Gli INCAS (tredicesima parte)
Tecnologia 2
di María Rostworowski Tovar
Si ringrazia Perù Cultural per la concessione dell'autorizzazione.
Traduzione di Gabriele Poli

Le cochas (lagune) e waru waru (bacini, vasche n.d.t.)
In tempi preispanici si crearono sulle punas (altopiani andini n.d.t.) le cosiddette cochas o lagune artificiali usate per coltivare e per abbeverare gli animali. Queste lagune possono essere rotonde, allungate o rettangolari e sono composte da un gran numero di solchi simmetrici che raccolgono l’acqua delle piogge e la conducono ai bacini situati fra i solchi. L’acqua non deve ristagnare più di un giorno per non imputridire le semine. Ai loro bordi crescono vegetali consumati dal bestiame e che attualmente invadono le cochas abbandonate.
Altro modo di migliorare il sistema fu l’uso dei bacini. Nella regione del lago Titicaca si impiegarono i cosiddetti waru-waru che sono il segnale del suo grande sviluppo anteriore. Waru-waru sperimentali si sono costruiti a Huatta –vicino a Puno- con attrezzi indigeni, vale a dire con la chakitaclla, l’aratro andino, e la rawkana o zappa. Con quelli si tagliarono vaste zolle d’erba, voltandole da un lato per formare i bacini lungo il canale e visti i buoni risultati ottenuti, si confermò la possibilità della loro ricostruzione.
Tecnologia idraulica
Le conoscenze idrauliche –canali e deviazioni- permisero l’irrigazione e la coltivazione, specialmente del mais.
Il litorale peruviano si caratterizza per i suoi estesi deserti interrotti da fiumi che scendono dalla sierra e i cui dintorni permettono il sorgere dell’agricoltura. I popoli della costa furono i maggiori ingegneri idraulici perché si perfezionarono e ottennero metodi molto sofisticati di irrigazione, soprattutto i mochicas e più tardi i chimú.
A Cusco si canalizzarono i due fiumiciattoli che attraversano la città, pavimentando con pietre i loro letti e costruendo ponti pedonali. Un esempio della tecnologia serrana è Cumbemayo, a Cajamarca, un canale intagliato nella pietra.
L’importanza delle opere idrauliche si manifesta in numerosi miti che raccontano le origini di tali opere.
I tessuti
La tradizione tessile è molto antica nel Perù preispanico e risale a oltre ottomila anni a.C. La materia prima usata nei tessuti fu la “cabuya”, il cotone e la lana.
I primi balbettamenti tessili si ebbero prima delle conoscenze vasaie. A quel tempo, le fibre usate furono la cosiddetta “cabuya” per gli spagnoli, vale a dire agave e tifa (Scirpus sp; Fourcroya andin; Thyphya angusfolia, ecc.). Queste furono impiegate per le corde, borse di rete, trecce e grezze mante. Alla cabuya segue nel tempo il cotone (Gossypium barbadense) nelle sue due varietà, bianco e país, quest’ultimo dai ricchi toni marroni.
Una fibra di grande importanza fu la lana dei camelidi; la grezza proveniva dai lama e la fine da alpaca e vigogne. Verso gli anni del 500 a.C., la tessitura aveva raggiunto il suo pieno sviluppo e i tessuti di quel tempo si apprezzano oggi nei musei.
Lo sviluppo raggiunto nell’arte tessile e la sua grande domanda dovettero esigere una serie di tecnologie appropriate. Spicca così il ruolo del filato basico, non solo per coprire le necessità dei tessuti, ma anche per conseguire la perfezione che osserviamo nei pezzi e manti funerari scoperti dagli archeologi e dai cercatori di tesori. Per ottenere tale eccellenza, era indispensabile un filato fine e regolare che solo gli esperti nella materia erano in grado di produrre.
Allo stesso modo, importanti erano le conoscenze delle tinte, i cui colori conservano ancora tutta la freschezza. In una lista che segnala nel 1571 i diversi tipi di artigiani andini specializzati, troviamo i tanti camayoc, vale a dire gli “Indios che producevano colori dalle erbe”.
Esistevano vari tipi di telai e il più comune era il telaio alla cintura, ancora usato ai nostri giorni. Altro tipo era l’orizzontale formato da quattro stecche e impiegato per grandi pezze. I telai fissi, come sono menzionati dai cronisti, possono essere verticali od orizzontali.
Esistettero inoltre numerose tecniche tessili come per broccati, tappeti, doppie tele e garze, che per la bellezza e la perfezione dell’esecuzione sono esposti nei musei.
Nella grande varietà di tessuti ve ne furono di due tipi, le tele fini chiamate chumpi o cumbi, confezionate con lana di alpaca e vigogna e le rozze per la gente comune, confezionate con lana di lama. Quelle di cumbi, per la loro finezza, il colore e la perfezione appartenevano ai signori, ai sacerdoti e agli idoli e si usavano per gli arredi funerari. Offrivano alle huacas confezioni tessili di piccole dimensioni che poi bruciavano forse con l’intenzione di economizzare lavoro.
Le tele di cumbi erano confezionate da specialisti ed esisteva una differenza fra i costumi della sierra e costieri. Secondo Fernando de Oviedo “la lana è filata dagli uomini e non dalle donne perché vi sono ufficiali per filare” e Cobo menziona i “cosiddetti cumbicamayocs che non capiscono altro che tessere e confezionare cumbi. Erano di solito uomini anche se pure le mamaconas solevano tesserli”.
Alcune confezioni lussuose erano ricoperte da sottili placche lavorate, scaglie di oro e argento cucite alle tele. Si impiegarono anche le sacre conchiglie rosse di mullu (Spondylus spp.) per adornare manti e camice.
I tessuti durante l’impero
Lo stato inca necessitava di un gran numero di confezioni per il suo sistema organizzativo e ideò il modo di ottenerle istituendo le Accla Huasi o laboratori femminili dove le mamaconas si dedicavano alla confezione di abiti fini e grezzi e a preparare le bibite per le cerimonie e le offerte.
L’istituzione della reciprocità esigeva un grande numero di confezioni fini da donare ai signori compresi nel sistema. Inoltre, la mita guerriera obbligava a coprire le domande dell’esercito, pertanto lo Stato aveva urgenza di una produzione massiccia, tanto di confezioni fini come di grezze. Una specialità tessile inca fu la confezione dei cosiddetti tocapu che consistevano in piccoli quadrati che componevano una grande figura con disegni particolari ripetuti; con questi si adornavano le confezioni più lussuose. È possibile che i tocapu fossero originari della cultura Wari.
La pesca
Nell’esteso litorale peruviano, la pesca apparve molto prima delle conoscenze agricole. Da oltre diecimila anni, la pesca e la raccolta di molluschi si realizzavano nelle spiagge delle lagune vicine ai litorali delle valli, che allora esistevano come conseguenza delle filtrazioni della falda freatica.
Prevalevano due modi di pesca: uno nel litorale e sulle sponde del mare per ottenere pesci piccoli come la triglia e l’acciuga, e la raccolta di molluschi. Utilizzavano anche le lagune nei pressi della costa, che allora esistevano in tutte le valli e che ospitavano muggini (Mugil cephalus). Il secondo tipo di pesca si concentrava su pesci di maggiori dimensioni provenienti dall’alto mare. Per questo dovevano possedere qualche tipo di imbarcazione che potevano essere balse di giunco, i denominati “caballitos de tortora” (cavallucci di tortora n.d.t.), balse di tronchi d’albero o di pelle di leoni marini.
Nella costa peruviana i sistemi organizzativi si basavano su una scrupolosa specializzazione lavorativa che si manifestava in tutte le incombenze e mestieri. I pescatori non si scostavano da questa abitudine e utilizzavano le proprie spiagge, calette e lagune per la pesca. Inoltre, pescavano in accordo alla propria mita o turni, senza partecipare ai lavori comuni dei coltivatori. Tuttavia, nello spazio socio politico dei “signori”, i gruppi di pescatori con i propri capi etnici erano assoggettati ai grandi signori delle macroetnie.
Per ogni tipo di pesce usavano reti diverse, fatte di agave o di cotone del tipo país di colore marrone, generalmente tinte per non essere riconosciute dai pesci. Possedevano ami di diverse forme e fatture, reti e arpioni.
Conservazione degli alimenti
Sulle Ande esistette una reale preoccupazione per la preservazione della sussistenza, per cui si avvalsero di diverse tecnologie. Il medio ambiente, dal quale si svilupparono le culture andine, creò una necessità e una permanente angustia di possedere e immagazzinare alimenti. Se fossero mancati i mezzi di conservazione o si fosse ridotto il numero di alimenti sarebbe apparso lo spettro della fame e si sarebbe potuto produrre il collasso della reciprocità. In altre parole, la conseguenza di una carestia poteva portare alla disintegrazione dello Stato o di una macroetnia.
A causa di tale urgenza, l’uomo andino inventò diversi metodi necessari per la conservazione delle sussistenze, seccando o disidratando i prodotti. Le carni si seccavano al sole e con quelle si preparava il charqui, sia che fosse di lama o di cervo. Disidratavano pure le carni di uccelli come le pernici e le colombe, oltre alle rane. I gamberi li seccavano per mezzo di pietre o sabbia calde. Questo prodotto era conosciuto con il nome di anuka ed era imballato in cesti o casse di tortora chiamate chipa.
Il pesce secco e salato era un’importante fonte alimentare per le genti della costa e specialmente della sierra e costituiva materia di scambio fra di esse. Altri prodotti marini furono diversi molluschi che si potevano seccare, come le machas, o che potevano essere usati per preparare una gelatina utilizzata per minestroni o zuppe.
Il professor Masuda studiò l’impiego del cochayuyo o “erba acquatica” nell’alimentazione del Perù moderno e pure antico in cui sono incluse le alghe di acqua dolce, ma principalmente di acqua marina. Diverse varietà di alghe furono usate nei cibi e la più comune fu la Porphyra o colombiana.
Oggi, il cochayuyo si mangia fresco nella costa con il cebiche (pesce e/o molluschi crudi marinati nel limone n.d.t.), i minestroni e le zuppe, e pure secco sciolto, nei centri urbani della sierra.
Anche i tubercoli si preservavano in diversi modi. La oca (Oxalis tuberculosa) e la machua (Tropaeolum tuberosa) si seccavano al sole, in tal modo si addolcivano e quindi assumevano il nome di cahui. Tuttavia, il tubercolo che si può conservare per periodi indefiniti è la patata (Solanum tuberosa) che era soggetta a un complicato processo di disidratazione. Si usò di preferenza la varietà amara e il lavoro si realizzava a 4 mila metri sul livello del mare.
Le diverse varietà di chuño (la patata disidratata n.d.t.) variano secondo le qualità di patate e i metodi impiegati (il processo dura in genere varie settimane). Fra le varietà di patate impiegate spicca la muraya, che viene immersa in acqua corrente e poi si secca al sole e si espone alle gelate notturne. Le patate di tipo dolce si dispongono per grandezza su una superficie piana e quindi si espongono alle intemperie per quattro o cinque notti e relativi giorni, passando dal freddo notturno al sole ardente del mezzogiorno. Poi, sono pestate con attenzione dalle donne per togliere la scorza ed estrarre l’umidità restante. L’operazione si ripete fino a terminare di seccarle.
È grande il numero di piante commestibili il cui uso fu ristretto o che furono impiegate solo nelle loro nicchie ecologiche.
La pittura
La pittura come espressione estetica si manifestò in murales e manti. Bonavía segnala la differenza fra pareti dipinte con uno o vari colori e i murales con disegni o motivi rappresentanti scene diverse.
I murales dipinti si applicavano su pareti lucidate con creta, impiegando pittura a tempera, tecnica differente a quella utilizzata per le pitture rupestri. Verso l’Orizzonte Precoce, la pittura era applicata direttamente sopra alla parete nuda intonacata, mentre durante il Periodo Intermedio Precoce si copriva il muro intonacato con pittura bianca per quindi applicare il disegno voluto. Altro mezzo usato nella stessa epoca consisteva nel tracciare motivi incisi sulla creta umida per poi dipingerla.
In epoca moche si usarono pitture murali e ad alto rilievo di creta come quelle scoperte nella Huaca de la Luna e nella Huaca el Brujo a Chicama.
La tecnica e l’uso di mante dipinte su tele di cotone liscio erano usanza di tutta la costa, con maggior enfasi al nord. Tuttavia, durante gli anni dal 1570 al 1577 esistevano artisti specializzati nell’arte di dipingere mante che esercitavano la propria professione spostandosi da una località all’altra. A quel tempo, tali artigiani chiedevano la licenza al giudice per usare la propria arte e viaggiare liberamente e senza disturbo per le valli.
Nei musei e nelle collezioni private si possono apprezzare queste mante, impiegate forse per coprire nude pareti o servire da abiti per i signori più importanti.
Altro genere all’interno dell’arte pittorica fu la realizzazione di una sorta di mappe dipinte che rappresentavano una località o una regione. Il cronista Betanzos racconta che dopo la sconfitta dei chancas, inflitta dal principe Cusi Yupanqui (il futuro Pachacutec n.d.t.), i dignitari cuschegni si presentarono a questi per offrirgli la borla e lo trovarono intento a dipingere i cambiamenti che pensava di introdurre a Cusco.
Questa notizia non sarebbe sufficiente per confermare tale pratica se non fosse suffragata da un’altra referenza, l’affermazione nel processo sostenuto dalle etnie di Canta e di Chaccla nel 1558-1570. Uno degli interessati presentò all’Udienza Reale de Los Reyes (Lima n.d.t.) i disegni della sua valle, indicando i propri reclami territoriali, mentre gli altri esibirono una mappa di creta di tutta la valle. Sarmento de Gamboa affermava che al conquistare una valle si costruiva una mappa e si presentava all’Inca che, in presenza degli incaricati di eseguire i cambiamenti, si informava circa i loro desideri.
I fertilizzanti
L’importanza dell’agricoltura portò gli indigeni a cercare fertilizzanti per le proprie coltivazioni. L’informazione che possediamo su concimi proviene dalla costa e manifesta l’utilizzazione di risorse naturali rinnovabili.
I principali concimi impiegati sono citati dai cronisti e furono usati soprattutto per la produzione di mais, la qual cosa confermerebbe il suggerimento di Murra circa la priorità di questa coltivazione.
Un primo concime consisteva nell’interrare assieme ai grani piccoli pesci, come sardine o acciughe. Una rappresentazione di questo sistema era dipinta sui muri di uno dei santuari di Pachacamac dove figurava una pianta di mais che germinava da alcuni pesciolini. Il secondo concime usato era lo sterco di uccelli marini che a migliaia nidificano sulle isole del litorale. La risorsa chiamata guano si formava per le deiezioni degli uccelli e gli abitanti della costa erano soliti raccoglierlo nelle isole. La terza risorsa rinnovabile proveniva dal letto di foglie cadute dai carrubi e dai guarangos (specie di gaggia, pianta n.d.t.), utilizzate per migliorare i terreni.
L’arte piumaria
Gli ornamenti di piume esprimevano un gusto estetico per il colore e si usarono in mante, camice, ventagli e ombrellini per riparare dal sole i personaggi condotti in portantine. I toni brillanti delle piume impiegate segnalavano un’origine selvatica per cui riteniamo che dovette esistere un baratto in lungo e in largo per il paese fra la selva, la sierra e la costa.
Il cronista Santa Cruz Pachacuti narra che per i grandi avvenimenti, come il matrimonio di Huayna Cápac con sua sorella il giorno in cui ricevette la borla o mascaipacha insegna del potere, si ricoprirono i tetti di paglia dei palazzi e i templi di Cusco con le più vistose mante confezionate con piume multicolori. Lo spettacolo dovette essere magnifico e stupefacente, infatti, i brillanti colori delle piume contrastavano con la sobrietà delle pietre e dei fregi d’oro dei muri dei palazzi.
Gli andenes
Gli andenes (terrazzamenti n.d.t.) hanno meritato ampi studi e ora si cerca di ricostruirli a beneficio dell’agricoltura. Essi permettono di coltivare le pendici scoscese delle gole e di evitare l’erosione prodotta dalle piogge.
La terra rimasta negli andenes dopo la costruzione dei muri di pietra e del canale idraulico che porta l’acqua per l’irrigazione dal primo andén all’ultimo, è lavorata con la chaki-taclla o taclla, il tipico aratro a piede indigeno che costituisce l’attrezzo più appropriato per coltivare le pendici.
Lungo la costa, alcuni angusti andenes che sono carenti d’acqua e di canali d’irrigazione, furono utilizzati come stenditoi per seccare alcuni prodotti agricoli come l’ají –peperoncino n.d.t.- (Capsicum sp.). Esempio di ciò sono gli andenes che si trovano dietro l’edificio di Puruchuco, a Lima. Altri come a Carquin, nei pressi di Huaura, servivano per seccare il pesce.
La metallurgia
L’area andina di Perù, Bolivia ed Ecuador fu la culla della metallurgia a livello sudamericano e sorse senza alcuna influenza proveniente dal Vecchio Mondo.
Esistettero due centri metallurgici, uno nella zona dell’altipiano peruviano-boliviano e l’altro nella costa nord, nella regione Mochica-Lambayeque. Da questi due luoghi le conoscenze si diffusero a sud, verso Cile e Argentina, e a nord, verso Colombia e Panamá per giungere in seguito alle coste occidentali del Messico.
La metallurgia sulle Ande è molto antica e i suoi artefici raggiunsero le più varie tecniche e leghe.
In tutta la costa esistettero esperti argentieri e durante l’apogeo inca i suoi governanti stabilirono mitmaes a Cusco per la produzione di oggetti sontuosi. Diversi documenti nominano questi gruppi provenienti da Chimú, Pachacamac, Ica e Chincha. È probabile che le loro opere seguissero i gusti estetici inca. Siamo a conoscenza del trasferimento a Zurite, nei pressi di Cusco, di alcuni yanas argentieri di Huayna Cápac, provenienti da Huancavilca (attuale Ecuador) che risiedevano nelle terre del sovrano e il cui obbligo era di fabbricare oggetti per l’Inca.
La numerosa presenza a Cusco di argentieri indigeni fu in seguito utile a giudici, governatori e encomenderos (amministratori spagnoli di indigeni da sfruttare per il lavoro n.d.t.) per la produzione di vasellame personale d’oro e d’argento, facendosi beffe dell’obbligo del quinto destinato al re (per legge, un quinto dei tesori del Nuovo Mondo era destinato al re di Spagna n.d.t.). Per tale motivo, sono scarsi i manufatti d’argento del secolo XVI in Perù che tengano marchi.
