti.
“Capitano –chiamò un picchiere- ho trovato qualcosa. Venite a dare un’occhiata”.
Fra le ceneri di un fuoco brillavano delle ossa rosicchiate, del tutto prive di carne.
“Che animale credete che sia questo, comandante?”, chiese il soldato.
Parecchi uomini si avvicinarono a osservare incuriositi. Pizarro aveva sentito narrare che i primi spagnoli sbarcati nelle isole delle Antille si erano imbattuti negli indiani Caribe, feroci guerrieri dediti all’antropofagia.
Il ricordo delle storie ascoltate, la tensione del momento o, forse, semplicemente l’ottusità di una persona ignorante, lo portarono ad esclamare: “Cannibali, sono cannibali!”.
Un fremito di terrore percorse la schiera degli intrepidi spagnoli che strinsero con forza le armi, voltandosi a scrutare con inquietudine oltre il limite delle capanne. “Raccogliamo i viveri e bruciamo tutto”, sbottò un archibugiere.
“Montiamo l’accampamento laggiù in fondo –intervenne Pizarro- e poi diamo fuoco alle capanne”, ordinò.
E così fecero.
Gli indigeni, dal buio della foresta, osservarono sgomenti l’opera di distruzione dei nuovi arrivati, intanto che l’ira s’impadroniva dei loro cuori.
Puerto Quemado fu chiamato quel luogo dagli stessi esploratori, in onore del primo, insensato contributo alla civilizzazione. Porto Bruciato, e il fuoco che distruggeva i pochi averi dei poveri agricoltori indigeni alimentò il rancore verso i devastatori.
Montenegro, seguito da una cinquantina di armati, si era allontanato parecchio dal villaggio.
Durante le prime tre ore di esplorazione la pattuglia aveva trovato solo alcune tracce, lasciate dalle donne e dai bimbi indigeni che s’inoltravano nel bosco.
Non era facile farsi largo fra l’intricata vegetazione.
Montenegro aveva ordinato ai soldati di disporsi a ventaglio e di avanzare senza mai perdersi di vista.
Le pesanti armature rendevano problematici i movimenti e le liane, gli arbusti e gli alberi carichi di pioggia non facilitavano certo il cammino, reso complicato anche dal clima umido e soffocante.
Gli uomini si addentravano sempre più nell’intrico inospitale della giungla, chiamandosi di continuo a voce alta e spaventando famiglie intere di pappagalli e scimmie.
Pedro, che chiudeva il lato sinistro della formazione, era agitato. Il timore di imbattersi all’improvviso nei feroci cannibali era accresciuto dalle incognite del mondo misterioso che lo circondava.
I fruscii, i sibili e i rumori provocati da mille invisibili esseri viventi che si muovevano attorno a lui, lo facevano trasalire a ogni passo.
Cannibali, serpenti, animali spaventosi e crudeli, mostri terrificanti…cos’altro mai si celava in quella boscaglia sconosciuta?
“Manuel -chiamò- dove sei?” “Sono qua, Pedro, non preoccuparti -rispose una voce vicina- e accanto a me c’è Diego”.
“Dove si saranno cacciati quei bastardi? -intervenne il terzo spagnolo- Comincio a essere stanco di questa foresta. Sarebbe meglio appiccare il fuoco e stanare i cannibali col fumo. Non ne posso più di tutti i rumori; mi fanno impazzire”.
Un nuovo rumore, improvviso, fece rizzare i capelli a Manuel. Un suono simile allo schiocco di una frusta, rapido, sibilante, spaventoso.
Il soldato voltò la testa di scatto, giusto in tempo per vedere il povero Pedro volare verso l’alto, appeso per i piedi a un laccio maligno. Un urlo terrificante gli uscì dalla gola, mentre una lunga e sottile freccia gli trapassava il collo. Diego, che aveva seguito la scena atterrito, lanciò un grido d’allarme agli altri compagni che procedevano al suo fianco, ma non fece in tempo a rivolgere la lunga picca contro il nugolo di aggressori abbronzati e armati di corti pugnali di bambù.
L’asta gli si era impigliata fra i rami e, nell’intento disperato di liberarla, quasi non s’accorse del sangue che gli sgorgava copioso dalla gola squarciata.
Anche Pedro aveva cessato di vivere e chissà quanti altri spagnoli sarebbero caduti se il sangue freddo di Montenegro non avesse preso il sopravvento sul terrore dei compagni.
“Santiago!”, urlò il comandante, lanciandosi sugli aggressori.
Seguito dai suoi uomini, l’ufficiale immerse la spada nel ventre del primo indigeno che gli si parò dinanzi. Altri tre o quattro contadini indios caddero trafitti e ben presto le armi degli esploratori ebbero ragione degli sprovveduti avversari che si dileguarono fra la vegetazione.
“Inseguiamo quei bastardi. Massacriamoli”, urlarono gli europei, ma ormai gli agili indigeni avevano abbandonato il campo.
Trascorsa un’ora di inutili ricerche, Montenegro credette opportuno sospendere la ricognizione e tornare all’accampamento, ma proprio mentre stava per impartire l’ordine, sentì un lungo sibilo provenire dalla boscaglia e, subito dopo, una lunga freccia si conficcò nell’albero a pochi centimetri dal comandante.
“Questo è troppo, -sbottò spazientito l’ufficiale- avanti hidalgos, acciuffiamoli!”
Gli sprovveduti e ignoranti indios, tuttavia, stavano attuando un loro piano.
Mentre Montenegro e i suoi si affannavano alla ricerca esasperata del nemico, la maggior parte degli indigeni aveva compiuto un largo giro, tornando sui propri passi e accerchiando gli spagnoli rimasti nei pressi dell’accampamento.
La brezza che saliva dal mare aveva ormai diradato il fitto fumo che si alzava dal villaggio, scoprendo un mucchio di rovine divorate dal fuoco.
Ad alcune centinaia di metri, Pizarro, ritto in piedi e con le mani sui fianchi, nell’atteggiamento del vincitore, osservava i suoi, intenti a montare l’accampamento.
Era fiero di sé, il superbo conquistatore.
“Il mio primo successo nelle nuove terre, -pensava orgoglioso- il primo di tanti. Nulla mi potrà fermare, nulla potrà impedire che si compia il mio destino”.
I compagni, ebbri di successo, scherzavano felici. Liberatisi delle armature, alcuni erano intenti a preparare il pranzo, altri a disporre ordinatamente le armi su rastrelliere improvvisate e altri ancora a preparare i giacigli per la notte. Era un giorno di festa e avrebbero fatto baldoria per gran parte della notte, dimenticando per qualche ora i patimenti sofferti.
Urla terrificanti squarciarono all’improvviso la quiete effimera dell’accampamento e decine di indios uscirono dalla boscaglia, travolgendo ogni cosa e trafiggendo gli impreparati europei.
Nel giro di pochi minuti parecchi spagnoli caddero con il petto devastato; due, tre, quattro contadini si accanivano su ogni bianco dilaniandone le carni, strappando le membra, uccidendo, urlando, con la rabbia feroce di chi vede il lavoro di tanti anni distrutto in un momento.
“Soldati, a me!”, urlò spaventato Pizarro.
Dopo i primi istanti di smarrimento, gli hidalgos erano in qualche modo riusciti ad organizzarsi, avevano recuperato le armi e, seppur ancora senza armature, avevano fatto cerchio attorno al comandante, ma un nugolo di frecce seguitava a colpirli.
Pizarro stesso fu ferito varie volte. Il coraggio e la disperazione dei conquistatori aveva in parte frenato l’attacco, ma i nemici erano troppi; impossibile resistere a lungo.
“Santiago! Santiago!”
Il grido di guerra spagnolo sembrò scaturire dai grandi alberi della foresta. I bianchi accerchiati ripresero coraggio mentre gli indigeni rallentavano il loro impeto, si guardavano alle spalle, atterrivano e si davano alla fuga, aggrediti da Montenegro e dai suoi armigeri, provvidenzialmente tornati al campo giusto in tempo per evitare la disfatta completa.
Era la salvezza. Sì, ma quanti morti, quanti feriti.
Gli indios furono sterminati e solo pochi di loro riuscirono a tornare dalle proprie famiglie, dileguandosi per sempre.
Diciassette spagnoli morti, innumerevoli feriti.
Quella notte Pizarro non festeggiò.
I conquistatori trascorsero i giorni successivi a curare gli infermi, cauterizzando le ferite, aiutandosi con l’olio bollente e con le lame incandescenti delle spade. Erano salvi, ma il capitano sentiva il mondo crollargli addosso.
Il fallimento era completo.
Con gli uomini decimati e stremati, al gran comandante non restava che far ritorno a Panama.
La speranza, tuttavia, non era venuta meno. Pizarro, a questo punto, aveva fretta di incontrare i due soci. Egli era convinto di essere sulla buona strada e che una nuova spedizione avrebbe potuto ottenere il successo che, lo sentiva, era a portata di mano.


